Su Diego Armando Maradona

(…) Si è detto che non è stato Madre Teresa (e mi vien da dire meno male, ché pure quella aveva i suoi scheletri nell’armadio) e non è stato Che Guevara, non ha scoperto la cura per il cancro né ha mai fatto nulla di diverso dal calcio. Direi: lapalissiano. Infatti è stato un calciatore. Altrettanto lapalissianamente direi: nessun calciatore è stato come lui.Ma siamo sicuri che tutti sappiamo com’è stato lui? No, perché qui entra in gioco una delle due vere questioni…Per esempio, sappiamo tutti che andò in Venezuela a salutare la vittoria di Chavez e gli disse: “Grazie per liberarci dagli artigli degli Stati Uniti, per prenderci per mano, per farci alzare la testa, per renderci orgogliosi di essere latinoamericani”? Sappiamo tutti che Maradona ha devoluto al Venezuela molti soldi per la costruzione di campi di gioco e scuole di calcio per i bambini più poveri? Sappiamo tutti che il giorno dopo il golpe in Bolivia ha espresso la sua solidarieta a Evo Morales e al popolo boliviano? Sappiamo tutti che durante la crisi procurata dalle ingerenze statunitensi in Nicaragua non esitò a schierarsi con Ortega? Sappiamo tutti che di Correa ha detto: “E’ il futuro politico dell’America Latina, un rivoluzionario moderno che non viene dalle campagne abbracciando un AK-47, ma che ha studiato pregi e difetti del capitalismo”? E che a Maduro disse: “Quando lo ordinerai, indosserò l’uniforme per un Venezuela libero, per combattere l’imperialismo e contro chi vuole impadronirsi delle nostre bandiere”? E che di Mujica disse: “Un grande uomo che si è ridotto lo stipendio e andava in giro in sandaletti, che ha combattuto per la rivoluzione uruguaiana”? Che a Dilma e Lula disse: “Sono un vostro soldato, avete la mia solidarietà. Quando un Paese del Sudamerica è attaccato dagli Usa ed è in difficoltà, io ci sono”? Che a Hebe de Bonafini e a tutte le Madres de Plaza de Mayo disse: “Avete tutto il mio sostegno. Tutti noi vogliamo che il nostro popolo si rialzi, mangi e sia felice e sereno”? Le Madri de Plaza de Majo oggi hanno detto di lui: “Diego si è sempre preoccupato per l’Argentina. E’ amato dai giovani, lo adorano e anche noi lo amiamo come un figlio. E’ sempre dalla parte giusta. Il mondo intero lo ama perché non ha mai rinnegato le sue origini”.

Maradona ha sempre criticato la Chiesa perché non fa abbastanza per aiutare il prossimo e i poveri. Poi, ha incontrato Papa Francesco e ha dichiarato che sarebbe stato il capitano della sua squadra perché gli ha promesso che avrebbe fatto qualcosa per i ragazzi poveri.E poi, sappiamo tutti che di Putin disse: “Ha tutta la mia ammirazione perché gli anni passano ma lui ha le convinzioni e l’energia di sempre. E’ un amico dei popoli. Congratulazioni al popolo russo che lo ama”?Recentemente, dopo essere diventato presidente della squadra bielorussa Dinamo Brest, ha detto: “Ricordo Fidel Castro, per me un secondo padre, e ricordo Chavez, Gheddafi, conosco Putin e ora voglio conoscere il presidente Lukashenko. Spero che la mia presenza possa essere utile al calcio bielorusso e ai giovani di qui”.E ancora, sappiamo tutti che della Palestina disse: “Ha bisogno del nostro aiuto e io sono a disposizione”? Sappiamo tutti che regalò la sua maglietta ad Ahmadinejad in segno di riconoscenza per il sostegno dell’Iran alle nazioni libere dell’America Latina, per la sua vicinanza a Chavez e alla causa palestinese? Sappiamo tutti che il gesto fece scoppiare un vespaio di polemiche in tutto il mondo, con la comunità ebraica argentina che pretese le sue scuse? Sappiamo tutti che quelle scuse non furono mai fatte?Sappiamo tutti che, nel 1984, ad Acerra, si prestò a una partita di beneficenza su un campetto fangoso di periferia per un bambino che aveva bisogno di un’operazione urgente e costosa? Che Ferlaino si oppose ma Maradona pagò di tasca sua 12 milioni di lire per l’assicurazione contro gli infortuni per tutta la squadra del Napoli?No, perché se non sappiamo tutte queste cose, non possiamo sapere cosa sia stato Maradona. E chi parla di un sudamericano così senza sapere queste cose, agli occhi dei sudamericani e degli ultimi di tutto il mondo appare come un Cristoforo Colombo qualsiasi. (…)

da uno scritto di Luigi Mezzacappa

Sulle Olimpiadi della neve del 2026

No al Giro d’Italia in Israele

Dynamo Dora Rugby in mèta: una bella storia di sport e politica

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Terrorismo contro l’Iran

Assassinato ieri in un attacco terroristico vicino a Absard (70-80 km a est di Teheran), Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato a capo del programma nucleare iraniano. Modalità di intervento, stando alle prime ricostruzioni, molto accurate e già viste in occasione dell’assassinio di altri scienziati che Teheran attribuisce al Mossad israeliano: bombe magnetiche applicate all’auto, una moto o auto come trappola esplosiva, killer in moto, più gruppi a far fuoco sull’obiettivo e sulla scorta. Il tutto in un quadro che ha visto negli anni incidenti ed esplosioni in siti atomici, l’atto più grave a Natanz pochi mesi fa, ai primi di luglio.

Due anni fa, nel 2018, a fine aprile, il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu, in conferenza stampa, con riferimento al programma iraniano SPND, individuava proprio in Fakhrizadeh “un nome da tenere a mente” e ne proiettava una foto. In generale ricorreva nei rapporti internazionali (aveva guidato il programma nucleare militare di Teheran fino alla sua chiusura, all’inizio degli anni 2000) e continuava ad essere indicato da Israele e USA come figura di riferimento del programma nucleare anche civile. Fonti di stampa israeliana già da tempo lo davano nella lista degli obiettivi del Mossad. Un paio di settimane fa, scrivevano New Jork Times e Reuters citando quattro fonti dell’amministrazione USA, Trump avrebbe chiesto ai suoi consiglieri più stretti di valutare l’opzione di un attacco contro l’Iran, per bloccarne il programma nucleare, venendo dissuaso dal farlo per la certezza di una spirale di tensione nella regione a poche settimane dalla fine del suo mandato.

Colpisce che pochi giorni fa, in Arabia Saudita, si sia tenuto un vertice tra il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il principe ereditario saudita Mohammed e Netanyahu accompagnato dal capo del Mossad, Yossi Cohen. Tema principale, manco a dirlo, proprio l’Iran.

Marea umana a Baghdad: “USA, via dal paese!”. In nome anche di Qassem Soleimani

Storie di ordinaria (pre)potenza imperiale

Dopo il martirio di Qassem Soleimani

Il parlamento iracheno espelle le truppe USA

Israele, un voto per la guerra?

L’Iran nel mirino. Perché

Golfo di Oman: attacco a petroliere. USA: “Obiettivo Iran”

Oltre il Venezuela, anche l’Iran?

Una falsa notizia (‘fake new’) dell’Ansa

Trump, sanzioni all’Iran e sovranità dell’Italia

Gasdotto TAP e interessi geopolitici USA

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A scuola la domenica. I ‘tabù’ da abbattere della De Micheli

«Utilizzare le dodici ore della giornata per le lezioni in presenza, dalle 8 alle 20, spingere per portare più classi a scuola il sabato e la domenica (…) Siamo in emergenza e bisogna far cadere ogni tabù. Anche gli orari delle attività produttive dovranno essere cadenzati». Lo propone, in un’intervista a “la Repubblica”, Paola De Micheli. La ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, forse perché preda dell’eccitazione di cogliere in chiave neo-liberista le opportunità della “emergenza sanitaria” e di far cadere “tabù” (leggasi: diritti, e non solo), dimentica aspetti non secondari per la sua stessa ideologia di riferimento. Per limitarci (in questa sede) alla scuola, la ministra (che pure al riguardo dovrebbe saperne qualcosa, visto il suo dicastero) glissa sullo stato durevolmente critico del trasporto pubblico (mezzi e autisti) che, al di là di annunci/misure ‘spot’, continua ad essere largamente carente sul territorio nazionale. Tra l’altro, al riguardo, è la stessa ministra De Micheli a dire che, per garantire lo stesso servizio con i bus capienti al 50% come sono nuovamente oggi, “servirebbe un numero di mezzi che le città non possono ospitare” considerando poi chi, per recarsi a scuola, fa il su e giù dalla provincia in città. La ministra glissa sui costi aggiuntivi per pagare energia elettrica, gas e acqua sette giorni su sette, dimentica che la settimana corta (dal lunedì al venerdì) è da tempo incoraggiata nelle scuole per ridurre i costi non solo di quei servizi essenziali, ma anche il numero –con relativo ‘risparmio’ stipendiale– degli operatori ATA (in primis bidelli) spalmandosi le turnazioni su un giorno di meno a settimana. Misure, queste, d’ossequio alle direttive austeritarie delle istituzioni europee.

Si potrebbe continuare con le ripercussioni di cui sopra sugli insegnanti. Inezie!

In queste settimane, nelle alte sfere della ‘politica’, dell’informazione, ecc., c’è un ostentare di tanti con il cuore in mano quando si parla di scuola: forti ed evidenti sono i limiti della didattica a distanza, con l’abbassamento (ulteriore) della qualità della trasmissione culturale, il vuoto di socializzazione reale, le implicazioni negative nelle famiglie e nella società. Non si può, insomma, far finta di niente! Forse la De Micheli ha pensato di esternare le sue ‘perle propositive’ per segnalare che “anche lei c’è”! O forse ha inteso –non solo lei, peraltro– far ricadere sulla scuola (come da molto tempo, ormai) responsabilità che purtroppo non sono circoscrivibili alla scuola, ma sono parte di un insieme depressivo di spinte ‘culturali’, di atti normativi e ricadute sociali ed economiche ‘made in UE’.

Ben altri sono infatti i “tabù” da abbattere. Ad esempio i ‘compiti’ austeritari richiesti (da decenni a questa parte) da Bruxelles ai governi. E allora, per restare in tema, si riaprano le scuole, anche quelle abbandonate in nome di accorpamenti e risparmi; ci si rifiuti di formare e riformare classi pollaio ad ogni inizio ciclo scolastico; si assumano insegnanti e personale amministrativo riconoscendone l’importante ruolo nella società e riqualificandone il servizio! Ci troveremmo alle pre-pre-pre-condizioni per una rinascita della scuola pubblica nazionale. La De Micheli, dal canto suo, potrebbe intervenire sulle materie di sua competenza (infrastrutture e trasporti) su cui privatizzazioni o gestioni privatistiche di ambiti di interesse nazionale, pubblico, sono altri tabù da abbattere, in nome di una conquista –finalmente!– di una loro piena presa in cura pubblica quanto a gestione, investimenti e direzione. Certo, ci dovrebbe essere ben altra classe dirigente e un protagonismo politico/sociale delle classi popolari. Appunto!

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Riaprire le scuole!

Nelle ultime settimane si sono susseguite diverse iniziative da parte di studentesse e studenti della scuola secondaria per protestare contro la didattica a distanza e chiedere la riapertura degli istituti. Si tratta certamente di un segnale confortante alla luce del tentativo in atto, da parte del MIUR e di vari gruppi d’interesse, di utilizzare l’emergenza sanitaria per accelerare il processo (in divenire peraltro già da diversi anni) di dissoluzione della scuola repubblicana e per affermare un nuovo modello di “istruzione”, al servizio esclusivo del mercato e delle sue esigenze. Il ridimensionamento e la svalutazione della scuola in presenza procede infatti di pari passo con lo svilimento della fondamentale funzione mediatrice ed educativa dei docenti, oltre che della stessa funzione formativa delle discipline. L’opposizione degli studenti a questa deriva è quindi da salutare con soddisfazione da parte di chiunque, all’interno del mondo della scuola e non, tenti di opporsi ai progetti che a partire dagli anni Novanta le classi dominanti hanno portato avanti grazie anche al contributo in tal senso offerto dalle istituzioni europee.

Occorre tuttavia vigilare al fine di scongiurare il rischio che queste proteste vengano strumentalizzate in vista di scopi inconfessati quanto inaccettabili. Sta emergendo in maniera sempre più evidente che la scuola è in fondo alla scala delle priorità per il governo e per gli interessi socio-economici che esso rappresenta e incarna: in occasione della prima ondata pandemica la scuola è stata infatti la prima attività a chiudere, senza mai riaprire; come se non bastasse, a dispetto dei numerosi mesi a disposizione, non è stato messo a punto alcun piano minimamente serio per consentire la riapertura in sicurezza, scaricando sui singoli istituti l’onere organizzativo (col risultato di una babele di modalità di gestione distinte) e senza mettere in campo le uniche due misure che sarebbero state a tal fine realmente decisive, vale a dire la drastica riduzione del numero degli alunni per classe (con tutte le misure d’accompagno che una simile decisione avrebbe implicato, dall’assunzione e dalla stabilizzazione di migliaia di insegnanti al reperimento di nuovi spazi) e un efficace piano per garantire trasporti locali efficienti e senza il rischio di assembramenti.

Risulta quindi di fondamentale importanza legare la legittima richiesta di riaprire le scuole con la rivendicazione di tutte quelle misure atte a garantire che ciò possa avvenire in piena sicurezza. Diversamente il rischio può essere in prospettiva quello di fornire argomenti alle solite contrapposizioni create ad arte dai media tra lavoratori autonomi e dipendenti, in special modo statali (nel caso specifico gli insegnanti, “colpevoli” di difendere il proprio diritto alla salute e di non accettare quindi di correre il rischio di ammalarsi per lavorare in assenza di ragionevoli sicurezze).

I lavoratori del comparto pubblico sono infatti oggetto negli ultimi tempi di attacchi reiterati e sistematici, non certo casuali, le cui finalità appaiono piuttosto chiare: da un lato eroderne i diritti residuali facendoli passare come privilegi e dall’altro strumentalizzare il disagio di categorie sempre più vaste di persone, proponendo loro come valvola di sfogo il capro espiatorio degli statali fannulloni e garantiti. Un giochino, questo, che funziona tra l’altro benissimo anche all’inverso, delegittimando le proteste di partite IVA e lavoratori autonomi come manifestazioni di insofferenza da parte di impenitenti evasori fiscali e inguaribili praticanti del lavoro nero.

Non ci si stancherà mai di sottolineare la necessità imprescindibile di una vasta alleanza sociale tra le classi a vario titolo dominate (dipendenti e autonomi, lavoratori del privato e del pubblico) contro quelle dominanti, sia quelle organiche agli interessi finanziari transnazionali sia quelle legate a vasti settori dell’imprenditoria nazionale (anche di piccola e media), di certo non meno responsabili del progressivo svuotamento dei diritti dei lavoratori, in atto ormai da diversi decenni.

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Per una società della cura: bilancio di una giornata di mobilitazioni popolari

La giornata di sabato 21 novembre 2020 ha visto una grande mobilitazione nazionale in tante città e paesi per «una sanità pubblica, gratuita, universale e di qualità», assunzioni di personale infermieristico-medico, riapertura degli ospedali, e altro di similare su scuola, trasporto, beni demaniali, eccetera. Forte si è fatta sentire anche la necessità del ritiro di ogni autonomia differenziata che, nelle regioni, tanti disastri a tutto campo ha concorso ad accumulare nel tempo.

Si può dire che sia maturata la consapevolezza dell’urgenza e necessità del ritorno pieno dello Stato ad un ruolo di direzione, gestione e controllo? Che sia divenuto chiaro quanto radicalmente i bisogni delle classi popolari confliggano con l’impianto neoliberistico del processo di integrazione europea e con gli interessi delle collegate oligarchie economico-finanziarie nel nostro Paese? Che in strati significativi della società italiana sia finalmente acquisito il convincimento che ci si debba battere per ripudiare le direttive euro-unioniste assunte sempre più supinamente, da oltre un settantennio, dai governi di ogni tendenza del panorama ‘liberal’ succedutisi in Italia e riscrivere un reticolato di norme d’interesse pubblico e di rapporti sociali ‘altri’? Che il concetto di sovranità (peraltro evocato nell’art. 1 della Costituzione italiana) non sia più da utilizzare ‘a sinistra’ come fosse un insulto, una bestemmia e mistificato ‘a destra’? Che le rivendicazioni della sovranità nazionale e popolare, dell’indipendenza, di una Patria dei pieni diritti sociali siano finalmente assunte come asse unificante delle classi dominate di questo Paese per una prospettiva di liberazione, di alternativa di società?

Non siamo così convinti che di questo si possa parlare in maniera perentoria dopo la giornata del 21. Abbiamo però due certezze: che i ‘nodi’ irrisolti di cui sopra sono ormai assunti e compresi sempre più diffusamente tra gli strati popolari e che, per scioglierli, le idee forza che connotano Indipendenza dalla sua nascita (1986) si stanno facendo strada e non si è più soli a sostenerle.

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Sabato 21 novembre: tante mobilitazioni cittadine per una stessa mobilitazione nazionale

Nessuno deve restare indietro: uniti per la fuoriuscita dall’economia del profitto.

Sabato 21 novembre 2020, giornata di mobilitazione nazionale: si manifesterà in molte città d’Italia contro il regionalismo (“autonomia”) differenziato, per la sanità, la scuola, il trasporto pubblici, per il reddito ed il sostegno per tutti, per la difesa del territorio, ecc. Promotori il “Comitato per il ritiro di qualunque autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e la rimozione delle diseguaglianze” e la “Società della Cura”. Ci sarà una diretta nazionale telematica a collegare e rendere visibili tutte le iniziative. Indipendenza, tra i fondatori del Comitato su indicato, sarà presente laddove possibile ed invita alla partecipazione.Qui un elenco in corso di aggiornamento dei luoghi

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Il sovranismo europeista del federalista David Sassoli

C’è chi ha definito le sue dichiarazioni “sovraniste” (alludendovi in senso “italiano”). Parliamo di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che pochi giorni fa ha dichiarato che l’Europa deve cancellare i debiti accumulati dai governi per fare fronte alla pandemia, non essendo accettabile che ricadano sui cittadini e sulle generazioni future, che gli Eurobond devono diventare permanenti (il Recovery come «modello definitivo», quindi), che il MES (il fondo –sedicente– Salva-Stati) è da riformare nel senso di essere gestito direttamente dalle istituzioni europee e che si deve eliminare il diritto di veto in tutti gli ambiti della politica dell’Unione, riformando quindi i Trattati. Tesi, tolta la prima allora non prevedibile, che ritroviamo nelle discussioni e proposte di riforma dell’Unione Europea (UE) formalizzate poi nel Libro Bianco del 2017 e portate avanti da Guy Verhofstadt, il federalista europeo assurto quantomeno tra le figure più significative di quest’area politica.

Le dichiarazioni di Sassoli hanno raccolto consensi trasversali: da figure del suo partito, il PD (ad es. Letta, Martina, il ministro Provenzano, ecc.) ad altre di diversa collocazione partitico/politica, Fratoianni (LEU), Agea (M5S, viceministra, ecc.), passando per la Lega fino al variegato ‘mondo’ sovranista tra cui Fassina (da alcuni definito «sovranista di sinistra») e non solo. La Meloni (FdI) le sue idee in merito le ha già espresse da mesi, da un lato chiedendo l’attivazione dei Diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale per fronteggiare l’emergenza coronavirus (in scia di quanto a suo tempo proposto dal Financial Times) che precisò essere creazione di liquidità «senza vincoli da dare a tutti i 189 Stati membri in base alla propria quota di partecipazione al FMI (…) attivati più volte in passato». La Meloni, in aggiunta, ha dichiarato di far politicamente propria la proposta di Georges Soros, cioè l’emissione di 1000 miliardi di Bond perpetui europei (senza restituzione, quindi) al tasso dello 0,5% annuo per fronteggiare la crisi senza gravare sui conti degli Stati europei.

Cosa hanno in comune queste proposte? La consapevolezza che l’organizzazione attuale dell’Unione Europea, già in crisi nel suo impianto e nel suo funzionamento, non è adeguata alle attuali circostanze (causa implicazioni politico-economiche da coronavirus) e ancor meno appare nella prospettiva del ‘dopo’, del post ‘emergenza sanitaria’. In conflitto tra loro continuano a porsi il sovranismo europeo del direttorio tedesco (favorevole ad ‘una’ declinazione di Europa confederale) ed il sovranismo europeo federalista più strettamente legato all’atlantismo dell’altro che cerca di ritagliarsi spazi di autonoma affermazione dei propri interessi, con una definizione del ruolo USA che l’esito ufficiale delle presidenziali definirà non sul piano strategico, ma su quello operativo-‘tattico’.

Ciò detto, è paradossale come le dichiarazioni sovraniste-federaliste europee di Sassoli con la loro prospettiva di un unico grande spazio europeo federale, con un riaffermato legame con il FMI e in senso lato con il mondo transatlantico, come è possibile constatare negli attuali Trattati e nelle proposte di riforma, siano salutate positivamente nel mondo ‘sovranista costituzionale’ che surrealmente ribadisce che la Costituzione italiana prevale sui Trattati ed addirittura plaude al venir meno del diritto di veto in nome di ‘maggioranze qualificate’, a lasciare più robustamente di adesso allo scontro tra dominanti confederali vs federalisti la soluzione dei rapporti di forza e degli interessi politico/strategici che li contrappongono. Che prevalgano gli uni o gli altri sancendolo nei Trattati da riformare oppure che trovino una sistemazione con un diverso processo di riforma, nulla cambierà relativamente allo status coloniale del nostro Paese, l’Italia (e non solo).

Insomma, grande è la confusione sotto il cielo!

P.S. Breve chiosa che s’inscrive nel quadro di cui sopra. Sulla bozza italiana di documento programmatico di bilancio (Dpb) la Commissione Europea ha oggi comunicato che «è in linea con le raccomandazioni» adottate dal Consiglio il 20 luglio, «ma alcune misure non sembrano temporanee o finanziate da misure di copertura». Osservare quel «temporanee»! E poi «dato il livello del debito pubblico italiano e le grandi sfide di sostenibilità nel medio termine prima dello scoppio della pandemia Covid-19, è importante per l’Italia assicurare che, quando prende misure di sostegno, preservi la sostenibilità di bilancio nel medio termine». Osservare cosa si deve preservare: «la sostenibilità di bilancio nel medio termine»! La Bruxelles carolingia non intende mollare sull’arma politica del debito estero…

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Manovra finanziaria, pubblico impiego e sciopero generale

Scontro tra governo e sindacati sulla legge di bilancio approvata ieri in Consiglio dei ministri. I sindacati lamentano metodo e merito. Sul metodo: la mancata concertazione, l’essere stati chiamati al confronto solo dopo l’approvazione. Lo riconosce il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che però evoca pregressi incontri con i sindacati («decine di volte») e propone, «durante l’iter parlamentare», approfondimenti sulla manovra e sul Recovery Fund. Gli fa eco il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, che lascia intravedere benefici nell’intreccio tra ‘aiuti’ (tutt’altro che tali!) europei e “decreti ristori”.

Su assunzioni, lavoro in sicurezza e rinnovo dei contratti nella Pubblica amministrazione –lamentano i sindacati– nella manovra «non ci sono risposte adeguate» (peraltro reclamate ben prima del CV-19). Conte le giustifica così: «Siamo in un periodo in cui si proporranno nuove e diverse disuguaglianze. Un impiegato pubblico oggi, non muovendosi da casa, può esercitare la propria attività con risparmio di tempo e risorse, mentre molte altre categorie stanno soffrendo veramente. Ad esempio gli esercizi commerciali e le partite Iva hanno serie difficoltà». Premesso che ci sono partite IVA e partite IVA, Conte bypassa così questi annosi problemi (assunzioni, sicurezza sul lavoro e rinnovo dei contratti) con l’argomento dell’attuale crisi da coronavirus, riecheggiando il concetto espresso una decina di giorni fa in modo più acrimonioso (e molto meno ‘diplomatico’!) dal ‘maître à penser’ europeista Massimo Cacciari nei confronti degli Statali: «Voglio dire ai miei colleghi dello stato e del parastato, prima o dopo arriveranno a voi, per forza. E io spero che ci arrivino presto, perché è intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana».

È uno dei cavalli di battaglia dell’armamentario ideologico ‘liberal’ (con rapporti di forza consolidatisi da decenni con il processo di integrazione europea) quello di contrapporre strati sociali subalterni anche e soprattutto nei momenti di crisi, e non solo per ‘strette’ su remunerazioni e diritti. Un assunto propagandistico funzionale che, a seconda delle convenienze del momento, veicola in modo sommario e generico ora lo stereotipo del pubblico dipendente nullafacente e garantito, ora quello del titolare di partita IVA (con riferimento solo alle piccole e medie, peraltro) evasore e sfruttatore di lavoro subordinato. Insomma gli statali devono concorrere a pagare questa fase di crisi, peraltro figlia anche dei numerosi tagli che il variegato settore pubblico in Italia soffre da molto tempo a vantaggio del lucro di interessi oligarchici (interni ed esteri), con tanto di ‘imprinting’ ideologico e diktat eurounionisti!

Come esito dello scontro con il governo, i sindacati hanno proclamato per il 9 dicembre lo sciopero generale in tutti i comparti del pubblico impiego. Con la Triplice senza ‘se’ e senza ‘ma’, quindi? No, Indipendenza in piazza –e nelle forme che siano– farà la sua parte per dire basta alle politiche neoliberali, ma i sindacati fingono di non vedere che lo stato di prostrazione sociale generalizzato in cui versa l’Italia origina dalla sua collocazione dentro l’Unione Europea, vettore delle politiche neoliberali di tagli, privatizzazioni, restrizioni dei diritti e connesse implicazioni politico-sociali negative. Il governo Conte, come quelli che lo hanno preceduto da diversi decenni e quelli che presumibilmente (purtroppo!) seguiranno sulla stessa linea, è quindi una parte del problema.

Per le condivisibili rivendicazioni di cui sopra –e perché maturino consapevolezze e consensi sociali– andrebbe rivendicata, come obiettivo intermedio, l’introduzione di una moneta parallela all’euro, con rapporto 1 a 1, garantita dallo Stato e riconosciuta solo sul territorio nazionale, per rendere possibili e adeguati gli investimenti pubblici e i sostegni a tutti i redditi e famiglie in crisi. Un obiettivo raggiungibile, questo? Assolutamente no! Il governo di turno e le istituzioni UE che lo sovrintendono non l’accetteranno mai in sé e perché potrebbe preludere ad ‘altro’. Servirebbe una ben diversa classe dirigente e ben diversi rapporti di forza nella società italiana. Ma è in vista di queste prospettive che è bene che circolino certe idee-forza, certe proposte ed una prospettiva possibile di alternativa di società.

Tra gli effetti negativi del coronavirus c’è anche quello positivo del disvelamento dei ‘nodi’ della dipendenza/colonizzazione dell’Italia e del configurarsi di una situazione sempre più favorevole perché un ancora parziale atto di sovranità (l’introduzione di una moneta di Stato parallela all’euro) si presenti nella sua sensatezza e, con altro di collegato anche in termini di rivendicazioni sociali avanzate, si saldi all’indispensabile lotta di liberazione nazionale per la sovranità e l’indipendenza politica, a rendere così possibile orientare e determinare ben diversamente il futuro di questo Paese. L’alternativa, altrimenti, continuerà ad essere il declino e lo sfaldamento sociale del Paese, acceleratisi negli ultimi anni, che di questo passo preluderanno all’agonia e alla messa in discussione dell’esistenza stessa dell’Italia come Stato unitario.

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BCE e certo ‘sovranismo’: i disvelamenti del PEPP

La BCE (Banca Centrale Europea) ha lanciato nei mesi scorsi il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), un programma temporaneo di acquisti di Titoli di Stato. Per fronteggiare la crisi “straordinaria” del coronavirus, dice. In realtà per tenere in piedi l’Unione Europea obiettivo principale di ‘alcuni’ Paesi (Germania e Francia in primis) e mantenere ‘dentro’ (e ‘sotto’!) altri, particolarmente l’Italia, sulla linea di galleggiamento continuando a godere delle rendite di posizione e dei relativi vantaggi del combinato UE-euro. Intanto, al di là che gli interessi siano di fatto a costo zero, l’esposizione debitoria estera –si ribadisce: estera!– dell’Italia si sta acuendo, e di molto, e a scorrimento si sta acuendo l’esposizione ai ricatti della BCE qualora, senza rompere con il combinato vincolistico UE-euro, un qualunque governo intendesse intraprendere politiche non gradite alla Troika BCE-UE-FMI.

Ora, suo malgrado, il PEPP veicola almeno due disvelamenti.

In primo luogo il richiamo ossessivo al rientro del debito, da diversi decenni addotto a giustificazione delle politiche austeritarie imposte (anche) all’Italia, si rivela essere sempre stato pretestuoso e truffaldino. L’Italia oggi vede il suo debito aumentare (e ancora aumenterà!) ma nessuno urla allo spread, alla catastrofe, ai diritti delle future generazioni, alle cavallette e a Belzebù. Il tutto nonostante lo sfaldamento politico, finanziario, economico e sociale in atto e galoppante –aggravatosi con la crisi sanitaria da CV-19– prospetti ulteriori impennate debitorie. Il che concorre a rendere manifesta tutta l’inadeguatezza, se non proprio la natura catastrofica dell’impianto e delle politiche euro-unioniste/atlantiche.

In secondo luogo il PEPP sta disvelando i limiti di certo ‘sovranismo’. Da un lato si criticano MES, SURE, Recovery Fund (fin qui tutto condivisibile!) dall’altro non di rado c’è chi sottolinea che la BCE, per la prima volta in più di 20 anni, stia facendo “finalmente” una parte del suo lavoro. Addirittura si fanfaluca di supposti contrasti strategici –in realtà parti ‘in commedia’– tra questa ‘benemerita’ BCE e una UE minacciosa nei confronti dei Paesi che respingessero i suoi prestiti capestro, pena la chiusura dei rubinetti della BCE. Al di là della contraddittorietà intrinseca, un combinato delirante di economicismo e di pressappochismo politico.

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