Draghi al Colle? Dalla certezza all’incognita

Fino a pochi mesi fa la strada di Draghi al Quirinale sembrava spianata, inarrestabile, indiscussa. Un europeista atlantico di ferro a dirigere tutto dal Colle più alto.

Oggi, quantunque le possibilità restino alte, qualcosa si è incrinato. Lo si percepisce dall’incertezza, dalla preoccupazione, dal nervosismo dell’interessato e di alcuni (non tutti!) dei suoi ‘sponsor’.

Il suo arrivo alla presidenza del Consiglio era stato preparato e pompato già sul finire della sua presidenza alla Banca Centrale Europea, con la pandemia intervenuta a rallentarne i tempi e a prolungare la permanenza di Conte a Palazzo Chigi, perché ne sbrogliasse la prima fase di gestione.

Poi il combinato disposto virus + (soprattutto) PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ‘made in UE’), con sviolinate al seguito in primis dei media e l’avallo del massimo ‘garante’ della Costituzione, ha portato quasi un anno fa alla sua ascesa da novello Uomo della Provvidenza.

Una sorta di replica di quanto accaduto dieci anni prima con il suo altrettanto triste omologo, Mario Monti, e similari e ben congegnate operazioni di palazzo con decisive ingerenze esterne (in primis statunitensi).

L’assunzione di Draghi a Salvatore del Paese dalla pandemia, dalla crisi economica, dalla crisi politica si è ridimensionata ben presto (rispetto alla narrazione datane) sul fallimento gestionale dell’ “emergenza sanitaria”, sul progressivo scarto tra obiettivi millantati e risultati raggiunti, oggi sempre più evidente nella ricerca martellante del capro espiatorio, nella caccia alle streghe (dei cosiddetti) “no vax” che rischia di far saltare il tappo della ben più significativa posta in gioco.

La ‘partita’ politica su chi salirà al Colle, infatti, non è un’operazione di forma, procedurale, ordinaria, delle élite (da liquidare col “tanto sono tutti uguali”) ma il ‘chi’ avrà conseguenze su ‘quale’ governo –e ‘come’– proseguirà la gestione sempre più connotata di crepe dell’emergenza sanitaria e soprattutto (soprattutto!) guiderà la transizione intanto di un anno, il 2022, ritenuto cruciale per l’attuazione delle “riforme” contenute nel PNRR.

Dette “riforme” sono ben 102, dopo le 51 dell’anno appena trascorso, e poste come condizione per l’erogazione all’Italia delle quote della “pioggia di miliardi” (fondi in larga parte a prestito e condizionati, nella loro ‘elargizione’ scadenzata, al varo delle riforme richieste) della Commissione Europea, un programma spaventosamente antinazionale e antisociale, spalmato su 5-6 anni di torsione autoritaria, di stravolgimento più accentuato della Costituzione, per il quale il virus si sta rivelando una grandiosa opportunità funzionale soprattutto a oscurare, silenziare, renderne molto discreto il dispiegamento.

La soluzione ideale, stante così le cose, per le diverse frazioni di classe (filo-francesi, filo-tedesche, filo-USA) sub/dominante sarebbe garantire ‘questa’ fase con lo status quo, cioè con un Mattarella bis (anche ‘a tempo’) e la continuità di Draghi a Palazzo Chigi sino alle elezioni politiche della primavera del 2023, con successiva ascesa del “vile affarista, liquidatore dell’industria pubblica italiana” (Cossiga docet!) al Quirinale e con –auspicabilmente– un uomo della sua cerchia che lo sostituisca alla guida del governo.

Ora, certe recenti dichiarazioni di Draghi in conferenza stampa (sia quando ha sostenuto che “se vogliono che resti premier devo essere libero di decidere”, sia quando ha escluso che una divisione sul suo nome per il Quirinale possa rendere credibile una prosecuzione del suo governo) sono rivelatori dell’ambizione arrogante, direttoriale, dispotica del personaggio, quale che sia lo scranno su cui sedersi, e soprattutto del nervosismo per il fatto che il plebiscito, che si aspettava, ormai non è più una certezza.

A meno di un anno dal suo insediamento a Palazzo Chigi, lo smalto di cui si era –ed era stato– ammantato si è molto sbiadito, il che lo sta rivelando come una mediocre figura politica, neanche tanto capace come mediatore, la cui forza gli deriva dal piglio autoritario, da decisore-monarca che lo connota e soprattutto dalla potenza delle sue entrature e dei mentori di potere cui risponde.

Se fallisse la salita al Colle, ne sarebbe inficiata l’aurea anche come presidente del Consiglio, il che probabilmente determinerebbe il suo rientro nel mondo finanziario da cui proviene. In sé, intanto, sarebbe un’ottima notizia per l’Italia. La brutta riguarderebbe ‘quale’ figura salirebbe al suo posto.

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I due Mario: attenti a quei due!

Nel video, alcune perle dell’ineffabile Mario Monti, degno sodale (stessa ‘scuola’) di Mario Draghi. La differenza è che il primo, sovente, ha un parlare diretto, senza giri di parole, andando dritto al punto. Il secondo è mellifluo, lezioso, manierato.

Nessuna differenza, però, nella sostanza dei fatti e degli obiettivi (stante la comune adesione ideologica ordo/neoliberista, europeista, atlantica). Si può sottolineare che l’azione pur devastante del governo Monti (2011) impallidisce rispetto all’agire dell’attuale governo Draghi (2021).

La sua azione infatti, essendo peggiorata la condizione di subalternità dell’Italia e con la grandiosa ‘copertura’ del Covid funzionalizzata per la sua valenza distraente dalle riforme ‘made in UE’ incorporate nel PNRR (fondi in larga parte a prestito e condizionati, nella loro ‘elargizione’ scadenzata, al varo delle riforme richieste), è di gran lunga più devastante sulla tenuta dell’unità della Repubblica (regionalismo differenziato), della Costituzione (picconata da tempo sul piano formale e materiale) e degli interessi nazionali, in un acuirsi delle disuguaglianze (e quindi dei diritti) sociali.

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Indipendenza per il ritiro di qualunque autonomia differenziata

Alberto Leoncini (Indipendenza, Treviso) interviene nella mobilitazione per il ritiro di qualunque autonomia differenziata proseguendo la maratona iniziata alla manifestazione del 21 dicembre 2021, Roma, Piazza SS. Apostoli.

lo stralcio dal minuto 16,50 dopo Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Rita Campioni

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‘Missione salute’ (PNRR), governo Draghi e picconate (ulteriori) alla sanità pubblica. Tra UE e regionalismo differenziato

“Prima la salute!”. Così ieri i due governi Conte ed oggi quello Draghi. Sulla sanità strombazzavano di “piogge di miliardi” europei (fondi in gran parte a debito, scadenzati nell’erogazione e condizionati a riforme prescritte dalla Commissione Europea).

Alla fine, nella “Missione Salute” del PNRR e annesso Piano di Sostenibilità, poche risorse (e comunque ulteriori prospettive affaristiche per gruppi privati su attrezzature, impianti, strutture…), progetti fumosi senza definite coperture finanziarie, tagli di medici (es., di famiglia) e infermieri, carenza di posti letto, meno presìdi e servizi territoriali, pressoché nulla per la prevenzione.

Sanità sempre meno pubblica, come se i danni delle privatizzazioni e del regionalismo (“autonomia differenziata”) anche nella sanità nulla abbiano insegnato nemmeno con il Covid. In prospettiva meno diritti (salvo pagare!), divari acuiti tra i sistemi sanitari regionali, più gravi disuguaglianze territoriali in nome della ‘competizione fra territori’, con il Sud lasciato nel degrado strutturale e organizzativo.

Lo svuotamento di funzioni decisive della dimensione statuale con relativo trasferimento verso l’alto (Unione Europea) e verso il basso (regionalismo, “autonomia differenziata”) sono due facce della stessa medaglia liberista euroatlantica.

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Draghi, trent’anni dopo

«Un’ampia privatizzazione è una grande, direi straordinaria, decisione politica che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi 50 anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. […] Consideriamo questo processo –privatizzazione accompagnata da deregolamentazione– inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada».

Era il 2 giugno 1992, e l’allora Direttore generale del Tesoro Mario Draghi celebrava la festa della Repubblica parlando così a bordo del panfilo Britannia.

Detto processo, proseguito in questi trent’anni, oggi, con lo stesso Draghi al governo, sta avendo un’accelerazione inaudita, con le condizionalità e i fondi in gran parte a debito del PNRR e l’attenzione dei più concentrata sul Covid.

Zitto zitto, quatto quatto… Il ‘liceo breve’ eurounionista del governo Draghi

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Zitto zitto, quatto quatto… Il ‘liceo breve’ eurounionista del governo Draghi

Estendere la ‘sperimentazione’ del “liceo breve”, cioè il rilascio del diploma superiore in 4 anni anziché 5!

Lo prevede il decreto n. 344 (3 dicembre 2021) del Ministero dell’Istruzione per l’anno scolastico 2022-2023. Mille il numero delle nuove classi prime sperimentali (grosso modo, tra licei ed istituti superiori, una scuola su sette) che non include quelle già in essere nell’anno scolastico 2020/21 che quindi, previa «valutazione positiva» (prevedibile!) «della Commissione tecnica territoriale» di cui all’articolo 6 del decreto, si aggiungerebbero.

Il provvedimento, che assesta un ulteriore colpo di piccone alla scuola pubblica italiana e al diritto costituzionale all’istruzione, è passato in sordina, se non proprio nel silenzio innanzitutto di massmedia e sindacati di categoria. L’idea, come suggerisce l’espressione «estensione della sperimentazione», ha una sua storia: prefigurata nella riforma Berlinguer (nel 1999 con il governo Prodi e varo, nel 2000, con il governo D’Alema), vede la commissione d’inchiesta (2013, governo Monti) del ministro Profumo per la sua realizzabilità avviata (2014, governo Letta) da chi lo sostituirà, la Carrozza, in dodici scuole, che la Fedeli (2017, governo Gentiloni) porterà con il primo vero bando ad un centinaio nell’a.s. 2018/2019, poi lievitate alle attuali 200. La dice lunga il fatto che si estenda una sperimentazione senza che nemmeno si sia proceduto ad una valutazione delle conseguenze della prima fase a scadenza con i prossimi esami di Stato.

La motivazione addotta –adeguare alla metà circa dei Paesi UE, anticipandola di un anno, l’età di uscita dalla scuola superiore, ai fini di un ingresso più precoce nel mondo del lavoro– è smentita, per restare sul ‘loro’ terreno, dalla drammatica forza dei fatti anche in ‘quei’ Paesi, ed è risibile quando, non potendo eludere il nodo dell'(ulteriore) abbassamento della qualità (compressione dei contenuti di studio, ad es.), la si giustifica con l’asserzione che quella sarà assicurata dall’innovazione didattica e dalle tecnologie. Le motivazioni di questa «abbreviazione di studi» sono ben altre e strettamente legate alla tenaglia eversiva dell’integrazione europea e del suo impianto ‘liberal’: da un lato tagliare risorse alla scuola pubblica (diverse decine di migliaia i docenti «in esubero») dall’altro mettere le mani sui fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) proprio per la riforma del sistema di orientamento, in cui è previsto l’ampliamento della sperimentazione dei licei e degli istituti tecnici quadriennali. Sembrerebbe un contro senso tagliare risorse e mettere risorse (in gran parte a debito, peraltro) ma qui sta il punto politico, l’obiettivo focale, decisivo, del decreto di stampo eurounionista: picconare ulteriormente la già devastata e ormai pressoché ex scuola pubblica di qualità e allo stesso tempo accentuare lo scardinamento dell’unità della Repubblica e dell’asse culturale nazionale. Quest’ultimo aspetto lo si evince (art. 5) dal conferimento alle scuole della predisposizione di «progetti» metodologico-didattici fai-da-te ad elevato livello di innovazione per queste classi ‘adesso’ sperimentali, con requisiti categorici: puntare sulle «tecnologie e attività laboratoriali», sull’adozione di «metodologie innovative», sulla «didattica digitale», sull’«insegnamento di almeno una disciplina non linguistica con metodologia CLIL [alla fin fine in inglese, ndr] a partire dal terzo anno di corso», sul «potenziamento delle discipline STEM» (tecnico-scientifiche), in «continuità» con «il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici». Addirittura si istituzionalizza la Didattica a Distanza (DaD), che pure ha mostrato tutti i suoi gravissimi limiti nel corso della dichiarata emergenza sanitaria per Covid-19, laddove si prevede la «possibilità di effettuare insegnamenti curricolari on line, mediante l’utilizzo di piattaforme digitali che consentano di registrare le presenze degli studenti per un numero di ore non superiore al dieci per cento dell’orario annuale previsto dal progetto di sperimentazione» (art. 5-f).

Ad avvalorare la valenza devastante, anti-nazionale, di questo aspetto si veda «il parere negativo del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (…) reso nella seduta n. 66 del 17 novembre» che, nel decreto, si afferma «di non accogliere (…) stante la valenza strategica del provvedimento all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di cui alla Missione 4C1.1 – Riforma 1.4» (nel PNRR a p. 182). Ebbene, il CSPI, nel suo parere pur non vincolante, ha espresso dubbi relativamente alla mancanza di una «regia nazionale» che eviti difformità regionali e teme che l’estensione della sperimentazione, «se non supportata da un valido impianto teorico e da una cornice di riferimento nazionale, possa concretizzarsi in soluzioni difformi sul territorio nazionale e difformi rispetto alle finalità dichiarate». In altri termini si accentuerebbe quel regionalismo differenziato che le istituzioni europee stanno sostenendo in Italia con i sempre più evidenti rischi di dissoluzione fattiva dell’unità della Repubblica, nonché dei suoi valori e principi costituzionali.

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Asili nido/Unione Europea, PNRR e regionalismo differenziato

Le vicende di cui Marco Esposito parla nel suo video intervento, sono un riflesso particolare, specifico ma progressivo, in divenire, della più generale idea di società innervata dall’Unione Europa. Questa, nella fase attuale, sta accentuando certe ‘spinte’ tramite il cosiddetto Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza, Pnrr, ed il regionalismo differenziato che s’inscrive nell’indirizzo europeo di fattiva disarticolazione anche dal basso della Repubblica italiana, della sua unità politica accentuando le disuguaglianze sociali e comprimendo ulteriormente, per i più, i diritti.

A nostro avviso la strada da percorrere, per un’alternativa politica e di società, è contenuta in sintesi in questa progettualità che caratterizza Indipendenza come rivista cartacea e come associazione. Si tratta di lavorare politicamente per far crescere il numero dei nuclei di militanza presenti nei territori e di interagire con altre realtà di affine sensibilità politica e culturale.

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Draghi al Colle?

“Il governo andrà avanti indipendentemente da chi ci sarà”. In questo passaggio, con il suo ‘parlar coperto’, l’attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi, alla conferenza stampa ieri di fine anno, ha posto la sua candidatura al Colle.

Il passaggio da Palazzo Chigi al Quirinale, pur caldeggiato da potenti forze economico/finanziarie e geopolitiche esterne al Paese, in primis –e per diversi motivi– a Bruxelles, Parigi e Washington, oltre che in scia da Confindustria (allettata dalla mangiatoia del Pnrr) e formalmente da pressoché tutti i partiti ‘liberal’ di governo e di opposizione, è altamente probabile ma non scontato tanto più se non passasse entro le prime tre votazioni.

Certo è che, se questo cupo scenario (Draghi al Quirinale) dovesse realizzarsi, assisteremo ad un’etero-direzione (ancora più accentuata che in passato) da parte del Colle di ogni compagine si avvicendasse a Palazzo Chigi.

Un (semi?)presidenzialismo garante sia del drenaggio di scambio tra le “condizionali” riforme e i fondi ‘europei’ (in larga parte prestiti) per attuare la riscrittura della fisionomia politico-sociale di questo Paese quale è contenuta nel Pnrr (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza) imposto dalla Commissione Europea, sia di una ancora più ferrea collocazione internazionale dell’Italia nel campo geopolitico euro-statunitense a trazione iper-neoliberale.

Questa prospettiva ridurrà i già residuali e largamente modesti margini di manovra di sindacati e partiti ‘di sinistra’. Soprattutto farà emergere in tutta la sua irrilevanza qualsiasi discorso di cambiamento sociale che prescinda da una circostanziata, effettiva, piena rivendicazione indipendentista italiana.

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Italia/balcanizzazione autonomista e neoliberismo reale

In un’Italia in cui si scaricano ‘contatori’ dal referendum ‘autonomista’ e si ripropongono boicottaggi al ‘nordico’ panettone da accantonare a favore dei tradizionali dolci natalizi della tradizione meridionale si appresta a essere nuovamente introdotta, in concomitanza con la legge di bilancio, l’autonomia differenziata. Il 21 dicembre saremo in piazza contro lo specifico provvedimento, contro le prospettive centrifughe funzionali e serventi alle dinamiche eurofederaliste ma anche contro la concezione padronale delle istituzioni che Zaia esprime: non ‘azionisti’ ma cittadini, non dividendi ma diritti.

Proprio il Piave -o la Piave, per i cultori della toponomastica tradizionale- richiamato nel servizio è il simbolo per eccellenza, non a caso definito a ogni ponte ‘fiume sacro alla Patria’, dello sforzo corale e unitario compiuto dalle genti di ogni angolo dello stivale per arrestare l’avanzata del nemico, nel mentre le popolazioni sfollate venivano trasferite e accolte non di rado proprio nel Sud Italia.

Opporsi all’autonomia differenziata è un’opzione qualificante: regionalismo e integrazione europea vanno di pari passo da sempre, così come l’applicazione dei dogmi neoliberisti fatti di privatizzazione dei servizi (scuola, sanità, trasporti) e cannibalizzazione della sfera pubblica (inquinamento di aria e acqua, grandi opere e grandi eventi, cemento, allevamenti intensivi, monoculture agricole e turistiche) ha nel Veneto un modello da manuale.

Non a caso si parla solo di imposizione fiscale: qualsiasi politica pubblica attiva non finanziata attraverso la leva tributaria è da escludersi in radice e l’autonomia segnerà la definitiva consegna di qualsiasi scelta istituzionale per i cittadini veneti alle forze economiche che sono qui egemoni e alle direttrici mercatiste europee.

La pessima china in cui tale mutazione istituzionale s’inscrive va letta nella prospettiva del parlamento tagliato dal 2023, le spinte presidenzialiste ormai ampiamente sdoganate nel dibattito pubblico e, ultimo ma non meno importante, il commissariamento UE via PNRR e affini.

Un futuro radioso, non c’è che dire!

Alberto Leoncini (Indipendenza, Treviso)

l’evento registrato a questo link e al video di seguito

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Genova: Indipendenza in presidio dal 17 al 24 dicembre

Genova/ Dal 17 al 24 dicembre 2021 Indipendenza in presidio.

Un’occasione di incontro, di informazione, di divulgazione, di dibattito. In locandina le piazze e gli orari.

ass.indipendenza.info@gmail.com – info@rivistaindipendenza.org

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