12 aprile: incontro telematico con Ernesto Burgio. Pandemia o sindemia?

Incontro telematico con Ernesto Burgio lunedì 12 aprile 2021 h. 21,00

Per partecipare, scrivere a ass.indipendenza.info@gmail.com . Numero limitato di posti

Ernesto Burgio su WSJInternational

Covid 19 e ‘lockdown’: esempio Cuba e un interrogativo

Tesi sulla sanità

Contro il coronavirus, da L’Avana, Mosca, Pechino

Covid-19 e Servizio Sanitario Nazionale

Coronavirus e tagli alla sanità: dentro la pandemia perfetta

Collasso finanziario da coronavirus: è l’Unione Europea!

Pandemia: folgorazione o opportunismo?

Pandemia da Covid-19 e pandemonio euro-unionista

Ovvietà banali nell’era del coronavirus

Covid-19, pandemia euro-unionista e MES: Italia sotto attacco

Coronavirus, tra Unione Europea e regionalismo differenziato

Cultura contadina e cultura sanitaria

Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito

Imperia: manifestazione contro la chiusura degli ospedali

Sanità in Calabria e disvelamenti del ‘caso Cotticelli’

Sui posti letto nella sanità italiana dal 1980

Coronavirus: Ernesto Burgio a RadioOndaRossa

Coronavirus, a che punto siamo? Parla Ernesto Burgio

Coronavirus: origini, effetti e conseguenze

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

Pandemia: folgorazione o opportunismo?

Pandemia da Covid-19 e pandemonio euro-unionista

Ovvietà banali nell’era del coronavirus

Covid-19, pandemia euro-unionista e MES: Italia sotto attacco

Coronavirus, tra Unione Europea e regionalismo differenziato

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Il coming out di Letta (PD): sono sovranista!

«Mi dichiaro anch’io sovranista, ma sovranista europeo». Rompe un tabù lessicale il segretario del Partito Democratico (PD) Enrico Letta su un termine («sovranista») da tempo strumentalmente demonizzato dalle oligarchie politico/giornalistiche interne e sovranazionali di cui pure lo stesso è ideologicamente parte. È un tabù di forma, funzionale alla ‘guerra ideologica delle parole’, perché nella sostanza non lo si nega, salvo confliggere sul ‘decisore’ d’ultima istanza. Un tabù vigente –nella forma e nella sostanza– pure in settori ‘di sinistra’ o comunque in aree politiche fautrici di politiche e assetti di società radicalmente diversi da quelli dominanti, che però si condannano al velleitarismo proprio perché non sciolgono il nodo politico ‘principale’ (perché ‘preliminare’) della liberazione da ogni vincolo di dipendenza dagli interessi oligarchici esterni ed interni al Paese: da qui il loro ripudio del patriottismo, dell’indipendentismo nazionale e quindi del perseguimento di un’effettiva sovranità politica delle classi popolari subalterne.

Letta si è dichiarato “sovranista europeo” nel corso della presentazione, per via telematica, del Rapporto Annuale dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) sulla UE dal titolo “Il mondo al tempo del Covid: l’ora dell’Europa?”. Ha suscitato imbarazzo e censure questo passaggio. Sui principali quotidiani e organi radio-televisivi c’è la notizia del convegno ma, eccezioni a parte, su quel passaggio si glissa. L’imbarazzo è di forma, non di sostanza. Chiunque minimamente raziocinante, a qualsiasi livello, da qualsiasi angolazione politica, ‘sa’ che il nodo del ‘chi’ decide in ultima istanza è un passaggio-chiave, ‘sa’ che la sovranità è consustanziale allo ‘spazio politico’, ma nell’era della ‘guerra delle parole’, del colonialismo culturale di addomesticamento in essere da molti, troppi decenni (anche) nel nostro Paese, quel concetto su scala nazionale e stato-nazionale deve essere svilito, denigrato, annichilito. Deve esserlo perché si impongano incontrastati dominanze altrui, che sia il sovranismo euro-unionista di matrice tedesca e/o francese o il sovranismo atlantico statunitense, tra loro confliggenti sulla preminenza d’ultima istanza ma convergenti sulla negazione e denigrazione ideologica delle sovranità nazionali e/o statuali. Se necessario –si veda lo scenario internazionale– da minacciare e reprimere a tutto campo, interventismo militare incluso. In questa Italia, periferia colonizzata dell’impero statunitense, contesa dalle brame “europee” di Francia e Germania, “sovranista” vale ancora come demonizzazione di “nazionalista”, come ‘insulto politico’ rispetto ai più astratti e narcotizzanti concetti di cosmopolitismo, di globalismo e, in questa parte di mondo, di europeismo.

Letta ha evocato due ovvietà: non solo la valenza ineludibile del concetto di “sovranità”, con il policentrismo che questo comporta (si noti infatti il suo “ma”, puntato ad una declinazione specifica, di parte, di sovranismo), ma anche la sua concretezza, cioè contorni geografici e politici di (effettiva o meno…) identità distintiva da ‘altre’, tramite un aggettivo che la qualifichi, con inevitabili ricadute ‘materiali’ su quali interessi e quali ripercussioni politico-sociali in quel dato spazio.Nelle sue dichiarazioni Letta ha aggiunto qualcos’altro di significativo sullo scenario politico italiano dell’oggi di fase. Il suo auspicio, dopo l’«evoluzione» del M5S su posizioni europeiste (con interessato occhieggiamento ad una guida di Giuseppe Conte dello stesso), ha riguardato la Lega:: sarebbe «contento» se, dopo il sostegno al governo Draghi e la conversione a “U” verso l’europeismo, il partito di Matteo Salvini si avvicinasse al Partito Popolare Europeo. Altrettanto interessante la replica di Salvini: «Se la pandemia insegna a concentrarsi su grandi temi è un passo avanti, possono andare insieme il sovranismo e l’europeismo, coniugati dal pragmatismo alla Draghi».

A latere di questo quadro, è intervenuta la Meloni sul Corriere della Sera (30 marzo 2021): ribadita la scelta per il suo partito, Fratelli d’Italia, di definirsi «patriottico», ha rivendicato l’«onore» di essere presidente dei “Conservatori e Riformisti Europei” «per un modello confederale di Europa». Nell’area, poi, che potremmo definire ‘diversamente sovranista’ da quella di Letta, Salvini, Meloni, eccetera, proseguono i distanziamenti politici dal termine fino a ieri assunto ed oggi superato a causa del “Potere che deforma le definizioni”: non più “sovranisti”, ma patrioti rigorosamente costituzionali. Un’espressione («patriottismo costituzionale») teorizzata in termini liberali negli anni Ottanta da Jürgen Habermas per indirizzare culturalmente e politicamente la transizione dagli ormai superati (beninteso: per l’ideologica liberale divenuta alter-sovranista) Stati-nazionali alla nuova “Patria Europea”.

Dentro la “guerra delle parole”, passano concetti e visioni. Essere attrezzati al riguardo qualifica e fa sempre la differenza per le implicazioni culturali e politiche che comporta. “Indipendenza” da molto tempo, anche in tal senso, sta facendo la sua parte.

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

Orientamenti preliminari all’idea di patria e di nazione

Le tesi sulla questione nazionale

Confederalismo/federalismo e sovranità nazionale

Liberazione: corsi e ricorsi storici

Sovranismo e sovranismo, ovvero, tra ambiguità e coerenze

Il messaggio atlantico-federalista di Sassoli, neo presidente del parlamento UE

“Yes, yes, alalà”, ovvero sovranismo atlantico di destra

Meloni-Monti: un siparietto istruttivo

Giorgia Meloni e Mario Monti: convergenze liberiste

Il patriottismo atlantico di Giorgia Meloni

L’anno del Dragone?

Dopo Salvini, ‘endorsement’ anche di Papa Francesco per Mario Draghi

Draghi, why not? Il ‘sovranista’ Salvini riapre alla troikaDraghi-Mattarella: Italia in amministrazione controllata

Draghi-Mattarella: Italia in amministrazione controllata

Unione Europea sempre più a trazione franco-tedesca

Barroso, dalla Commissione Europea a Goldman Sachs: i miracoli delle porte girevoli made in UE

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

Il ‘sovranista’ Paolo Savona e la sua federalista-spinelliana “Politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”

Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

Il cosiddetto sovranismo di destra italiano: un’antitesi fattiva

Sovranisti costituzionali italiani… allo stesso tempo spinelliani/europei?

I critici della UE, nostalgici della CEE

Alle origini dell’Unione Europea: Spinelli, federalismo e atlantismo

Trentennio glorioso, prima repubblica e altre magiche creature: per una critica ragionata al bestiario sovranista

Fra subalternità e scenari in evoluzione: anatomia del fenomeno Ciampi

Mattarella: nella NATO e nella UE senza ‘se’ e senza ‘ma’

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1 aprile: parliamo di Libia con Andrea Amedeo Sammartano

Incontro telematico giovedì 1 aprile 2021, alle ore 21:00. Parliamo di Libia, dalla Jamahiriya al (dis)ordine coloniale

Per partecipare, scrivere a ass.indipendenza.info@gmail.com . Numero limitato di posti

Libia dieci anni fa e dottrina Biden

La Corea del Nord come la Libia? È la minaccia degli Stati Uniti

Il fantoccio Al Serraj e il governo italiano in confusione

Italia-Libia: Usare l’aviazione contro l’emigrazione illegale

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Perché la Nato dieci anni fa demolì la Libia- Manlio Dinucci

Nello Scavo sulla Libia

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Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata (parte III)

Sulla vicenda Moro tendono a prevalere tre atteggiamenti. Il primo è da celebrazione rituale: un atto strumentale, ‘politicamente corretto’, con annesso vuoto esercizio di retorica, scandito negli anniversari del sequestro e del ritrovamento del corpo dello statista democristiano. Il secondo è di indifferenza per una storia vista come democristiana e ormai storicizzata (e qui converge anche chi lo ricorda come un ‘nemico di classe’). Il terzo (minoritario) è apologetico e ne enfatizza il pensiero e l’azione di propugnatore, ancorché solitario, della dignità e della sovranità nazionale, tessitore di un disegno di autonomia nei rapporti con gli USA e di affermazione degli interessi italiani di fronte al processo di costruzione unionista europea anche nel passaggio dell’allora imminente (marzo 1979) introduzione del Sistema Monetario Europeo, battistrada dell’Unione economica e monetaria dell’Unione Europea (1 gennaio 1999).

Se è bene mantenere un ‘sano’ distanziamento culturale e politico dai primi due non equivalenti atteggiamenti (nel secondo è possibile, ben articolando la vicenda Moro, determinare degli scollamenti…), il terzo è da prendere in considerazione, purché ci si liberi dalla zavorra delle forzature, delle ‘ricostruzioni di comodo’ comunque connotate, friabili sul piano del riscontro storico e a ben vedere controproducenti per le prospettive politiche da perseguire nel nostro tempo.

Ricostruire le dinamiche del sequestro di Aldo Moro, dove sia stato tenuto prigioniero, le fasi della trattativa, ‘come’ è maturato il tragico epilogo che sino all’ultimo sembrava potesse essere ben diverso, non è affatto secondario per comprendere il ‘chi di ultima istanza’ ne ha voluto la morte e di conseguenza i “perché”.

Nel gennaio 1978, pochi mesi prima del sequestro, Moro scrive per “Il Giorno” un articolo (“A noi tocca decidere in piena autonomia”) che il quotidiano decide di non pubblicare “per motivi di opportunità”. Moro esprime con pacatezza la sua irritazione nei confronti del governo degli Stati Uniti per i “giudizi espressi” –e relative modalità di comunicazione– “sugli sviluppi della politica italiana e la possibilità di accesso dei comunisti al governo del paese” parlando di “vivaci polemiche” e di “qualche nuova ragione di tensione”. Moro non dubita della “lealtà” con la quale il Partito Comunista Italiano “ha corrisposto con una scelta, quella di accettare la Nato, frutto, più che di vocazione, di rigoroso realismo politico” di fronte alla situazione nuova, alla grave emergenza del Paese. Pur ribadendo la natura circoscritta dell’accordo con il PCI (“riscontriamo delle diversità non trascurabili ed escludiamo una sorta di generale alleanza politica con il Partito Comunista, della quale mancano le condizioni”) afferma che “a noi tocca decidere, sulla base della nostra conoscenza, in piena autonomia, ma con grande equilibrio e senso di responsabilità”, ritenendo “possibile raggiungere una positiva concordia sui programmi ed un grado di intesa tra le forze politiche e sociali” per “far fronte all’emergenza” e “sperimentare un costruttivo rapporto tra partiti molto differenziati, che la realtà della situazione obbliga a non ignorarsi ed a non paralizzarsi, provocando con ciò la paralisi, e forse peggio, dell’Italia”.

Ecco, ancora una volta la politica estera come cinghia di trasmissione e cartina al tornasole di ‘quale’ politica interna. La mutazione genetica in senso occidentale e atlantico del PCI era ad uno stadio molto avanzato per ritenere che a Washington fosse davvero temuto un suo inserimento nell’area di governo. Come per il PSI negli anni Cinquanta, il modo di relazionarsi del Dipartimento di Stato e dell’ambasciata USA a Roma si dispiegava tra timori, diffidenza e prudenza sul proscenio, tanto necessari ‘dietro le quinte’ per sempre maggiori sollecitazioni e più significative richieste di affidabilità in cambio della prospettiva di più rassicurate aperture.

Snodo importante la figura di Altiero Spinelli. Se, verso il PCI, non sono da escludere centrali maccartiste di sfegatato e pregiudiziale anti-comunismo, queste non avrebbero potuto operare sino alla fine in contrasto con la direzione prevalente d’indirizzo a Washington.

L’europeismo di Moro, poi, era un fatto, connotato da una critica che occhieggiava a sbocchi federalisti, perlomeno per alcuni ambiti.

E i rapporti con gli Stati Uniti? Emerge con Moro negli anni (a partire almeno da piazza Fontana, dicembre 1969) un tentativo di secondo neo-atlantismo, dopo il primo –tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta– dell’asse Gronchi-Mattei e Fanfani gravitante. Questi tentativi per un accredito migliore nelle relazioni oltre Atlantico non solo produssero poco o nulla, ma attivarono avversioni e ostilità, oltre che da parte degli Stati Uniti, anche da altre Potenze (in primis, ad analogo livello, da Gran Bretagna, Francia, Israele) che nei maggiori spazi di autonomia dell’Italia nel Mediterraneo, in Africa e nel mondo arabo vedevano un danno ai propri interessi. Il destino di Moro così riecheggia quello di Mattei. Su questi versanti va approfondita la conoscenza storica ed è necessario ragionare per comprendere le conseguenze di ieri sull’oggi, la portata ancora attuale –quantunque di molto aggravata– di certi ‘nodi’ e quali conseguenti prospettive perseguire. (fine)

Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata (parte II)

Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata (parte 1)

Verità inconfessabili delle stragi in Italia?

Capaci 1992: il ‘doppio livello’ di una strage

Nel solco dello stragismo di ‘doppio livello’ in Italia

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

Alle origini dell’Unione Europea: Spinelli, federalismo e atlantismo

Trentennio glorioso, prima repubblica e altre magiche creature: per una critica ragionata al bestiario sovranista

Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

Piazza Fontana, 12 dicembre 1969

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Libia dieci anni fa e dottrina Biden

Sono trascorsi dieci anni da quel 19 marzo 2011 che vide l’aggressione delle forze USA/NATO ad un Paese non allineato, la Libia, che in Africa stava perseguendo una prospettiva di relazioni inter-africane di emancipazione dai vincoli neocoloniali ed imperialistici di diversi Stati, non solo gli Stati Uniti.

I numeri forniti allora dal Pentagono parlarono, alla fine, di più di 40mila tra bombe e missili sganciati, per 30mila missioni. L’Italia, che due anni prima aveva ratificato con la Libia un trattato di Amicizia e Cooperazione, partecipò alla guerra di aggressione fornendo basi aeree, cacciabombardieri e mezzi navali. Il terreno all’intervento era stato reso propizio agli occhi della cosiddetta “opinione pubblica” dall’intossicazione massmediatica dei grandi network mondiali che, a pieno regime, avevano preventivamente iniziato a martellare sul “dittatore” e le repressioni nel sangue di pacifiche manifestazioni di dissenso, sui massacri sul suo popolo, sulle fosse comuni, sulle violenze alle donne pianificate su larga scala con espliciti ordini (e consegna di preservativi) ai soldati, ed altre amenità che, alla fine, si riveleranno false. Intanto sul terreno, ancor prima dell’attacco aeronavale a guida USA, già agivano forze speciali in particolare qatariane e i gruppi islamici filo Al Qaida ostili al governo che, con buona pace della euro-atlantica “guerra al terrorismo” della salafita-wahabita al Qaida di Osama Bin Laden, operarono in sinergia con le forze USA/NATO in Libia e poi in Siria e anche in altri teatri di guerra.

La Libia, che in tutti gli indicatori statistici registrava eccellenze in termini di produttività, di benessere e di sviluppo umano, veniva rasa al suolo. Pagava non solo per essere il territorio ricco di grandi riserve petrolifere e di gas naturale, con margini ristretti di profitto per le compagnie straniere, ma anche per il sostegno politico attivo, in termini di investimenti, che la Jamahiriya aveva approntato per progetti finanziari, monetari e di mercato comune africani che avrebbero colpito gli interessi innanzitutto statunitensi e francesi nel continente. A cosa abbia portato la demolizione dello Stato libico è sotto gli occhi di tutti, con ripercussioni ben oltre i confini libici.

Biden, vice del presidente degli Stati Uniti Barack Obama (Premio Nobel per la Pace) che scatenò la guerra, pur essendo inizialmente perplesso sull’intervento per l’assenza di un piano preciso per il ‘dopo’ rovesciamento di Gheddafi, quando questi fu assassinato nell’ottobre 2011 esaltò pubblicamente l’intervento militare sostenendo che l’approccio utilizzato dagli Stati Uniti in Libia era il modulo più appropriato per gli interventi militari del futuro. Fu infatti replicato ed è sempre al multilateralismo, perno della sua dottrina di aggressione, che il neo presidente Biden dall’insediamento di pochi mesi fa alla Casa Bianca si richiama nelle sue dichiarazioni bellicose intanto contro Russia, Cina e Iran.

La Corea del Nord come la Libia? È la minaccia degli Stati Uniti

Il fantoccio Al Serraj e il governo italiano in confusione

Italia-Libia: Usare l’aviazione contro l’emigrazione illegale

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Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata (parte II)

“Un attacco che puntava a destabilizzare la vita democratica italiana”. Questo un passaggio della dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 16 marzo scorso, a quarantatré anni dal sequestro (1978) di Aldo Moro. “Attacco” di chi? Del “folle delirio brigatista”, dice Mattarella. Siamo ancora alla ritualità senz’anima (e senza effettiva verità!) del ricordo. Mettiamo giù qualche punto, alla spicciolata, della narrazione ufficiale: 55 giorni in un solo covo, in via Montalcini a Roma, dentro un bugigattolo senza finestra. Per un fumatore come Moro un rischio di morte precoce per soffocamento più che per tabagismo. Invece: un corpo abbronzato, un buon tono muscolare, salsedine marina nei polmoni, nicotina nel sangue, sabbia (e fibre di tessuto…) nei vestiti. Nel garage di quello stabile staziona la Renault rossa (la stessa nella quale sarà trovato il corpo il 9 maggio in via Caetani) ma… la saracinesca basculante non si chiude: una ‘porzione’ di macchina non entra nel garage (perizia dei carabinieri del R.I.S. nel 2017). Ancora: parlano il corpo senza vita di Moro, il suo posizionamento, la coperta priva di tutti quei 12 fori di proiettile che da lì sarebbero dovuti passare (solo due), le due concentrazioni di sangue nel portabagagli, le tracce ematiche dentro la vettura, il rinvenimento di bossoli all’interno della stessa, uno addirittura sul pianale. Questo e molto altro ancora, grazie soprattutto ai lavori d’inchiesta di Paolo Cucchiarelli, per una ricostruzione ben diversa di una vicenda di cronaca nera (geo)politica, nella quale (ancora una volta!) entra pesantemente il nostro ‘alleato’/padrone d’oltre Atlantico. Ricostruzione indispensabile per cogliere tutti i “chi”, tutti i “perché” dell’uccisione di Moro e le conseguenze che da lì si snodano all’oggi. (segue)

Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata (parte 1)

Verità inconfessabili delle stragi in Italia?

Capaci 1992: il ‘doppio livello’ di una strage

Nel solco dello stragismo di ‘doppio livello’ in Italia

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

Alle origini dell’Unione Europea: Spinelli, federalismo e atlantismo

Trentennio glorioso, prima repubblica e altre magiche creature: per una critica ragionata al bestiario sovranista

Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

Piazza Fontana, 12 dicembre 1969

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Biden: atlantismo e ‘America first’

«Putin è un killer!». Così, con disinvoltura, si è espresso poche ore fa Joe Biden, nuovo tenutario della Casa Bianca, all’emittente televisiva statunitense Abc, intervistato da George Stephanopoulos. Quindi, senza precisarne i termini, ha minacciato il presidente russo («pagherà un prezzo») per aver tentato di influenzare le elezioni presidenziali USA del 2020.

Circa un mese fa, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, Biden aveva ripetuto che «l’America è tornata, l’Alleanza Atlantica è tornata», «da Roma a Riga», per affrontare le sfide economiche e politiche globali: da un lato prepararsi «a una dura competizione strategica con la Cina», dall’altro fronteggiare la Russia di Putin che «mira a sabotare il progetto europeo, indebolire la NATO e attaccare le nostre democrazie». Con gli “alleati” i toni erano stati perentori: per la “difesa” collettiva (ha citato l’articolo 5 del Patto Atlantico) bisogna investire di più e assumere più responsabilità nei teatri operativi NATO.

Un paio di giorni prima (17 febbraio) Mario Draghi, nel suo discorso al Senato con il quale anticipava il programma e chiedeva la fiducia come presidente del Consiglio, si era sentito in dovere di indicare nell’atlantismo («ancoraggio storico dell’Italia») uno dei pilastri fondamentali del suo governo. Un richiamo insolito, perché da decenni dato –e praticato– come scontato e per questo non così perentoriamente al centro di discorsi di ‘investitura’. Evidente la volontà di assicurare i suoi ‘tradizionali’ referenti d’oltre Oceano –tanto più in questa fase, nei nuovi scenari internazionali che si stanno prefigurando– sull’essere l’Italia in scia dell’avventurismo bellicista –per ora solo verbale– di Biden. Fortuna che la NATO e l’atlantismo erano un ‘orpello decaduto’ della Guerra Fredda, un ‘fatto estetico’ senza più alcuna valenza…

L’anno del Dragone?

Draghi-Mattarella: Italia in amministrazione controllata

Mattarella: nella NATO e nella UE senza ‘se’ e senza ‘ma’

Veto e disvelamento euroatlantico di Mattarella

Gli avvertimenti euroatlantici del Quirinale

Dopo un Trump se ne faranno altri

‘Trumpismo’ e ‘bidenismo’

Gasdotto TAP e interessi geopolitici USA

Malloch: is it clear (‘è chiaro’)?

Tav e Recovery Fund, tra affarismi e cessioni di sovranità

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17 marzo 1861- 17 marzo 2021

Ricorre oggi l’anniversario dell’Unità d’Italia: una unità politica non pienamente compiuta nel 1861, con una veste istituzionale (la Monarchia) assolutamente non apprezzabile e di lì a poco un ‘peccato originale’ (l’avvio del colonialismo interno tosco-padano nel sud Italia) oggi tutt’altro che archiviato e ‘sanato’. La ‘partita’ per un’Italia indipendente e socialista resta, non solo per “Indipendenza”, l’utopia possibile di una lotta di liberazione che ha ragioni e radici antiche. La prospettiva di un’idea alternativa di società passa, nel nostro presente storico, per la liberazione nazionale dalle catene euro-unioniste ed atlantiche che ci imprigionano da tanti, troppi decenni.

Giuliano Montaldo, in un’intervista a Patria Indipendente di qualche tempo fa, disse: «Patria è una parola bellissima. Io ho imparato cosa è la Patria nel 1945. E ho imparato la parola Patria con la parola Resistenza. Credo che siano due parole fondamentali per capire l’evoluzione del nostro Paese dal fascismo alla democrazia. Siamo noi a decidere che Patria vogliamo. Io so che Patria voglio. Una Patria che nasce dalla Resistenza, dal lavoro, dalla cultura, dal desiderio di fare».

2 giugno: tricolore e paradossi

Antifascismo, giustizia sociale e anticapitalismo: senso e prospettive del 25 aprile

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

E poi coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri…Patria, sovranità, indipendenza e socialismo!

Fotogrammi per un’Italia da liberare

Le tesi sulla questione nazionale

Fra subalternità e scenari in evoluzione: anatomia del fenomeno Ciampi

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Aldo Moro e il crepuscolo della Repubblica a sovranità limitata

16 marzo 1978: le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro, presidente della DC, figura ritenuta la più autorevole del sistema politico italiano di allora, da molti indicato come prossimo Presidente della Repubblica. Quella vicenda si rivelerà uno spartiacque politico con effetti che investono l’oggi.

Nei volumi “Morte di un Presidente” e “L’ultima notte di Aldo Moro” del giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli si contorna un’intelaiatura di fatti e di interessi che smonta una narrazione ufficiale di oltre 40anni intrisa di opacità, menzogne, insabbiamenti, finalizzata a secretare la “questione nazionale” e l’ingerenza atlantica nelle faccende di quella che fino a quel momento era una repubblica a sovranità limitata (Italia).

Le graduali “limitazioni”, di fatto cessioni, delle residue sovranità –in nome del processo unionista di integrazione euro-atlantica– si sarebbero ben presto accompagnate con l’erosione progressiva delle conquiste sociali e democratiche di decenni di lotte. Il vincolo esterno sempre più si sarebbe palesato come la madre di tutte le questioni: ‘a monte’, quale politica è mai possibile senza il controllo della moneta, senza autonomia decisionale nelle politiche di investimento, di bilancio, di indirizzo economico?

Che nelle parole e nelle strategie di Moro si annidino i motivi del suo rapimento e del suo assassinio è pensiero comune [Massimo Franco, “La democrazia incompiuta” per Laici Cattolici, Corriere della Sera, 2012]. Il governo Moro del 1975 introdusse l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli di stato emessi e non sottoscritti dal mercato, per proteggere il debito pubblico da pericoli esterni, così come il “lodo Moro” del 1973 evidenzia la rivendicazione di una qualche autonomia in politica estera, assolutamente sgradita oltre Atlantico. Abbastanza nota la vicenda che da ministro degli Esteri lo vide protagonista nel corso di una visita ufficiale negli States, quando subì vere e proprie minacce dall’allora segretario di Stato USA, Henry Kissinger, per le politiche che stava perseguendo in Italia.

Queste minacce lo spinsero, al ritorno, a rimanere a lungo fuori dalla scena politica, ufficialmente per una malattia [dichiarazioni resa dalla moglie di Moro alla I Commissione d’Inchiesta e da Giulio Andreotti in un’intervista all’Ansa].

La vicenda Moro si consuma alla vigilia dell’ingresso nel Sistema Monetario Europeo (1979) che avrebbe determinato una decisa torsione degli assetti politico-istituzionali del Paese e dei successivi decenni di politica economica e sociale: è stato come entrare in una tonnara, ed è storia dell’oggi (segue)

Verità inconfessabili delle stragi in Italia?

Capaci 1992: il ‘doppio livello’ di una strage

Nel solco dello stragismo di ‘doppio livello’ in Italia

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Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

Piazza Fontana, 12 dicembre 1969

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Covid 19 e ‘lockdown’: esempio Cuba e un interrogativo

L’Italia in “arancione-rosso” da metà marzo, con cessazione (di questo passo tutta da vedere…) ad aprile (fine Pasqua) ci dice che, da un anno a questa parte, quel che è stato fatto a nulla è servito. L’artificio delle varianti cromatiche nei passaggi di status regionali (e talora comunali) maschera una sostanziale reiterazione della (non)strategia -qui in Italia- dei “lockdown”. Altrove la loro applicazione è stata inserita in una visione di contrasto più complessiva: si staglia Cuba, con una struttura sanitaria pubblica efficiente, una visione delle necessità sociali non soggiacenti agli interessi di lucro, una preparazione generale ed una capacità d’intervento dello Stato anche in pandemia da prendere ad esempio nel mondo. Questo nonostante sia da decenni sotto embargo economico, indurito dall’amministrazione Trump quando la pandemia si è abbattuta sull’Isola. Cuba, in pochi mesi, ha risposto alle necessità della popolazione e si è prodigata portando in altri Paesi la sua esperienza, le sue conoscenze frutto di una ricerca d’eccellenza sostenuta dallo Stato, come del resto fa da sessant’anni.

In ‘Occidente’, particolarmente in Europa e in Italia, con la sua sanità regionalizzata, ‘tagliata’ nell’organico, nei reparti, nelle strutture ospedaliere, negli investimenti, in gran parte privatizzata e fattivamente inefficiente per le necessità sociali del Paese (in sintesi: lontana anni-luce dal modello cubano), “lockdown” significa “prendere tempo” nella prospettiva (esclusiva!) della vaccinazione di massa, caricata di un’aspettativa salvifica e risolutiva su cui già gravano non poche opacità e perplessità.L’insipienza che, al riguardo, è valsa con il Salvatore della Patria (Conte) e mostra di continuare a valere con l’Uomo della Provvidenza (Draghi), è un’insipienza politica figlia dell’ideologia liberal/capitalistica dominante di riferimento e delle relative dinamiche di funzionamento innervate a tutto campo nella società. Un’insipienza, per limitarci solo alla sfera politica, di cui sono conniventi tutti i partiti europeisti e/o atlantici, in corresponsabilità reiterata dello sfascio -ed è solo un esempio- del sistema sanitario nazionale pubblico. Lo stato in cui versa la colonia-Italia è infatti la risultante di ‘nodi’ di dimensioni negativamente più estese e profonde.

E così, a chi si trincera dietro le impreviste varianti (non si sapeva che il virus è mutageno?) per giustificare il nuovo “lockdown” cromatico, c’è chi si oppone vedendovi il dispiegarsi reiterato di trame distruttive di economie e società ordite da figure e poteri occulti, di una potenza superiore persino a quella degli Stati più potenti. Ora a fronte di Paesi che hanno registrato un numero di casi e tassi di letalità e mortalità altissimi (l’Italia tra questi), ce ne sono altri che hanno saputo affrontare adeguatamente la situazione, fermando in pochi mesi la pandemia con strategie di contrasto messe in atto anche in assenza di vaccini: Stati socialisti come Cuba e Vietnam, e Stati non socialisti come Australia, Nuova Zelanda, Cambogia, Islanda, eccetera. Non sarà il caso di farsi qualche domanda al riguardo?

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