Lavorare gratis? Te lo dice l’Europa e fa curriculum

Clamorosa sentenza del Consiglio di Stato (qui per intero Num. 4614/2017) che abilita le pubbliche amministrazioni a confezionare bandi senza compenso per il professionista aggiudicatario. Ritorno di immagine, utilità extraeconomiche, sussidiarietà… tutto l’arsenale dei più noti argomenti snocciolati ogni piè sospinto dalla grancassa massmediatica riuniti in poche righe: le amministrazioni al collasso da anni di cure austeritarie ‘lacrime e sangue’ potranno prevedere contratti non remunerati, con tanti saluti all’art. 36 della Costituzione, ai codici deontologici e agli interessi dei cittadini. Tutto ciò, per esplicita dichiarazione del Consiglio di Stato, grazie alla disciplina comunitaria che tali dinamiche facoltizza.

Di seguito uno degli stralci più significativi: “L’utilità costituita dal potenziale ritorno di immagine per il professionista può essere insita anche nell’appalto di servizi contemplato dal bando qui gravato: il che rappresenta un interesse economico, seppure mediato, che appare superare –alla luce della ricordata speciale ratio– il divieto di non onerosità dell’appalto pubblico, e consente una rilettura critica dell’asserita natura gratuita del contratto di redazione del piano strutturale del Comune di Catanzaro. L’effetto, indiretto, di potenziale promozione esterna dell’appaltatore, come conseguenza della comunicazione al pubblico dell’esecuzione della prestazione professionale, appare costituire, nella struttura e nella funzione concreta del contratto pubblico, di cui qui si verte, una controprestazione contrattuale anche se a risultato aleatorio, in quanto l’eventuale mancato ritorno (positivo) di immagine (che è naturalmente collegato alla qualità dell’esecuzione della prestazione) non può dare luogo ad effetti risolutivi o risarcitori. Non vi è dunque estraneità sostanziale alla logica concorrenziale che presidia, per la ricordata matrice eurounitaria, il Codice degli appalti pubblici quando si bandisce una gara in cui l’utilità economica del potenziale contraente non è finanziaria ma è insita tutta nel fatto stesso di poter eseguire la prestazione contrattuale. Il mercato non ne è vulnerato”.

Appare ormai evidente che anche il mondo delle libere professioni sia ampiamente soggiogato dall’Unione Europea e dai suoi diktat.
Indipendenza lavora e lavorerà per unificare le rivendicazioni di tutti i ceti che tale modello subiscono ponendosi come soggetto plurale e nazionale con la finalità strategica di rovesciare i rapporti di forza oggi sussistenti.

Alberto Leoncini (Indipendenza – Treviso)

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Roma 19 ottobre: Macron e il rilancio dell’Europa sovrana

Macron e il rilancio dell’ “Europa sovrana”

A Roma, giovedì 19 ottobre 2017, alle ore 19,30
in via Luigi Barzini senior, 38
(tra metro Quintiliani e Monti Tiburtini; traversa di via Filippo Meda)

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macron 19 ottobre

 

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Venezuela: netta affermazione del PSUV alle elezioni regionali

In Venezuela alle regionali (con sistema proporzionale) il Psuv stravince. Il Consiglio nazionale elettorale (Cne), con il 95,8% dei voti scrutinati (partecipazione al 61,14%), ha dichiarato che il blocco chavista si è aggiudicato 17 Stati contro 5, più un altro in bilico.
L’opposizione, che alla fine, dopo dissidi interni, in larga parte si è recata alle urne convinta di una delegittimazione popolare del governo bolivariano, esce sconfitta e ora grida ai brogli con argomentazioni ballerine.
L’Unione Europea, intanto, si appresta a varare proprie sanzioni. La Casa Bianca così ha già fatto e si segue la linea, come del resto Canada e Gruppo di Lima. Problemi? Nessuno. Si sa, in Venezuela c’è la dittatura.

In Catalogna, poche ore fa, riferisce Tv3, sono stati arrestati Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, presidenti delle due grandi organizzazioni indipendentiste della società civile catalana, Anc (Assemblea nazionale catalana) e Omnium. L’accusa è di “sedizione” per le manifestazioni (pacifiche e di massa) convocate a Barcellona il 20 e 21 settembre. Problemi? Nessuno. Si sa, in Spagna c’è la democrazia. Certificano UE e USA.

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Roma 12 ottobre: confronto sulla situazione politica e l’attività dell’associazione

Il punto sull’attività a Roma di “Indipendenza”.
Confronto sulla situazione politica.

A Roma, giovedì 12 ottobre 2017, alle ore 19,30
in via Luigi Barzini senior, 38
(tra metro Quintiliani e Monti Tiburtini; traversa di via Filippo Meda)

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roma 12 ottobre

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La Catalogna, gli indipendentismi e l’Unione Europea

La tesi che l’Unione Europea (UE) soffi sul fuoco degli indipendentismi, ultimo alla ribalta della cronaca politica quello catalano, è da taluni affermato come un fatto acclarato, indiscutibile, di buon senso, ovviamente non rivendicabile ufficialmente da Bruxelles: la UE mira a conculcare in via progressiva la sovranità degli Stati, e questo sì è un fatto acclarato, mentre nient’affatto lo è l’assunto che, a tale scopo, sostenga e finanzi gli indipendentismi.
Ebbene, con questo intervento, ci si sofferma solo su questo punto. Il che non vuol dire che non siano ‘cruciali’ altri aspetti riguardanti sia la questione catalana sia la questione nazionale in linea generale visto che il continente europeo, Italia inclusa, vede diverse nazioni senza Stato. E si tratta di aspetti decisamente rilevanti. Ad esempio, pensare di risolvere queste questioni per via repressiva o per via politica (con pluralità di soluzioni possibili) connota la ‘qualità’ di qualunque formazione statuale ed anche politica, particolarmente di quelle che rivendicano legittimamente (e condivisibilmente dal nostro punto di vista) la sovranità e l’indipendenza, come nel caso italiano. ‘Stonerebbe’ rivendicare ‘per sé’ e negare ad altri un’analoga rivendicazione. Per non parlare delle implicazioni vincolistiche costituzionali evocate per ‘discriminare’. Insomma, sono solo alcuni degli aspetti cruciali che oggi pone la questione catalana ma, come detto, ora ci soffermiamo soltanto sul punto della presunta relazione d’interesse della UE verso gli indipendentismi sul continente europeo in funzione disgregativa degli Stati-nazione esistenti.

Ammesso e non concesso che la direzione politica del movimento indipendentista catalano e tutta la Generalitat della Catalogna siano concordemente favorevoli all’ingresso nella UE e nell’euro (le posizioni sono invece da differenziare e, curiosamente, questo suppostamente generalizzato unionismo europeo non viene enfatizzato, anzi, è molto contenuto sulla grancassa massmediatica dominante unionista) qual è il primo passo per l’ingresso nell’Unione? Sulla base dell’art. 49 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) s’inoltra domanda di adesione al Consiglio europeo che, dopo essersi consultato con la Commissione ed il Parlamento europeo, deve pronunciarsi all’unanimità (attenzione: all’unanimità) per approvare la candidatura del nuovo Stato. Solo se questa domanda viene accolta dal Consiglio, il Paese richiedente consegue lo status di candidato.

Come è noto, il Consiglio europeo è composto dai “leader” degli Stati membri della UE. Ora, il rappresentante spagnolo voterebbe per l’adesione della Catalogna alla UE? Voterebbe per l’adesione creando un precedente per le altre nazionalità al suo interno (Paesi Baschi in primis)? Stante l’atteggiamento che le autorità di Madrid non da oggi manifestano al riguardo, la risposta è no. Anche in uno scenario fantasioso che vedesse Madrid ribaltare le proprie posizioni, voterebbero per l’adesione altri “leader” degli Stati membri della UE, Germania inclusa, ad avallare in tal modo analoghi processi al proprio interno? Altrettanto ragionevolmente la risposta è no, salvo immaginare diabolici e fantasiosi piani cospirativi UE o filo-UE che però, a ben vedere, comprometterebbero la stessa esistenza della UE.
È quindi da escludere un interesse della UE, e del suo committente storico, gli Stati Uniti, ad una disgregazione di uno Stato utilizzando anche localismi, regionalismi, indipendentismi? Certo che no, non è da escludere ma, ad avviso di chi scrive, solo se uno Stato si affrancasse dal combinato UE-USA e ancor più se lo facesse con un’idea di società antitetica a quella neoliberista/capitalista dominante. Una ragione in più per non liquidare sbrigativamente, repressivamente, impoliticamente, la questione catalana.

Si veda anche questo contributo di Andrea Geniola 

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La Catalogna che non viene raccontata

“Il rispetto dello Stato di diritto non è un optional”. Con queste parole il vicepresidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, bollava in negativo, pochi giorni fa, il referendum catalano del 1° ottobre, precisando che “non era legale” ed auspicando dialogo e soluzione di una questione, quella catalana, che Bruxelles ritiene “interna spagnola”. Si tratta dell’ennesima presa di posizione di un alto rappresentante unionista europeo che conferma come la UE non stia affatto soffiando sul fuoco dell’indipendentismo e come invece stia montando realmente la sua preoccupazione.
Il precipitare della situazione con la dichiarazione d’indipendenza annunciata per domani dal presidente catalano Puigdemont e le conseguenze che ne deriverebbero in termini di stretta repressiva da parte di Madrid (l’art. 155 della Costituzione del 1978 permette di sospendere e commissariare il governo e il parlamento di una Comunità Autonoma; l’art. 116 permette la sospensione delle libertà costituzionali con la proclamazione dello stato d’emergenza e dello stato d’assedio) obbligherebbero Bruxelles a posizionarsi più chiaramente e l’aurea della Grande Narrazione di una UE nata per assicurare uno scenario di pace e sviluppo sul continente ne uscirebbe intaccata e in prospettiva, per tutta una serie di possibili reazioni e conseguenze a catena, forse pesantemente compromessa.

Inoltre, le imponenti manifestazioni degli indipendentisti catalani, tipo quella del 1 ottobre, o lo sciopero generale che ha bloccato la Catalogna martedì scorso, per i settori sociali ed i relativi ‘numeri’ coinvolti, parlano chiaro, parlano di un protagonismo popolare in crescita accelerata e di un’egemonia progressiva della direzione politica delle sinistre radicali nel movimento indipendentista con posizioni tutt’altro che filo UE. Le misure austeritarie neoliberiste ‘made in UE’ veicolate da Madrid anche in Catalogna, del resto, bruciano sempre più pesantemente. La loro natura depressiva, lì come altrove sul continente europeo, congiunta con una risposta repressiva poliziesca/militare non qualificherebbe di per sé soltanto la ‘natura politica’ delle autorità di Madrid, ma renderebbe esplicito ciò che produce ed è l’Unione Europea nel dispiegamento progressivo delle sue ‘politiche di sviluppo’.

In questo contesto appare peraltro sempre più ‘fantasiosa’ la tesi dei grandi gruppi oligarchici economico-finanziari che ‘starebbero dietro’ l’indipendentismo catalano per salvaguardare meglio, ‘fuori dalla Spagna’, i propri interessi.
Il “Cercle d’Economia” è il forum dove sono rappresentati i due grandi gruppi bancari catalani (CaixaBank e Sabadell) e numerose imprese industriali, le più significative, della Catalogna. Insomma, è l’organismo economico-finanziario del capitalismo catalano, quello che, per intenderci, secondo certa vulgata, vorrebbe la “ricca Catalogna” indipendente per meglio valorizzarsi nella UE e nel capitalismo globalizzato a regìa USA.
La Vanguardia però riferisce qualcosa di profondamente diverso. Juan José Brugera, presidente di questo circolo, accompagnato dal direttore generale del “Circle”, Jordi Alberich, nell’incontro di sabato scorso con Puigdemont (presidente della Generalitat de Catalunya dal 2016), ha espresso la contrarietà del loro organismo alla dichiarazione d’indipendenza. Per il “Circle” sarebbe “una bomba per l’economia catalana”, comporterebbe una fuga massiccia di imprese ed esporrebbe al castigo dei mercati finanziari e delle borse. Argomenti che, con sempre più insistenza intimidatoria, si sentono anche fuori dalla Spagna, da ambienti politici, economici e finanziari che contano a livello globale.
Su che basi poggia, quindi, la su indicata tesi? Non sarebbe irrilevante cominciare a chiederne conto a chi la sostiene.

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Alternanza scuola-lavoro: al centro dell’addestramento euroatlantico

Da “Sull’alternanza scuola-lavoro” (supplemento n. 4, 25 marzo 2017, di “Indipendenza”).

Tra le nefaste novità introdotte dalla cosiddetta “buona scuola”, quella che più di tutte sintetizza lo spirito neoliberista della riforma renziana è senza dubbio l’alternanza scuola-lavoro. Si tratta di un congruo numero di ore da dedicare obbligatoriamente ad attività “lavorative” –ovviamente non retribuite– presso aziende, che ogni studente dovrà espletare durante l’arco del triennio delle scuole superiori (200 ore per i licei, 400 ore per gli altri indirizzi di studio).

Al netto della propaganda che accompagna questo tipo di attività, in primo luogo non sfugge la loro inutilità proprio rispetto agli obiettivi sbandierati, vale a dire l’acquisizione di competenze da spendere professionalmente una volta terminato il percorso di studi. L’alternanza consiste infatti, nel migliore dei casi, in “pacchetti” offerti dalle aziende alle scuole che prevedono una parte teorica e una pseudo attività “sul campo”, distanti anni-luce dalle effettive dinamiche dell’attività lavorativa; nel peggiore dei casi si risolve invece in un vero e proprio sfruttamento del lavoro minorile, con studenti assoldati a titolo rigorosamente gratuito per fare volantinaggio o per lavorare in qualche fast-food. In secondo luogo è evidente il danno formativo che si infligge agli allievi, dal momento che le ore dedicate all’alternanza finiscono fatalmente con il rubare tempo allo studio pomeridiano, quando non addirittura alle ore di lezione mattutine.

Come se non bastasse, il progetto di riforma dell’esame di maturità messo in campo dal MIUR prevede che la valutazione dell’alternanza scuola-lavoro concorra in maniera non trascurabile a determinare il voto finale. Suona quasi come una campana a morto per quella che dovrebbe essere l’autentica finalità della scuola: la formazione e la crescita della persona e del cittadino, attraverso la trasmissione di conoscenze e la coltivazione dello spirito critico. È proprio in relazione a quest’ultimo aspetto (lo spirito critico) che si evince il vero obiettivo dell’alternanza scuola-lavoro, come palesato da svariate testimonianze di studenti e insegnanti in merito a contenuti e messaggi veicolati in tali attività: non le sbandierate esperienze professionali, quanto una vera e propria opera di indottrinamento circa le “virtù” della società neo-liberista; l’individualismo e lo spirito di competizione portati all’estremo come regole, non solo lavorative, ma di vita; l’asservimento alla logica del mercato di ogni aspetto dell’esistenza; la non pensabilità di un’alternativa a questo modello economico e sociale.

Nel rifiutare senza se e senza ma la deriva cui si vuole condannare irrimediabilmente la scuola, va tenuto ben presente come questa sia il frutto di svariate “raccomandazioni” provenienti dalle istituzioni europee, da ultima la Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale italiano di Riforma 2014 del 02.06.2014. 
Una volta di più il legame tra UE e “riforme” neoliberiste si dimostra inscindibile.

Si veda inoltre quest’altro spunto in merito

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