Il manganello euroatlantico sul trasporto pubblico locale: Milano, Genova e Firenze

In più occasioni abbiamo sottolineato come le carenze strutturali nel trasporto pubblico locale siano una vera e propria ‘questione nazionale’  (qui e qui ) a ogni latitudine.

A Milano l’amministrazione targata PD (Partito Democratico) si appresta a varare un aumento-stangata dei biglietti a partire dal 2019 giustificato in nome dell’ambientalismo, proprio a fronte del progressivo passaggio di ATM ad una flotta di autobus al 100% elettrica entro il 2030.
Non è un caso.
Nel sopra richiamato articolo si dava conto delle preoccupazioni del ‘Comitato ATM Pubblica’ in cui appunto le medesime dinamiche pro mercato sono paventate anche per la ‘virtuosa’ ATM, a riprova che quella per le privatizzazioni è una ben precisa scelta frutto di chiari orientamenti politico-culturali, quelli della filiera euroatlantica (UE/BCE, FMI, WTO, NATO). Altro che attenzione all’utenza!

Segnaliamo, poi, questi due interventi che danno conto della situazione rispettivamente di Firenze e Genova e che esplicitano come la rivendicazione per un’Atac pubblica e partecipata sulla base di un modello di ‘legalità costituzionale’, come da noi proposto, debba essere l’avanguardia di una rivendicazione da portare avanti in ogni angolo d’Italia.

AMT Genova

ATAF Firenze

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Roma, 23 novembre: l’ultima notte di Aldo Moro ripercorsa con Paolo Cucchiarelli

Indipendenza e Arci Arcobaleno presentano:
“L’ultima notte di Aldo Moro” – Dove, come, quando, da chi e perché fu ucciso il presidente DC(Ponte alle Grazie)

Interverrà l’autore, Paolo Cucchiarelli
Introdurrà Fabrizio Mezzo (“Indipendenza”)

A Roma, venerdì 23 novembre 2018, alle ore 20,30
via Pullino 1 (fermata Metro B “Garbatella”)

qui l’evento facebook

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aldo moro cucchiarelli

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Referendum autonomista in Veneto: quali evoluzioni per la scuola pubblica

Per noi di Rivista Indipendenza la scuola e tutto il sistema della formazione è un asse fondamentale per il riorientamento politico/economico del Paese e per l’articolazione di un’alternativa di società (si veda al proposito ‘Capitalismo globalizzato e scuola’, secondo titolo della nostra collana bibliografica ). Dobbiamo pertanto dar conto, con il massimo della stigmatizzazione, degli esiziali sviluppi sul fronte della pubblica istruzione conseguenti al processo di ‘differenziazione’ dello Statuto della Regione Veneto, nel solco della plebiscitaria affermazione del ‘SI’ al referendum del 22 ottobre 2017, volto ad attuare l’art. 116 Costituzione così come novellato dalla pessima riforma del 2001 (L.Cost.3/2001, modificativa del Titolo V, Parte II Costituzione), nella prospettiva di dar vita a una regione a ‘statuto differenziato’.

Riportiamo alcuni stralci della presa di posizione di USB Scuola

Per quel che riguarda l’istruzione, la proposta è sostanzialmente la regionalizzazione completa di scuola e università: programmi, tassazione, ricerca, personale. Questo significa che la regione avrebbe totale arbitrio in tutte le decisioni che riguardano l’istruzione, indipendentemente da quello che accade nel resto del paese.[…] È chiaro che non possiamo che respingere questa proposta per molti motivi, tutti di enorme portata.

In primo luogo, siamo di fronte alla violazione più completa del principio solidaristico e di redistribuzione su base nazionale, per cui chi produce più ricchezza potrà tenerla per sé, impoverendo chi è già più debole. Una legge del genere permetterebbe di avere tanti sistemi di istruzione quante sono le regioni italiane, creando evidenti sperequazioni e differenze di opportunità tra i bambini e i giovani del paese. L’autonomia in fatto di programmi ci fa pensare a programmi piegati alle esigenze del sistema produttivo dei diversi territori; non è un caso che le proposte partano da quelle regioni dove il sistema produttivo ancora tiene e che evidentemente ritengono di potersi liberare della “zavorra” delle regioni del Sud o, in generale, più impoverite, restando agganciate alle nazioni centro e nord europee e al loro sistema economico. […] Ci preoccupa moltissimo l’idea che il personale diventi regionale, per molte ragioni: in primo luogo perché, come nel DDL Pittoni per l’istituzione del domicilio professionale, ci leggiamo il vecchio progetto leghista delle gabbie salariali e la volontà di impedire alle persone di trasferirsi, ovvero impedire ai docenti del sud di tornare nelle terre d’origine. Ma la regionalizzazione del personale ci preoccupa anche perché si concretizzerebbe in una perdita di retribuzione, visto che tradizionalmente il settore regionale (quello della Formazione Professionale) ha stipendi più bassi di quello dei docenti statali. Inoltre, la regionalizzazione dei titoli e delle vie di accesso alla professione docente potrebbe comportare esiti paradossali e pericolosi.

Infine, non ci sembra affatto che i settori che già sono in carico in gran parte alle regioni, come la sanità, ne abbiano risentito positivamente: allungamento dei tempi d’attesa, proliferazione di centri privati, aumento dei ticket, gravi episodi di corruzione, come recentemente dimostrato dal caso Formigoni.”

Noi siamo stati fra i promotori attivi della Campagna per il No al referendum dello scorso anno , al quale invece le forze politiche, tanto di maggioranza che di opposizione, hanno tributato una acritica accondiscendenza se non un aperto supporto, e tutt’oggi  manteniamo la nostra pagina su facebook che invitiamo a seguire, specie chi risieda nelle regioni Veneto e Lombardia per proseguire la lotta iniziata un anno fa contro quello che è un vero e proprio attacco alla dimensione solidaristica nazionale senza in nulla mettere in discussione i vincoli strutturali della dipendenza derivanti dalla filiera euroatlantica (UE/BCE, NATO, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio-WTO).

Sovranità, indipendenza, liberazione!

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

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Roma, 15 novembre: le prospettive d’azione dopo il referendum su Atac

Un grosso risultato politico l’esito del voto al referendum consultivo su Atac. Un’enorme soddisfazione.
L’affluenza alle urne di circa 386.900 cittadini su 2.363.989 iscritti al voto (il 16,3% degli aventi diritto) parla di un fallimento clamoroso per il fronte del SI. Un 16,3% che nello spoglio vede il prevalere del SI intorno al 74-75%, il che abbassa di 1/4 un consenso alla fine largamente inferiore rispetto alle previsioni. Il variegato fronte del NO quantomeno è riuscito a scoraggiare dal votare per il SI che appariva lanciatissimo in termini di consenso.

Fallisce così (per il momento, almeno) l’operazione ultraliberista di liberalizzare/privatizzare il trasporto pubblico a Roma, nonostante la gestione privatistica di S.p.A. e le responsabilità delle amministrazioni comunali che, come al governo centrale, hanno recepito l’impianto neoliberale di matrice euroatlantica che ha la sua significativa parte nel degrado del servizio e nel consentire ad affaristi e speculatori di fare il brutto ed il cattivo tempo.
Riceve una sonora sconfitta quel fronte promotore del SI che vedeva in questa battaglia un passaggio di tappa importante per +Europa e federalismo atlantico.

Si tratta ora di ragionare sul prosieguo della lotta su questo versante, insieme a quelle individualità e soggettività che, come “Indipendenza”, si sono spese nella battaglia referendaria. Giovedì 15 novembre 2018, a Tiburtina, alle 19,30, iniziamo una riflessione al riguardo.

via Luigi Barzini senior, 38
(tra metro Quintiliani e Monti Tiburtini; traversa di via Filippo Meda)

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dopo ref atac

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BREXIT SHOCK!  DAL “CORSERA” UNO ‘SPOT’ INCONSAPEVOLE  PER USCIRE DALLA GABBIA DELL’UNIONE EUROPEA

Nella Gran Bretagna del post Brexit, “lavorano tutti”, “molte industrie ora stanno facendo fatica a trovare dipendenti e questo spinge verso l’alto i salari, intaccando i profitti delle aziende”: così scrive, allarmato e preoccupato, Luigi Ippolito sul “Corriere della Sera”, il 9 novembre scorso. Da leggere.

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CasaPound su Atac e Tav

Al referendum consultivo su Atac, CasaPound Italia (i “fascisti del III millennio”) invita a non votare. Il quesito, dicono in una nota, è posto male e pertanto auspicano che non venga raggiunto il quorum. Nella nota, dopo essersi detti contro la privatizzazione e aver criticato il disastro del trasporto pubblico romano (meglio sarebbe dire: della gestione privatistica del trasporto pubblico romano), motivano il loro invito testualmente così: “C’è il rischio che i cittadini proprio a causa di questo scenario disastroso e perché vittime della disinformazione, votino a favore della privatizzazione”.
Una motivazione talmente sballata, sconclusionata in sé, che vien da pensare ad ‘altro’. Stante, infatti, la valenza politica del referendum peraltro consultivo, a chi giova il non voto di chi si dice contro la privatizzazione? Ovviamente a quel fronte –a parole da CasaPound criticato– che ha promosso il SI, fautore della liberalizzazione (cioè dello spezzatino in lotti e micro-lotti, in monopolio di fatto privato a tempo, del trasporto pubblico a Roma), che significa “senza rischio d’impresa” derivando il lucro dai soldi pubblici ottenuti con l’aggiudicazione delle gare d’appalto per definizione al ribasso. Un fronte del SI sostenuto quindi dagli appetiti privatistici sulle gare d’appalto del servizio (ma si veda pure il pericolosissimo secondo quesito referendario) e anche da quelli speculativi di chi ambisce a mettere le mani sul patrimonio immobiliare di Atac.
Insomma, quesiti posti tutt’altro che “male” e su cui, di fatto, si consumano significative convergenze.

Un po’ come a Torino. A stretto giro di ore, infatti, CasaPound declina la sua partecipazione alla manifestazione pro-TAV (Treno ad Alta Velocità) nel capoluogo piemontese poi tenutasi sabato 10 novembre. All’ultimo momento, come degli Alice nel Paese delle Meraviglie, scoprono che la manifestazione ha tra i suoi promotori Partito Democratico e Forza Italia, e quindi, non volendo avere nulla a che fare con certe sigle, ritirano la loro adesione.
Altra scelta poco conseguente. Rifiutano di condividere la piazza con certi soggetti politici, salvo però non dissentire da una “Grande Opera” (la TAV Torino-Lione) dannosa all’ambiente, costosa, inutile, ma tanto tanto profittevole per aziende gravitanti ed intrecciate per interessi ed affinità ideologica proprio con quei soggetti politici da cui si vuol far vedere di prendere le distanze.
Una curiosità. Gli organizzatori della manifestazione di Torino hanno voluto connotarla con il colore “arancione”, lo stesso della “rivoluzione colorata” che in Ucraina vide fallire nel 2004 il primo tentativo di golpe euro-nazi-atlantico, vittorioso invece nel 2014 con l’ascesa al potere, insieme agli oligarchi ‘liberal’, di partiti neonazisti come Prawj Sektor e Svoboda –formazioni “camerate” di CasaPound– finanziariamente, politicamente, militarmente sostenute da Stati Uniti e Unione Europea.
Insomma, fascisteria ed atlantismo: un connubio che l’Italia dal secondo dopoguerra, almeno da Portella delle Ginestre (1° maggio 1947), ha tragicamente avuto modo di conoscere bene.

Verso il voto: le ragioni del NO al referendum Atac

Atac/11 novembre: perché votare NO

Atac: il NO al bar e al lavoro

Perché NO

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Confindustria Roma per il sì al referendum Atac: dubbi su cosa votare?

Confindustria Roma per il SI al referendum Atac: la principale organizzazione del padronato esprime la sua adesione alla prospettiva sostenuta da Radicali e Partito Democratico.

Se pensi che i tuoi interessi coincidano con i loro, vota SI.
Se invece pensi che le priorità siano i diritti, le ragioni del lavoro, la riconversione ambientale e la costruzione di un’alternativa di legalità costituzionale fondata sulla democrazia economica, la scelta è per il NO.

Invitiamo quindi ad utilizzare queste ore che ci separano dal voto per diffondere e far conoscere i nostri documenti tematici su Atac, le nostre rivendicazioni, l’evento facebook , ed il sito (comitato e associazione).

Verso il voto: le ragioni del NO al referendum Atac

Atac/11 novembre: perché votare NO

Atac: il NO al bar e al lavoro

Perché NO

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