Le ‘rime buccali’ di Conte e il covid 19

Nelle Linee Guida del governo sul rientro a scuola a settembre, si dà la misura della distanza da far rispettare in classe «tra le rime buccali degli alunni». La parola «rima», in latino, vuol dire «fenditura, fessura, crepa». Insomma, si prevede nel testo una distanza «tra le bocche» (rima oris: rima buccale) di almeno un metro. Ovviamente per la sicurezza, visto che la via principale di trasmissione del virus CV-19 sono le goccioline del respiro, un colpo di tosse o uno starnuto per il tramite della bocca.

Ora, per rispettare questa distanza significa che, intorno allo studente, vi dovrà essere uno spazio a raggiera di mezzo metro, in modo che il mezzo metro di un alunno sommato al mezzo metro del vicino dia come risultato appunto un metro. Una distanza maggiore era però prevista dalla precedente legge che infatti attribuiva uno spazio per alunno a più del doppio (1,8 metri quadrati rispetto a 0,785 previsto dalle Linee Guida). Sembra incredibile, ma così è.

A ben vedere, altro che «lotta alle classi pollaio»! In base alla normativa se ne consente il rafforzamento. È quindi evidente che non si pensa minimamente a ridurre il numero degli alunni nelle classi pollaio e men che meno ad investire in nuove assunzioni (ben più robuste, per numero, delle sostituzioni costantemente al ribasso rispetto ai pensionandi). Le Linee Guida, del resto,  predispongono la possibilità di «riconfigurare» le classi in più gruppi di apprendimento, con alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi e dunque anche di diverse età («la classe come comunità aperta»), di aggregare le discipline, di promuovere «attività didattica in presenza e digitale integrata» nelle secondarie di II grado, di ridurre l’ora scolastica, di «rivisitare i nuclei essenziali delle discipline» (ovviamente nel senso di un ulteriore ridimensionamento), di fare entrare più robustamente i privati nelle scuole. Insomma, si coglie l’opportunità per accelerare la disarticolazione e la privatizzazione della scuola pubblica statale.

Cosa c’entra tutto questo con l’emergenza sanitaria e la sicurezza? Ovviamente nulla! L’unico punto estetico perché la motivazione sanitaria regga però lo si dà: possibilità di frequenza a turni differenziati. A far vedere così che si vogliono evitare affollamenti. In classe sì, ma fuori assolutamente no! Meglio ammassare gli alunni nelle aule e «distanziare» le entrate e le uscite delle classi. Potenza della «task force» di Conte all’Istruzione.

Un’altra questione da investigare riguarda i soldi stanziati per la scuola. Prima si parlava di 1,5 miliardi di euro ma, dopo la «scoperta» dell’Azzolina, ministro dell’Istruzione, la stessa parla di 2,5 miliardi. Domanda: per chi e/o cosa sono destinati questi fondi? Se ne scopriranno delle belle.

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Il partito di Guaidò e i suoi tentativi golpisti

Per mesi contattava organizzazioni di mercenari per rovesciare Maduro. Si tratta di Leopoldo López, fondatore del partito Voluntad Popular, lo stesso in cui milita l’autoproclamato presidente del Venezuela ad interim, Juan Guaidó. A sostenerlo non è il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, nel mirino più volte di golpisti ispirati dagli USA innanzitutto, ma il quotidiano statunitense Wall Street Journal (Wsj).
In un servizio dal titolo “Guru dell’opposizione venezuelana ha guidato un piano per rovesciare Maduro”, il giornale sostiene che López, attualmente rifugiato nell’ambasciata spagnola a Caracas, ed altri esponenti dell’opposizione esaminarono le proposte di almeno sei compagnie private di mercenari.
Una serie di azioni militari avrebbe dovuto, secondo questi golpisti, innescare una ribellione delle forze armate venezuelane e portare alla caduta di Maduro. Tra queste compagnie c’è anche la SilverCorp coinvolta nell’incursione paramilitare sulle coste di La Guajira (Venezuela) sventata il 3 maggio e che ha portato all’arresto di due ex berretti verdi statunitensi, con un passato, a loro dire, nella sicurezza del presidente USA, Donald Trump. Il giornale statunitense riporta il commento di un diplomatico europeo di rango elevato che ha chiesto l’anonimato e che si è occupato di Venezuela, secondo il quale con questa vicenda “Guaidó ha danneggiato le sue credenziali democratiche”.

Il golpe in Bolivia rianima Guaidò

Bolivia 2019 come il Cile 1973?

è ‘Guaidogate’

Venezuela/L’ “evento dinamico” degli USA in Venezuela: estrema destra e mercenari in azione

Venezuela: l’attacco si fa ‘elettrico’

Gli aiuti umanitari come ‘casus belli’. Juan Guaidò: “I morti non sono un costo, ma un investimento per il futuro”

 

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Verità inconfessabili delle stragi in Italia?

Sugli atti di tutte le commissioni d’inchiesta arrivate a termine (incluse quelle sulle stragi di Ustica e Bologna), si è deciso pochi giorni fa di non desecretarle. La decisione è stata presa dal presidente del Senato (Casellati) e dal suo consiglio di presidenza per un fuoco incrociato di maggioranza e opposizione: la prima voleva fermarsi a quelle concluse al 2001, l’opposizione arrivare “almeno alla scorsa legislatura”. Da allora esponenti istituzionali e di partiti politici di maggioranza e opposizione rilanciano speranze e aspettative di una nuova riunione a stretto giro per togliere il segreto dagli atti. Insomma, dopo le tragedie, la farsa?
Cosa c’è di tanto spaventevole che si vuole rimanga secretato? Sarebbero emerse le responsabilità americane? Francesi? Inglesi? C’è ancora da coprire quelle dei “nostri” Servizi Segreti?
Chi vuole coprire gli uomini NATO (il centrodestra) mostra di essere abissalmente lontano da un reale desiderio di indipendenza, anzi è ancora in scia degli atlantici.
Dall’altra parte la dipendenza del centrosinistra (e 5S) dalla finanza ex area Marco ed il suo vile servilismo ai franco-ariani è storia più recente e probabilmente per questo più sotto i fari.
La realtà è che l’Italia, succube e sottomessa, si trova stretta e contesa tra due occupanti che continuano a determinarne le “scelte politiche” come da svariati decenni.

Diffidate di quei partiti e movimenti che si dicono sovranisti e che non riconoscono questa situazione.

Luca Deperi

(Indipendenza, Savona)

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Indipendenza interviene alla mobilitazione nazionale a fianco della Palestina

L'immagine può contenere: il seguente testo "Libertà e Giustizia per la PALESTINA Contro l'annessione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati Per il riconoscimento dello Stato di Palestina MOBILITAZIONE NAZIONALE Roma, Milano, Genova, Venezia, Rovigo, Vicenza, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Messina, Palermo, Catania, Cagliari, Ivrea, Siracusa Sabato 27 Giugno 2020- h 16.00"

Manifestazione in diverse città d’Italia contro le nuove annessioni israeliane di territorio palestinese, stavolta in Cisgiordania. A Roma, ore 16, in Campidoglio.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone sul palco, folla, bambino, scarpe e spazio all'aperto

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, folla e spazio all'aperto

Gli “Untermenschen” di Palestina

Palestina: scontri a Gerusalemme, in ricordo di Fadi Abu Salah e dei patrioti palestinesi

Palestina/ “Scontri”? No, tiro a segno!

Palestina dimenticata

No al Giro d’Italia in Israele

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Sulla scuola, no al piano Conte-Bianchi-Colao

Da 25 anni si martella sulla scuola con interventi che mirano a cancellarne la valenza nazionale, di spina dorsale del Paese, e a destrutturarne la funzione formativa, pubblica, senza disuguaglianze geografiche e/o di classe.
Frequenza a turni differenziati, organizzazione della classe in più gruppi di apprendimento, con alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi e dunque anche di diverse età (“la classe come comunità aperta”), riduzione dell’ora scolastica, “rivisitazione dei nuclei essenziali delle discipline” (ovviamente nel senso di un ulteriore ridimensionamento), “attività didattica in presenza e digitale integrata” nelle secondarie di II grado, ed altre ‘amenità’: è quanto sta emergendo dalle “Linee guida per la ripresa dell’attività scolastica a settembre” predisposte dal Comitato degli esperti istituito presso il Ministero dell’Istruzione e coordinato dal prof. Patrizio Bianchi. Qualcosa che si interfaccia molto bene con il cosiddetto Piano Colao, dal nome del ‘manager’ Vittorio Colao che presiede il comitato di esperti (“task force”) per la ricostruzione del Paese voluto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e che non a caso ben si accompagna ai progetti di regionalismo differenziato in corso, fattore di disgregazione nazionale e di ulteriori divisioni e diseguaglianze sociali.
Il tutto, da come sta emergendo, con un affidarsi all’autonomia gestionale in capo ai dirigenti scolastici, con fondi limitati (non per le scuole private, però), senza assunzioni significative particolarmente tra i docenti (a fronte degli annuali pensionamenti) ad esclusione forse del personale Ata.
Una prospettiva che già sta facendo insorgere genitori, docenti e presidi, tra organismi di categoria, sindacati e comitati anche nuovi che si stanno costituendo.
Le parole d’ordine che circolano e che è bene acquisiscano quanta più forza possibile oltre a maggiori investimenti per garantire sicurezza, un serio piano di edilizia scolastica e consistenti assunzioni con la messa in ruolo di insegnanti e personale Ata precari per superare organici deficitari da molti anni, riguardano la libertà di insegnamento, la difesa delle classi, dei programmi uguali per tutti, della didattica solo in presenza con soli insegnanti dello Stato, il rifiuto delle classi pollaio o delle presenze “a gruppi”, alternate, dell’orario ridotto, addirittura di una parte dell’orario appaltato ad enti esterni, eccetera.
“Indipendenza” è parte di un costituendo “Comitato permanente per la salvaguardia e il rilancio della scuola della Repubblica”, collegato con il “Coordinamento nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata”. Oggi una prima manifestazione a Roma, in piazza S. Silvestro, alle ore 18. Venerdì un primo incontro telematico per fare il punto della situazione e discutere dell’azione da dispiegare a livello nazionale.
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Meloni-Monti: un siparietto istruttivo

Affinità elettive europeiste-atlantiche!

Sul Corriere della Sera di ieri Francesco Verderami, in un servizio sulla corsa alla presidenza della Repubblica, snocciola una serie di nomi, dai probabili agli azzardati. Tra questi Mario Monti, il falco austeritario ex presidente del Consiglio dal robustissimo curriculum dentro le istituzioni europee ed atlantiche. Ebbene, nell’ambito delle ambizioni quirinalizie attribuitegli da Verderami, spunta il dettaglio di una telefonata complimentosa a Giorgia Meloni in relazione a non precisate (dal giornalista) dichiarazioni, e che lei stessa avrebbe rivelato in una riunione di partito.

Oggi, con una lettera al direttore del Corriere, Monti conferma e chiarisce di averla chiamata il 15 gennaio scorso per dirle di essersi trovato d’accordo sul passaggio di un’intervista di due sere prima a “Non è l’arena”. Qui la presidente di Fratelli d’Italia aveva sostenuto la necessità che in politica estera l’Unione Europea fosse messa in grado dagli Stati membri di esprimersi con una voce unica.

Nella lettera Monti scrive di aver ricordato alla Meloni «i due campi in cui già avviene quello che entrambi auspichiamo per la politica estera: la politica della concorrenza e la politica monetaria. In essi l’Europa è già “sovrana”» e che «ciascuno Stato sarebbe inefficace se in quei campi tentasse di esercitare da sé una sovranità che non si concilia più con la dimensione nazionale», chiudendo così: «Giorgia Meloni e io osservammo che, quando si discute nel concreto, posizioni che sembrano lontane anni luce nei dibattiti di principio possono anche trovare spiragli di convergenza». Fantastico!

C’è un “però”. Nel confermare la telefonata, Monti scrive di essersi trovato d’accordo con la Meloni «per la prima volta». È una notizia o uno scivolone dettato dall’imbarazzo dell’indiscrezione giornalistica che disturba il ‘gioco delle parti’ atlantico con certo sedicente “sovranismo”?

Eh sì, perché la Meloni da tempo e in diverse circostanze chiede che «l’Europa» parli con una voce sola, non solo sulla politica estera ma anche sull’immigrazione, sulla sanità. Sulla moneta e sugli strumenti finanziari, ospite dell’Annunziata a “In mezz’ora su Raitre” (20 ottobre scorso), in epoca di pre CV-19 quindi, la Meloni, dopo aver lei posto una bizzarra premessa («dire che l’euro è un dio non ci aiuta a risolvere il problema, dire che l’euro è una moneta ci aiuta a trovare dei meccanismi di compensazione») reiterava una delle perle alter-europeiste da federalismo europeo spinelliano. Stante le penalizzazioni tra Paesi della UE, poneva la questione che «forse la BCE e l’Unione europea devono trovare meccanismi di compensazione per aiutare le nazioni che sono state penalizzate». E dava suggerimenti: «Per esempio eurobond per finanziare le infrastrutture nei Paesi penalizzati, tipo l’Italia». Tradotto, auspicava una comune politica europea del bilancio e del credito. Per non parlare delle sue ripetute posizioni in favore del liberistico «pareggio di bilancio» ogni volta replicando il mantra dell’«abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità» ed amenità neoliberali euro-atlantiche a seguire.

Ora, possibile che Monti non si trovi d’accordo con lei anche su queste cose?

Giorgia Meloni e Mario Monti: convergenze liberiste

Il patriottismo atlantico di Giorgia Meloni

“Yes, yes, alalà”, ovvero sovranismo atlantico di destra

Attenti a quei due (Conte e Salvini)!

Il cosiddetto sovranismo di destra italiano: un’antitesi fattiva

Sovranismo e sovranismo, ovvero, tra ambiguità e coerenze

Il ‘why not?’ europeista di Salvini

Salvini e il nuovo corso atlantico trumpiano

Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

Sovranisti costituzionali italiani… allo stesso tempo spinelliani/europei?

Verso le elezioni: alter-europeismo immaginifico ed euroriformismo reale

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Due proposte di un sovranista federalista europeo, Paolo Savona

Cosa è condivisibile e cosa no dell’intervista a “La Verità” (20 giugno 2020) di Paolo Savona? Vediamo sinteticamente. Con l’ex ministro dell’Industria del governo Ciampi e degli Affari Europei nel primo governo Conte, oggi presidente della Consob (la Commissione nazionale per le società e la Borsa), si può convenire sul MES («entra nel rapporto debito/PIL e gli effetti sullo spread sarebbero immediati e nefasti») e su ogni altra forma di indebitamento europeo («qualsiasi prestito europeo da rimborsare è una tassa»). Si tratta di un’oggettiva presa d’atto. Come non convenirne, dunque? Eppure è diffuso il convincimento, anche perché lo si induce come da quanto segue, che la diversa strumentazione d’intervento finanziario di Commissione e Banca Centrale Europa (al di là del ‘quantum’ e del ‘quando’ effettivo sarà deciso dal Consiglio Europeo) sia espressione di uno spirito d’elargizione solidaristico, disinteressato e soprattutto benefico (anche) per il nostro Paese. Savona ammette l’evidente, e cioè che «il nodo cruciale è il rapporto tra debito pubblico e Pil: se il rapporto salirà nelle dimensioni previste, il mercato reagirà. Così come reagiranno i cosiddetti Paesi frugali». Insomma, Savona non dimentica che stiamo sempre nella gabbia UE-euro!

Cosa non appare condivisibile? Le sue due proposte («emissione di titoli senza scadenza e una rendita perenne garantita al 2%» e «rafforzamento del capitale delle imprese esportatrici, offrendo una garanza statale come per i debiti») con le quali emerge l’internità ad una prospettiva europea, pur dallo stesso criticata perlomeno quanto a declinazione attuale.

La prima proposta, al di là di altre considerazioni di merito, è eufemisticamente di dubbia appetibilità (per non dire assurda!), richiedendo ai sottoscrittori un investimento sulla tenuta del combinato UE-euro (escludendone un’implosione, quindi –nelle cose possibile e per “Indipendenza” auspicabile–), sul basso tasso d’inflazione attuale, sui prescritti (dalla UE) equilibri di bilancio e un’attesa sul recupero del capitale (non quello versato essendo il titolo irredimibile) sotto forma della rendita in tempi molto diluiti. Si confida forse nella chiave di volta della solita argomentazione neoliberale di allettamento dell’investimento per i figli? Al riguardo c’è da rilevare che nell’intervista “La Verità” riporta una scadenza (35 anni) che non si trova in altre fonti e del resto, se si tratta di titoli irredimibili, non ci può essere scadenza.

La non condivisibilità riguarda anche la seconda proposta, prestando attenzione agli interessi sociali nazionali. È infatti prevalentemente verso l’interno che sarebbe necessario operare, risollevando la produzione e la domanda interna e ricreando occupazione. In tal senso sarebbe opportuno ripartire dalla produzione delle cose più necessarie, preoccuparsi di rilanciare il mercato interno, calmierando se necessario i prezzi e curando, verso l’esterno, la protezione delle voci produttive autoctone da rilanciare; tutto questo unitamente al controllo della circolazione dei capitali, alla riconquistata facoltà di emettere moneta e titoli di debito, alla ritrovata capacità d’intervento dello Stato senza dover sottostare a vincoli esterni, eccetera.

Il sovranismo europeo di Savona emerge nel passaggio in cui afferma la «zoppia» delle istituzioni europee alla nascita, riprendendo il termine di colui che lo coniò, Carlo Azeglio Ciampi, uno degli affossa-Patria italiana. In cosa consisterebbe questa «zoppia»? Nella «mancata unificazione politica del Vecchio Continente», risponde Savona, che aggiunge: «perciò c’è bisogno di riorganizzare l’architettura istituzionale nella direzione di un completamento dell’UE». Folgorato sulla via di Damasco? Forse per chi senza fondamento ritiene Savona un “sovranista” in accezione nazionale (e non europeo quale lui è, sia pur in dissenso con questa «gabbia europea in cui l’Italia si è infilata», cfr. Paolo Savona, “Come un incubo e come un sogno”, Rubbettino, 2018, p. 22), un fraintendimento clamoroso reiterato dalla stessa compagnia di giro massmediatica e da certo circuito politico.

In realtà sono tesi che Savona sostiene da molto tempo, pur non lesinando critiche agli «errori di costruzione del mercato europeo con moneta unica» (nel sintetico merito, ibidem, p. 273). Nel governo Ciampi (1993), ricorda Savona, «ho curato il ridimensionamento dell’intervento pubblico per eliminare le distorsioni e deviazioni gestionali, partecipando direttamente a livello di governo al processo di privatizzazione e proponendo di inquadrarlo nel contesto delle alleanze politico-economiche europee» (ibidem, p. 270). Della serie: come buttare via il bambino con l’acqua sporca!

Nello stesso libro scrive: «Penso di aver chiarito che non sono un “sovranista”, uno che ritiene risolvibili i problemi ricorrendo alle sovranità nazionali in un mondo che ha scelto giustamente la libera circolazione delle merci e dei servizi, anche se non delle persone, come sarebbe stato coerente» (ibidem, p. 305). Non a caso, tra le sue idee sulle modifiche da apportare all’Unione Europa in cima c’è la creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado per l’affermarsi, dopo «più generazioni», di un consenso che porti alla nascita di un’unione politica federale «indispensabile per conciliare “la birra con gli spaghetti”» (ibidem, pp. 118 e 126). Qui si apre un ‘mondo’ (la lingua comune sarà l’inglese? Si modernizzerà la scuola ‘come’, e ‘in cosa’ consisterà lo svecchiamento delle materie di studio?).

Riconoscendo a Savona una preparazione ed una intelligenza operativa non comuni ‘dal suo punto di vista’ federalista europeo (peraltro contrastato da altri europeisti), e pur condividendo passaggi descrittivi (come quelli di cui sopra) e certi ‘nodi’ (in questa sede omessi) cui prestare attenzione, per il resto posizioni e prospettive sono inconciliabili e opposte.

Paolo Savona presenta alla stampa estera la sua ‘politeia per un’Europa diversa’

Il ‘sovranista’ Paolo Savona e la sua federalista-spinelliana “Politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

Confederalismo/federalismo e sovranità nazionale

Il cosiddetto sovranismo di destra italiano: un’antitesi fattiva

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

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Covid 19, riapertura scuole, didattica a distanza e Unione Europea

Per la riapertura delle scuole a settembre, al governo e al ministero dell’Istruzione sanno come venirne a capo ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. Da qui il susseguirsi di dichiarazioni che prospettano, di dichiarazioni che affermano, di dichiarazioni che smentiscono, di dichiarazioni che rilanciano ‘altro’ e via ricominciando. Attribuire tutto questo all’incompetenza coglierebbe parzialmente il cuore del problema. Vediamo il perché.

Le norme sulla sicurezza sanitaria imporrebbero il venir meno delle classi-pollaio e la necessità di nuove assunzioni. Più classi e più insegnanti, insomma. Tutto il contrario di quello che viene perseguito da anni: accorpare classi per ridurne il numero e disporre di un organico di docenti via via inferiore grazie alle uscite per pensionamento.
Il problema degli spazi sussiste ma è risolvibile ora con interventi laddove ci siano aule inutilizzate o non risanate per problematiche finanziarie, ora usufruendo di spazi pubblici e sociali limitrofi alle scuole, ora riaprendo scuole chiuse o edifici pubblici non in uso, e via dicendo. Tutto è alla portata per garantire a scuola la presenza (decisiva per la miglior didattica possibile), senza necessità di ricorrere a turnazioni, riduzioni dell’orario, eccetera. Curare un asse culturale nazionale nella scuola questo sì comporterebbe preparazione, conoscenza, una grande riflessione collettiva, mentre una gestione amministrativa di spazi può porre problemi, ma non più di tanto.

Perché quindi a Palazzo Chigi e a viale Trastevere sembra –attenzione: sembra!– che non sappiano come muoversi e che regni il caos? Per lo stesso motivo per cui tutti i comparti pubblici, che necessitano di un intervento dello Stato, versano in condizioni disastrose, come è emerso ad esempio nella sanità nel corso dell’emergenza da CV-19: gli investimenti.
Le classi pollaio, aventi come obiettivo la riduzione del corpo docente, sono una necessità per i tagli lineari richiesti dalle istituzioni europee in nome di un rientro del debito. Questo è il punto focale dell’essenza di funzionamento del combinato disposto UE-euro: aver innescato e trasformato in una criticità permanente il debito, averne cambiato la natura da realmente ‘pubblico’ ad ‘estero’ ed averlo inscritto in una dinamica strutturale di continui vincoli e condizionalità nella messianica e irraggiungibile prospettiva di una ‘redenzione’. Un ‘unicum’ nella Storia e nel mondo.
Con la cessione della sovranità monetaria, la venuta meno di un’autonomia politica a tutti i livelli (bilancio, investimenti, controllo dei flussi di capitale, indirizzi…) e quindi della piena titolarità decisionale degli investimenti da effettuare, qualsiasi governo, si trattasse anche di uno insediatosi con le migliori intenzioni e con un voto ‘a furor di popolo’, quand’anche fautore di una visione politica sociale avanzata, avrebbe le mani più che legate, un perimetro d’intervento ristretto, sempre più ristretto. Dentro l’Unione Europea ed il campo atlantico non c’è futuro (anche) per l’Italia, ma solo fumisterie e farse, come nella fase attuale con le “potenze di fuoco” dei supposti “aiuti” europei.

Al governo e al ministero dell’Istruzione l’idea su come venirne a capo l’hanno, ma sono preoccupatissimi sulle conseguenze sociali. La linea che attuerebbero subito, consisterebbe in una massiccia trasformazione digitale del sistema scolastico. Anche se parziale potrebbe tornare utile per mantenere l’ossequio alle imposizioni dei tagli lineari di cui la riduzione dei lavoratori del pubblico impiego è per la Troika (FMI-BCE-UE) tra gli obiettivi ineludibili. Di qui, quindi, la magnificazione delle tecnologie didattiche e del ‘distanziamento dell’insegnamento’. Non ci sono tanto e soltanto gli interessi affaristici di chi gestisce le piattaforme digitali (sarebbe interessante vedere chi compone la relativa ‘task force’ al ministero dell’Istruzione e a quali ‘cordate’ risponde), c’è molto pragmaticamente il ‘risparmio’ che dalla ridotta presenza del corpo docente a scuola potrebbe derivare. Questa soluzione, ben evidente nella sua utilità e ‘tecnicamente’ facile da attuare, comporta però effetti negativi che non si sa bene poi come fronteggiare. La preoccupazione verte non sulla ‘qualità della didattica’ (che, da decenni, per chi domina e relativi referenti è bene che si abbassi sul versante ‘educativo-critico-formativo’…) ma sulla tenuta sociale di queste misure, delle proteste che potrebbero montare dalle famiglie e dal corpo docente.

Già ci giungono segnalazioni sia di riunioni telematiche sia di assemblee ‘in presenza’ di genitori e docenti che si preparano a dare battaglia a settembre. Le rivendicazioni base che ricorrono, tutte o parte, sono queste: apertura delle scuole, rifiuto della Didattica a Distanza sostituiva o anche solo complementare al monte-ore curricolare, più classi (con numero di studenti ben inferiore a quelle “pollaio”), recupero di locali, regolarizzazione del precariato scolastico e assunzioni stabili (docenti e personale Ata), rifiuto delle turnazioni e della riduzione dell’ora scolastica a 40 minuti (già in diverse scuole l’ora corrisponde a 50 minuti), adeguamenti stipendiali dei dipendenti.
Sulla scuola, come per la sanità e altro, le parole d’ordine devono essere chiare: più investimenti, più intervento pubblico, più Stato (italiano). Ognuno di questi ambiti (con annesso stato di sofferenza sociale di milioni di lavoratori, di precari, di partite IVA, di inoccupati, ecc.), perché possa essere soddisfatto nelle sue rivendicazioni, necessita tanto della rottura dei vincoli di dipendenza dalla gabbia euro-atlantica, quanto di una nuova classe dirigente che abbia chiaro il nesso ineludibile tra conquista della sovranità monetaria e politica in senso lato e risorgimento sociale delle diverse classi e segmenti subalterni della società italiana, ‘in sofferenza’ tra condizioni di vita e restringimento di diritti.

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Piano Colao e stati generali dell’economia

Il coronavirus ha mostrato che libero mercato, privatizzazioni (anche) nella sanità, tagli di ospedali e di personale medico e infermieristico hanno fallito. Quel che è rimasto della sanità pubblica ha limitato i danni reggendo –per quel che è stato possibile– grazie anche ai tanto deprecati “dipendenti pubblici”.
Gli Stati Generali dell’Economia, aperti ieri a Roma, a Villa Pamphili, dal governo Conte, vedono la presenza della Troika (FMI-BCE-UE) e, ‘curiosamente’, non quella dei giornalisti, per i quali sono previsti soltanto alcuni punti stampa e una conferenza finale.
La posizione del governo italiano si basa sul cosiddetto “Piano Colao”, che reitera un liberismo senza alcun vincolo sociale né ambientale. Un’accelerazione ad un progetto in atto da decenni che si riassume in: più competitività per affrontare il mercato globale. È esposto con tante parole in inglese e qualcuna in italiano modaiolo quale “resilienza”, con la forza persuasiva di una pompatissima “task force”, discutibile in sé e nei suoi componenti.
Si spinge per fusioni e accorpamenti di società, 5 G, pagamenti elettronici con la scusa dell’evasione fiscale (senza menzionare l’elusione fiscale che vale molto di più ma colpirebbe le big), nuove infrastrutture con superamento di vincoli paesaggistici e ambientali (seppur si dice di puntare sulla green economy), una scuola che formi addetti pronti per le aziende (evidentemente più importante che non formare persone e teste pensanti); si parla di sburocratizzare (non ad es. per le micro partite iva), di fatto si suggerisce un ulteriore alleggerimento del controllo dello Stato sul mercato del lavoro e uno snellimento delle procedure di privatizzazione. Addirittura per fare cassa, oltre alle solite svendite di aziende pubbliche e nuovi debiti con annessi vincoli con la UE, si ipotizza di cedere l’oro della Banca d’Italia e parte del patrimonio fisico nazionale (terreni).
È come trovarsi con una distorsione ad entrambe le caviglie mentre si sta correndo su un terreno accidentato e per fare andare meglio le cose si decidesse di correre senza sosta e più forte ancora sempre su quel sentiero. Sicuro che si andrà a stare meglio?
Perché siamo fermi al concetto di “competizione”? Siamo persone che vivono in uno spazio collettivo o animali predatori che competono per lo spazio vitale? Per questa folle voglia di competizione usiamo sempre più psicofarmaci e imponiamo sempre più antibiotici agli animali con un esponenziale sfruttamento delle risorse del pianeta. Qual è il senso?
Il mercato interno italiano in questa logica non conta più nulla, conta solo l’export e bisogna ridurre i costi fissi (tra cui ovviamente i salari) per competere con gli altri.
Le diversità tra aziende non sono funzionali, bisogna essere grossi e in questo senso solo le grandi aziende devono essere aiutate dallo Stato. La scuola deve essere al servizio di questo sistema e tutto attorno deve essere modellato in tal senso. La salute è un business, il debito è un business; insomma tutto è solo ed esclusivamente business.
Gli Stati sono gli unici ostacoli possibili e per questo vanno abbattuti, privati della moneta, subordinati alla volontà del detentore del debito, smembrati in funzione di macro regioni, deregolamentati sui diritti delle persone e dell’ambiente.
I popoli vanno messi in competizione tra poveri, svuotati di diritti, di formazione, di poteri: da quello contrattuale a quello di consumatore e a quello di elettore. Per questo esistono le task force e ce lo dicono senza pudore perché “servono le crisi per fare passi in avanti” (Monti), “e l’Europa con la gestione della crisi greca ha dimostrato di funzionare” (Colao).

Luca Deperi

(Indipendenza, Savona)

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Secessione dei ricchi: una conclamata fandonia

Alcune sere fa, durante la videoconferenza di Indipendenza sul regionalismo differenziato, citavo il fatto che la retorica della ‘secessione dei ricchi’ rispetto al Nord Italia fosse una enorme bugia.
Evidenziavo il fatto che sarebbe sufficiente andare in un centro della Caritas per rendersi conto di quale sia la realtà anche in una zona ‘ricca’ come il Veneto.
Indicativo in questo senso che stasera proprio il direttore della Caritas di Treviso venga oggi intervistato da TG2000 sul drammatico crollo delle condizioni materiali di vita di larghi strati della popolazione. Questi i fatti, il resto sono chiacchiere.

 

Alberto Leoncini, Treviso
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