Fotogrammi per un’Italia da liberare

Camminare per le strade di Roma, trovarsi a passare davanti ad una scuola… Ragazzi che escono, ragazzi che corrono, ragazzi che urlano, dei genitori in attesa, il traffico veicolare, lento, sulla strada antistante. Tra mille pensieri non sfugge l’anomalia, un fatto insolito, che riempie il cuore prima di incredulità e subito dopo di gioia. Attraversare, avvicinarsi alla scuola, fermarsi sulla strada con il cellulare in mano, mentre l’occhio corre veloce per osservare meglio, controllare. Ma è proprio così, e il fatto è da immortalare subito: non sventola la bandiera dell’Unione Europea, non sventola il simbolo dell’entità coloniale voluta dagli Stati Uniti dal secondo dopoguerra ed oggi spazio di con/dominio e di contesa tra carolingi (direttorio franco-tedesco) ed atlantici (impero statunitense).

Diverse foto spostandosi un po’ qua e un po’ là, sempre sulla strada. Il traffico è bloccato per alcuni istanti, ma non si può fare altrimenti. Scusarsi con un gesto della mano all’indirizzo di chi è al volante, indicare la scuola… Diversi guardano la scena, il ‘fotografo’ e l’obiettivo fotografato. Qualcuno intuisce, si avvicina, chiede. Indicare la poesia di quel luogo, affermare la necessità di ammainare quella bandiera coloniale in tutti i luoghi pubblici del Paese. Lo si potrà fare solo lottando.
Ci sarebbe da aggiungere che anche un’altra bandiera –a stelle e strisce– sarà da accompagnare alla porta. Il traffico è bloccato e, davvero!, nessuno suona. Ma è giusto non abusare della pazienza. Poche parole a chi si avvicina: riprenderci la sovranità, l’indipendenza, ricostruire una società, liberare la nazione per riprenderci i diritti sociali, una dignità del vivere. Invitare a cercare l’associazione Indipendenza sulla rete. Bisogna agire, lottare…
Andar quindi via. Altrove c’è chi aspetta.

Pensare di pubblicarla, di condividerla. Poi decidere di aspettare un po’, di ripassare davanti a quella scuola, per verificare. E così, un paio di settimane dopo è come un paio di settimane prima. Si può fare, si può pubblicare. Niente di che, una piccola cosa, l’immagine (il sogno…) di qualcosa che potrà tornare ad essere, ma diversamente da prima. Una effettiva patria socialista che l’Italia non ha mai conosciuto, al di là di grandi narrazioni…
In qualche modo sarà da conoscere quella scuola, il mondo che la anima. Forse non è casuale, forse c’è qualcosa anche lì, oltre l’insolito, che Indipendenza deve intercettare, con cui parlare, con cui possibilmente camminare insieme.
Comunque sia, sempre senza tregua!
Per la sovranità e l’indipendenza nazionale, per una patria socialista, per la liberazione, solidali sempre con le patrie socialiste e con quelle in lotta per il socialismo, nelle diverse declinazioni che siano. Senza sovranità e indipendenza nazionale, nessuna liberazione sociale sarà mai possibile.

L'immagine può contenere: cielo, albero, pianta, abitazione e spazio all'aperto

 

Fa sempre piacere ricevere immagini di Indipendenza che entra nelle case, che stimola, che viene apprezzata. È un piacere non per sé, ma per l’Italia liberata che potrebbe nascere. Leggere sì, formarsi, prepararsi, ma allo stesso tempo agire, lottare, costruire intanto un nucleo nel proprio paese, nella propria città. Poi da cosa nasce sempre cosa. Volere è potere!

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Taglio dei parlamentari e riforma regionalista: i loro nessi e il nostro rifiuto

La pessima riforma relativa al taglio dei parlamentari che ha avuto il suo architrave nel Movimento 5 Stelle, sostenuta a geometria variabile da tutte le principali forze politiche nel corso delle varie letture (Lega prima, PD e satelliti, poi, senza scordare Fratelli d’Italia che vantava sui social il suo appoggio “determinante”), dimostra quanto caricaturali siano le differenze fra le forze politiche euroatlantiche dello scenario italiano.

A tale ceto politico si dovrebbe anzitutto chiedere conto dei ‘costi’ pagati dalla popolazione italiana per l’adesione al quadro sistemico euroatlantico: un prezzo da far impallidire le risorse indirizzate al funzionamento delle istituzioni pubbliche. Privatizzazioni, tagli al sociale e ai servizi pubblici essenziali, esternalizzazioni, decostruzioni delle garanzie nei rapporti di lavoro, deindustrializzazione… lungo è l’elenco di politiche derivanti da quella filiera che hanno portato alla prostrazione economica e sociale attuale.

Vi è però un elemento di merito che salda indissolubilmente il rifiuto della riforma costituzionale con l’opposizione al regionalismo differenziato su cui Indipendenza è attivamente impegnata: il fatto che, riducendo i parlamentari, aumenta il peso specifico dei delegati regionali (rimasti invariati) che si aggiungono alle Camere in seduta comune nell’elezione del presidente della Repubblica.
Un fatto non indifferente se si pensa che nelle prime tre votazioni è richiesta una maggioranza dei due terzi per l’elezione, ma dalla quarta è sufficiente quella assoluta (art. 83). Tradizionalmente le amministrazioni regionali sono state sempre orientate a destra e non è difficile leggere cosa ciò implichi alla luce delle mire maggioritarie mai nascoste né dalle destre né, altrettanto, dal PD, sullo sfondo della prospettiva di referendum promosso dalla Lega nell’ottica di spazzare via la quota proporzionale nel sistema elettorale.

Non è certo un mistero, poi, che le forze conservatrici se non apertamente reazionarie del Paese, oggi trainate dall’accoppiata Salvini-Meloni, abbiano da sempre avuto di mira il controllo della presidenza della Repubblica, possibilmente con l’introduzione del presidenzialismo: una certa vulgata giornalistica, tutt’altro che disinteressata, ha trasmesso l’idea che tale figura sia una sorta di carica onorifica per politici a fine carriera, ma la realtà e la pervasività dei poteri del Presidente sono tutt’altro che secondari seppure esercitati storicamente con sensibilità molto diverse.
C’è però un elemento che differenzia il Presidente della Repubblica dagli altri organi costituzionali: è l’unica istituzione del nostro ordinamento che non sottostà alla divisione dei poteri, compartecipando difatti di funzioni in tutti e tre i fondamentali poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) ed proprio a ciò che quelle forze puntano, poter intervenire su ogni versante della vita istituzionale attraverso una figura che sia espressione di quella cultura politica. Un encomio, quindi, va al Movimento 5 Stelle che ha ricoperto il ruolo di utile idiota con impeccabile zelo, non prima di essersi rimangiato con disinvoltura praticamente tutte le promesse (opposizione alla TAV, TAP, questione ILVA, programma F-35, collocazione internazionale dell’Italia in particolare rispetto ai vincoli derivanti dall’Unione Europea…) fatte nella fase di trionfante ascesa nel consenso.

Tralasciando il fatto che, con la proporzionale riduzione delle commissioni parlamentari permanenti, potremo trovarci con leggi approvate da un gruppo di persone attorno a un tavolo, visto che la commissione in sede deliberante esercita una vera e propria funzione legislativa (art. 72 Costituzione), è evidente che il taglio vada inquadrato nel più generale svuotamento dello Stato nazionale in favore dell’Unione Europea e degli altri enti sovranazionali verso l’alto, e delle regioni verso il basso.

Lungi dall’essere un fatto aritmetico, quindi, questa riforma modifica in modo sensibile la costituzione materiale contribuendo a quella deformazione della natura parlamentare che, in teoria, dovrebbe esserci propria ma che da almeno tre decenni subisce attacchi frontali sul piano del riparto delle competenze fra Stato e regioni (riforma del 2001 del Titolo V, di cui l’autonomia differenziata è sviluppo), della devoluzione di ambiti sempre più ampi all’Unione Europea e, non da ultimo, tramite l’affiancamento agli organi elettivi delle ‘autorità indipendenti’ espressione immediata e diretta delle culture istituzionali sovranazionali con amplissimi poteri al di fuori del controllo democratico e della responsabilità elettorale. In altri termini, sempre meno democrazia e sempre meno rappresentativa.

Questi saranno i temi che Indipendenza intende portare nella campagna per il NO al referendum costituzionale, snodo di una più ampia serie di iniziative finalizzate alla mobilitazione contro il modello dominante. È in tal senso importante che si coordino le individualità e le organizzazioni che, con varie sensibilità, intendono rovesciare gli attuali rapporti di forza ambendo a un assetto sociale ed economico su basi radicalmente rinnovate rispetto alle attuali.

Indipendenza
12 gennaio 2020

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Lega e regionalismo differenziato

Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

Regionalismo differenziato, questione settentrionale e puntini sulle “i”

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

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Una settimana di mobilitazione contro ogni autonomia differenziata

Nell’ambito della settimana (13-18 gennaio 2020) di mobilitazione del Coordinamento nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata,

a Roma, Presidio sotto la sede cittadina della Regione Lazio.

GIOVEDI 16 GENNAIO ore 15,30 Piazza Oderico da Pordenone

> scarica e diffondi il il volantino contro ogni autonomia differenziata in pdf

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volantino 1volantino 2

No all’autonomia differenziata: il volantino diffuso nella mobilitazione

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Storie di ordinaria (pre)potenza imperiale

Washington non intende lasciare l’Iraq e replica sprezzantemente alla formale richiesta del primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi. La lettera da questi inviata al segretario di Stato USA, Michael Richard Pompeo, per l’invio di una delegazione a Baghdad con la quale «fissare i meccanismi che rendano effettiva la decisione del parlamento iracheno di far ritirare le truppe statunitensi [circa 5.200 soldati, ndr]», è stata rispedita al mittente. Nessuna “exit strategy”, nessun rispetto della risoluzione del Parlamento iracheno che a maggioranza ha votato l’espulsione di tutte le truppe straniere della coalizione a guida USA, ritenendo una gravissima violazione della sovranità nazionale l’assassinio a Baghdad dell’alto rappresentante di Stato iraniano, il gen. Qassem Soleimani, in missione diplomatica, e di altre 7 persone, iraniane e irachene.

La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Morgan Ortagus, ha replicato con un’arrogante nota in cui afferma che «qualsiasi delegazione mandata in Iraq discuterà non il ritiro delle truppe USA ma come riorganizzare al meglio la nostra presenza, la nostra giusta e appropriata postura in Medio Oriente».
L’ISIS, intanto, esulta per l’assassinio (il 3 gennaio) di Soleimani ad opera degli Stati Uniti. In un comunicato, riporta la Bbc online, lo Stato Islamico definisce «un atto di intervento divino che fa il bene dei jihadisti» la morte del comandante della divisione al Quds dei Pasdaran. Soleimani è stato tra i principali protagonisti della lotta contro i tagliagole dell’ISIS in molte aree della regione, in Iraq e in Siria in particolare.

Alcune considerazioni, infine.
Primo. Gli USA dicono sempre di intervenire militarmente per riportare la democrazia, ma se poi un Parlamento non li vuole, bellamente ‘occupano’ la democrazia.

Secondo. Anche l’Italia ha deciso in scia di fare altrettanto contro i suoi stessi interessi. In Iraq, in particolare, il suo status, dopo il voto del parlamento iracheno, è di occupante ed i suoi militari potenziali obiettivi militari.

Terzo. Il segretario di Stato USA, Pompeo, incontrando in Italia ad ottobre scorso il presidente del Consiglio, “Giuseppi” Conte, ha chiesto –avendone rassicurazione, come riferisce il Corriere della Sera– il mantenimento dell’impegno all’acquisto di 90 aerei F35, bombardieri strategici con capacità nucleare (con relativo, ulteriore indebitamento e riduzione dei già molto esigui investimenti pubblici in scuole, ospedali, trasporti, ecc.). Ha voluto poi ringraziare per l’accoglienza che l’Italia riserva (loro «Patria provvisoria» ha detto) ai 13mila militari e 17mila civili statunitensi presenti nelle decine e decine di basi USA/NATO disseminate nel Paese. Insomma, ci sono più militari USA in Italia che in Iraq! Visto il precedente, se un domani saranno invitati ad andarsene, è peregrino pensare che ci sarà una Morgan Ortagus di turno a replicare seccata di no?

Quarto. Nelle ultime ore è emerso che, poco prima del raid aereo che ha ucciso Soleimani ed altri sette uomini, diverse capitali sul continente europeo sono state avvertite da Washington. Roma no! Il comando militare statunitense non ha inteso neanche informare se qualche sua base in Italia abbia svolto un ruolo nel raid. Tutto, con buona pace dell’art. 11 della Costituzione. I ceti sub-dirigenti di governo e di opposizione sono concordi: nessuno fiata, nessuno obietta. Tutti allineati e sull’attenti!
A completare il quadro non poteva mancare –e non è mancata– la prostrazione servile dei “sovranisti” (atlantici) italofoni che hanno plaudito e si sono schierati ancora una volta con l’alleato/padrone USA. Non dissimili “sovranisti atlantici” –ingenui o consapevoli– sono coloro che minimizzano il ruolo degli Stati Uniti nel nostro Paese, anzi, li vedono addirittura come un’utile sponda per liberarsi dall’altro padronato di questa nostra Patria, l’Unione Europea franco-tedesca.
Morgan Ortagus sorriderà loro compiaciuta.

A noi piace pensare ad un’Italia che ritiri i propri contingenti militari oggi sparsi in diverse parti del mondo, cessando di dare sostegno a politiche contoterziste ostili e controproducenti con i nostri interessi; a noi piace pensare ad un’Italia non più portaerei di guerra, ad un’Italia che rifiuti basi straniere sul proprio territorio, ad un’Italia che receda da qualsiasi alleanza che non sia pienamente compatibile con la difesa di quegli interessi. Per quest’Italia patriottica socialista e inter-nazionalmente solidale, Indipendenza si batte.

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Roma, 7 gennaio: programmazione e organizzazione contro l’autonomia differenziata

A Roma martedì 7 gennaio 2020

  •  alle ore 18,00, in via Ostiense 152, riunione organizzativa dei Comitati romani di Scopo “Per il ritiro di ogni forma di autonomia differenziata” ed esame della bozza di documento/piattaforma sulla questione Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Giovedì 16 gennaio 2020 è prevista una giornata di mobilitazione nazionale con presidi sotto i palazzi delle Prefetture e delle Regioni promossa dal Comitato nazionale.
  • alle ore 20,30, in via Pullino 1 (vicino alla fermata Metro B “Garbatella”), riunione di Indipendenza su aspetti di politica interna/internazionale e organizzazione prossime azioni/iniziative.

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Dopo il martirio di Qassem Soleimani

Quando corsero voci che davano Qassem Soleimani come futuro candidato alle elezioni presidenziali in Iran, nella lettera (poi divenuta pubblica) alla Guida Suprema, Ali Khamanei, scriveva di essere «nato soldato» e che sarebbe morto «da soldato» con i suoi «soldati». Alla moglie da tempo aveva lasciato un foglietto con su scritto: «Mia cara moglie, ho individuato il mio luogo di sepoltura nel cimitero dei martiri di Kerman, Muhammad (il fratello, ndr), lo sa. La mia lapide deve essere semplice, come i miei amici martiri. Sopra di essa scriveteci “Soldato Qassem Soleimani”, senza ulteriori frasi». La moglie, commemorando il marito, presente anche la figlia Zeinab poi intervenuta a sua volta, ha così parlato ai funerali: «Sei andato in cerca del martirio sulle montagne e nei deserti. E infine il martirio ti ha aperto le braccia… Questa bandiera non cadrà a terra, mio Generale». Chi ha ucciso Soleimani, ha fatto di un uomo prima un martire e poi una leggenda, non solo in Iran.

Sono diversi milioni i partecipanti ai funerali oggi, a Teheran, di Qassem Soleimani, generale della Divisione al-Quds (l’unità speciale dei Guardiani della Rivoluzione all’estero), assassinato nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso in un attacco aereo statunitense a Baghdad (Iraq). La processione funebre è partita significativamente dall’università della capitale: una marea umana è affluita nella capitale dell’Iran, che non è stata in grado di accogliere tutti. Bloccate per chilometri e chilometri anche le strade che portano in città. Una risposta popolare all’ennesimo crimine dell’amministrazione statunitense di turno: anche chi dell’apparato massmediatico dominante era presente sul posto ha definito il corteo funebre «immenso», «oceanico», «inimmaginabile».
Del resto, già solo poche ore dopo l’assassinio, il nunzio apostolico in Iran, arcivescovo Leo Boccardi, aveva riferito dell’«incredulità, dolore e rabbia (…) le prime reazioni a Teheran alla notizia della morte del Generale Soleimani. Le grandi manifestazioni, che si sono svolte oggi in molte città dell’Iran dopo la preghiera del venerdì, hanno espresso bene questi sentimenti» e parlato di una tensione «arrivata ad un livello che non si era mai visto prima e questo preoccupa e complica ancora di più la situazione nella regione che appare davvero incandescente».

L’Iran sta rendendo onore in varie città al generale Soleimani con cerimonie, che non furono organizzate a tale livello neppure per la morte di Khomeini nel 1989. A Teheran, a guidare le preghiere è la Guida suprema spirituale dell’Iran, Ali Khamenei. Le immagini del funerale dell’«amato martire» sono trasmesse in diretta dalla televisione di Stato. Per tutta la folla oceanica si invoca vendetta e si scandiscono slogan contro Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele.
Tra le delegazioni internazionali ci sono dirigenti di organizzazioni sciite, sunnite e cristiane di tanti Paesi. Presente anche il massimo esponente della palestinese (sunnita) Hamas Ismail Haniyeh, con il suo vice Salah al-Aruri, una presenza che rischia di provocare frizioni con i principali Paesi sunniti, Egitto ed Arabia Saudita, che la sostengono (a fasi alterne) finanziariamente. A Gaza ed anche a Teheran si dà per certo che Haniyeh sarà ricevuto dalla stessa Guida suprema, Khamenei. Una presenza, questa ad esempio di Hamas, di un rilievo enorme che testimonia il lavoro politico-militare svolto da Soleimani nel sostegno (politico, militare, economico/finanziario), senza discriminazioni religiose, ai movimenti di resistenza all’imperialismo e ai governi dispotici non solo della penisola arabica. Ovunque le armate di Soleimani liberavano le zone conquistate dai terroristi salafiti-wahabbiti (in Iraq e in Siria) –sostenuti (chi a corrente alternata, chi in modo continuativo) da petromonarchie del Golfo e potenze occidentali– la libertà e il rispetto di qualunque confessione religiosa tornavano ad essere diritto primario. Dal Libano (dove forte è l’intesa governativa tra Hezbollah ed i cristiani del generale Aoun, la componente maggioritaria nel Paese), allo Yemen (sostegno agli Houti), alla Palestina (sostegno a sciiti e sunniti), alla Siria, all’Iraq, alle componenti sciite in Arabia Saudita, nel Bahrein, fino all’Afghanistan e al Pakistan, ovunque si dispiegava questo lavoro politico Soleimani era la figura simbolica di riferimento. C’è poi tutto il versante diplomatico internazionale che vedeva Soleimani impegnato, solo massmediaticamente come unica figura di spicco (Russia, Cina, Venezuela…).

Intanto, sull’Ansa di oggi (6 gennaio) apprendiamo la notizia del grafico pubblicato nell’edizione odierna dal diffuso “tabloid” israeliano Yediot Ahronot. Vi compaiono i volti delle figure più significative assassinate nella Regione negli ultimi anni (fino all’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani) e, sempre “nel mirino”, i prossimi: Hassan Nasrallah (Hezbollah), Sallah al-Aruri e Mohammed Deif (Hamas) e Ziad Nakhale, esponente della palestinese Jihad islamica.

Ieri, in un’intervista alla Cbs, il presidente statunitense, Donald Trump, ha replicato al voto del Parlamento iracheno che ha chiesto la fuoriuscita dal Paese di tutti i contingenti militari stranieri facenti parte della coalizione contro lo Stato islamico. Un voto che obbliga il governo a preservare la sovranità del Paese e a mettere in atto la risoluzione.
Trump ha dichiarato che resterà un contingente di militari USA per «controllare l’Iran». Pronta la replica del presidente iracheno Barham Salih: «Il presidente degli Stati Uniti non ha chiesto il permesso dell’Iraq per far rimanere le truppe americane nel Paese con l’obiettivo di controllare l’Iran», presenti invece nel Paese nell’ambito di un accordo tra Baghdad e Washington con la missione specifica di combattere il terrorismo salafita-wahabbita. «Si attengano a questo accordo», ha aggiunto Salih. A stretto giro la controreplica di Trump: se gli USA lasciassero l’Iraq gli imporranno «grandi sanzioni» e comunque il Paese dovrà prima pagare miliardi e miliardi di dollari come risarcimento per la costosa costruzione della base USA a Baghdad.

In scia il governo italiano. Il presidente del consiglio uscente Conte, come si ricorderà, il 27 agosto scorso, durante le ore ancora convulse sulla nascita o meno di un governo M5S-PD,fu re-investito nel ruolo con un endorsement, via twitter, da Trump (un atto inusuale più nella modalità –pubblica– che nel merito e nei tempi, rispetto alla storia coloniale, di sudditanza agli Stati Uniti del nostro Paese). In quel ‘cinguettio’ il presidente USA, dopo aver sottolineato che «Giuseppi Conte» (nel testo Trump scrive proprio «Giuseppi») «lavora bene con gli USA» ed espressa la speranza che rimanesse presidente del consiglio, aggiungeva che per Conte «sembra che si stia mettendo bene». Ebbene anche lui, Conte, ancora una volta si mette in scia dell’alleato/padrone statunitense. Il sito della presidenza del consiglio riferisce della sua conversazione telefonica con il Presidente dell’Iraq Barham Salih. Con linguaggio formale Conte rinnova «il sostegno italiano, già in corso da anni, alla stabilizzazione del Paese e al contrasto al terrorismo». Tradotto: l’Italia, nonostante il voto contrario del Parlamento iracheno, rimane nel Paese finché lo vorrà Trump. Con il che il governo pone i militari italiani (oltre 900) presenti in Iraq come forza ormai non più richiesta, e quindi occupante, e li espone ad essere possibile obiettivo militare. Insomma l’Italia è dentro una situazione già di guerra; rimanere militarmente in un Paese che non ti vuole, ed il cui Parlamento a maggioranza chiede la fuoriuscita, è di per sé una ‘dichiarazione di guerra’.
Assolutamente deboli le dichiarazioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio su Facebook riguardo la situazione in Iran e Libia. La sua polemica è con Salvini che, elmetto in testa, si è ancora una volta allineato all’alleato/padrone USA sostenendo apertamente e subito l’assassinio terroristico politico ordinato dalla Casa Bianca. Il sedicente sovranista Matteo Salvini, sempre più sovranista atlantico in politica estera, liquida gli interessi nazionali dell’Italia, esterna la sua sudditanza al Paese più guerrafondaio della Storia contemporanea, gli Stati Uniti, ed espone i militari italiani con le sue dichiarazioni –unitamente alla fattiva connivenza servile del governo– a ritorsioni. Ora Di Maio replicando a Salvini, che vorrebbe pure l’intervento militare in Libia, ha affermato: «Chi ancora crede che la strada sia la violenza, è fermo al passato o non ha ancora compreso le lezioni dalla storia. E, quel che è peggio, sta esponendo tutti gli italiani a un pericolo di ritorsioni. Ora non è più il tempo di rischiare morte, terrorismo, ondate migratorie insostenibili, ora è il momento di scommettere sul dialogo, sulla diplomazia e sulle soluzioni politiche». Dopo di che nulla dice al presidente del consiglio del governo di cui lui e la sua forza politica, il M5S, è parte che fa adesso in Iraq proprio quello che lui stigmatizza per il passato: «In tanti conflitti, in tante scelte sbagliate, a partire dalla guerra in Libia nel 2011 e dagli errori già compiuti in Iraq, c’è scritto ciò che non dobbiamo ripetere». Non a caso preoccupazioni erano giunte già a pochissime ore dall’assassinio di Soleimani da alcune delle più alte autorità militari italiane. «Non c’è dubbio che di fronte a questa azione l’Iran dovrà reagire, non può perdere la faccia. In che modo? Non lo sappiamo, ma è chiaro che l’Italia è particolarmente esposta», aveva detto dice il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Difesa. Cui aveva fatto seguito il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica: «gli USA con l’uccisione del generale Quasem Soleimani hanno colpito un’icona. È un’ulteriore dissennata destabilizzazione dagli esiti incerti, senza apparente logica».

Una folla di milioni di persone ha invaso le strade di Teheran. Le immagini realizzate con un drone sono rapidamente diventate virali nel mondo
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«Nos sumus qui nullis annis vacationem damus et, quod ait ille vir disertissimus, canitiem galea premimus; nos sumus apud quos usque eo nihil ante mortem otiosum est ut, si res patitur, non sit ipsa mors otiosa» (L. Anneo Seneca, Dialogorum liber VIII ad Serenum De Otio)

«Noi siamo quelli che a nessuna età concediamo il congedo, e, come dice quell’uomo eloquentissimo, ‘premiamo con l’elmo anche il capo canuto’; noi siamo quelli per i quali a tal punto non c’è alcun momento di inattività, che –se la cosa è possibile– non è inattiva neppure la morte stessa».

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Il parlamento iracheno espelle le truppe USA

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Il parlamento iracheno espelle le truppe USA

Il martirio di Soleimani produce una significativa, grandissima, conseguenza politica: il Parlamento iracheno ha votato a maggioranza per l’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese e ha dato mandato al suo governo di metterla in atto. La decisione pone termine alla missione partita nel 2014 su richiesta del governo di Baghdad per contrastare l’ISIS. Un auspicio, in tal senso, era già giunto da Teheran e anche dal Libano. Il massimo dirigente del movimento sciita libanese Hezbollah, Seyed Hassan Nasrallah, intervenuto poche ore prima in tv, aveva invitato l’Iraq a liberarsi “dall’occupazione americana” e auspicato “che i nostri fratelli al parlamento iracheno adottino una legge per la fuoriuscita degli Stati Uniti dall’Iraq”.

Si tratta del primo effetto politico dell’assassinio –ordinato dalla Casa Bianca– del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante delle milizie sciite Kataeb Hezbollah, Abu Mahdi al Mohandes. Adil Abdul Mahdi, primo ministro dimissionario del governo di transizione, aveva perorato questa decisione ed invitato i parlamentari a che i contingenti stranieri lasciassero il prima possibile il Paese «nonostante le difficoltà interne ed esterne che potremmo affrontare». L’iter giuridico di espulsione è quindi avviato.

Politicamente la permanenza dei militari statunitensi e quella degli altri contingenti stranieri (oltre 900 gli italiani) è già da considerarsi un’occupazione. Anche il governo Conte è invitato a prenderne atto. Le autorità di Baghdad hanno inoltre dichiarato di aver inoltrato una denuncia al Consiglio di Sicurezza ONU contro gli attacchi USA sul proprio territorio. Nei giorni precedenti l’assassinio, infatti, l’aviazione USA aveva effettuato bombardamenti su acquartieramenti delle milizie sciite di Kataeb Hezbollah, inquadrate nell’esercito nazionale iracheno, provocando dei massacri e scatenando la reazione manifestatasi sia militarmente (razzi sulle basi USA a –e vicino– Baghdad), sia con l’assalto all’ambasciata USA nella super sorvegliata Zona Verde, nel cuore della capitale irachena.

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