Alessandro Barbero sull’alternanza scuola-lavoro e lo sfascio dell’istruzione pubblica

In pochi minuti alcune considerazioni ‘a braccio’ sullo sfascio programmato della scuola pubblica italiana in atto (in modo molto più deciso rispetto ai decenni precedenti) dalla seconda metà degli anni Novanta con la riforma Berlinguer [cogliamo l’opportunità per segnalare il testo sulla scuola della nostra collana bibliografica]

Documento tematico sulla scuola

Alternanza scuola-lavoro: al centro dell’addestramento euroatlantico

Alternanza scuola-lavoro, questioni di genere e diritti sociali: per una prospettiva di liberazione ed emancipazione

Fabio Bentivoglio: quale scuola per un’Italia liberata e solidale

Scuola: diploma in quattro anni e addestramento euroatlantico. Bruxelles ordina, Roma esegue

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Roma, 22 novembre: la Siria che non viene raccontata con Giorgio Bianchi

La Siria che non viene raccontata…Con la partecipazione di Giorgio Bianchi, fotoreporter e documentarista

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Venezia, una parodia di Stato fra sms solidali e codice IBAN

Peggio del cataclisma che ha colpito Venezia credo ci sia solo chi lo utilizza per fomentare la retorica del manganello del vincolo esterno e della sudditanza alla filiera sovranazionale, come se quanto successo non fosse derivante dalla logica delle ‘grandi opere’ (tanto care alla UE), dalla gestione commissariale/emergenziale (fate presto!) al di fuori della dinamica democratica e, non da ultimo, dalla messa a reddito di qualsiasi spazio pubblico perché ‘non ci sono risorse’. Venezia è diventata così un ‘giacimento culturale’ dal quale estrarre profitto per le multinazionali di ogni dove (dalle grandi catene alberghiere fino ai portali di prenotazioni e alle compagnie crocieristiche) salvo che per la comunità cui appartiene, alla quale ovviamente restano le briciole (Alberto Leoncini, Indipendenza – Treviso)

ps In queste ore sta passando sui media, tg inclusi, un appello per “salvare Venezia” con tanto di codice iban e invito pressante ad “aiutare”. Un copione più o meno ricorsivo per tante altre “emergenze” in cui il grottesco s’intreccia con la tragedia.
Ovvio che faccia la differenza uno Stato orientato in un modo piuttosto che un altro, ma tra lanci di SMS solidali, firme per appelli, richieste di versamenti volontari ai “cittadini” in Italia da molto tempo va in scena il solito copione di uno Stato privato degli strumenti e dei mezzi basilari per esercitare la sovranità, smantellato nelle sue possibilità di poter indirizzare una politica a tutto campo con una visione d’insieme politicamente strategica e d’interesse collettivo, costretto a tagli e tasse per tirare a campare. Stante così le cose, non è una grande previsione affermare che domani sarà peggio di oggi, fino a quando –in assenza di una netta inversione di rotta– l’ultimo passaggio consisterà nell’implosione / dissoluzione dello Stato. Tra Unione Europea (dall’alto) e autonomia/regionalismo differenziato (dal basso) si sta procedendo alacremente per riportare l’Italia ad essere una “espressione geografica”, come sprezzantemente disse il Metternich, cancelliere dell’Impero austriaco, il 2 agosto 1847. (Francesco Labonia).

Sulle Olimpiadi della neve del 2026

Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

https://noregionalismodifferenziato.home.blog/

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Il golpe in Bolivia rianima Guaidò

“Inondare le strade!”, questo l’appello a scendere in piazza rivolto a tutti i venezuelani da Juan Guaidó, il fantoccio degli USA autoproclamatosi (nel gennaio scorso) presidente ad interim del Venezuela.

Caduto nel discredito politico e personale, pressoché scomparso politicamente nel Paese come da ultime manifestazioni dallo scarsissimo seguito, semi abbandonato dai suoi stessi registi golpisti a Washington, sempre meno considerato anche nell’opposizione venezuelana, Guaidò rilancia con un appello alla manifestazione convocata in fretta e furia per domani, sabato 16 novembre.

Chiaro l’intento di sfruttare forze e interessi che hanno fomentato il golpe in Bolivia e portato al rovesciamento del presidente Evo Morales per riproporre il copione anche in Venezuela e arrivare al rovesciamento delle legittime autorità bolivariane e del presidente Nicolas Maduro.
Visti i pregressi tentativi golpisti nel Paese dei mesi scorsi c’è da aspettarsi che per Guaidò –e la cricca d’estrema destra che lo circonda– l’unico modo per far parlare di sé e attirare attenzioni sia attraverso un crescendo della tensione da accompagnare con feriti e, preferibilmente, con morti…

Bolivia 2019 come il Cile 1973?

è ‘Guaidogate’

Venezuela/L’ “evento dinamico” degli USA in Venezuela: estrema destra e mercenari in azione

Venezuela: l’attacco si fa ‘elettrico’

Gli aiuti umanitari come ‘casus belli’. Juan Guaidò: “I morti non sono un costo, ma un investimento per il futuro”

 

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Bolivia 2019 come il Cile 1973?

Dopo aver vinto le elezioni con 10 punti percentuali di vantaggio, Evo Morales è costretto a dimettersi in seguito a un colpo di Stato orchestrato dalle oligarchie petrolifere dell’est del paese di concerto con i militari e con gli immancabili buoni uffici di Washington.
Ancora una volta inoltre risulta evidente l’ipocrisia dell’UE, dei media occidentali e della sinistra imperiale: tutti uniti con le peggiori destre (europee, statunitensi e latino-americane) nel capovolgimento della realtà, facendo passare un golpe per una battaglia democratica e un presidente eletto per un dittatore.
Evo Morales ha la colpa di aver rotto con l’asservimento della Bolivia verso gli USA e di aver dato dignità alle popolazioni indigene del suo paese, riducendo considerevolmente il tasso di povertà e le diseguaglianze sociali.
Gli avvenimenti di queste ore dimostrano una volta di più quanto siano strumentali le categorie di “democrazia” e “diritti umani” per le classi dominanti occidentali, dal momento che tali concetti vengono agitati (spesso a sproposito) solo quando si rivelano funzionali a delegittimare governi e movimenti non allineati.

Il commento di Angelo D’Orsi

Dalla pagina ‘Noi restiamo’

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la nostra pagina ‘Con il Venezuela bolivariano. Patria, sovranità, indipendenza e socialismo’

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Fondo Monetario Europeo? “Una calamità immensa”

La riforma del MES? «Una calamità immensa» per l’Italia. Colpisce che a dirlo sia un suo estimatore come Giampaolo Galli, dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani presso Università Cattolica (Roma), docente di Economia Politica, assertore (si veda un suo libro edito nel 2018) del fatto che «uscire dall’euro significa caos economico e finanziario, fallimenti a catena, sofferenze sociali senza precedenti, austerità estrema, disoccupazione di massa e distruzione del risparmio». Ebbene questo repertorio propagandistico dell’ideologia neoliberale europeista propalato usualmente a fini di terrore per esorcizzare una fuoriuscita dalla gabbia del combinato imposto UE-euro, Galli nella sostanza lo riprende e lo rilancia da super-europeista convinto proprio riguardo gli scenari catastrofici che –a suo stesso dire– seguiranno la riforma del MES nei termini in cui è indirizzata. Il paradosso è che l’Italia, ceduta la sovranità monetaria, concorre a questa istituzione europea erogando propri fondi, come tutti gli Stati membri peraltro, con il risultato di esporsi alle vessazioni politiche, economiche, sociali quando richiedesse di ricorrervi.

L’essenza della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), prevista nel Piano Juncker, avviata dall’Eurogruppo nello scorso giugno e data in approvazione per dicembre, con suo successivo inserimento nel quadro delle istituzioni comunitarie, vincola l’erogazione di crediti agli Stati membri in difficoltà sui mercati dei capitali, esclusivamente in via «condizionale», dopo cioè l’adozione di durissime misure economiche (privatizzazioni e cessioni delle forme di sovranità residue, ad es.) e sociali (si parla, tra l’altro, di abbassamento dei salari, aumento dell’età pensionabile, riduzione della spesa sanitaria). Si mira così a rafforzare gli assetti normativi europei per costringere a percorsi di ristrutturazione predefiniti ed automatici, togliendo agli Stati la facoltà dei residuali poteri di elaborazione di autonome politiche economiche.

Quindi, al Paese in crisi di liquidità si chiederebbe l’adozione di misure ancora più pesanti per usufruire di fondi in prestito che ne aggraverebbero l’esposizione debitoria. Se non si piega, quel Paese verrebbe lasciato sprofondare nell’abisso in cui si trovasse. A ben vedere un vicolo cieco. Solidarietà e cooperazione europea significano pertanto affossare di più chi si trovasse in difficoltà. In passato l’esercizio del fondo salva-Stati già si configurava come meccanismo per rafforzare le politiche di austerità di lacrime e sangue nei singoli Stati. Quella del MES e della sua riforma è una veste diversa, ma basata sugli stessi princìpi.
Si tratta insomma di una prospettiva alla greca (da tempo fuoriuscita dai riflettori massmediatici e non a caso, visto l’esito catastrofico dell’«aiuto europeo»…) che –già si lascia intendere nei vertici europei– potrà presto riguardare anche l’Italia. Il nostro, come rileva anche Galli, è «il paese con lo spread più alto e che non ha creato le condizioni, né dal lato della finanza pubblica né dal lato delle riforme per la crescita, per mettere il debito su un trend discendente in rapporto al Pil».

Nella sua audizione presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati (6 novembre 2019) Galli prevede per l’Italia un’immane catastrofe, di fatto una deriva ancora più importante di quella già in atto, un «impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra»: «La nostra opinione […] è che l’idea di una ristrutturazione “early and deep” [preliminare e profonda, ndr] non avesse senso nella Grecia del 2010 e, a maggior ragione, non abbia senso nell’Italia di oggi. In particolare, occorre considerare che l’Italia ha risparmio di massa e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra. Nessun governo può prendere una decisione del genere se non nel momento in cui perdesse l’accesso al mercato e non fosse più in grado di pagare stipendi, pensioni, fornitori ecc. Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche. Anche per questo motivo, azioni o parole che possano ingenerare il timore di una ristrutturazione o, peggio, di un default, vanno considerati come un pericolo per l’Italia e per gli italiani. Per questo motivo ci preoccupano le proposte di revisione del Trattato istitutivo del MES» .

Unione Europea riformabile, quindi? Certo, come da diversi decenni a questa parte, in direzione dell’indurimento progressivo del suo impianto e delle sue misure neoliberiste anti-nazionali ed anti-sociali. Unione Europea invece irriformabile nelle visioni oniriche (auto)ingannevoli degli alter-europeisti di trasversale collocazione politica. Non a caso a dettare la linea, anche sulla riforma del MES, è l’asse franco-tedesco, un direttorio che si è formalizzato con l’accordo PeSCo (dicembre 2017) e poi con il Trattato di Aquisgrana su commercio, mobilità, difesa e politica estera (gennaio 2019).

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Il ‘why not?’ europeista di Salvini

Salvini apre a Draghi, governatore uscente della Banca Centrale Europea. “Why not?” (“Perché no?”): così ha risposto il massimo dirigente della Lega, nel corso della trasmissione “Fuori dal coro” su rete4, alla domanda di Mario Giordano (“lei voterebbe Mario Draghi come Presidente della Repubblica?”).

Il mandato di Mattarella scade nel febbraio 2022 e i nomi (tutti un programma!) che ricorrono per il Colle sono Walter Veltroni, Romano Prodi e Mario Draghi. Da mesi, dai concitati giorni della crisi di Ferragosto del governo M5S-Lega, i sovranisti europei di diversa collocazione si stanno spendendo per evitare il ritorno alle urne. Due le ragioni (principali) d’interesse: 1) 400 (se non di più) nomine governative tra autorità indipendenti, grandi società partecipate Eni, Enel, Terna, Poste, Alitalia ed altri innumerevoli enti pubblici, tra fine anno e primavera 2020 (un grande avvicendamento di amministratori delegati, presidenti e consigli d’amministrazione); 2) la scelta del prossimo Presidente della Repubblica.
Su quest’ultima questione, esemplificative le parole di Renzi ad ottobre scorso alla Leopolda (Firenze): “Il presidente della Repubblica è fondamentale. Se rimane in vita questa legislatura il Presidente della Repubblica sarà espressione di forze politiche che credono nell’Europa (…). Questa legislatura ha il dovere costituzionale di garantire una maggioranza nettamente pro Europa per l’elezione del Capo dello Stato”.
Ora Salvini manda un messaggio rassicurante ai mercati e ai centri di potere dell’Unione Europea: su Mario Draghi c’è anche il ‘placet’ della Lega.

Insomma, Salvini tuonò contro il M5S per aver concorso con i suoi voti alla nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea. Oggi lo stesso Salvini, dopo ripetute professioni di europeismo, apre a colui che ha certificato l’irreversibilità dell’euro e alla possibilità che questi possa diventare presidente della Repubblica.
Un candidato peraltro assolutamente non sgradito nella Lega. Giancarlo Giorgetti, figura politica di peso nel partito di Salvini, che di Draghi si è sempre professato amico, lo considera “una risorsa della Repubblica”…

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