In memoria di Massimo Bontempelli (2011-2021)

Dieci anni fa, il 31 luglio 2011, dopo breve malattia, ci lasciava lo storico e filosofo Massimo Bontempelli. Fra i maggiori pensatori dell’epoca presente, aveva compiuto nella sua non lunga esistenza di docente e di saggista (Pisa,1946, ivi, 2011) uno sforzo critico e ricostruttivo della situazione spirituale del tempo (“geistige Situation der Zeit”) che si colloca ai vertici della cultura italiana ed europea tra XX e XXI secolo.

Qui vogliamo ricordare e sottolineare l’impegno scientifico e militante del Bontempelli docente e studioso dei processi involutivi della Scuola e della cultura italiana, specchio del declino della società sempre più dominata dalla “sacralizzazione” della riproduzione sociale capitalistica.

Sul futuro della Scuola italiana le considerazioni di Bontempelli esposte in suoi saggi e libri si stanno sempre più, purtroppo, realizzando, ed anche gli ultimi sviluppi del governo Draghi si innestano, grazie all’emergenza Covid, nel ciclo del “riformismo peggiorativo” iniziatosi con l’allora riforma Berlinguer (1997-2000).

Sull’argomento: “L’agonia della Scuola italiana”, CRT Pistoia, 2000; M. Bontempelli, “Un pensiero presente”, edizioni di Indipendenza, 2015 (raccoglie la consistente mole di articoli usciti in dodici anni su “Indipendenza”); M. Bontempelli, F. Bentivoglio, “Capitalismo globalizzato e Scuola”, edizioni di Indipendenza, 2016.

Di seguito un estratto dell’articolo “Per un asse culturale nella scuola pubblica italiana. Contributo per un dibattito da costruire ed una resistenza da attivare”, uscito sul numero 15 (novembre / dicembre 2003) di Indipendenza.

[…]

Nascita e ragioni di senso del sistema educativo pubblico

La scuola moderna è storicamente nata nel, e in funzione del, nuovo spazio sociale della cittadinanza creato e diffuso dalla Rivoluzione Francese. Essa è dunque per definizione pubblica, in quanto il suo compito istituzionale è appunto quello di educare ogni nuova generazione di giovani ai diritti, ai doveri e alla cultura della cittadinanza, facendo di loro persone capaci non soltanto di svolgere mansioni lavorative ed affari economici, ma anche di comprendere il mondo in cui vivono e di padroneggiarne i saperi essenziali, in maniera tale da potersi esprimere come liberi cittadini. Oggi si è dimenticato quanto siano stati proprio i costruttori politici dello Stato liberale nell’Ottocento a respingere vigorosamente ogni sia pur minima intrusione del privato, religioso od economico, nella scuola, e ad affermare che la scuola moderna, per poter assolvere il suo compito educativo, deve essere rigorosamente pubblica, e finanziata dallo Stato.La scuola moderna, inoltre, è nata ed ha un senso soltanto come sistema educativo pubblico di una nazione, ovvero come scuola nazionale, proprio perché il suo compito istituzionale è quello di trasmettere da una generazione all’altra saperi e valori che costituiscono l’identità spirituale di un popolo, la quale è appunto la nazione. Non è dunque un caso che la scuola moderna sia nata in tutta Europa (con la sola eccezione, tra i paesi importanti, di Inghilterra e Russia) nell’ambito delle nazioni emerse dal crogiuolo storico della diffusione europea dei princìpi della Rivoluzione Francese al séguito delle armate napoleoniche. Nel nostro paese, il primo Stato che porta il nome e vuole essere l’espressione politica della nazione italiana è la Repubblica italiana, fondata sulla costituzione del 26 gennaio 1802 come «repubblica sorella» della Francia rivoluzionaria, allora governata dal primo console Napoleone Bonaparte. E non è un caso che sia proprio questo primo Stato nazionale italiano (per quanto vassallo della Francia) a creare in Italia il primo sistema dell’istruzione pubblica, con il decreto presidenziale 4 settembre 1802 istitutivo della scuola primaria (elementare), e con il decreto presidenziale 13 novembre 1802 istitutivo della scuola secondaria (media) e della scuola superiore (o liceo). Benché portino la firma del duca Francesco Melzi d’Eril, in quanto allora presidente della Repubblica italiana, i due decreti sono nel loro insieme giustamente definiti «legge Moscati-Paradisi», in quanto il loro contenuto è stato organizzato normativamente dal medico e uomo politico milanese Pietro Moscati, e ideato dal letterato e storico reggiano Giovanni Paradisi. La loro attuazione avviene dopo che, dal 26 maggio 1805, la Repubblica italiana è diventata Regno d’Italia (sotto il sovrano napoleonico Eugenio di Beauharnais, ma con funzionari, soldati, generali e ministri italiani), in conseguenza della trasformazione della Francia in Impero.La legge Moscati-Paradisi è parte di una storia di cui oggi si è perso completamente memoria, al punto che persino ricostruzioni manualistiche di storia della scuola datano il primo inizio di un sistema di istruzione pubblica in Italia alla legge Casati, predisposta per il regno sabaudo. In realtà, la legge Casati non costituisce per la prima volta in Italia, ma ricostruisce dopo la sua demolizione nell’età della Restaurazione, un sistema di istruzione pubblica, mediante l’innesto di alcuni elementi (scuola tecnica, ginnasio) e contenuti (l’insegnamento della fisica nella scuola tecnica e del greco antico al ginnasio) della riforma scolastica prussiana dello Humboldt sull’impianto strutturale della legge Moscati-Paradisi.Ricordare che nell’età napoleonica c’è stata una Repubblica italiana, trasformatasi in Regno d’Italia, con una burocrazia per la prima volta interregionale, con una bandiera per la prima volta tricolore, e con un sistema scolastico per la prima volta complessivo e pubblico, significherebbe comprendere l’intrinseco nesso della scuola moderna con la nazione moderna, con la sua identità culturale il cui patrimonio di saperi e di valori la scuola è chiamata a trasmettere da una generazione all’altra, con il suo Stato che definisce lo spazio pubblico della cittadinanza che la scuola è chiamata ad educare.

La sussunzione della scuola nel produttivismo totalitario capitalista

Questa comprensione è oggi oscurata dalla tendenza del capitalismo globalizzato a sollecitare lo smantellamento completo dei sistemi pubblici e nazionali di educazione scolastica. Si tratta di una tendenza diventata imperiosa a partire dal 1995, quando dal W.T.O. (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), istituito quell’anno, cominciano ad essere diffuse indicazioni pressanti di non sottrarre alle risorse destinate agli investimenti produttivi i costi improduttivi di istituzioni pubbliche prive di positive ricadute economiche. Tra questi costi improduttivi vengono annoverati sempre più insistentemente anche quelli dei sistemi scolastici, presentati come dispendiosi carrozzoni di concezione arcaica senza vera utilità per il lavoro, l’economia, la società. Nello stesso 1995, anno di svolta, il F.M.I. (Fondo Monetario Internazionale) introduce per la prima volta la riduzione e la riqualificazione della spesa scolastica in un suo programma di aggiustamento strutturale destinato al Messico. Nello stesso tempo le Confindustrie europee chiedono in un loro documento l’adeguamento della scuola alle esigenze produttive.Quando perciò Romano Prodi introduce nel programma, con cui la coalizione dell’Ulivo affronta e vince le elezioni dell’aprile 1996, l’impegno a porre mano ad un cambiamento profondo della scuola, la sua non è una trovata estemporanea ed elettoralistica, ma una scelta ponderata che raccoglie esigenze del sistema economico.Si tratta, nella sua prospettiva, di eliminare dalla scuola il vincolo di programmi precostituiti al livello ministeriale, gli esami basati su un generico umanesimo, i contenuti di insegnamento troppo slegati dalla contemporaneità, l’oralità della trasmissione e della valutazione dei saperi, l’appiattimento di redditi e carriere degli insegnanti, per lasciare spazio ad una scelta più libera e variabile dei contenuti, al loro adattamento al mondo delle professioni, delle tecnologie e delle imprese, a sistemi di valutazione più standardizzati e funzionalizzati a specifici obiettivi didattici, a differenziazioni di reddito tra gli insegnanti.Senonché la pars construens di questo programma modernizzatore e «di sinistra» non può dare nessuno dei benefici che promette: scelte libere e variabili di percorsi di insegnamento non possono che sfociare, nell’attuale contesto di mancanza di valori condivisi e di disorganicità delle culture collettive, nella dispersività e nella incoerenza delle proposte di apprendimento; contenuti scolastici adattati alle esigenze delle professioni, della tecnologia e delle imprese, in una realtà in cui le competenze richieste dalla produzione e dagli affari mutano rapidamente, sono vuoti di senso e promuovono soltanto l’acriticità ed il consumismo; le differenziazioni tra gli insegnanti in una scuola che non esige più trasmissione di cultura premiano i peggiori. Quel che rimane è quindi la pars destruens, il naufragio della scuola pubblica nazionale, di cui gli istituti scolastici in reciproca competizione su mere immagini sono i relitti galleggianti nel vuoto educativo.La valenza effettiva delle devastanti indicazioni sulla scuola del programma ulivista del 1996 è stata concretamente attuata dal 1997 dal ministro della pubblica istruzione di Prodi, Luigi Berlinguer. Questi, inconsistente come figura culturale, politica e morale, passerà certamente alla storia come inconsapevole artefice, sotto le false apparenze di una riforma di svecchiamento e di dinamicizzazione, della distruzione del sistema nazionale della pubblica istruzione. Storicamente si può quindi dire che la moderna scuola pubblica italiana, nata all’inizio dell’Ottocento con Moscati e Paradisi, è morta alla fine del Novecento con Berlinguer. All’inizio del Duemila, infatti, le scuole esistenti non formano una scuola, ma una babele defatigante di chiacchiere e di iniziative su obiettivi, progetti, verifiche, formazione, recuperi ed altre fumoserie, senza alcuna seria base culturale, senza alcuna trasmissione di valori, senza la minima forza educativa, se non in alcune sopravvissute intelligenze professionali. Questa è la situazione ottimale per un’economia capitalistica che, divenuta totalitaria, non tollera la moderna scuola borghese, perché non ne tollera i riferimenti, cioè nazione, Stato regolamentatore, spazio pubblico, cittadinanza, ed esige molte scuole di massa abbandonate a se stesse insieme a poche scuole di eccellenza in senso strumentale rispetto ai compiti dirigenziali. Romano Prodi ci sta preparando proprio questo per la sua seconda stagione di capo del governo dell’Ulivo.

Le ragioni per una resistenza

Resistere il più possibile, dentro la scuola e con le poche forze disponibili, al rullo compressore dell’economia totalitaria che schiaccia ogni sistema educativo attraverso i suoi due cingoli politici del centro-destra e del centro-sinistra: questo è l’imperativo morale e politico, che deve però essere sostenuto dall’idea di quel che dovrebbe essere nella società attuale una scuola pubblica nazionale.Un valido sistema scolastico deve ancora oggi rimanere articolato nei tre ordini di scuola –elementare, media e superiore– sui quali sono stati originariamente edificati in Europa, sull’onda della Rivoluzione Francese, i sistemi nazionali della pubblica istruzione. Una tale tripartizione corrisponde infatti a tre fasi dell’età evolutiva, caratterizzate da distinte strutture cognitive –che richiedono modi distinti e distinti contenuti di apprendimento– che non sono cambiate negli ultimi due secoli, dall’epoca della legge Moscati-Paradisi ad oggi: c’è, dopo l’infanzia vera e propria, una fanciullezza ancora infantile, caratterizzata da un pensiero non capace, se non scarsamente ed episodicamente, di superare nell’astrazione l’immediatezza delle percezioni e delle immagini, cui corrisponde l’insegnamento elementare; c’è poi una fanciullezza diversa, preadolescenziale, ancora emotivamente imbozzolata nelle dipendenze parentali, e quindi incapace di dislocarsi nella concretezza delle molteplici prospettive del mondo, ma vigorosamente capace di operare procedimenti astrattivi e manipolare mentalmente entità formali, cui corrisponde l’insegnamento medio; infine l’adolescenza, in cui le astrazioni mentali diventano capaci di calarsi nella concretezza del mondo per adattarla all’idea, e di agire come riferimenti di ridefinizioni identitarie, cui corrisponde l’insegnamento superiore. Ogni ciclo scolastico, poi, dovrebbe concludersi con un esame di Stato affidato ad esaminatori esterni, quale forma di pubblico controllo dell’effettivo raggiungimento delle finalità educative di quel tipo di scuola. L’idea “gentiliana” di esami di Stato conclusivi di ogni ciclo scolastico si presta naturalmente all’obiezione imbecille di essere, appunto, “gentiliana” e selettiva. La mancanza di esami, in realtà, riflette ed accentua la mancanza di finalità uniformi e controllabili delle scuole, ed è segno di una scuola abbandonata alla disorganicità e di un feroce classismo, perché, se la scuola non ha valore sociale, la selezione si sposta a momenti successivi alla scuola ed alla stessa università, in cui lo svantaggio dei ceti bassi è massimo.

Un asse culturale per la scuola elementare

La scuola elementare è più importante di ogni altro successivo tipo di scuola, perché quella da cui maggiormente dipende la vita o la morte di un sistema di istruzione pubblica. La forza destrutturante di un’economia del profitto socialmente totalitaria e di una tecnica universalmente pervasiva, rispetto alla trasmissione di saperi e valori di una civiltà attraverso la sua scuola, rende infatti irricevibile l’insegnamento medio e superiore se non per gli individui che hanno ricevuto un’educazione elementare fortemente strutturante. Nel mondo di oggi, cioè, se l’istruzione elementare non è efficace, nessuna scuola funziona come scuola. Se il depauperamento intellettuale e morale, prodotto su scala di massa dall’odierna società del mercato e della tecnica, non è vigorosamente contrastato dall’insegnamento scolastico al livello dell’istruzione primaria e dell’età infantile, diventa un destino inevitabile per quanti non vivono in un ambiente emozionalmente costruttivo e cognitivamente stimolante. Costoro, infatti, non sono in grado di interiorizzare i contenuti di una scuola media ed ancor più superiore, e si proteggono da questa incapacità con l’indisciplina scolastica, la distrazione mentale, la reazione di rigetto per lo studio.Perché la scuola elementare assolva il suo compito di educare all’apprendimento, occorrono tre cose essenziali. Occorre come prima cosa che quella scuola abbia la massima valorizzazione sociale, per riceverne sufficiente prestigio e cogenza agli occhi dei bambini, da non lasciarli trascinare al disinteresse, alla disattenzione ed al disimpegno verso il sapere dalle forze dispersive ed instupidenti delle immagini televisive, dei giochi tecnologici, delle proposte commerciali, delle abitudini invasive. Non si può però fare opera di valorizzazione della scuola elementare senza richiedere ai suoi insegnanti un alto profilo professionale, e senza pagarli più dei professori medi e superiori, dopo aver aumentato anche le loro retribuzioni, come riconoscimento della maggiore difficoltà e dell’importanza strategica dell’insegnamento elementare.Occorre anche, perché la scuola elementare assolva il suo compito, che i fanciulli la frequentino con orari giornalieri molto prolungati, necessari a darle un effettivo peso culturalmente riequilibrante rispetto ad ambienti intellettualmente e moralmente depauperanti, ed a colmare i dislivelli nelle capacità espressive e di apprendimento dovuti alle diverse provenienze sociali, di classe e di famiglia. Ciò esige, naturalmente, una scuola che offra pasti, svaghi, spazi fisici.La valorizzazione sociale ed il tempo lungo di frequenza sono essenziali perché la scuola elementare assolva il suo compito, ma lo sono come presupposti, come condizioni. La realizzazione intrinseca del compito della scuola elementare non può che consistere in una terza cosa, ovvero in un asse culturale di tipo linguistico, finalizzato al pieno possesso della lingua materna in tutti i suoi aspetti ed usi.La filosofia ha abbondantemente dimostrato che il rapporto dell’individuo con le radici storiche costitutive del suo essere è in origine un rapporto immediato, anteriore ad ogni conoscenza e riflessività, e che tale immediatezza è il linguaggio. L’infante umanizza la sua iniziale animalità incorporando in sé la storia da cui proviene attraverso l’apprendimento della lingua in cui quella storia è condensata. La lingua parlata dall’individuo è inizialmente la sua storia non conosciuta che parla in lui. Prima di arrivare a pensare usando creativamente il linguaggio, l’individuo non pensa che il pensato del linguaggio. Prima di arrivare ad elaborare con il linguaggio schemi e valori, manifesta schemi e valori espressi dal suo linguaggio. Il linguaggio è il terreno sul quale e con il quale si costituiscono nell’individuo la consapevolezza riflessiva, l’espressione di sé, l’identità personale, gli strumenti del pensare. Le lacune, le opacità, le strettoie nell’articolazione del linguaggio non superate nell’infanzia sono elementi frenanti o addirittura preclusivi di tanti apprendimenti nelle età successive.Se si comprendesse tutto questo, si comprenderebbe come la scuola elementare, anziché disperdere in troppi rivoli, alcuni dei quali anche privi di valore umano, le attività mentali dei bambini, dovrebbe concentrarsi –diremmo ossessivamente, data la posta in giuoco (evitare che si aprano abissali differenze di capacità cognitive come riflesso meccanico delle differenti provenienze sociali)– sul far imparare la lettura, la scrittura, le regole grammaticali, la ricchezza del lessico, l’uso corretto della sintassi, la capacità di descrivere e di riassumere fatti ed esperienze, la capacità di seguire e di produrre narrazioni. Tutto questo attraverso tutte le attività scolastiche, di esplorazione dello spazio, di giuoco, di discussione, di recezioni di racconti storici, o mitologici, o letterari. I bambini, impegnati la mattina, dovrebbero vedersi assegnati compiti ed esercizi da svolgere il pomeriggio non a casa loro, ma nella scuola stessa, sotto la guida dei loro insegnanti.La scuola elementare dovrebbe insomma garantire a tutti i bambini della nazione il pieno possesso della lingua materna, perché solo questo pieno possesso garantisce loro la capacità di continuare ad evolversi mentalmente. Per i dialetti, possono bastare le esperienze culturali delle famiglie. Per le lingue straniere, converrebbe aspettare, contrariamente a quanto tutti credono oggi.

Un asse culturale per la scuola media

La scuola media corrisponde ad una fase successiva dell’età evolutiva, quella in cui l’ancoraggio immediato al linguaggio proprio dell’infanzia tende a trasformarsi nella manipolazione mentale di forme astratte. Questa corrispondenza indica di per se stessa il compito educativo naturalmente proprio di una scuola media: la promozione della capacità astrattiva formalistica, produttrice di quelle entità che la filosofia ha definito universali astratti. Si tratta di una capacità cognitiva assolutamente fondamentale, perché, pur non coincidendo né con lo spirito critico né con la creatività mentale (uno sviluppo troppo unilateralmente e a lungo centrato sull’astrazione puramente formalistica può anzi generare chiusure e rigidità mentali), ne è la condizione di base. D’altra parte, pur essendo insita nella preadolescenza una tendenza mentale al passaggio da una conoscenza meramente sensibile ad una conoscenza astrattiva, tale tendenza, lasciata alla sua evoluzione spontanea, si sviluppa poco e male. Per questo il suo sviluppo deve essere assunto come compito strategico di una scuola rivolta a quella fascia d’età.Da ciò discende che è la matematica la disciplina più educativa per quella scuola, e che è tale disciplina che deve dettarne l’asse culturale. Metà del tempo della scuola media dovrebbe essere dedicato a dimostrazioni ed esercizi matematici, resi il più possibile interessanti attraverso il loro uso per la soluzione di facili problemi pratici. Poiché l’astrazione avviene dentro il linguaggio e mediante il linguaggio, per far bene una scuola media degna di questo nome bisogna aver fatto bene una scuola elementare degna di questo nome. Oggi, però, la scuola elementare è decaduta rispetto a venti e trenta anni fa, e la scuola media si è addirittura trasformata in una bolgia in cui non si impara più quasi niente. Per rigenerarla, occorrerebbe prima di tutto rigenerare la scuola elementare, e poi insegnarvi per metà del tempo la matematica in senso lato, nella maniera meno noiosa e pesante possibile, ma comunque in modo massiccio, lasciando finalmente perdere la pazzesca dispersività dei suoi odierni contenuti. Attorno alla matematica dovrebbe esserci una triade di materie importanti.La prima di queste per importanza dovrebbe essere, in una scuola media ideale, la geografia dell’Italia, dell’Europa e del mondo, fisica, politica e astronomica. Un indispensabile strumento di apprensione mentale della realtà, utile e possibile come educazione all’astrazione rispetto alle esplorazioni concrete della scuola elementare, e prerequisito di ogni conoscenza antropologica successiva. Una simile geografia è infatti costituita da nozioni, disegni cartografici, quantificazioni e connessioni cui si giunge soltanto mediante procedimenti astrattivi dall’esperienza sensibile (sapere cos’è un fiume è ben più che vedere scorrere sotto i propri occhi le acque di quello che ci passa vicino, capire cos’è la densità di popolazione di una città è ben più che percepirne l’affollamento durante una passeggiata, ecc.). Lo studio della geografia ben fatto opera sinergicamente con l’apprendimento matematico nel promuovere lo sviluppo della capacità astrattiva, come sinergicamente con queste opera l’insegnamento del latino. Sì, proprio il latino, a suo tempo tolto come discriminatorio, ma che non lo sarebbe dopo una scuola elementare rigenerata. Una disciplina capace di agire per lo sviluppo delle facoltà astrattive, propedeutico al ragionamento logico, e dotato di forza di retroazione nella conoscenza della nostra lingua, se questa è stata adeguatamente posta alle elementari. Infine la scuola media è anche quella più adatta per un primo insegnamento di una lingua straniera.

Un asse culturale per la scuola superiore

La scuola superiore è la scuola frequentata dagli adolescenti. L’adolescenza è l’età della ridefinizione identitaria, dei problemi relazionali, dell’ansia esistenziale, dei bisogni ideali. Ed è, quindi, l’età più devastata ed instupidita dall’odierna società del mercato e della tecnica, che sottomette identità, relazioni, elaborazioni e progetti a modi di vita appiattenti ed inaridenti determinati dalla logica del profitto e dalle prescrizioni degli oggetti. Per ritrovarsi e dirsi chi è e cosa vuole, l’adolescente deve riannodare mentalmente i contenuti della propria esistenza ad un contesto globale che contiene le loro ragioni generative, cioè ad una storia. Senza una storia di riferimento, tutto è dato senza significato alcuno. La storia è trattenuta dalla memoria, per cui la sua appropriazione mentale è la ricostituzione di una memoria delle radici oggi di vitale importanza, perché minacciata di estinzione da un mondo fatto del solo presente delle cose da consumare.La storia deve costituire dunque l’asse culturale di una scuola superiore che sia veramente tale, in tutti quanti gli indirizzi in cui la si voglia ripartire. Ciò significa che tutte le discipline di studio superiore, dalla letteratura alla filosofia, dalla fisica all’arte, dall’informatica alla cucina, dovrebbero venire insegnate in modo tale da poter essere collocate nella storia e comprese sotto l’aspetto storico. Senza il tessuto connettivo concettuale costituito dalla storia, l’isolamento settoriale e specialistico in cui sono costituite le discipline odierne le rende dispersive e dogmatiche. Se nell’insegnare la geometria euclidea si spiegasse come il suo artefice, Euclide, ne abbia derivato il metodo deduttivo dall’Accademia platonica, basandolo sulla priorità di assiomi che per Platone erano teoremi derivabili dall’idea assiologia, con questa contestualizzazione storica si collegherebbero matematica e filosofia, e si problematizzerebbe il discorso scientifico aprendolo a nuovi possibili significati. Se si parlasse del computer in modo storico, e non soltanto tecnico, spiegando una storia di scoperte tecnologiche dal transistor, al microprocessore, al modem, una storia delle lotte di mercato da cui sono nati i personal computer ed i software, una storia di Internet dalle sue origini militari ed universitarie ai suoi usi commerciali e di speculazione finanziaria, lo studente non verrebbe addestrato ad un uso puramente meccanico e criticamente ottuso del computer, ma nella sua mente si connetterebbero, attorno al computer, economia, tecnologia, guerra e politica. E via dicendo. La formazione di una memoria storica è oggi l’unico luogo possibile di apertura al senso critico, di un rapporto mentale non passivo con la società e con la vita.Del resto l’abbandono del punto di vista storico nell’insegnamento della filosofia e della letteratura italiana non ha dato buoni frutti, come era logico aspettarsi. Dovrebbe esservi quindi reintrodotto, e le stesse discipline scientifiche dovrebbero essere in una certa misura storicizzate. La storia come disciplina specifica, articolata in storia etico-politica e socio-economica, sarebbe il primo antidoto contro la perdita terribile della memoria nazionale e sociale, che ci ha consegnato masse di consumatori ottusi.Una scuola come quella fin qui sommariamente delineata non è una possibilità concreta dell’oggi, dato che tutte le forze economiche, tutte le forze di governo e tutta l’ottusità mentale di massa spingono in direzione contraria. È un’idea regolativa che serve ad illuminare i guasti di civiltà delle tendenze attualmente vincenti e ad organizzare contro di essere le prime trincee di resistenza.

Massimo Bontempelli

per chi desiderasse approfondire la figura di Massimo Bontempelli, le due pubblicazioni curate da Indipendenza indicate al link di seguito lo vedono rispettivamente autore e coautore.

I libri di Indipendenza

CAPITALISMO GLOBALIZZATO E SCUOLA. Per un’idea regolativa di scuola pubblica nazionale

su sollevazione.it un’intervista a Massimo Bontempelli tratta da Indipendenza

Alessandro Barbero sull’alternanza scuola-lavoro e lo sfascio dell’istruzione pubblica

Fabio Bentivoglio: quale scuola per un’Italia liberata e solidale

ass.indipendenza.info@gmail.com *** info@rivistaindipendenza.org

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“Beni comuni”, una dizione ambigua di Paolo Maddalena

“BENI COMUNI”, UNA DIZIONE AMBIGUA*di Paolo Maddalena[*titolo redazionale]

La dizione “beni comuni” ha avuto una diffusione senza precedenti ed è entrata nel linguaggio corrente per indicare un bene il cui uso è in qualche modo indispensabile per soddisfare le esigenze quotidiane dei singoli e delle collettività. Ma al di là di questo vago significato, dopo circa venti anni di laboriose ricerche, non ancora si è arrivati a una sua chiara definizione, che, secondo alcuni, si collocherebbe “oltre il pubblico e il privato”: dunque non si sa dove, confermandosi così il diffuso convincimento che si tratta di un “concetto inafferrabile”[2].

Eppure la necessità di chiarire questo concetto, nell’ambito di una revisione della disciplina dei “beni pubblici” sancita dal vigente codice civile, è diventata certamente impellente, specialmente dopo che l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inserito nello Statuto del Movimento cinque stelle l’obiettivo di dar tutela e vita proprio a questo tipi di beni.

La finalità del presente articolo è proprio quello di dare un contributo alla soluzione di questo problema, ponendo in massima luce che, per dare effettività e tutela ai beni comuni, come sono stati percepiti dalla gente, nonché da numerosa dottrina, non è assolutamente idoneo il “il disegno di legge delega” elaborato dalla Commissione Rodotà” (meglio qualificata “Commissione Mastella-Rodotà”, poiché i suoi membri, i cui pareri prevalsero molto spesso su quelli del Prof. Rodotà, furono tutti nominati dal Ministro della Giustizia Mastella con decreto ministeriale del 21 giugno 2007), il quale, non ostante ciò che si afferma nella “Relazione di accompagnamento”, la quale ripetutamente fa riferimento ai principi costituzionali (esponendo anche considerazioni pienamente condivisibili), presenta mende di vario tipo e soprattutto viola in pieno la nostra Costituzione repubblicana e democratica.

Per rendersi conto della portata negativa di questo disegno di legge, occorre, a nostro avviso, partire dalle circostanze in cui si svolsero i lavori della Commissione.

A tal proposito è da sottolineare che, come si apprende dalla stessa Relazione[3] di accompagnamento al disegno di legge delega, l’esigenza di “riformare il contesto giuridico dei beni pubblici” fu fatta presente, nel 2002, da parte dei professori Sabino Cassese, Antonio Gambaro, Edoardo Reviglio, Ugo Mattei, e, in particolare dal Prof. Giulio Tremonti, Ministro delle finanze, al fine di rendere la disciplina di questi beni (molti dei quali erano stati “privatizzati”) compatibile con la struttura del nuovo “Conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche che era basato sui criteri della contabilità internazionale”, e cioè su “criteri privatistici” e non più su “criteri pubblicistici”, per cui, come agevolmente si comprende, in questa riforma, si sarebbe dovuto eliminare il riferimento alla “proprietà pubblica”, dando invece risalto alla “proprietà privata”. Obiettivo, del resto, pienamente conseguito nel disegno di legge delega in questione, poiché tale disegno ha sancito l’eliminazione del “demanio”, concependolo “non come proprietà demaniale del Popolo”, e quindi inalienabile, inusucapibile e inespropriabile (come oggi prescrive la Costituzione), ma come oggetto di “proprietà privata”, definita “pubblica”, in quanto “appartenente” a una “pubblica amministrazione”. Infatti l’ordinamento giuridico voluto da Carlo Alberto considerava i “beni pubblici” come “appartenenti allo “Stato persona giuridica”, e, in pratica, in proprietà del Sovrano e dei governanti.

Ciò risulta chiaramente da un regolamento di contabilità pubblica, approvato con R. D. n. 3074, del 5 maggio 1885, secondo il quale:“i beni dello Stato (cioè “appartenenti” allo Stato persona giuridica) si distinguono in demanio pubblico e beni patrimoniali. Costituiscono il demanio pubblico i beni che sono in potere dello Stato a “titolo di sovranità” (cioè i beni che, originariamente, servono a rafforzare la posizione di chi governa), e formano il patrimonio quelli che allo Stato “appartengono” a titolo di “proprietà privata” (cioè alla pari di tutti i cittadini). Ed è da sottolineare che si tratta di una definizione che ripete letteralmente quanto disponeva l’art. 426 del codice civile del 1865, il quale, come è noto, ricalcava a sua volta la struttura e la matrice ideologica del code civil francese del 1804.

Ed è opportuno ricordare che il criterio “dell’appartenenza” dei beni demaniali a chi governa risale alle origini del demanio stesso, che fu creato con un provvedimento che discendeva dall’alto, cioè dal Sovrano. E’ quanto si legge nel “Liber Constitutionum” del Regno di Sicilia, emanato a Melfi, da Federico II, nel 1231[4], il quale precisa che il “demanio” (termine, che proviene dalla parola latina “dominium”, inteso, questa volta come “dominio regio”), nacque dalla necessità di “riservare” al Sovrano la “proprietà” (da considerare sempre “in senso privatistico”), di quei beni di maggiore interesse pubblico, proprio al fine di maggiormente tutelarne la sovranità.

In sostanza, siamo di fronte a una “eterogenesi dei fini”, poiché, il disegno di legge in parola, agendo secondo l’ordinamento vigente all’epoca dell’emanazione del codice civile (cioè sotto l’impero dello Statuto albertino), in realtà, senza che il lettore se ne accorga, finisce per produrre i suoi effetti sull’ordinamento vigente, con conseguenze fortemente dirompenti. Infatti, l’abolizione del “demanio”, non riguarda più “i beni dello Stato persona giuridica individuale”, e quindi i governanti che tale sovranità esercitano, ma il vigente “Stato comunità”, i cui “i beni demaniali” sono funzionali alla vita civile e ordinata di tutti i cittadini. E, al riguardo, è da tener presente che la Costituzione non si limita a stabilire “l’appartenenza della sovranità” al Popolo, ma prosegue indicando anche i “fini” che lo “Stato comunità” deve perseguire, per cui “i beni pubblici” in questione servono, non solo per garantire la “sovranità” di questo tipo di Stato, e quindi la sua “identità” e la sua “esistenza”, ma anche per raggiungere detti fini, che sono chiaramente indicati dal secondo comma dell’art. 3 Cost., secondo il quale “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, nonché dall’art. 4 Cost., secondo il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, allo scopo di consentire a essi “di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. Insomma, i fini da perseguire sono: “la libertà” e “l’eguaglianza” di tutti i cittadini; la loro effettiva “partecipazione” all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese; la “effettività del diritto al lavoro”; il diritto di svolgere “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. Ed è in questo quadro, che l’art. 42 Cost. sancisce che la “proprietà” non è soltanto “privata”, come nell’ordinamento voluto dallo Statuto albertino, ma è “pubblica e privata”, intendendo per ”pubblica”, come subito avvertì Massimo Severo Giannini[5], per l’appunto “la proprietà collettiva demaniale” del Popolo. A questo punto emerge con grande chiarezza il passo falso compiuto da questo disegno di legge. Esso, pur riconoscendo lo stretto collegamento esistente tra i beni pubblici e l’esercizio dei diritti fondamentali, ha tolto al Popolo sovrano i “mezzi economici”, che allo stesso servono per tutelare i “diritti fondamentali” e per perseguire gli altri fini ai quali abbiamo fatto cenno. Basta riflettere sul fatto che di detti “beni pubblici” diventano “titolari” singole pubbliche amministrazioni o addirittura singoli soggetti privati.

Un risultato sorprendente e in diretto contrasto con quanto la stessa Relazione di accompagnamento ai lavori della Commissione aveva affermato in ordine al perseguimento dei citati “diritti fondamentali” e dello “svolgimento della persona umana”. In effetti, risulta estremamente chiaro che detto disegno di legge ha completamente deragliato dai binari che avrebbe dovuto percorrere, quelli del vigente ordinamento costituzionale, e si è collocato sui binari di un ordinamento giuridico di matrice napoleonica, del tutto superato dal nuovo ordinamento previsto dalla nostra Costituzione, facendo in modo che le sue disposizioni normative corrispondessero alle idee della vecchia cultura borghese, oggi fatta propria dal pensiero unico dominante del neoliberismo.

Insomma questo continuare a parlare di “proprietà pubblica” come “proprietà privata” della “pubblica amministrazione”, anziché come “proprietà collettiva del Popolo”, risulta chiaramente come un fuor d’opera. In effetti la “Repubblica”, lo “Stato comunità”, previsto dall’art. 1 della Costituzione, è praticamente messo da parte come se non esistesse, mentre l’elemento costitutivo della Repubblica, cioè il “Popolo”, cui appartiene la “sovranità”, viene spogliato degli strumenti economici a lui originariamente appartenenti a titolo di sovranità.

Ed è da sottolineare che viene fuori una “classificazione puramente descrittiva”, che fa leva sul concetto di “appartenenza” alla pubblica amministrazione o ai privati, piuttosto che alla “natura” dei beni, come si voleva far credere. Infatti, come si legge nella Relazione, i beni sono distinti “in beni comuni (intendendosi per tali beni “le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona”), beni pubblici e beni privati”, mentre i “beni pubblici” sono classificati in: beni pubblici “ad appartenenza pubblica necessaria”, in beni pubblici “sociali”; e beni pubblici “fruttiferi”, precisandosi che: “i beni a appartenenza pubblica necessaria” sono “quei beni che soddisfano interessi generali fondamentali, la cui cura discende dalle prerogative dello Stato e degli Enti pubblici territoriali”; “i beni sociali” sono quei beni, “le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona”; “i beni pubblici fruttiferi” sono i beni, “che non rientrano nelle categorie precedenti e sono alienabili e gestibili dai titolari pubblici con strumenti del diritto privato”. A cosa serva questa classificazione è difficile dirlo. Quello che è certo è che si prendono le mosse dai beni già “appartenenti” alla pubblica amministrazione e da questa “destinati” a determinati fini. Date le premesse, ci saremmo aspettati una classificazione dei beni “in base alla loro natura”, per risalire al loro “regime giuridico”, per stabilire cioè quali beni dovessero essere considerati fuori commercio, in quanto proprietà del Popolo, e quali beni in commercio. Invece ci troviamo di fronte a una classificazione che, in buona sostanza, prende atto di quanto già deciso dallo Stato, anche in ordine alla “alienabilità o inalienabilità” dei beni.

La eterogenesi dei fini, tuttavia, non si ferma qui. Infatti, nel definire “bene giuridico” la “cosa materiale o immateriale” le cui “utilità” possono essere” oggetto di diritto”, il disegno di legge in questione esclude ancora una volta la “proprietà collettiva del Popolo” e, in particolare, pone nel nulla il significato da dare alla dizione “proprietà pubblica”, che è espressa nell’art. 42, primo comma, primo alinea, della Costituzione”.

Non può sfuggire inoltre che la Relazione parla di “titolarità (cioè di proprietà) diffusa” dei beni pubblici, espressione che non avrebbe senso se non si pensasse, anche questa volta, alla “proprietà pubblica demaniale” del Popolo, nelle sue articolazioni territoriali, mentre la Relazione stessa dà al termine “diffusa” l’inconcludente significato di una “proprietà privata, appartenente a singoli soggetti o a singole amministrazioni pubbliche”.

L’eterogenesi dei fini appare ancora nell’affermazione secondo la quale sarebbe stata “garantita in ogni caso la fruizione collettiva”, la quale può esistere solo se si ammette una “proprietà collettiva” dei beni, e non se si fa riferimento, come si legge nella Relazione, ai beni in proprietà privata di singoli individui o di pubbliche amministrazioni.Né risponde a verità che sarebbe stata adottata “una disciplina particolarmente garantista, idonea a nobilitare (i beni comuni) e a rafforzare la (loro) tutela”, poiché si è escluso, in modo eclatante, che l’azione di restituzione o di risarcimento del danno possa essere esercitata dai cittadini, singoli o associati, considerati, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, come “parti” del Popolo, affermandosi che dette azioni spettano allo Stato pubblica amministrazione, cioè a un singolo soggetto pubblico, secondo quanto prescrive il ricordato Statuto albertino, che, come si è ripetuto, assegna la sovranità allo Stato persona giuridica.

Si potrebbe andare avanti nell’annoverare le molteplici contraddizioni e errori riscontrabili in questa proposta di legge delega, ma si ritiene di aver detto abbastanza, per far capire che non è possibile parlare di beni comuni, se si elimina la “proprietà collettiva demaniale” del Popolo sovrano e si fa ricorso, violando la Costituzione, alla sola nozione della “proprietà privata”.

Ben diversa dovrebbe essere la riconsiderazione della disciplina dei beni pubblici, se davvero si tenessero presenti i principi e le norme della nostra Costituzione.

Innanzitutto, c’è da precisare che la definizione di “bene in senso giuridico” deve essere tale da comprendere, oltre ai beni che possono essere oggetto di diritti individuali, anche i beni che possono essere oggetto di diritti collettivi, e pertanto occorre aggiungere alla definizione di cui al vigente art. 810 del codice civile anche il riferimento ai beni che sono oggetto di “tutela giuridica”. Si pensi alla biosfera, agli ecosistemi, alla comunità biotica, ecc., i quali sono certamente beni, ma non rientrano affatto in detta definizione. Occorre poi, ovviamente, far riferimento, non solo alle cose materiali, ma anche alle cose immateriali, tra le quali rientrano i servizi, le servitù pubbliche, e cosi via dicendo.

A questo punto, la cosa più importante da porre in evidenza è che la Costituzione, nel sancire il passaggio dallo Stato persona allo Stato comunità, non solo ha dichiarato, all’art. 1 Cost., che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e che “la sovranità appartiene al Popolo”, ma anche chiaramente precisato, nel descrivere “l’Ordinamento della Repubblica”, cioè dello “Stato comunità” (artt. 55 ss.), che fanno parte di quest’ultimo: a)il Parlamento,b) il Presidente della Repubblica, c) il Governo e la Pubblica amministrazione, d) la Magistratura, e) le Regioni, le Province e i Comuni, f) la Corte costituzionale. Ed è estremamente ovvio che agli istituti appena elencati non può darsi altro nome se non quello di “Organi” della Repubblica. Questo, a nostro avviso, risulta da una lettura non preconcetta delle disposizioni costituzionali. Del resto, quasi tutti gli autori identificano lo “Stato comunità”, con lo “Stato ordinamento”, in tal modo implicitamente riconoscendo che tutti gli istituti appena elencati non possono essere altrimenti denominati se non “Organi” della Repubblica o dello Stato comunità che dir si voglia.

Sennonché, non si capisce bene per quale ragione, la dottrina[6]ritiene, di solito, che possono essere definiti “Organi” dello Stato comunità soltanto “gli organi che assolvono funzioni obiettive e neutrali, quali la funzione costituente, quella legislativa, quella giurisdizionale, quella del pubblico ministero, o assolvano altre funzioni di direzione suprema dello Stato (funzioni di governo), oppure espletano talune funzioni ausiliarie (di consiglio o di controllo) in veste obiettiva e neutrale”.[7]Insomma, quello che è escluso è, in pratica, la “pubblica amministrazione””, che persegue interessi pubblici concreti. A nostro sommesso avviso, questa esclusione non ha ragion di esistere e si spiega solo con il tentativo di far sopravvivere, come autonomo soggetto giuridico, lo Stato amministrazione, cioè lo Stato persona giuridica, che il Sandulli ama denominare “Stato apparato”. Sembra proprio che si tratti, più che di una questione di carattere propriamente giuridico, di una necessità, si direbbe psicologica, di non porre in secondo piano una nozione di Stato sulla quale si sono affaticati per secoli generazioni di giuristi, filosofi e politologi. Ma dal punto di vista della logica giuridica, e soprattutto alla luce dei principio costituzionali, si tratta, invero, di un gravissimo errore, foriero di infinite complicazioni, che invece diventano tutte superabili, se si accetta che la “pubblica amministrazione” e quindi lo “stato persona”, sopravvive nell’ordinamento costituzionale, come “Organo”, sia pur dotato di soggettività giuridica, dello “Stato comunità”.

Alla luce di quanto appena detto, si può ben comprendere la portata dell’affermazione di cui all’articolo 42, primo comma, primo alinea, secondo la quale la “proprietà” non è più quella alla quale faceva riferimento lo Statuto albertino e, di conseguenza, il nostro codice civile, e cioè soltanto “privata”, ma è “pubblica e privata”. Una volta stabilito che la “Repubblica” è uno “Stato comunità”, è in ultima analisi il “Popolo sovrano”, ne consegue che la proprietà di quest’ultimo, che non è un ”soggetto singolo” come lo “Stato persona giuridica”, ma un “soggetto plurimo”, non può che essere “pubblica” e cioè, come avvertì Massimo Severo Giannini, “proprietà collettiva”, o “comune” che dir si voglia. E si tratta, ovviamente, di una “proprietà” di tutti, e quindi inalienabile, inusucapibile e inespropriabile, poiché è chiaro che un bene che già appartiene a tutti non può essere alienato a singoli. Per cui la definizione appena data, sempre seguendo Giannini, va completata con l’aggiunta della parola “demaniale”. Insomma la “proprietà pubblica” è la “proprietà collettiva demaniale” del Popolo sovrano. E se si pensa che alle origini, come ha da tempo dimostrato il Niebuhr[8], l’unica forma di proprietà conosciuta dai giureconsulti romani era soltanto la “proprietà pubblica” del Popolo, e che la “proprietà privata” si è formata per successive “cessione” ai singoli da parte dell’intero Popolo, non dovrebbe essere difficile capire che la nostra Costituzione, forte dell’esperienza romanistica (tra i costituenti c’era l’illustre romanista Giorgio La Pira), è stata capace di dare amplissimo respiro alle esigenze del Popolo, proprio creando la nozione di “proprietà pubblica” in contrapposizione a “proprietà privata”.

E, a ben vedere, è proprio la permanenza nell’ordinamento costituzionale dello Stato persona come “Organo” dello Stato comunità, che consente di dar vita e sostanza alla “proprietà pubblica”. La “proprietà pubblica”, intesa correttamente come “proprietà collettiva demaniale”, non può che essere “gestita” dallo “Stato persona”, cioè, in ultima analisi dai “pubblici uffici che devono essere organizzati secondo disposizioni di legge , in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97 Cost.). E non è tutto. Occorre che a tale gestione concorrano liberamente i cittadini, singoli o associati, in virtù del loro “diritto fondamentale” alla “partecipazione dell’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2, Cost.).

La “proprietà privata”, come ci aiuta a capire il seguito del primo alinea dell’art. 42 Cost. “appartiene” invece “allo Stato (persona), a enti o a privati”, se e in quanto si tratti di “beni economici”. E anche in questo secondo caso, quando si tratta di soggetti pubblici, è assicurato ai cittadini il loro diritto di partecipazione alle scelte della pubblica amministrazione.

E qui viene in evidenza la distinzione gaiana tra”beni fuori commercio” e “beni in commercio”. Appare chiaro, dopo quanto detto, che “fuori commercio” sono i beni che appartengono a tutti e sono oggetto di “proprietà collettiva demaniale”, mentre i beni in commercio sono tutti gli altri beni non necessari per l’esistenza e la vita del Popolo (art,. 36 Cost.). Tali beni sono definiti “commerciabili”, o, come acutamente dispone il citato articolo 42 Cost. “economici”, per il semplice fatto che i “beni fuori commercio”, essendo fuori mercato, non possono avere una “valutazione economica”, una valutazione che deriva dalla “scambio”, mentre quelli in commercio hanno sempre un loro “prezzo”, determinato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Alla luce di quanto appena detto, appare evidente che “l’originaria appartenenza” di tutti i beni (in sostanza ll “territorio” e quanto la natura e gli uomini sul territorio producono), proietta i suoi effetti anche sulla proprietà privata, mantenendo vivo l’obbligo dei privati di rispettare gli interessi e i diritti che tutti i cittadini conservano su detti beni[9]. Si ricordi, innanzitutto, che la “proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, per cui, se tale funzione viene meno, viene meno anche la tutela del diritto di proprietà, e il bene, come avviene per i “beni abbandonati”, torna là da dove era venuto, cioè nella “proprietà pubblica” del popolo e, quindi, dello Stato comunità. E si ricordi ancora che, secondo l’art. 41 della Costituzione “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Si tratta di principi imperativi di ordine pubblico economico , la cui violazione comporta, ai sensi dell’art. 1418 del codice civile, la dichiarazione della “nullità” dell’atto, senza limiti di tempo.

Una proiezione del’originaria ”proprietà pubblica” del Popolo deve poi rinvenirsi nei “vincoli” posti a carico dell’utilizzo da parte dei privati proprietari di quei beni che presentano caratteri di preminente interesse pubblico. Si tratta dei vincoli urbanistici, ambientali, paesaggistici, di sicurezza, e così via dicendo.

Alla luce di quanto appena esposto, dovrebbe risultare evidente che una rilettura in senso costituzionalmente orientata delle norme civilistiche sui beni pubblici, dovrebbe comportare una nuova definizione di “proprietà privata” e una nuova definizione di “demanio”, eliminando la spuria categoria del cosiddetto “patrimonio indisponibile”, per arrivare a una credibile nozione ermeneutica dei “beni comuni” e della loro tutela.

Quanto alla nuova, impellente, definizione della “proprietà privata”, l’attuale art. 832 del codice civile, secondo il quale “il proprietario gode e dispone della cosa in modo pieno e esclusivo”, dovrebbe essere conformato alla Costituzione e recare la seguente definizione: “il proprietario gode della cosa, assicurandone la sua funzione sociale. Dispone della cosa in modo da non contrastare l’utilità pubblica e di non recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Una definizione di questo genere, agevolerebbe senza dubbio il recupero di quei beni pubblici che sono stati “privatizzati” e sottratti fraudolentemente alla proprietà del Popolo, per cederli nelle mani di speculatori italiani, e soprattutto stranieri, a danno di tutti i cittadini e, in genere, dell’economia nazionale.

Quanto alla nuova definizione del “demanio”, è evidente che occorre rinunciare a una elencazione tassonomica e ricorrere a una definizione ermeneutica, che indichi i “criteri di individuazione” dei beni demaniali, piuttosto che una loro elencazione, la quale è di fatto impossibile. In questa prospettiva, occorre tener presente il carattere dinamico della nostra Costituzione, il cui fine, come si è già sottolineato, è quello del libero svolgimento della persona, la sua partecipazione alla vita pubblica, l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, l’esercizio dei diritti fondamentali (art. 3, comma 2, Cost.), nonché il progresso materiale e spirituale della società (art. 4, comma 2, Cost.). Appare allora evidente che una definizione dei criteri di individuazione dei beni in proprietà pubblica dovrebbe far riferimento ai beni che per le loro caratteristiche sono in grado di garantire, non solo la “sovranità” dello Stato comunità, e quindi la sua “esistenza” e la sua “identità”[10],ma anche il perseguimento di detti fini, e soprattutto l’esercizio dei diritti fondamentali.

In questo quadro, appare evidente che certamente fanno parte del demanio, costituzionalmente inteso, la biosfera, il territorio, l’ambiente, l’ecosistema, i beni paesaggistici e storici, i limiti posti alle proprietà private a tutela del paesaggio, dell’ambiente, dei centri storici, ecc., il demanio naturale di cui all’art. 822 del codice civile (unitamente a quelli della stessa natura collocati nel secondo comma dell’art. 826 dello stesso codice), nonché i beni che, ai sensi dell’art. 43 della Costituzione, dovrebbero essere in mano pubblica, e cioè le industrie strategiche, i servizi pubblici essenziali, le fonti di energia e le situazioni di monopolio.

La disciplina dei beni pubblici in proprietà collettiva demaniale dovrebbe inoltre sancire, non solo la “inalienabilità, inusucapibilità e inespropriabilità”, a suo tempo prevista dal codice civile per i beni demaniali di antica memoria, ma anche la loro “non sdemaniabilità”, trattandosi di beni la cui funzione, come si è più volte ripetuto, è quella di salvaguardare la stessa identità e esistenza dello Stato comunità, nonché l’esercizio dei diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo.

Quanto alla tutela dei beni di cui si parla, è ovvio che i primi strumenti sono nelle mani del governo e della pubblica amministrazione, i quali possono far ricorso al cosiddetto golden power, al potere cioè di porre nel nulla gli atti contrari all’utilità pubblica, nonché alla “nazionalizzazione” delle industrie strategiche, le quali non sono affatto vietate dai Trattati europei, come sovente erroneamente si crede, ma sono la via maestra per la ricostituzione del nostro “patrimonio pubblico” ignobilmente ceduto a terzi mediante le micidiali “privatizzazioni”. E’ inoltre da tener presente, come del resto si è già detto, che, in base al combinato disposto degli articoli 2, commi 1 e 2; 3, comma 2; 4, comma 2; 118, comma 4, anche i cittadini, singoli o associati, possono agire davanti al giudice, in via sussidiaria, come “parti della Comunità”, e chiedere, o la restituzione del bene, oltre il risarcimento del danno, o la inibizione di turbative al loro godimento. Questa, come agevolmente si nota, è certamente una tutela “particolarmente garantista e rafforzata”, molto diversa da quella, molto parziale, prevista dalla ricordata delibera della Commissione Mastella-Rodotà.

A questo punto appare fin troppo evidente che la nozione di ”beni comuni”, se a essa si vuol dare il contenuto che la speculazione dottrinaria degli ultimi decenni ha voluto loro attribuire, viene a coincidere perfettamente con la nozione dei “beni pubblici” del Popolo sovrano. Si potrebbe dire che “i beni pubblici o comuni” sono quei beni che assicurano l’esistenza e l’identità degli elementi costitutivi dello Stato comunità, e cioè del “Popolo” e del “territorio”, nonché l’esercizio da parte di tutti i cittadini dei “diritti fondamentali”.

E’ opportuno, tuttavia, anche specificare che, nell’ambito dei “beni pubblici o comuni”, è possibile individuare una ristretta categoria di beni per i quali, più che mai è importante la “partecipazione” dei cittadini. Si tratta di beni, per il cui “uso” particolarmente alta è l’interesse di “singole comunità”. Ciò si è verificato per l’utilizzo degli spazi pubblici, delle zone verdi, dei beni abbandonati e soprattutto per le servitù pubbliche e gli usi civici e collettivi, urbani e rurali. D’altro canto, non può dimenticarsi che gran parte delle teorizzazioni sui beni comuni, a cominciare da quelle del premio nobel Elinor Ostrom[11], hanno riguardato l’attività delle persone in relazione a quei beni per i quali risulti opportuno, non l’intervento dello Stato, ma quello di singole collettività, costituendo i cosiddetti “commons”.

E’ da sottolineare, comunque, che, in casi del genere, è possibile fare un discorso che riconosca alle “collettività” soltanto la “gestione” dei beni di cui si parla, ma non la “loro proprietà”, la quale, per i motivi ai quali si è fatto riferimento, non può che appartenere al Popolo, considerato nelle sue diverse articolazioni territoriali (art. 114 Cost.). Le proprietà collettive, come gli usi civici, le magnifiche regole, le comunanze emiliane, e così via dicendo, sono retaggi di un passato, quando tutto il mondo era costituito da un villaggio, ma ben diversa è la loro posizione in un’epoca in cui tutto il mondo è diventato un villaggio[12]. Parlare di “domini collettivi”, come fa la legge 20 novembre 2017, n. 168, ha senso solo perché serve a far sì che determinate zone conservino la loro destinazione agricola o forestale, ma non per il fatto che i discendenti degli antichi coltivatori di quelle terre siano considerati “comproprietari” di esse. Infatti non è rara l’ipotesi che questi terreni siano gestiti da SPA, che li fanno coltivare da terzi, e poi pagano annualmente ai cosiddetti “proprietari collettivi” delle somme più o meno corrispondenti a determinate quote del raccolto di funghi, castagne o semplici legnami. Non è chi non veda che una situazione del genere si configura più sotto l’aspetto di un privilegio, che non di un reale diritto.

Dopo quanto abbiamo detto, ci sembra che il lungo discorso su cosa siano i beni comuni viene definitivamente a concludersi. E’ inutile cercare varie definizioni e creare vaghe categorie “oltre il pubblico e il privato”. La realtà dell’ordinamento costituzionale vigente è chiara e definita: i beni, o sono in “proprietà privata”, o sono in “proprietà pubblica” (art. 42 Cost.), e, in uno Stato comunità la “proprietà pubblica” coincide perfettamente con la ”proprietà comune”, che spetta al Popolo a titolo di sovranità. La verità era là, nella lettura non preconcetta degli articoli 1 e 42 della Costituzione, e le abbiamo girato intorno per tanti anni senza accorgerci, mentre non sono stati pochi gli illustri giuristi, che, anziché leggere il codice civile alla luce della Costituzione, hanno letto quest’ultima alla luce delle norme del codice civile, emanato, come tutti sanno, sotto l’impero dello Statuto albertino.

Questa conclusione è di estrema importanza. Infatti oggi la “proprietà comune” del Popolo, i cosiddetti “beni comuni”, costituiti principalmente, come si è accennato, dai beni artistici e storici, dal paesaggio (art. 9 Cost.), nonché dalle industrie strategiche, dai servizi pubblici essenziali, dalle fonti di energia e dalle situazione di monopolio (art. 43 Cost.), una volta quasi sempre appartenenti allo Stato o a Enti pubblici territoriali, sono stati cinicamente “privatizzati”, si è fatto in modo cioè, che, attraverso la fraudolenta trasformazione dell’Ente pubblico in una SPA, essi passassero dalla “proprietà comune” del Popolo sovrano a lestofanti di ogni genere, oltre che a multinazionali e a operatori finanziari di varia estrazione[13]. Il refrain “privato è bello”, “meno Stato e più privato”, non ha tolto la ricchezza nazionale a uno Stato persona giuridica, considerato come un terzo soggetto rispetto ai cittadini, ma al Popolo intero, che è elemento strutturale e essenziale dello Stato comunità. I licenziamenti sono sempre più frequenti, la vita dei lavoratori è considerata di nessun valore, rispetto alla prospettiva di guadagno del datore di lavoro, che apre e chiude le fabbriche a proprio piacimento, oppure le delocalizza, o addirittura ne provoca il fallimento, gettando sul lastrico intere famiglie e facendo crollare l’economia nazionale. La forbice tra ricchi e poveri si è spaventosamente allargata[14] e i poveri assoluti hanno raggiunto i sei milioni di persone, mentre i poveri in povertà gravissima hanno superato i dieci milioni. E questo perché, come detto, l’intero patrimonio della Nazione è stato maledettamente “privatizzato”. E’ ora che il Popolo sovrano, spogliato del suo “patrimonio comune” faccia sentire forte la sua voce, ricordando che tutti i governi, succedutisi dall’assassinio di Moro in poi, hanno sempre seguito il pensiero neoliberista, tagliando ramo per ramo tutta la struttura dello Stato comunitario e democratico.

Chi ha sbagliato paghi. E tutti sappiano che l’attuale sistema economico predatorio, cinico, illecito e incostituzionale, che ci ha ridotto alla miseria, deve essere abbattuto e che, come previsto dal titolo terzo della Parte prima della Costituzione è da ritenere legittimo soltanto un sistema economico di stampo keynesiano, che produca lavoro e ricchezza e non disoccupazione e miseria come quello attualmente seguito.Siamo stati derubati del nostro “patrimonio comune”, costituito da “beni comuni”, e in “proprietà pubblica” di tutti i cittadini, a titolo di sovranità, ed è ora di riprenderci tutto quello che ci è stato illecitamente tolto[15]. La Costituzione è dalla nostra parte. E’ l’ultima vera arma che abbiamo, e le sue molteplici violazioni, da parte di politici traditori della Patria, non ha scalfito la sua esistenza e il suo vigore, essendo stata confermata plebiscitariamente dal referendum sull’acqua del 2011 e dal referendum sulla “deforma renziana” del 2016. E, lo si ricordi, coloro che professano le idee neoliberiste, che arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri, non sono degni di governare l’ Italia.

1 Relazione da me svolta, in data 7 luglio 2021, all’interno del Seminario sui beni comuni, organizzato dal Dipartimento ionico dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”. Fondamento di tale relazione è stato il mio ultimo libro “La rivoluzione costituzionale. Alla riconquista della proprietà pubblica”, Ed, Diarkos, 2020. Di grande aiuto mi è stato l’apporto tratto dalla lettura dell’articolo di Salvatore Settis “A titolo di sovranità”, in Leone Maddalena Montanari Settis, Ed. Einaudi, 2013; del libro dello stesso Autore, “Paesaggio, Costituzione, Cemento”, Ed. Einaudi, 2010; del libro di Tomaso Montanari, “Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la crisi che verrà”, Ed. Marco Vigevani e associati, 2014 e del libro di Nicola Capone, “Lo spazio e la norma”, Ed. Ombre Corte, 2020.

[2] Il Rodotà avverte che: “l’attenzione rivolta ai beni comuni non si risolve tutta nella costruzione di una nuova categoria di beni”, S. Rodotà, “Il terribile diritto”, Ed. Il Mulino, 2013, pp. 464 ss.

[3] In Atti del Ministero della giustizia del 15 febbraio 2008.

[4] Sull’argomento, vedi: P. Maddalena, Il territorio bene comune degli Italiani, Ed. Donzelli, Roma, 2014, p. 56 s.

[5] M.S. Giannini, “I beni pubblici”, Ed. Bulzoni, 1971, rist. 1981, p. 47.

[6] A.M. Sandulli, Manuale di diritto amministrativo, Ed. Giuffrè, 1969, p. 5,

[7] A.M. Sandulli, o. c., l. c.

[8] B. G. Niebuhr, “Romische Geschichte”, Berlin, 1811, I, pp 245 ss.

[9] Carl Schmitt, Il nomos della terra, Ed. Adelphi, 2011, p. 24, afferma che “ogni occupazione di terra crea sempre, all’interno, una sorta di superproprietà della comunità nel suo insieme, anche se la ripartizione successiva non si arresta alla semplice proprietà comunitaria e riconosce la proprietà privata, pienamente libera del singolo”.

[10] L’identità dello Stato comunità è garantita dalla tutela dei beni artistici e storici. Vedi Emanuele Petracca, “Una identità in vendita”, Ed. Primiceri, 2021.

[11]E. Ostrom, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, 1990. Traduzione italiana: Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia, 2006

[12] P. Grossi, “Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria. Ed. Giuffré, 1977.

[13] M. Mazzuccato e M. Jacobs, “Ripensare il capitalismo”, Ed. Laterza, 2021.

[14] Joseph E. Stiglitz, “La grande frattura. La disuguaglianza e i modi per sconfiggerla”, Ed. Einaudi, 2016.

[15] P. Ferrero, “La truffa del debito”, Ed. Derivapprodi, 2014.

Beni comuni e ambigui ‘patti di collaborazione’

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

‘Beni pubblici sovrani’: una questione di sovranità nazionale e sovranità popolare

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In ricordo di Otelo de Carvalho

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Frei Betto a fianco di Cuba che resiste

Frei Betto (domenicano brasiliano, teologo e scrittore)

Sono pochi quelli che non conoscono la mia solidarietà nei confronti della Rivoluzione cubana. Sono 40 anni che vado spesso sull’isola, per impegni di lavoro o perché invitato a un evento. A lungo ho mediato la ripresa del dialogo tra i vescovi cattolici e il governo cubano, come descritto nei miei libri “Fidel e a religião” (Fontanar/Companhia das Letras) e “Paraíso perdido – viagens ao mundo socialista” (Rocco). Sono attualmente consulente del governo cubano per l’esecuzione del Piano per la sovranità alimentare e l’educazione alimentare.

Conosco nei dettagli il quotidiano cubano, ivi comprese le difficoltà della popolazione, gli interrogativi sulla Rivoluzione, le critiche degli intellettuali e degli artisti locali. Ho visitato carceri, parlato con oppositori della Rivoluzione, ho convissuto con sacerdoti e laici cubani contrari al socialismo.

Quando dicono, a me che sono brasiliano, che a Cuba non c’è democrazia, passo dall’astrazione delle parole alla realtà dei fatti. Quante foto o notizie mostrano o hanno mostrato cubani nella miseria, mendicanti stesi sui marciapiedi, bambini abbandonati per le strade, famiglie sotto i viadotti? Qualcosa che ricordi la “cracolândia” brasiliana, le milizie, le lunghe file di malati in attesa, da anni, di essere visitati in un ospedale?

Avverto subito gli amici brasiliani: se siete ricchi in Brasile e doveste andare a vivere a Cuba, conoscerete l’inferno. Non vi sarà possibile cambiare macchina ogni anno, acquistare abiti firmati, organizzare frequenti vacanze all’estero. E, soprattutto, non potrete sfruttare il lavoro degli altri, mantenere i dipendenti nell’ignoranza, “andare orgogliosi” di Maria, la vostra cuoca da ormai 20 anni, e alla quale negate l’accesso a una casa di proprietà, alla scuola e a un’assicurazione sanitaria.

Se appartenete alla classe media, preparatevi a conoscere il purgatorio. Anche se Cuba non è più una società statalizzata, la burocrazia non demorde, bisogna essere pazienti in fila al mercato, molti prodotti disponibili oggi potrebbero non esserlo tra un mese, per via dell’incostanza delle importazioni.

Se invece siete impiegati, poveri, senza fissa dimora o senza terra, preparatevi, perché conoscerete il paradiso. La Rivoluzione vi assicurerà tre diritti umani fondamentali: cibo, salute e istruzione, oltre a casa e lavoro. Potreste avere un grande appetito perché non mangiate ciò che più vi piace, ma non avrete mai fame. La vostra famiglia avrà istruzione e assistenza sanitaria, compresi gli interventi chirurgici complessi, totalmente gratuiti, come dovere dello Stato e diritto di ogni cittadino.

Niente è più abusato del linguaggio. La famosa democrazia nata in Grecia ha i suoi meriti, ma vale la pena ricordare che, a quei tempi, Atene aveva 20 mila abitanti che vivevano del lavoro di 400 mila schiavi… Cosa risponderebbe uno di queste migliaia di schiavi interrogato circa le virtù della democrazia?

Non auguro al futuro di Cuba il presente del Brasile, del Guatemala, dell’Honduras e nemmeno di Porto Rico, colonia statunitense cui viene negata l’indipendenza. Né desidero che Cuba invada gli Stati Uniti occupando una zona della costa californiana, come è successo a Guantánamo, trasformata in centro di tortura e carcere illegale per presunti terroristi.

Democrazia, secondo il mio concetto, significa il “Padre nostro” – l’autorità legittimata dalla volontà popolare – e il “Pane nostro” – la condivisione dei frutti della natura e del lavoro dell’uomo. L’alternanza elettorale di per sé non fa, né garantisce, la democrazia. Brasile e India, considerate democrazie, sono esempi palesi di miseria, povertà, esclusione, oppressione e sofferenza.

Solo chi conosce la realtà di Cuba prima del 1959 sa perché Fidel ha goduto di un tale sostegno popolare facendo trionfare la rivoluzione. Il paese era conosciuto con il soprannome di “bordello dei Caraibi”. La mafia dominava le banche e l’industria del turismo (sull’argomento sono stati girati diversi film). Il principale quartiere dell’Avana, chiamato ancora oggi Vedado, si chiama così perché alla gente di colore non era permesso circolarvi…

Gli Stati Uniti non si sono mai rassegnati alla perdita di Cuba, soggetta alle loro ambizioni. Per questo, subito dopo la vittoria dei guerriglieri della Sierra Maestra, hanno cercato di invadere l’isola con truppe mercenarie. Sono stati sconfitti nell’aprile 1961. L’anno dopo, il presidente Kennedy decretava il blocco di Cuba, in vigore a tutt’oggi.

Cuba è un’isola con poche risorse. È costretta a importare oltre il 60% dei prodotti essenziali al paese. Con l’inasprimento del blocco voluto da Trump (243 nuovi provvedimenti ancora non rimossi Biden), e la pandemia, che ha azzerato una delle principali fonti di reddito del paese, il turismo, la situazione interna si è aggravata. I cubani hanno dovuto tirare la cinghia. Gli insoddisfatti della Rivoluzione, che gravitano nell’orbita del “sogno americano”, sono stati quindi i promotori delle proteste di domenica 11 luglio – con l’aiuto “solidale” della CIA, il cui capo ha di recente fatto un giro nel Continente, preoccupato alla luce dei risultati elettorali in Perù e Cile.

La persona più adatta a spiegare l’attuale situazione di Cuba è il suo presidente, Diaz-Canel: “È iniziata la persecuzione finanziaria, economica, commerciale ed energetica. Loro (la Casa Bianca) vogliono che vi sia un’esplosione sociale interna a Cuba per convocare ‘missioni umanitarie’ che si traducano in invasioni e interferenze”.

“Siamo stati onesti, siamo stati trasparenti, siamo stati chiari, e abbiamo sempre spiegato al popolo, in ogni momento, le difficoltà di questo periodo. Ricordo che più di un anno e mezzo fa, all’inizio del secondo semestre del 2019, abbiamo dovuto spiegare che ci trovavamo in un momento difficile. Gli Stati Uniti cominciavano a intensificare una serie di misure restrittive, l’inasprimento del blocco, le persecuzioni finanziarie contro il settore energetico, con l’intento di soffocare la nostra economia. Questo avrebbe provocato l’auspicata esplosione sociale di massa, che avrebbe portato a richiedere un intervento ‘umanitario’, che si concluderebbe con un intervento militare”.

“La situazione è andata avanti, poi sono state imposte le 243 misure coercitive (di Trump, per inasprire il blocco) che tutti conosciamo, e infine si è deciso di includere Cuba nella lista nera dei paesi accusati di sponsorizzare il terrorismo. Tutte queste restrizioni hanno portato il paese a tagliare immediatamente diverse fonti di reddito, come il turismo, i viaggi dei cubano-americani nel nostro paese e le rimesse di denaro. È stato costruito un piano volto a screditare le brigate mediche cubane e le collaborazioni solidali di Cuba, che ha ricevuto un importante contributo per questa collaborazione”.

“Tutta questa situazione ha generato una situazione di carenza nel paese, principalmente di cibo, medicinali, e materie prime per poter sviluppare i nostri processi economici e produttivi che, al tempo stesso, contribuiscono alle esportazioni. Sono stati eliminati due elementi importanti: la possibilità di esportazione e la possibilità di investire risorse”.

“Abbiamo anche delle limitazioni sul carburante e pezzi di ricambio, e tutto questo ha provocato un livello di insoddisfazione, che si è andato a sommare ai problemi accumulati che siamo stati in grado di risolvere e che sono eredità del Período Especial (1990-1995, quando, con il crollo del blocco sovietico, l’economia cubana ha subito gravi ripercussioni). Oltre a una feroce campagna mediatica di discredito, come parte di una guerra non convenzionale, che cerca di creare una frattura tra il partito, lo stato e il popolo; e vorrebbe qualificare il governo come insufficiente e incapace di offrire benessere al popolo cubano”.

“L’esempio della Rivoluzione cubana disturba molto gli Stati Uniti da 60 anni. Hanno imposto un blocco ingiusto, criminale e crudele, intensificato oggi nella pandemia. Blocco e azioni restrittive mai imposti a nessun altro paese, nemmeno contro quei paesi considerati i loro principali nemici. È stata quindi una politica perversa contro una piccola isola che ambisce solo a difendere la propria indipendenza, la propria sovranità e a costruire la propria società con autodeterminazione, secondo principi sostenuti da più dell’86% della popolazione”.

“Nel bel mezzo di tutto questo, irrompe la pandemia, una pandemia che ha colpito non solo Cuba, ma il mondo intero, compresi gli Stati Uniti. Ha colpito paesi ricchi, e va detto che nei confronti di questa pandemia neanche gli Stati Uniti o gli altri paesi ricchi sono stati in grado di mitigare gli effetti. I poveri sono stati molto colpiti, perché non esistono politiche pubbliche rivolte al popolo, e vi sono dati, rispetto alla risposta nei confronti della pandemia, che indicano risultati in molti casi ben peggiori di quelli di Cuba. Il tasso di infezione e di mortalità per milione di abitanti è di gran lunga più alto negli Stati Uniti che a Cuba (gli Stati Uniti hanno registrato 1.724 decessi per milione di abitanti, mentre Cuba ne ha avuti 47). Mentre gli Stati Uniti si trinceravano nel nazionalismo vaccinale, la Brigata Henry Reeve di medici cubani ha continuato il proprio lavoro tra le popolazioni più povere del mondo (per il quale meriterebbe, è chiaro, il Nobel per la Pace)”.

“Senza la possibilità di invadere Cuba con successo, gli Stati Uniti mantengono un rigido blocco. Dopo la caduta dell’URSS, che aveva fornito all’isola strumenti per aggirare il blocco, gli Stati Uniti hanno cercato di aumentare il loro controllo sul paese caraibico. Già dal 1992, il voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro il blocco è stato schiacciante. Il governo cubano ha riferito che Cuba avrebbe perso, tra aprile 2019 e marzo 2020, 5 miliardi di dollari di commercio potenziale per via del blocco; negli ultimi quasi sessant’anni, avrebbe perso l’equivalente di 144 miliardi di dollari. Ora, il governo degli Stati Uniti ha applicato un’ulteriore stretta alle sanzioni contro le società di navigazione che portano il petrolio sull’isola”.

È questa fragilità che presta il fianco alle manifestazioni di malcontento, senza che il governo abbia dispiegato truppe o carri armati nelle strade. La resilienza del popolo cubano, alimentata da esempi come Martí, Che Guevara e Fidel, si è dimostrata invincibile. È a lei che noi tutti, che lottiamo per un mondo più giusto, dobbiamo solidarietà.

Covid 19 e ‘lockdown’: esempio Cuba e un interrogativo

Contro il coronavirus, da L’Avana, Mosca, Pechino

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Venezuela/Taglia e nuovo piano aggressivo di Washington

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Roma, Corviale, giù le mani dal Mitreo

Giovedì 22 luglio 2021, alle 17:30, in via Mazzacurati, a Corviale, mobilitazione contro la chiusura del Mitreo, uno dei luoghi di cultura più attivi nella periferia romana, in un quartiere difficile.

La sua gestione è legata ad una concessione, già prorogata, che va in scadenza il 31 luglio.Locali degradati che sono stati riqualificati grazie agli sforzi dei cittadini e delle realtà culturali del quartiere. In 14 anni di attività il Mitreo ha organizzato 400 eventi di cui 250 a ingresso gratuito.

L’amministrazione capitolina e municipale, in prossimità della scadenza della convenzione, hanno richiesto all’attuale gestione la riconsegna dei locali senza pubblicare il bando per il nuovo affidamento. In questi mesi l’amministrazione non ha avviato la progettazione partecipata né ha pubblicato il bando e a pochi giorni dalla scadenza della proroga il Mitreo rischia di nuovo la chiusura.

Revoluzione Civica e Indipendenza aderiscono all’iniziativa.

Roma, presidio per Farmacap pubblica

Crisi Farmacap, sblocco dei licenziamenti e diritto alla salute

Revoluzione Civica e Indipendenza a fianco dei lavoratori Alitalia in lotta

Roma/ambulantato, concessioni e colonizzazione europea

Indipendenza e Revoluzione Civica

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Roma, presidio per Farmacap pubblica

Lunedì 19 luglio 2021 (ore 9:00-11:00) in via Gino Cervi, dai civici 14-30 (III Municipio), presidio nei pressi della Farmacia “Borgata Fidene”. Diverse le realtà associative e di base del quartiere che, a difesa delle farmacie comunali (45) di Roma, Farmacap, fortemente a rischio liquidazione e quindi privatizzazione, hanno comunicato la loro partecipazione.

Si tratta di un servizio essenziale, fondamentale. Un patrimonio, in termini di utilità sociale inestimabile, che pubblico è e tale deve rimanere.

Sul tema, Indipendenza ha portato il suo contributo nel programma elettorale di Revoluzione Civica per le comunali di ottobre a Roma e pubblicherà un articolo nel prossimo numero in uscita a settembre, che sarà diffuso il più possibile nel corso stesso della campagna elettorale.

Lunedì, per Revoluzione Civica, sarà presente Agnese Catini che in consiglio comunale si è molto impegnata anche su questo fronte.

Crisi Farmacap, sblocco dei licenziamenti e diritto alla salute

Revoluzione Civica e Indipendenza a fianco dei lavoratori Alitalia in lotta

Roma/ambulantato, concessioni e colonizzazione europea

Indipendenza e Revoluzione Civica

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Sud Italia, Recovery Fund e agricoltura. Manifestazione a Roma

Sindaci, agricoltori e associazioni in piazza Montecitorio mercoledì 21 luglio 2021, alle ore 15.00, su Pnrr e Politica Agricola Comune (PAC). Il governo Draghi ha assegnato al Meridione solo 35 miliardi di euro; altri 47 saranno messi a gara in ambito nazionale, con bandi che metteranno in competizione le amministrazioni di tutto il Paese.

In tal modo, sostengono i promotori della manifestazione, è molto fondato il rischio che pesi a svantaggio del Sud il criterio della spesa storica che favorisce le aree più ‘avanzate’ del paese.

Negli ultimi trent’anni poi, con la PAC, si è assistito al progressivo taglio ‘europeo’ degli aiuti agricoli diretti, introdotti nel tempo per compensare -si diceva- la perdita di valore dei prodotti della terra con l’esposizione alla liberalizzazione delle transazioni commerciali e quindi alle importazioni sotto costo, con conseguente marginalizzazione degli agricoltori. Con lo strumento degli “aiuti” si è colpita l’agricoltura nazionale a beneficio dei sistemi agricoli dei Paesi dominanti nell’Unione Europea, cioè Germania e Francia. Si sono orientate le produzioni con il combinato disposto di quote di produzione (superate ad obiettivo raggiunto e ritenuto irreversibile, quando cioè il volume produttivo di certe voci è stato fortemente ridimensionato), contribuiti/aiuti e liberalizzazioni con l’Italia che ora

importa prodotti (olio, grano, ad esempio) di cui prima era grande produttrice ed esportatrice. Con l’ultima programmazione (2021-2027), il taglio degli “aiuti” (una componente basilare del reddito agricolo) per l’Italia sarà del 15%, ossia 6,2 miliardi in meno. Ciò peserà soprattutto sulle aziende agricole e le comunità rurali del Mezzogiorno. A farne le spese saranno i consumatori, in termini di qualità e salute. Ora l’operazione “aiuti” è rivolta ai Paesi dell’Est, Polonia in primis, con cui s’intende replicare lo stesso modulo: direzionare, ridimensionare, affossare e infine conquistare nuovi mercati.

Oltre il dato economico, infatti, c’è anche una valenza politica. Indebolire -di alcuni Stati- la sovranità politica che passa anche per quella alimentare. Nel mondo agricolo si fa strada, ma non è ancora egemone, la consapevolezza di queste interconnessioni e di questi nodi politici. C’è chi confida in un ‘ravvedimento’ de “l’Europa” senza cogliere che decenni e decenni di un certo tipo di indirizzo non sono un prodotto del caso o semplici “errori”.

Compito di Indipendenza e di chi, tra gli agricoltori, è consapevole di certe dinamiche consiste nel concorrere a costruire massa critica. Con questo spirito Indipendenza aderisce alla manifestazione del 21.

Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito

Cultura contadina e cultura sanitaria

Pastori sardi, olivicoltori pugliesi e Unione Europea

Collasso finanziario da coronavirus: è l’Unione Europea!

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

L’eurovirus che non perdona

Unione Europea e cura dell’ambiente: una contrapposizione di fatto

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Roma, 13 luglio: incontro politico e conviviale

Martedì 13 luglio 2021, ore 18,30, a Tiburtina (Roma) in via Barzini senior 38: incontro politico e conviviale con proiezione di video.

(tra Metro Quintiliani e Monti Tiburtini)

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Sovranismo, diritti fluidi: cosmesi, usi e abusi…

Letto il cosiddetto manifesto sovranista firmato dalla destra europea. Cioè l’altra faccia di quella stessa mon€ta che, un giorno sì e l’altro anche, ci propina arcobaleni e inginocchiatoi. L’arte della fuffa.

Europa confederata da una parte, Europa federale dall’altra: questo in soldoni partoriscono i due schieramenti. Una spruzzata di comodo conservatorismo religioso basta a definirsi destra, una pitturata di progressismo fluido permette di definirsi sinistra.

Parole, quali “patria” e “diritti”, abusate dagli uni e dagli altri condiscono di retorica piatti vuoti dati in pasto ai boccaloni. Su lavoro e diritti di dipendenti e piccole partite Iva, così come su cure, istruzione e pensioni il nulla più assoluto. Per tutti loro è il mercato che deve regolarsi da solo. È la “concorrenza” al ribasso tra persone (su salari e diritti collettivi) e tra Stati (su fisco e servizi) a fungere da bussola.

È l’essenza del liberismo mercatista a non essere minimamente presa in considerazione da nessuno. Viscidamente ossequioso il rapporto con la Nato e vilmente indiscutibile la guida degli USA sia sul piano politico/militare che finanziario.

Il “sovranismo” è ben altro. È Indipendenza, è Democrazia, è Liberazione.

Il coming out di Letta (PD): sono sovranista!

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

Orientamenti preliminari all’idea di patria e di nazione

Le tesi sulla questione nazionale

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Liberazione: corsi e ricorsi storici

Sovranismo e sovranismo, ovvero, tra ambiguità e coerenze

Il messaggio atlantico-federalista di Sassoli, neo presidente del parlamento UE

“Yes, yes, alalà”, ovvero sovranismo atlantico di destra

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Il patriottismo atlantico di Giorgia Meloni

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Roma, 8 luglio: incontro politico e conviviale

Giovedì 8 luglio 2021, ore 19,00, a Tiburtina (Roma) in via Barzini senior 38: incontro politico e conviviale.

(tra Metro Quintiliani e Monti Tiburtini)

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