Coronavirus, eurovirus e nuovi scenari

Pochi fondi (taluni finanziati e garantiti dagli Stati membri stessi), tutti di entità modesti, in prestito e condizionati. È quanto deciderà martedì 7 aprile l’Eurogruppo, l’organismo dell’Unione Europea (UE) che riunisce i ministri dell’Economia dei Paesi membri. Poi il tutto sarà ufficializzato, nei giorni a seguire, dalla Commissione (CE). Lo strappo dei giorni scorsi tra Francia e Germania si è ricomposto in un accordo che il direttorio de facto franco-tedesco sulla UE (si veda il Trattato di Aquisgrana del gennaio 2019) presenterà appunto all’Eurogruppo martedì prossimo.
Si vedrà al dunque, ma le misure (Bei, Sure, Mes ‘soft’, ecc.) che già filtrano dalle istituzioni europee sono non proprio fuffa, ma ulteriori catene dello scenario del dopo emergenza sanitaria. Alcune classi dominanti di Paesi ‘europei’ infieriscono su altri Paesi ‘europei’ in ginocchio! Nessun tradimento del sogno europeo. È la prosecuzione dell’impianto di costruzione europea, scandito in varie tappe dalla seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso, qui sintetizzabili in un trinomio: CEE-MEC-UE. Sullo sfondo uno scontro (geo)politico tra Stati ‘europei’ e tra alcuni di questi e gli Stati Uniti, originari ideatori di detto processo a partire dal loro ACUE, il Comitato Americano per l’Europa Unita (1948). Irrilevanti, in tale scontro tra frazioni di classe dominante e sub-dominante, le distinzioni tra confederalisti e federalisti europei.
Funzionamento, rapporti, conseguenze della magnificata ‘Europa Unita’ di oggi sono lo sviluppo di quella di ieri. In questa fase si cerca di guadagnare tempo, di tirare in lungo, in attesa che l’emergenza sanitaria passi, e non ci siano più ‘scuse congiunturali’ per la ripresa in grande stile delle logiche predatrici austeritarie, anti-nazionali e di classe. Lo scenario che ci aspetta, non difficilmente immaginabile a grandi linee, non sarà nemmeno quello già critico (per molti Paesi ‘europei’) del pre-coronavirus, ma quello peggiorativo recessivo e depressivo che è destinato a dispiegarsi nella sudditanza all’euro-atlantismo. Si ripresenterà, come ‘nodo’ più accentuato che mai, il rapporto (parametro) euro-unionista debito/PIL. Una voce, quella più propriamente di ‘debito estero’, che è il grimaldello pluridecennale del sistema di potere anglo-USA per il tramite degli organismi finanziari ‘germinati’ dopo la seconda guerra mondiale, tipo Fondo Monetario Internazionale (FMI).
I programmi di aggiustamento strutturale del FMI, invasivi delle sovranità nazionali e dei diritti sociali dei popoli, devastanti in Africa, in parti dell’Asia, in America latina hanno preso il nome di “Washington Consensus” e nel continente geografico in cui si trova l’Italia, “Unione Europea”.
Martedì andrà in scena in video-conferenza una grande e roboante operazione-immagine delle istituzioni europee, veicolata dalla grancassa massmediatica, per dire che, di fronte all’emergenza sanitaria ed economica, l’Unione Europea c’è, eccome (purtroppo!) se c’è! Non gioiranno diverse compagini governative sub-dirigenti ‘europee’ di alcuni Paesi.
Sono già in essere praterie enormi per le rivendicazioni patriottiche nazionali di libertà e di emancipazione sociale. I fatti saranno facili argomenti per mostrare che l’Imperatore europeo (che sia germanico, franco-germanico o USA poco importa) è nudo. Non sarà solo la pur importante indignazione morale a mobilitare le coscienze, ma saranno i processi sociali oggettivi a mobilitare (porzioni significative) di massa.
Questo non implicherà cambiamenti significativi, “la vittoria”! Esigerà organizzazione politica (ce ne saranno diverse!), chiarezza di prospettive, realismo progressivo di obiettivi.
Se i vuoti attuali non saranno adeguatamente riempiti, questa grande opportunità storica di liberazione che si è aperta, certamente in questa parte di mondo del continente europeo, Italia inclusa, si richiuderà e chi domina oggi gestirà gli inevitabili nuovi scenari di domani, nell’accentuata durezza di condizioni che questa fase di quasi collasso economico-sociale lascerà. Una calamità virale, sanitaria, non avrà insegnato alcunché, non si sarà rovesciata in un processo ‘positivo’ di liberazione nazionale e di uguaglianza dei diritti sociali.
Lavoriamo politicamente perché questo non accada!
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
Accorciamo le distanze!
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Coronavirus e tagli alla sanità: dentro la pandemia perfetta

Un punto di vista interessante, quello di Ernesto Burgio, sulla congiuntura sanitaria in sé e per una serie di considerazioni più generali, d’insieme. Una sua prima intervista la trovate qui
Si invita, ovviamente, a prestare attenzione al contenuto.
Sulla dizione di “sinistra europea” sarebbe da aprire un capitolo a parte ‘di concetto’, di senso. E’ il caso di dirlo, qui: nel ‘medium’ (la definizione, il ‘vettore’) ci sono direzione ed anche un sostrato implicito di implicito e non irrilevante contenuto’…
Dario Romeo

(Indipendenza, Torino)

Ad imperitura memoria (episodio 6)
L’europarlamentare della Linke (partito politico tedesco facente parte della Sinistra Europea) Martin Schirdewan ha recentemente commissionato un rapporto avente come oggetto le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea agli Stati membri dell’UE nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici tra il 2011 e il 2018.
Dal rapporto, pubblicato nel febbraio 2020 (nella sua versione integrale), emerge che nel periodo preso in esame la Commissione ha formulato 105 raccomandazioni per aumentare l’età pensionabile e ridurre la spesa pubblica relativa alle pensioni e all’assistenza per gli anziani, 63 raccomandazioni per ridurre la spesa per l’assistenza sanitaria e promuovere la privatizzazione dei servizi sanitari, 50 raccomandazioni per reprimere la crescita dei salari, 38 raccomandazioni per ridurre la sicurezza sul lavoro e i diritti di contrattazione collettiva, 45 raccomandazioni per ridurre le misure di sostegno a disoccupati e fasce sociali più vulnerabili, come gli individui con disabilità.
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Venezuela/Taglia e nuovo piano aggressivo di Washington

Il Venezuela ha già adottato misure di prevenzione rispetto all’emergenza sanitaria da coronavirus, ma deve fare i conti con le sanzioni internazionali imposte dagli USA. Il Paese soffre per il calo delle quotazioni del greggio e per gli effetti dell’embargo che, denuncia il governo, ha fatto triplicare il prezzo dei kit diagnostici per questo virus. I numeri di positività sono ancora contenuti ma ci si prepara, con misure preventive, a scongiurare uno scenario peggiore. Le autorità venezuelane stanno contando sul sostegno di Cuba che, in linea con la sua tradizione di solidarietà internazionale di 60 anni, oltre che in Italia (la prima volta in un Paese del G7) ha inviato medici, medicinali e attrezzature in più di una dozzina di Paesi che li hanno accettati, nonostante i solleciti a rifiutarli giunti da Washington. I medici cubani sono in grado di fornire aiuti preziosi per l’eccellente formazione ricevuta nel Paese e per essere abituati a lavorare nel mondo in situazioni precarie e ad alto rischio. La prima missione fu in Algeria, nel 1963, e da allora Cuba ha inviato più di 400mila operatori sanitari a lavorare in 164 Paesi.

Profittando di questa situazione critica (anche) per il Venezuela, tra il surreale e lo spot elettorale l’amministrazione Trump, rilanciando peraltro l’aggressività pluridecennale contro questo Paese non allineato, ha incriminato il presidente venezuelano Nicolas Maduro ed altre decine di dirigenti di Caracas “per sostenere il terrorismo internazionale e per svolgere un ruolo di guida nel traffico illegale di droga all’interno del suo Paese”. Tra le principali ‘imputazioni’, i rapporti con Hezbollah libanese sostenuto dall’Iran e con il rinato gruppo rivoluzionario delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia). La decisione è stata annunciata durante una conferenza stampa organizzata dal dipartimento della Giustizia, presente il procuratore generale William Barr, in collegamento video con le procure distrettuali di New York e Miami, che hanno formalizzato le accuse. Da qui la taglia diramata dal Dipartimento di Stato: fino a 15 milioni di dollari per informazioni utili all’arresto di Maduro e fino a 10 milioni di dollari per gli altri collaboratori del presidente venezuelano.

Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha poi rinnovato l’impegno di Washington affinché il popolo venezuelano abbia il governo che “merita”, illustrando le linee guida di un piano, peraltro anticipato da un intervento su “The Wall Street Journal” del consigliere speciale per il Venezuela, Elliot Abrams: affidare a un Consiglio di Stato eletto da tutti i partiti le funzioni di governo transitorio per nuove elezioni entro 6-12 mesi ed “un passo indietro” tanto di Maduro quanto di Guaidò (l’autoproclamato presidente del Venezuela caduto nel discredito della stessa frammentata opposizione), con rinnovo delle principali istituzioni dello Stato, a partire dal Consiglio elettorale nazionale e dalla Corte suprema. Il piano statunitense prevede anche l’espulsione “degli agenti dell’intelligence cubana” (Washington considera tali anche i medici). Quindi elezioni di un nuovo presidente.
La Casa Bianca si dice disposta a “limare” le sanzioni esistenti in caso maturassero “le condizioni”, in vista del rovesciamento del governo e del sistema bolivariano socialista in Venezuela.
I Paesi filo-USA dell’America latina si sono ovviamente schierati a favore della proposta della Casa Bianca. L’Unione Europea, si legge in una nota diffusa dal Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), studierà “attentamente” la proposta, ribadendo che “come più volte sottolineato, (…) sosterrà tutte le fasi che conducono a un autentico processo politico verso una soluzione pacifica e democratica della crisi, basata su elezioni credibili e trasparenti”.

Secca la replica da Caracas. Una nota diffusa dal ministero degli Esteri ha fatto sapere che il Venezuela “è un paese libero, sovrano, indipendente e democratico e che non accetta, né accetterà mai nessuna imposizione di nessun governo straniero”, ed ha definito ulteriore prova di un atteggiamento “miserabile” della Casa Bianca le “minacce” e i tentativi di “estorsione” nel pieno “della più spaventosa pandemia mondiale”.

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Suicidi. Tra emergenza coronavirus, Unione Europea e governi subalterni

Trafiletti (se ce ne sono) per lo più in cronaca locale, nessuna attenzione sui grandi mezzi di comunicazione.
Cresce il numero, ancora in queste ultime ore, di chi si suicida per ragioni economiche (messa in cassa integrazione, fallimento di attività imprenditoriali e commerciali, indebitamento da mutuo, ecc.).
Questo sta avvenendo nonostante il governo abbia disposto, in questa fase di emergenza sanitaria, il blocco dei licenziamenti e varato provvedimenti (modesti) per tutelare lavoratori e datori di lavoro in difficoltà.
Vite, storie, numeri che si aggiungono al bilancio da guerra (da molti anni, ormai) di chi, sotto sferza delle misure imposte dalle decisioni e dalle direttive delle istituzioni europee, decide di farla finita con la vita.
Queste morti sono sostanzialmente silenziate dalla compagnia di giro politico-economico-giornalistica dominante perché, se trattate, scoperchierebbero la sostanza di questa società euro-atlantica, sempre più pervasiva, da decenni, anche in Italia, rendendo visibili a tutti non solo la disumanità affaristico-predatoria delle istituzioni europee ma anche la connivenza subalterna e interessata delle compagini governative (‘tecniche’, di centrodestra e di centrosinistra) e delle oligarchie affaristiche che le puntellano.

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Orientamenti per la liberazione nazionale e sociale

La prima volta che, come “Indipendenza”, si è incontrato Paolo Maddalena, risale a 20 anni fa. Avevamo letto suoi articoli sulla questione dell’alienazione dei beni demaniali con estensione all’ambiente e sulla penetrazione nel diritto nazionale italiano degli istituti giuridici di matrice anglosassone attraverso la normativa comunitaria europea, a scalzare progressivamente una legislazione che aveva le proprie radici nel diritto romano. Temi a nostro avviso di assoluta rilevanza quantunque rimossi, se non ignorati dai più. Lo contattammo pertanto per un’intervista al riguardo che uscì sulla rivista cartacea “Indipendenza” e che poi rigirammo –e fu pubblicata– su una serie di giornali di provincia sparsi per la Penisola, nelle pagine culturali, grazie ai ‘buoni uffici’ di un’agenzia giornalistica con la quale si era in rapporti.

Una persona di una dignità morale solare, Paolo Maddalena. Su molto si convergeva, anche sulla valenza della questione nazionale. Al riguardo, nel corso del primo incontro, fu molto gradito il regalo di un suo interessantissimo libro, “Danno pubblico ambientale”. Si convergeva su molto, moltissimo, meno sulla questione dell’Unione Europea. Per quanto non gli mancassero forti argomentazioni critiche, allora sussisteva in lui una qual certa idea di alter-europeismo sociale, ‘solidaristico’ e rispettoso delle sovranità nazionali. Pur se non si concordava sulla affidabilità e fondatezza della matrice ‘alter-europeistica’ comunque declinata (esplicitando le ragioni) i rapporti si mantennero. Da allora riceve la rivista cartacea “Indipendenza” (omonima dell’associazione molti anni dopo costituita) e non sono mancati gli incontri. Per un po’ ancora a casa sua poi, con il suo passaggio alla Corte Costituzionale, particolarmente in occasioni pubbliche, e successivamente quando, cessati gli incarichi istituzionali, ha deciso di impegnarsi politicamente.

Nel 2014 abbiamo estesamente recensito il suo importante saggio ‘Il territorio bene comune degli italiani’ (Donzelli), in “Indipendenza” n. 37/2014, ricco di spunti e approfondimenti utili anche per l’oggi.

Ci ha fatto piacere rilevare un cambiamento di posizione sulla questione della UE, pur talvolta con qualche ‘ammorbidimento’ poi rivisto.

Troviamo interessanti le proposte di Maddalena maturate in questa particolare situazione, al netto che toglieremmo al punto 8 quella “o” disgiuntiva, sostituendola con una “e” coordinativa e precisando una fuoriuscita dall’Unione Europea (non solo dalla moneta unica, quindi). Poi, certo, altro si dovrebbe aggiungere ( rinviamo in tal senso ai nostri ‘otto punti’ programmatici ed ai correlati documenti tematici ), ma di per sé riteniamo importante condividerle come base per una più ampia e plurale convergenza nell’ottica del generale e comune scopo di liberazione del Paese.

Del resto, come scrivevamo giorni fa, ‘è nei fatti’ il palesarsi del volto antisociale e predatorio del processo di integrazione europea, sapientemente camuffato in questi anni da interessate campagne stampa (‘gli sprechi’, ‘la casta’, ‘l’evasione fiscale’, senza peraltro mai parlare di elusione che proprio grazie alla libera circolazione dei capitali garantita dall’ordinamento UE è di fatto lecita…) e dall’orientamento del dibattito pubblico su obiettivi di gestione collegati a detto processo (‘le riforme’, ‘l’autonomia regionale’, ‘i privilegi’ di questo o quello…).

Questione nazionale e questione sociale –assi fondanti del pensiero politico della rivista e dell’associazione “Indipendenza” e cardini della sua azione nella società– non sono più eludibili. In questo senso invitiamo alla mobilitazione cercando il fronte di convergenza più avanzato possibile per coagulare forze, intelligenze e capacità di incidenza. Chi ci sta, al netto di sensibilità e distinguo, non si tiri indietro e non aspetti il domani: potrebbe essere troppo tardi. Al di là delle etichette e delle modalità espressive delle rivendicazioni, ciò che conta è trasmettere all’opinione pubblica, nelle sedi le più ampie possibili, la centralità degli snodi di seguito evidenziati, il cui confliggere con il combinato sistemico UE/euro è frontale.

1) Revisionare il nostro debito pubblico e dichiarare inesigibile il debito da speculazione (così il debito si ridurrebbe a meno del 60 % del PIL);

2) Bloccare tutte le privatizzazioni, le cartolarizzazioni e le svendite;

3) Abrogare le leggi che consentono la finanziarizzazione del mercato (cartolarizzazioni, derivati, ecc.);

4) Chiedere l’annullamento per via giudiziaria delle cartolarizzazioni e svendite di tutti gli immobili pubblici (specie degli Ospedali storici e dei beni delle IPAB), dimostrando che tali cartolarizzazioni e svendite violano la “funzione sociale” (cioè l’interesse pubblico del Popolo) della “proprietà pubblica” e sono contro “l’utilità pubblica, la sicurezza, la libertà e la dignità umana” (artt. 41 e 42 della Costituzione). Si tratta di “norme “precettive e imperative”, che consentono di “annullare senza limiti di tempo” le cartolarizzazioni e le svendite in questione, ai sensi dell’art. 1418 del codice civile;

5) Ricostituire, con provvedimenti legislativi e Atti giudiziari, il “patrimonio pubblico” ceduto ai privati, dichiarandolo “Inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”;

6) Precisare che la “proprietà collettiva demaniale del Popolo” (cioè il “demanio”, che è per l’appunto, “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, poiché è in “proprietà pubblica” di tutti i cittadini) comprende, non solo il cd. “demanio naturale” previsto dal codice civile, ma anche, e soprattutto, “i servizi pubblici essenziali” (nazionali e locali), “le fonti di energia” (acqua, luce, gas, industrie strategiche, fonti di produzione della ricchezza nazionale, ecc.) e le “situazioni di Monopolio”, tutte categorie previste dall’art. 43 della Costituzione, il quale precisa, tra l’altro, che tali “fonti di produzione della ricchezza” devono essere “in mano pubblica” o di “Comunità di lavoratori o di utenti”;

7) Ritrasformare la Banca d’Italia e la Cassa Depositi e Prestiti, in “Enti pubblici”, che devono servire a soddisfare i diritti fondamentali dei cittadini, e non SPA, il cui fine è quello di perseguire gli interessi economici dei “soci”;

8) Riprenderci la “sovranità monetaria”, o nel senso di emettere “biglietti di Stato a corso legale” spendibili nel territorio italiano, o uscendo dalla “zona euro”, emanando delle leggi, che abroghino le ”leggi di ratifica” dei Trattati di Maastricht e di Lisbona, nonché i Trattati relativi al WTO, al FMI e alla Banca mondiale degli investimenti;

9) Dare una interpretazione costituzionalmente orientata della “proprietà privata”, di cui all’art. 832 del codice civile, alla luce delle norme precettive e imperative di cui agli articoli 42 e 41 della Costituzione, le quali sanciscono la “funzione sociale” della proprietà e la “utilità sociale” che devono perseguire le relative negoziazioni, come prevede il disegno di legge Senatrice Paola Nugnes e altri, già depositata in Senato e la proposta di legge dell’On. Stefano Fassina, già depositata alla Camera;

10) Includere i cosiddetti “beni comuni” nella “proprietà collettiva demaniale” del popolo, rendendoli inalienabili, inusucapibili e inespropriabili e diretti soltanto alla soddisfazione dei diritti fondamentali di ogni cittadino come altresì prevedono il disegno di legge e la proposta di legge poco sopra ricordate.

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

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Zanda (PD): per la ricostruzione dell’Italia ‘impegnare’ il patrimonio di proprietà statale

Oggi, 28 marzo 2020, “la Repubblica” pubblica un’intervista al senatore del Partito Democratico (PD), Luigi Zanda, che ben sintetizza e rilancia l’orizzonte ideologico liberista che orienta questo partito di sedicente “sinistra”. Si tratta di un partito, il PD, che, in congenita osservanza alle politiche euro-unioniste ed euro-atlantiche, ha la sua grossa parte di responsabilità nell’aver portato l’Italia a questo punto, sull’orlo dell’implosione nazionale e sociale (si veda, ultimo ma non ultimo, il regionalismo differenziato). Un ‘corpo’, quello d’Italia, reso malato e già debilitato da altre patologie su cui il Covid-19 sta intervendo più pesantemente che altrove.
Attenzione, però: se il PD è tra i principali responsabili della debilitazione nazionale/statuale/sociale dell’Italia, non lo sono di meno le altre ‘destre’ che, una volta al governo, sono risultate inter-cambiali e complementari nella attuazione delle stesse politiche neoliberiste, nel condiviso solco di subordinazione all’interno dell’area geopolitica euro-atlantica in cui l’Italia è ancora, purtroppo, inscritta. Le forze ‘nuove’ emerse in questi anni non hanno dimostrato un’effettiva discontinuità d’indirizzo, salvo attardarsi nel migliore dei casi su aspetti secondari, di peraltro insufficiente tamponamento.
A fronte della crisi in atto, destinata a peggiorare se non esplodere con conseguenze ad oggi inimmaginabili, Zanda non smentisce la linea di partito. Per affrontare lo scenario che seguirà all’emergenza sanitaria, propone di impegnare i “gioielli di famiglia”. Come fare da soli “se l’Europa non ci aiuta”? Chiedendo prestiti che, come ovvietà ricorda Zanda, non sono mai concessi “senza garanzie”. Cosa portare, secondo il senatore, al monte dei Pegni della speculazione mercatista finanziaria, “senza far esplodere il debito pubblico”? “Il patrimonio immobiliare di proprietà statale”! Quindi “almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei…”, come ad esempio Montecitorio, sede della Camera, o Palazzo Chigi, sede del governo. “Siamo in guerra”, chiosa Zanda, precisando che si tratta di “beni già iscritti nel bilancio dello Stato per un valore che si aggira intorno ai 60 miliardi” ai quali poter aggiungere anche “i beni degli enti locali e delle regioni, che sono censiti solo parzialmente e secondo alcuni valgono circa 300 miliardi”, oltre che “il demanio non strategico né militare”, come le spiagge (però “non le parti indisponibili”, che sono ovviamente anche quelle già privatizzate), i porti, gli aeroporti. Non prosegue nella lista della (s)vendita solo perché l’intervistatore pone un’altra domanda.
Il tutto, assicura Zanda, come “garanzia”, non come “vendita”. “Meglio”, conclude, “dare in garanzia i nostri immobili pubblici anziché affidarsi alla Troika. Che vorrebbe dire cessione di sovranità”, come se questa cessione non fosse già ad un grado molto avanzato, non lontano dal capolinea. E alla domanda dell’intervistatore (“se la cura non dovesse funzionare”?) replica: “è un ipotesi a cui non voglio nemmeno pensare”. Amen!
Due considerazioni, in conclusione, riassumendo ciò che l’intervista ripropone come protuberanza di superficie.
La prima riguarda la cornice storica da tenere sempre ben presente, sovente occultata, rimossa, se non addirittura deformata da certi organismi (e soggetti) ‘sovranisti’. La seconda attiene all’oggi:
1. emerge la responsabilità storica, pluridecennale, di tutte le forze politiche che hanno espresso da svariati decenni a questa parte governi (inclusi quelli sedicenti tecnici, in realtà sempre politici nelle scelte) che hanno portato l’Italia in questo stato. Un processo europeista-atlantico perseguito –già all’indomani della fine della seconda guerra mondiale– dai governi della Prima Repubblica, oleato fino all’accelerazione, nel mutamento di scenario geopolitico a cavallo della fine della Guerra Fredda, con l’Atto Unico europeo (1986) e Maastricht (1992).
2. Nella fase attuale i continuatori (forze politiche ed economiche, con dentro anche figure apicali ‘famigerate’ già nella Prima Repubblica) si ripartiscono di fatto in due ‘partiti’ in conflitto tra loro, divisi in estrema sintesi in ciò: chi vuole ricorrere al MES (consegnando il Paese al servaggio del partito tedesco/’carolingio’) e chi vuole ricorrere alla BCE (consegnando il Paese al servaggio del partito euro-atlantico, cioè gli USA che, come alle origini del processo di integrazione, vedono nel federalismo europeo e nella centralizzazione di un unico governo, un ridimensionamento degli Stati nazionali –in particolare la Germania, in seconda battuta la Francia– preludio a successivi passaggi di integrazione/sussunzione agli Stati Uniti).
Entrambi questi ‘partiti’ (del MES e della BCE) porteranno l’Italia in uno stato ancora più disastroso di quello di fase attuale: li accomuna (da molto tempo) la stessa spirale ‘ideologica’ debitoria, la stessa accentuazione della china politica, economica e sociale del Paese e dei diritti di cittadinanza; li differenzia solo la scelta del padrone.
Mai come oggi sono i fatti, compresi quelli che ancora non si sono prodotti, a porre, in modo sempre più eclatante, il ‘nodo’ principale, cruciale, mai acquisito a livello di massa dalla fine della seconda guerra mondiale, della conquista della sovranità e dell’indipendenza nazionale. L’obiettivo strategico della liberazione dell’Italia, della necessità di uno Stato davvero sovrano, libero, indipendente, ormai è nelle cose, nei fatti, nelle situazioni. Questo non lo si può più tacere, ignorare, eludere. Finalmente si sta delineando chiara la sua valenza principale, la ‘conditio sine qua non’, in funzione del passaggio fondamentale ad una prospettiva di società che non sia sempre più ineguale, con sempre meno diritti sociali, in linea generale sempre più devastata come quella attuale, ‘di fase’, con la decisa accentuazione che si prospetta.
Che quell’obiettivo strategico sia nelle cose non significa che sia ‘dato’.
Da ognuno secondo le proprie possibilità e volontà! Indipendenza chiama alla militanza!
p.s. Grazie ad Alberto Leoncini (Indipendenza, Treviso) per aver segnalato l’intervista a Zanda.
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Pro-euro e no-euro: curiose convergenze sull’«errore dell’euro» e verità inconfessabili

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Alitalia, speculazioni e intervento pubblico


Da diverse destinazioni Alitalia ha attivato dei voli speciali –ancora in queste ore si stanno predisponendo gli ultimi– per i connazionali bloccati all’estero, che non riescono a rientrare a causa della cancellazione dei voli di altre compagnie per l’Italia o comunque delle restrizioni alla mobilità aerea. La notizia, tra le tante innescate dalla pandemia da Covid-19, dà da riflettere e ripropone l’importanza strategica di una Compagnia di Bandiera di interesse nazionale, pubblico, da nazionalizzare unitamente agli aeroporti, veri e propri beni pubblici al servizio della collettività.

Senza Compagnia nazionale di Bandiera, in una situazione di emergenza sanitaria come quella attuale, chi si sarebbe occupato di quei rientri? Resta poi, più in generale, assurdo che un Paese a vocazione turistica possa anche solo accettare l’idea di privatizzare e smembrare Alitalia. Certo, ci sarà da interrogarsi ‘quale’ turismo sia effettivamente una fonte di guadagno, ma proprio in questo senso la politica deve indirizzare i flussi anche al di fuori delle mete ‘classiche’.

Eppure i fallimenti della privatizzazione alla ‘italiana’ (Cai) ed i disastri prodotti dal “Furore Arabo” (Etihad) sono lì a ricordarci che di queste “assurdità” il Paese è pieno.

Un settore che non può essere tenuto in scacco da privati e speculatori che, alle prime difficoltà, licenziano i lavoratori e lasciano a terra i passeggeri, come la vicenda Meridiana-AirItaly ha dimostrato giusto poche settimane fa. Anche per questo il controllo nazionale del settore aereo–aeroportuale è essenziale.

La storia degli ultimi decenni di Alitalia è la storia di uno spezzatino programmato e perseguito anche da scelte, miranti al fallimento della Compagnia, messe in atto dai “management” che si sono succeduti: cessione delle tratte intercontinentali più remunerative, acquisto del carburante a prezzi stratosferici, sottoscrizione alle peggiori condizioni di leasing fra tutte le compagnie occidentali per l’utilizzo dei velivoli, smantellamento dell’azienda di Alitalia Maintentance Systems con le sue maestranze, i suoi macchinari, i suoi costi contenuti e potenzialità buttate via, eccetera. Un disastro su cui le regole di liberalizzazione ‘made in UE’ non sono state estranee, né lo è stata la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE. Di fondo la connivenza dei governi –non di rado con stretti intrecci con i “management” di cui sopra– che hanno mostrato di non avere a cuore l’interesse nazionale anche nel settore aereo ed aeroportuale.

Non parliamo poi delle condizioni dei lavoratori e del precariato, della cottimizzazione dei salari.

Tra l’altro, proprio in questi giorni, sono giunte numerose le proteste dei lavoratori che pure hanno concorso a garantire i voli di emergenza (trasporto alimenti, medicine, malati, ecc.), i ricongiungimenti familiari, il rientro in Italia nei propri paesi. Dallo scoppio della crisi “pandemica” si sono trovati a lavorare senza protezioni e in alcuni casi –denunciano sindacati di base– con il divieto di utilizzo di mascherine e guanti, pur essendo a diretto contatto con migliaia di passeggeri presso gli aeroporti e dentro gli aerei, riproponendo su vasta scala dinamiche già verificatesi in esito al rogo del terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino nel 2015.

La scelta attuata dal governo era obbligata alla luce degli eventi ma tremendamente tardiva: il fatto che si ‘nazionalizzi Alitalia’ vuol dire che si nazionalizza l’Alitalia di oggi, praticamente una piccola compagnia regionale (subsidiary) che non ha né può avere le economie di scala per stare in piedi non diciamo ‘sul mercato’, non ne siamo certo fanatici, ma neanche in un’ottica di servizio pubblico, ad esempio garantendo la continuità territoriale.

Per anni la stampa, interessata a spartirsene le spoglie, ha dipinto Alitalia (prima della ‘privatizzazione all’italiana’ di Berlusconi, avviata però da Prodi con la trattativa con AirFrance-KLM) come una società decotta e priva di sbocchi, quando sono state le scelte della direzione strategica a condurla al collasso fatti ormai suggellati da sentenze passate in giudicato, tra le tante ma soprattutto a ridimensionarla di continuo da una soglia al di sotto dei 200 apparecchi e 22.000 dipendenti ai 25-30 di cui si parla per la newco pubblica di oggi.

 Non va dimenticato che agli inizi degli anni Duemila, con l’alleanza con KLM, Alitalia concorreva per diventare il primo operatore europeo del trasporto aereo.

I danni in termini di indotto, mancato gettito, oneri sociali per esternalizzazioni ed esuberi sono semplicemente incalcolabili: si parla di 7 miliardi di euro, ma si potrebbe tranquillamente raggiungere la doppia cifra.

Inutile piangere ora sul latte versato, è necessario ragionare a partire dai cocci che ci rimangono in mano. L’integrazione in un polo pubblico dei trasporti, la famosa alleanza ferro-cielo con Trenitalia, potrebbe essere un primo embrione per un esperimento con delle potenzialità interessanti, ma è tutta la politica della mobilità –locale, ma anche navale– che deve essere ripensata e riassunta in mano pubblica.

Fine delle tratte in perdita a corto raggio, tra l’altro le più inquinanti in termini di emissioni nocive, effettiva intermodalità dagli aeroporti alle stazioni ferroviarie e da lì con gli altri servizi pubblici, ricostituzione e reinternalizzazione dei servizi che possono essere rivenduti anche a beneficio di altri operatori (com’era ai tempi del vecchio ramo manutenzioni pesanti Atitech), politica industriale per la produzione dei mezzi (dagli aerei, a partire dall’alleanza Alenia-Sukhoi, agli autobus, alle navi con Fincantieri da indirizzare, magari nei cantieri più svantaggiati del Sud, alla costruzione di traghetti anziché di navi militari e da crociera, ai treni), attenzione alle filiere di approvvigionamento (catering con prodotti biologici e a km.0, differenziazione dei rifiuti, divise e uniformi da commissionarsi al settore moda, risparmio energetico di mezzi e infrastrutture), continuità territoriale con le isole garantita con collegamenti navali a tariffe calmierate.

Indipendenza non mancherà di intervenire formulando idee e proposte, come già ha fatto sul versante del trasporto pubblico locale con la campagna ‘Per Atac servizio pubblico’.

Insomma, occorre differenziare qualitativamente l’offerta imprenditoriale del pubblico da quanto il privato ci ha offerto in questi anni. Per farlo, occorrerà mettere in discussione il ruolo degli operatori privati multinazionali e, neanche a dirlo, le regole mercatiste di derivazione comunitaria.

Francesco Labonia

Alberto Leoncini

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Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
Accorciamo le distanze!

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