Turchia e USA ai ferri corti

Nella cornice della ricorrenza del terzo anniversario dal tentato golpe in Turchia del 15 luglio 2016, è interessante prendere atto del progressivo scollamento di Ankara da Washington. Lo è perché –lo ricordiamo– la Turchia fa parte della NATO, è ritenuta per potenza militare la seconda dopo gli Stati Uniti, copre un quadrante geopolitico che è strategico per la sua collocazione geografica. L’avvicinamento ‘tattico’ alla Russia, che ha fatto seguito in modo deciso a quel fallito colpo di Stato, è stata la risposta a chi ha ‘consentito’ quel tentativo confidando in sviluppi differenti. Ebbene, nelle ultime ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha comunicato che il sistema missilistico russo di difesa antiaerea S-400, che la Turchia ha iniziato a ricevere venerdì scorso, sarà pienamente operativo nell’aprile prossimo. Ed ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è la produzione congiunta con la Russia” dei missili S-500 di prossima generazione. Washington da tempo minaccia le autorità turche di serie conseguenze qualora l’operazione venga portata a termine. La sospensione della vendita degli F-35 è però da considerare come la minima delle reazioni.
La presa d’atto attuale è: come possono gli Stati Uniti consentire che un membro della loro (cosiddetta) Alleanza collabori sempre più strettamente con la Russia? Quale il significato e le ripercussioni connesse a questa decisione turca? Ci sarà modo di parlarne. Intanto riproponiamo un articolo uscito sul ‘foglio’ di Indipendenza (rinviando gli interessati a quello di approfondimento uscito a suo tempo sulla rivista).

Scrivevamo tre anni fa, sul tentato colpo di Stato in Turchia nella notte tra il 15 e il 16 luglio, che ci appariva «un golpe raffazzonato e velleitario, in un paese con una tradizione di colpi di Stato (dal 1960 quattro) di ben altro impatto attuativo. Un golpe annunciato, stante le segnalazioni (una quindicina) dei servizi turchi nei primi sei mesi del 2016. Un golpe con tante anomalie: l’ora (le 21) e non a notte fonda con a favore il fattore sorpresa. Grandi proclami da un lato (rispetto della Costituzione, democrazia, diritti, libertà) e dall’altro cannonate sul Parlamento, mitragliate sui civili, coprifuoco, legge marziale. Nessun dirigente di spicco del partito di Erdogan, l’AKP, arrestato. Lo stesso presidente, che si voleva deporre, non viene fermato arrestato ucciso, ma gli si consente di coordinare la reazione dal suo aereo presidenziale. Volteggia indisturbato per ore nei cieli del nord ovest della Turchia con tanto di Gps acceso e quindi di identificativo internazionale riconoscibile, ed alla fine atterra in sicurezza a Istanbul dove parla alla stampa e alla popolazione che non sta appoggiando il tentativo di golpe, anzi lo sta contrastando. Un golpe che, in corso, non trova il sostegno di nessun partito dell’opposizione, compreso il curdo HDP, anzi riesce ad unirli tutti, attorno ad Erdogan, nella condanna dello stesso. Un golpe che coinvolge settori largamente minoritari dell’esercito, pochissimo dell’aviazione e nulla della marina: un ridotto numero di militari kemalisti e di affiliati al partito Hizmet (Servizio) dell’imam Fethullah Gülen. Questi, dal 1999 trasferitosi in Pennsylvania (Stati Uniti), guida un potentissimo movimento religioso di ispirazione sufi molto influente nel mondo musulmano, tramite una ramificata rete di istituzioni sociali ed economiche dal giro d’affari imponente. In Turchia occupano i posti più importanti in svariati settori anche statali e sono in linea con le strategie mediorientali statunitensi.

Ripreso il controllo della situazione, Erdogan approfitta del momento favorevole per completare la grande ‘pulizia’ avviata con gli arresti degli ultimi anni. Punta il dito, al di là del suo effettivo coinvolgimento, proprio contro Gülen, l’ex amico e sponsor della sua stessa ascesa politica, ultraliberista come lui, e rimuove e/o arresta migliaia e migliaia tra militari, poliziotti, gendarmi, prefetti, governatori di distretti provinciali, giudici, procuratori, giornalisti, insegnanti, rettori, funzionari del ministero delle Finanze, imam, e chiude giornali, enti, scuole e università private, sindacati. Un regolamento di conti con realtà di opposizione e figure sgradite (ad es. magistratiche indagavano sui traffici petroliferi dei suoi familiari e sulla corruzione nell’AKP) per realizzare la sua agenda politica di sultanato neo ottomano. Un repulisti che durerà e che per la sua meticolosa sistematicità evidenzia che una lista nera con relativi sostituti era pronta da tempo e che la repressione va ben oltre il quadro di complicità con i golpisti.

Non un auto-golpe, quindi, ma un golpe atteso che Erdogan ha lasciato agire per utilizzarlo. Chi l’ha condotto era convinto di essere sostenuto non solo dai nemici interni di Erdogan, ma soprattutto da interessati attori esterni: da mesi i rapporti con Washington erano deteriorati e la prospettiva di un golpe ricorreva nel dibattito politico statunitense. Questo potrebbe avere indotto una piccolissima parte di uomini e dei pochissimi alti gradi più esposti alle ventilate nuove purghe a breve ad accelerare i tempi. Tra un sultano affidabile (Gulen) ed uno incontrollabile (Erdogan), chiaro chi la Casa Bianca preferisca. Erdogan negli ultimi mesi ha ricucito gli strappi con la Russia di Putin (scuse per l’abbattimento a novembre scorso dell’aereo russo ed accettazione della tenuta di Assad in Siria), ventilato un processo di normalizzazione con Damasco, mostrato di voler perseguire nella regione una politica neo-ottomana ‘ora’ non più aggressiva, visti i fallimenti militari e la crisi economica, ma conciliante. Una virata confliggente con Washington. E la Turchia, secondo esercito nella NATO, è un crocevia di interessi di natura globale (europei, mediorientali, asiatici, nordamericani).

Erdogan ha mostrato di essere intelligente, abile, spregiudicato, carismatico, dotato di capacità manipolatoria, pragmatico (al governo ha portato islamisti e liberal). Ora, baldanzoso per l’esito positivo sul golpe, sta investendo sulla repressione per rafforzare il suo potere. L’apparente forza di oggi potrebbe rovesciarsi, in un domani a breve-medio termine, in una reale fragilità di tenuta politica. E risultare, il golpino di luglio, una prova generale in cui sono state sacrificate pedine, saggiando la reazione popolare, per il golpe più serio che verrà. Erdogan non è più l’interlocutore gradito di UE, NATO, USA. L’interlocutore “democratico” di ieri oggi lo si scopre despota (…)».

Russia/Turchia, note su un abbattimento al di sotto di ogni sospetto

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Le responsabilità di Parigi e i silenzi di Rackete

A Parigi, le autorità politiche della città hanno insignito di un’onorificenza (la cittadinanza onoraria) la capitana della Sea Watch, Carola Rackete, e conferito un contributo di 100mila euro a Sos Méditerranée per il salvataggio in mare di vite umane. Emigranti, nella circostanza. Chiunque salvi vite umane lo meriterebbe. Massimo rispetto, quindi, a prescindere dai premi. Quando, per questo motivo, si conferisce un’onorificenza e si accendono i riflettori intorno all’evento, vuol dire che ci si trova di fronte a qualcosa cui si vuol dare rilevanza.
Al di là del profluvio di parole e di immagini, ha colpito il silenzio. Comprensibile –diciamo così– da parte delle autorità francesi della città, molto meno di Rackete, per lo meno per l’immagine che lei fino a quel momento, con diverse dichiarazioni, aveva dato di sé. Un’occasione straordinaria per dire qualcosa sul tema, se si ha a cuore la tragedia di chi è costretto ad emigrare dal continente africano per ragioni ambientali e soprattutto economiche e politiche, per responsabilità che sono in capo non solo ad oligarchie locali corrotte e sanguinarie ma anche a chi le foraggia per i propri ben più significativi interessi economici e (geo)politici. Stante la circostanza di cui sopra, non parliamo ora di Stati Uniti o di altri Stati, ma di Francia e, sullo sfondo, di Unione Europea.

La politica neocoloniale pluridecennale che pauperizza una significativa parte di Africa costringendo all’emigrazione masse di persone, vede la Francia in prima linea non solo con le sue truppe ma anche con la sua moneta coloniale, il franco CFA, in ben 14 Paesi dell’Africa occidentale e centrale (162 milioni di abitanti). Il modello d’integrazione verticale del franco CFA, eredità della colonizzazione, è rimasto uguale da quando è nato nel 1945: i Paesi africani rimangono produttori di materie prime non trasformate ed il conto di operazioni è tenuto presso il Tesoro francese (dove è allocato, secondo accordi imposti da Parigi, il 50% delle riserve valutarie delle aree in cui è in vigore il CFA). Economie tenute sotto controllo con un regime di cambio rigido, un ancoraggio problematico all’Euro, un debole finanziamento dell’economia locale, una libertà totale di trasferimento di capitali che genera colossali perdite finanziarie, con –d’accompagno– uno spaventoso saccheggio delle risorse. Il franco CFA è un veicolo per l’accumulazione delle ricchezze all’estero, una “colonialità a doppia serratura” –l’ha definita in suo libro Marital Ze Belinga, economista– sia francese che europea, ormai sottoposto all’Unione Europea, per via di una decisione del Consiglio Europeo del 1998 che lo ha ancorato all’Euro e ai cicli economici dell’area Euro.
Quanti colpi di Stato, quanto sangue, in Africa, da decenni, per chi si oppone anche a questa forma coloniale!

Insomma, Parigi concorre a riempire barche e barconi di emigranti africani con le sue politiche coloniali a tutto campo (beninteso, non è la sola responsabile), quante volte non ha esitato a bastonare con ferocia quegli immigrati che dall’Italia, a Ventimiglia, tentano di entrare in territorio francese, però premia Carola Rackete che ha salvato vite umane nel Mediterraneo.
Il silenzio di Rackete su tutto questo rimane assordante. Ha potuto parlare, ha espresso i suoi sentimenti umanitari, ha sorriso a destra e a manca e si è detta orgogliosamente europeista. Ma in un’occasione straordinaria e significativa per il luogo e per i tanti riflettori puntati addosso non ha inteso denunciare le autorità francesi per quello che fanno in Africa o a Ventimiglia. Niente! Nessuna parola, nessun gesto simbolico, significativo. Niente di niente! Perché?
A noi piace ricordare, ad esempio, Tommie Smith e John Carlos che, alle Olimpiadi del 1968 in Messico, sul podio, con al collo le medaglie d’oro e di bronzo, chinarono la testa mentre veniva cantato l’inno e veniva issata la bandiera degli Stati Uniti. Con indosso i guanti neri stile Black Panther salutarono a pugno chiuso. Un gesto politico, in quel caso silenzioso, ma significativo.

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Assemblea nazionale contro il regionalismo differenziato al liceo Tasso di Roma

Domenica 7 luglio 2019. Liceo Tasso di Roma: un momento dell’assemblea (…malgrado il caldo intenso) contro ogni regionalismo differenziato. “Indipendenza” ha aderito ed è intervenuta nel dibattito. La macchina organizzativa sembra essersi messa in moto. Se son rose, fioriranno…

la registrazione dell’intera assemblea di Radio Radicale. Intervento di Francesco Labonia per Indipendenza (erroneamente riportato nella scansione Francesco Labona)

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio al chiuso

la nostra adesione

 

Lega e regionalismo differenziato

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

Regionalismo differenziato, questione settentrionale e puntini sulle “i”

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

Al referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto vota “NO”

Indipendenza per il NO al referendum sull’autonomia del 22 ottobre in Veneto e Lombardia

https://noregionalismodifferenziato.home.blog/

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Labour: Brexit no…Forse sì…Cioè ni…Alla fine: chi vivrà, vedrà

Sulla Brexit, nel Labour Party, ‘sovrana’ continua a regnare la confusione.

Dopo mesi di incertezze e ondeggiamenti a tutto campo su quale fosse la posizione del partito, si potrebbe obiettare che il massimo dirigente del Labour, Jeremy Corbyn, in modo condivisibile o meno l’abbia chiarita con la lettera aperta di pochi giorni fa esprimendosi per un secondo referendum sull’uscita del Regno Unito dalla UE con o senza accordo, che contenga insieme l’opzione se rimanere nell’Unione Europea (UE) o meno. In tali termini si è rivolto al prossimo primo ministro, che uscirà dalle primarie Tory.
Nell’eventuale campagna referendaria il Labour sosterrà l’opzione ‘remain’, cioè restare dentro la UE, “sia contro una Brexit no deal, che contro un’uscita con un accordo dei Tory, che non protegge l’economia e i posti di lavoro”. Chiaro?

No, perché lo stato confusionale non si placa. Si è ‘contro’ l’uscita perché al governo ci sono i Tory che hanno piegato il Paese con anni di “austerity” –e di qui la richiesta di elezioni generali– ma se, molto improbabilmente, ci fosse una vittoria del Labour, cosa ne sarebbe della Brexit e delle negoziazioni con Bruxelles? A questo punto Corbyn ripropone il piano di Brexit del Labour come “un’alternativa, che può unire il Paese”: sì all’unione doganale, sì al mercato unico e protezione dei regolamenti e ambientali e dei diritti dei lavoratori.
Domanda: cioè?
E nel Labour continuano le interpretazioni e le polemiche tra le diverse anime che non capiscono…

 

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L’Iran nel mirino. Perché

L’amministrazione USA minaccia l’Iran di un ulteriore indurimento delle sanzioni e di attacco militare se non rispetta l’accordo sul nucleare (il Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa, del 2015) raggiunto dai paesi P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania) nel luglio 2015.
Da questo accordo gli USA, potenza nucleare che dalla Rivoluzione khomeinista del 1979 minaccia con alti e bassi la guerra all’Iran, sono usciti l’8 maggio dell’anno scorso, con contestuale ripristino delle sanzioni (sospese con la firma del Jcpoa) incluse quelle ‘secondarie’, di natura extraterritoriale, per colpire i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali, ed introduzione di nuove misure restrittive per colpire pesantemente l’economia iraniana (come contro il Venezuela).
Motivazione ufficiale: l’accordo non garantisce la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali (Israele e Arabia Saudita).
Washington, insomma, non vuole ottemperare agli impegni sottoscritti e si sfila, però pretende che Teheran intanto li rispetti e vada poi alla firma di un nuovo accordo peggiorativo. Ribaltando il tavolo, ritiene di poter costringere Teheran a concessioni maggiori rispetto a quelle ottenute con il Jcpoa, un accordo negoziato a lungo (circa 12 anni) con metodo multilaterale e con tutte le parti coinvolte che hanno accettato dei compromessi. Non solo. Pretende che l’Iran abbandoni il proprio programma missilistico e ritiri il sostegno sia alla Siria aggredita (lo smacco subìto da USA, petromonarchie del Golfo, Israele e potenze ‘europee’ con il mancato rovesciamento del legittimo governo siriano, sostenuto dalla quasi totalità del suo popolo, si fa ancora sentire) sia ai movimenti di resistenza di altri paesi mediorientali (la libanese Hezbollah, innanzitutto, che respinse l’invasione israeliana del 2006).

L’Iran ha continuato a rispettare gli impegni per mesi dopo l’uscita degli USA (come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha più volte verificato e dichiarato) purché l’Unione Europea e gli altri Paesi contraenti assicurassero la continuità delle relazioni economiche e commerciali instauratesi a seguito dell’accordo. Al di là di atti formali iniziali, alla lunga, nonostante ripetuti inviti di Teheran al rispetto reciproco degli impegni, i contraenti ‘europei’ (anche per via delle sanzioni ‘anti-europee’ di Trump) si sono di fatto allineati a Washington. Da qui la decisione di Teheran di superare la soglia stabilita di arricchimento dell’uranio, che è quindi conseguenza difensiva rispetto alle minacce di guerra di Washington e agli impegni disattesi da altri contraenti l’accordo del 2015.
Pochi giorni fa, in una nota congiunta, i ministeri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito e dell’Alto rappresentante UE per la Politica estera hanno chiesto a Teheran di fare retromarcia ed hanno espresso «profonda preoccupazione sul fatto che l’Iran stia svolgendo attività incoerenti con i suoi impegni assunti». Ore prima la Gran Bretagna aveva già acuito le tensioni sequestrando una petroliera iraniana nelle acque territoriali spagnole. Con tempistica non sospetta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è tornato a minacciare Teheran: «I nostri F35 possono arrivare ovunque in Medio Oriente, in Iran e certamente in Siria». Per inciso: Israele già da anni interviene, bombardando, in territorio siriano, anche nei pressi di Damasco, senza che questa violazione della sovranità della Siria ed il sostegno militare fattivo ai salafiti-wahabiti (fautori del Califfato ed autori di stragi sul continente europeo) determini alcuna reazione internazionale.

 

Golfo di Oman: attacco a petroliere. USA: “Obiettivo Iran”

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Roma, 14 settembre: assemblea nazionale dell’associazione Indipendenza

VIII^ assemblea nazionale dell’associazione Indipendenza
A Roma, sabato 14 settembre 2019, dalle 9,30 alle 17,00
via Nomentana, 54 (vicino Porta Pia)

Ore 9.30 / 10.00 – Accoglienza.

Ore 10.00 / 10.30 – Il filo della Storia: ad Est (Cina 1949, Cuba 1959, Nicaragua 1979),
ad Ovest (NATO 1949, Muro di Berlino 1989, Euro 1999).

Ore 10.30 / 13.00 – Relazioni
“Indipendenza”: bilancio di un anno e prospettive d’azione.
Regionalismo differenziato e scuola.
Uranio impoverito e sovranità nazionale.

Ore 13.00 / 14.00 – Pranzo.

Ore 14.00 / 15.30 – Italia/ Princìpi e orientamenti
per una politica estera d’interesse nazionale (Tesi).

Ore 15.30 / 17.00 – Dibattito: Sovranismo e ‘sovranismo’ in Italia tra UE ed USA, con la partecipazione di Stefano Mularoni (autore de “Le origini del sovranismo”).

qui l’evento facebook per partecipare e inoltrare 

Per info: 3489950943

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viii assemblea indi

 

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Elezioni (2019) in Grecia: ‘il più grande successo dell’euro’ e dell’Unione Europea

L’Unione Europea (UE) non consente l’applicazione di ricette socialmente avanzate; “di sinistra”, si sarebbe detto un tempo. Altro che cambiarla dall’interno. Lo attestano le elezioni politiche di domenica scorsa in Grecia. Ossequiando la Troika, il governo a trazione sinistra (Syriza) di Alexis Tsipras ha consentito a Kiriakos Mitsotakis, convinto liberista, di riportare al potere Nea Dimokratia (ND), il partito europeista di destra che ora, con la maggioranza assoluta ottenuta, potrà governare senza nemmeno necessità di alleanze.

Ad una popolazione prostrata da anni di tagli e di immiserimento è bastato promettere astrattamente crescita e prosperità. Se i tagli alle tasse, cresciute in modo significativo negli ultimi anni, hanno inteso catturare il consenso di imprese e classe media (i settori più colpiti dalla elevata pressione fiscale degli ultimi anni) a scorrere alcuni punti del programma di ND il futuro che si prospetta non sarà roseo per i più ed è tutto di marca UE, da “grande sogno” insomma: riduzione della spesa pubblica (con impatto dichiarato su sanità, scuola, amministrazione), privatizzazioni, incentivi per attrarre gli investimenti privati esteri, revisione della gestione pubblica con meno burocrazia e meno funzionari, cioè con prospettive di licenziamenti nel pubblico impiego. Non poteva mancare il velleitario voler ridiscutere con la Troika l’obbligo dell’avanzo primario al 3,5% del Pil fino al 2022.

Il paradosso è che, con questa ricetta neoliberale, su un’affluenza al 57,92%, torna al potere il partito che ha portato al collasso il Paese. Non è paradossale invece che alla brutta copia ‘liberal’ della sinistra (Syriza) ora si preferisca l’originale della destra ‘liberal’ (Nea Dimokratia). Una stucchevole alternanza. Se ne traggano le conseguenze se si vuole davvero farla finita con le misure depressive, repressive ‘austeritarie’ imposte dalla UE.

Grecia (Tsipras) chiama Italia (Conte)

A dieci anni dalla morte di Alexis GrigoropoulosA dieci anni dalla morte di Alexis Grigoropoulos

25 maggio: Piigs a Treviso al Cinema Edera

Grecia: pacchi natalizi made in UE

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Grecia, laboratorio del colonialismo duepuntozero. Fra irriformabilità e colpi di coda delle istituzioni UE

Grecia: il punto della situazione- fra atlantismo, diktat made in UE e sovranità

Dopo il referendum in Grecia: risvolti italiani e prospettive inter-nazionali

Grecia: dopo il referendum/ come posizionarsi nella rivendicazione della sovranità

Grecia: appunti in vista del referendum

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