Collasso finanziario da coronavirus: è l’Unione Europea!

UE: niente prestiti senza condizioni! È la risposta di Germania, Austria, Olanda, Finlandia al Consiglio Europeo riunito ieri in video-conferenza, alla richiesta di nove Paesi dell’Unione Europea (UE), Italia in testa, di prestiti senza condizionalità per fronteggiare la crisi economica e sociale avvitatasi in spirale dalla pandemia in atto.
Con buona pace di tanta retorica sull’Europa ‘fraterna e solidale’, ancora una volta, particolarmente nel momento del bisogno, i nodi vengono al pettine. Nemmeno gli effetti di una recessione che si annuncia (particolarmente) in Italia pesantissima già in questo primo semestre, ha smosso gli appetiti predatori-affaristici incardinati nelle istituzioni esecutive-finanziarie europee. Bruxelles e Francoforte sono pronte a ridurre l’Italia come la Grecia.
Non inganni il palliativo della sospensione del Patto di Stabilità, dell’allentamento temporaneo delle regole sugli aiuti di Stato con la concessione al governo italiano di 25 miliardi da erogare (il “Cura Italia”). A parte che la Germania ha incrementato poche ore fa, al Bundestag, gli aiuti di Stato per altri 156 miliardi e la Francia attualmente è ad oltre 200, resta che quei 25 miliardi, anche se non peseranno sul deficit (il Patto è sospeso e queste spese verranno scorporate), andranno però ad ingrossare il debito.
Una posizione di chiusura che ha obbligato il presidente del consiglio (l’europeista e atlantista) “Giuseppi” Conte a rifiutare (“Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno”). Sempre secondo fonti di Palazzo Chigi raccolte dall’ANSA, nel corso del Consiglio Europeo Conte ha dato dieci giorni all’Europa “per battere un colpo e trovare una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo”. Altrimenti –ha aggiunto– l’Italia procederà da sola. Dieci giorni! Un tempo che nelle condizioni date è già lungo per l’Italia. Culla forse l’aspettativa di un’intesa? Che però, stante il responso che il Consiglio Europeo prevede di dare tra due settimane, allungando i tempi, acuendo la crisi italiana e indebolendo il già debole ‘potere’ negoziale (se l’intenzione c’è…) del governo Conte, potrebbe riproporre lo scenario di oggi. La stessa cancelliera tedesca, Angela Merkel, al termine del vertice, ha ribadito il riferimento al “MES come strumento” e alla condizionalità del prestito come punto fermo.
In altri termini tra due settimane l’Italia, in sofferenza sociale maggiore, saprà quale grado di durezza le verrà imposto, per ottenere qualcosa nell’immediato che la farà comunque peggiorare subito dopo, con il conto ancor più salato da pagare dopo l’emergenza sanitaria.
Ieri il liberista Mario Draghi, in un lungo editoriale sul Financial Times, ha paventato che la “recessione si trasformi in una prolungata depressione resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili”. Ha quindi perorato un “significativo aumento del debito pubblico” anche se comportante un “alto e inevitabile costo economico”. Attenzione: un “alto e inevitabile costo economico”. Tradotto: dopo le flebo e l’aumento spaventoso del debito, seguiranno misure durissime di rientro, andando a colpire come al solito, privatizzando, quel che resta degli ‘asset’ pubblici, della sanità, della previdenza, dei servizi, ed i patrimoni dei cittadini con inevitabile ulteriore aumento delle tasse. Ricorre ad analogie significativamente forti il liberista atlantico Draghi. Aprire una parentesi interventista pubblica dello Stato nazionale come se si fosse in guerra! Tutte le “guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale in Italia e in Germania fra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse”. Quindi lusinga UE e BCE (“L’Europa è ben equipaggiata” per affrontare questo “shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell’economia … in grado di coordinare una risposta rapida”) in realtà sapendo che il rigorismo della Germania e dei Paesi satelliti non è disposto a consentire nessuna erogazione in assenza di condizionalità, necessariamente forti condizionalità che l’ammontare dei prestiti richiederebbe.
Draghi, figura mal vista a Berlino già quando era presidente della Banca Centrale Europea perché vicino a Washington, ripropone, senza evocarla esplicitamente, la prospettiva federalista atlantica di una europeizzazione della Germania, notoriamente indisponibile a negoziare il livello economico di predominio che esercita nella UE. Adesso invita ad “un’uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l’altro in quella che è evidentemente una causa comune”. Rilancia insomma a Berlino la richiesta USA di socializzare il debito in Europa profittando di questa crisi pandemica che ha già innescato un disastro economico-sociale soprattutto nei Paesi meridionali dell’Unione prostrati da decenni di macelleria sociale ‘made in UE-BCE-FMI’.
Draghi è l’uomo della banca d’affari USA Goldman Sachs, l’uomo della Troika che, insieme a Trichet (governatore francese uscente della BCE e lui, Draghi, in pectore alla successione), firmò la letterina estiva nell’agosto 2011 che smantellava in modo ancor più deciso (legge Fornero, tagli anche alla sanità, abolizione dell’art. 18, ecc.) quel che restava del modello di compromesso sociale in Italia. Da governatore della BCE si erse, impietoso, a bloccare i bancomat in Grecia per piegare ai propri voleri il governo di Tsipras quale premessa dell’ulteriore macelleria sociale che poi fu dispiegata (colpire uno –la Grecia– per intimidire altri particolari Paesi della UE).
Ebbene oggi Draghi si presenta come il salvatore della Patria, probabile successore di Conte, forte di un consenso trasversale dal PD alla Lega passando per le altre destre che alcuni mesi fa lo avevano già indicato ora come presidente della Repubblica, ora come presidente del Consiglio.
Sorprendente? No! È entrato nel vivo lo scontro tra Germania e USA, due poli capitalistici e geopolitici in feroce concorrenza, speculando –anche– sulle critiche condizioni in cui versa l’Italia (prescelto e decisivo campo di battaglia) e sugli scenari catastrofici che si prefigurano.
Una sfida che, quale che sia il polo (carolingio o atlantico) a prevalere, esclude qualsiasi affrancamento nazionale e sociale dell’Italia. Dall’assunzione di questo dato di fatto una conseguente lotta politica e socialista di indipendenza e di liberazione patriottica non può prescindere.

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Conte si appella al Pentagono

Mascherine e respiratori dal Pentagono; personale medico militare e ospedali da campo dalle basi USA di stanza nel nostro Paese. È la richiesta-appello che il presidente del Consiglio, Conte, ha rivolto direttamente al capo del Pentagono, Mark Esper, secondo quanto riferisce l’ANSA che ha ripreso dalla statunitense CNN.
Sarà un atto di ‘riequilibrio diplomatico’ dopo la solidarietà spontanea di Cina, Cuba, Russia? Non appare infatti una coincidenza che la richiesta parta a poche ore dall’arrivo della brigata cubana in Italia e l’annuncio del presidente russo, Vladimir Putin, previa telefonata a Conte, dell’invio di specialisti, di kit di protezione, di sistemi mobili su camion Kamaz per la disinfezione con aerosol e di attrezzature mediche. Dalla CNN non si ha ancora notizia sulla risposta. Certo è che, di propria spontanea volontà, nessun aiuto fattivo è giunto all’Italia da Washington, così come dalle istituzioni europee.
È nostro convincimento che la richiesta di Conte sia dettata dal non voler suscitare malumori oltre Atlantico, che non si pensi insomma a segnali di cambiamento dei rapporti di sudditanza che dal secondo dopoguerra ci vede legati agli Stati Uniti e che, tra l’altro, ci ha spinto nella loro infernale macchina euro-unionista con i disastrosi esiti pluridecennali, non solo per l’Italia, che vediamo. Certo non è da sottovalutare l’estrema fragilità del sistema sanitario nazionale che questa emergenza da Covid-19 ha mostrato. Una fragilità fortemente determinata dai tagli lineari derivanti dalle politiche di bilancio e di “austerity” imposte dal combinato UE-euro, con la chiusura di ospedali, la diminuzione di medici e infermieri, la riduzione continua degli investimenti, l’assenza di un adeguato sistema industriale pubblico di produzione di apparecchiature e materiale sanitario.
Quello della sanità in Italia è uno dei giganteschi problemi strutturali figlio di scelte governative euro-unioniste sulla finanza pubblica che, in almeno 40 anni, con accelerazione notevole dal 2010, hanno in modo continuativo indebolito il servizio sanitario considerato, nonostante tutto, ancora tra i migliori al mondo, e che, anche per il tramite del regionalismo differenziato, continua a far gola, per quel che rimane di pubblico, agli appetiti privati.
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Contro il coronavirus, da L’Avana, Mosca, Pechino

È giunta poche ore fa, in Italia, una “brigata” di 52 medici cubani a portare il loro contributo di conoscenze e di esperienze per fronteggiare la pandemia in corso. L’ennesimo gesto di solidarietà propria della cultura umanista e della pratica inter-nazionalista che è una caratteristica di questa Patria socialista dalla rivoluzione (1959).
Sempre per la lotta al coronavirus in arrivo anche otto squadre mobili di virologi e medici militari russi, in totale un centinaio di persone. Secondo l’agenzia stampa russa Itar Tass, che ha diffuso ieri la notizia, il presidente Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il presidente del consiglio, Conte, che ha apprezzato e accettato l’aiuto di Mosca. Oltre agli specialisti, gli aerei militari russi trasporteranno kit di protezione, sistemi mobili basati su camion Kamaz per la disinfezione con aerosol e attrezzature mediche.
Da una decina di giorni opera in Italia un gruppo di specialisti cinesi, già misuratisi contro il morbo nella provincia dell’Hubei, giunti con ventilatori, mascherine, dispositivi sanitari. Pechino ha detto di non aver dimenticato il contributo italiano alla lotta contro il coronavirus, quando era scoppiato a Wuhan.
L'immagine può contenere: 13 persone, persone in piedi e spazio all'aperto
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Coronavirus: origini, effetti e conseguenze

“Coronavirus: origini, effetti e conseguenze”. Un lucido contributo di alto valore scientifico per informare correttamente e offrire in questo modo basi solide per riflessioni costruttive, contro tutte le tipologie di risposte irrazionali: complottismi, sottovalutazioni e isterismi collettivi.
È lungo ma assolutamente non pesante.
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Pandemia: folgorazione o opportunismo?

Non si contano gli europeisti italo-parlanti che, indignati, sostengono il ritorno alla sanità “pubblica e nazionale”. Colpisce leggerli, sentirli. Li troviamo trasversalmente all’arco neo-liberale da sinistra a destra passando per il centro. Tutti questi confederalisti e federalisti sino a prima del Covid-19 sono ora rimasti folgorati sulla via di Bruxelles-Francoforte? Colpisce dopo averli letti e sentiti, pensare che si tratta degli stessi visti all’opera per decenni –ideologicamente e/o al governo– per smantellare (anche) il sistema sanitario nazionale, esaltare le privatizzazioni e anatemizzare il ruolo pubblico dello Stato.
C’è da chiedergli e da chiedersi: se sono per il ritorno al “pubblico” e al “nazionale”, vuol dire che sono favorevoli a cancellare la regionalizzazione della sanità! Il che, di conseguenza, significa essere favorevoli a mettere in discussione i princìpi fondanti di concorrenza su cui si basa l’Unione Europea. Ma avrebbe senso fermarsi solo alla sanità?
Riflessione: ma sono credibili questi soggetti oppure oggi pronunciano frasi di circostanza dettate dall’emergenza del momento? Lo vedremo. Intanto è bene fare affidamento sulle proprie forze, rafforzare la lotta di liberazione, battersi per cambiare gli indirizzi politici di questa nazione, di questa Patria. Come popolo, in nome degli interessi nazionali delle classi subalterne.
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Tamponi italiani volati negli USA: razzia coloniale a stelle e strisce

L’occupazione militare ci rende di fatto una colonia ed è per questo, ad esempio, che partecipiamo alle guerre imperialiste americane pur rovinose per i nostri interessi economici. Però in compenso, ecco anche a cosa servono le basi statunitensi in Italia: a far partire, con loro aerei militari, dispositivi medici da noi prodotti e per noi ora vitali.

Fabrizio Mezzo

(Indipendenza, Cerveteri)

Grazie a
Coronavirus, 500 mila test portati lunedì notte dall’Italia agli Stati Uniti
L’aviazione militare americana ha trasportato mezzo milione di test per il coronavirus dalla base di Aviano in Tennessee, secondo quanto riportato dal sito specializzato Defense One.
Passa anche per l’Italia lo sforzo che gli Stati Uniti stanno compiendo per fronteggiare la pandemia del Coronavirus dopo le sottovalutazioni del presidente Donald Trump.
Lunedì scorso poco prima delle 11, a quanto risulta al Corriere della Sera, un aereo americano proveniente dalla base di Ramstein è atterrato in quella di Aviano, in provincia di Pordenone, ed è ripartito dopo mezzogiorno. Il generale Dave Goldfein, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica statunitense, ha affermato due giorni più tardi dal Pentagono, a Washington, che cargo militari della sua arma stanno «spostando kit per esami tutti in appoggio della Homeland Security e degli Human Services affinché questi possano essere certi di rispondere alle domande che ricevono». Nei kit, tamponi di cotone per riscontrare la presenza di Codvis-19. La destinazione finale del volo passato per l’Italia potrebbe essere stata Memphis, Tennesse. La Homeland Security è il ministero dell’Interno, Human Services è il ministero della della Salute.
Nulla finora indica che gli equipaggiamenti siano di produzione italiana e dagli accertamenti, provvisori, compiuti finora, niente segnala che si tratti di una fornitura da parte della Repubblica Italiana agli Stati Uniti.
Secondo il sito «Defense one» «l’Aeronautica americana silenziosamente ha trasportato in volo 500 mila kit per esami sul Codvis-19 dall’Italia a Memphis». Nell’aeroporto internazionale di questa città del Tennesse c’è un centro della FedEx, compagnia di spedizioni, e la struttura permette rapidi smistamenti di materiali attraverso jet commerciali. L’aereo passato per l’Italia sarebbe atterrato in Tennesse martedì all’alba.
Il cargo che si era fermato un paio di ore ad Aviano è un C-17. La sua denominazione di riconoscimento è stata «Reach 911». Le tre cifre negli Stati Uniti sono associate all’emergenza, ricordano tra l’altro nella disposizione abituale i numeri della data delle stragi delle Torri Gemelle (settembre, nono mese, nell’undicesimo giorno).
La notizia dell’operazioni di trasporto affidate ai militari è stata ripresa anche da «Air Force magazine», testata on line dell’Air Force Association. Non è detto che il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica avrebbe annunciato i trasporti di mezzi adatti a verificare contagi di Coronavirus se non fossero state sollecitazioni di giornalisti a spingerlo a parlarne.
Defense One ha riferito di aver notato martedì su Instagram una fotografia nella quale si vedevano operazioni di carico di un C 17. A pubblicarla era stata una persona che si qualificava come membro di un equipaggio dell’aereo. L’utente accompagnava l’immagine con un post nel quale diceva: «Ho preso parte a qualcosa di speciale, la scorsa notte. Questi sono 500 mila kit per i test del coronavirus». La foto è stata successivamente rimossa.
«Abbiamo appena fatto un movimento abbastanza significativo a Memphis», ha affermato mercoledì il generale Goldfein nell’incontro con la stampa al Pentagono. Né l’ufficio del segretario alla Difesa né la Casa Bianca hanno voluto fornire commenti in materia a Defense One. Il sito ha sostenuto che operazioni come quella di Aviano continueranno. Se non ci sono esigenze particolari di sicurezza, sarebbe interesse degli Stati Uniti ridurre al minimo il sottile velo di nebbia che sono sembrate circondarle.
I contagi, negli Stati Uniti, sono a quota 7.324, con 115 morti (dati aggiornati alle 20 del 18 marzo). In Italia l’epidemia scatenata dal virus SARS-CoV-2 ha ormai causato quasi tremila morti, e in varie regioni si discute se allargare il raggio dei test clinici per individuare i positivi al coronavirus.
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Pandemia da Covid-19 e pandemonio euro-unionista

Per la rilevanza del punto, riporto il commento sollecitatomi da Lidia Riboli ad un suo scritto che, per completezza in/formativa, troverete a seguire.
Concordo sull’analisi. Evidenzierei solo un passaggio, sempre per l’imperativo categorico di prestare attenzione all’azione, alla pratica politica. Questo passaggio, da relazionare infatti con l’azione, è fondato e proprio per questo sconcertante. Scrivi: “Quello che peraltro più trovo sconfortante è il silenzio assordante dei gruppi e delle associazioni sovraniste di fronte a una situazione del genere”.
In parte c’è il “silenzio” che dici ma, al riguardo, trovo spesso commenti o analisi grottesche di gruppi/associazioni/’partiti’ sovranisti: ci si attarda su questioni (nella migliore delle ipotesi) secondarie della pandemia (discussione sui criteri di valutazione del contagio, sulla conta dei morti –colpa o no del Covid 19?–, se è condivisibile o meno la drammaticità di gestione del governo e della grancassa informativa, fantasmagorici disegni occulti, approcci minimalisti e guasconi, e altre amenità) ma non si focalizza l’attenzione –e se lo si fa, fiaccamente– sul pandemonio politico, economico, sociale da questa pandemia scatenato. Un pandemonio che rimanda alla ‘architettura’ neoliberale euro-unionista che palesa tutta la sua inadeguatezza e nocività rispetto a cui, per ragioni di auto-sopravvivenza, ora le istituzioni europee cercano di mettere riparo con misure parziali e provvisorie, al netto del ‘conto’ e dei mutamenti di struttura che sarà presentato ‘dopo’ ad emergenza sanitaria terminata. Sempre che, beninteso, gli eventi non pongano un ben diverso scenario. Ebbene, rispetto a tutto questo, c’è chi (soggetto politico collettivo ‘sovranista’) scrive paventando oggi una radicalizzazione anti-UE proiettando in un futuro lontano, con arzigogolati e poco chiari motivi, lo scioglimento di questo ‘nodo gordiano’.
Eppure questa situazione di pandemonio politico, economico, sociale offre argomentazioni in quantità industriali per palesare con più forza ‘adesso’ –e anche ‘dopo’– le cause a monte che la pandemia da Covid-19 ha palesato e che altre ‘calamità’ future (sanitarie, ambientali, sociali…) paleserebbero domani: 1. fallimento del regionalismo differenziato (‘derivato’ UE); 2. fallimento dell’ideologia neoliberale austeritaria, privatizzatrice e anti-sociale (anche) in campo sanitario (chiusura degli ospedali, riduzione di medici e infermieri, riduzione continua degli investimenti, assenza di un sistema industriale pubblico di produzione di apparecchiature e di materiale sanitario); 3. tutt’altro che “dulcis in fundo”, anzi causa a monte dello sfacelo cui assistiamo da molti decenni con conseguenze sempre più pesanti, fallimento dell’impianto del combinato UE-euro che veicola l’ideologia neoliberale di cui sopra.
Questa gabbia, pensata e via via edificata dagli USA sul continente europeo dal secondo dopoguerra, è arrivata all’oggi, in Italia, con la connivenza subalterna delle classi sub-dirigenti (all’euro-atlantismo) di centro, di centrosinistra e di centrodestra. La UE è infatti figlia della CEE-MEC (1957) di cui peraltro certe realtà “sovraniste” magnificano lo ‘zuccherino’ (geopolitico e di classe) del “miracolo economico” senza analizzarne sostanza e dinamiche innescate, ma limitandosi ad enfatizzare gli indicatori da impianto (economicistico) capitalistico.
Quale ‘linea politica’ d’indirizzo, quindi? Rovesciare questa calamità sanitaria in un’opportunità politica per rompere le catene della gabbia euro-unionista e rivendicare un’altra prospettiva di società! Anche perché, ‘dall’altra parte’, c’è chi sta pensando e lavorando con analogo intento, ma sempre per ben opposte e inquietanti prospettive.
Lidia Riboli:
Sono sconfortata. In questo momento l’UE è visibilmente alle corde. È inutile che la BCE sfoderi quello che viene chiamato impropriamente il bazooka, promettendo di mantenere non si sa fino a quando il QE, perché è uno strumento ormai decotto e del tutto inadeguato, al di là della possibilità che venga utilizzato per ridurre in parte i tassi d’interesse sui Titoli di Stato, che è una ben piccola cosa di fronte alla gravità della situazione attuale. Per rimettere in moto l’economia reale dopo questo blocco di cui si ignora quale sarà la durata occorre ben altro! Serve la politica fiscale (intesa come spesa) degli Stati nazionali e la possibilità di adeguarla alle diverse esigenze, quindi è necessario rimuovere tutti i vincoli finanziari e le norme giuridiche su cui si basa l’UE. Questa emergenza ci deve far capire e indurre a spiegare a chi comincia a tentennare ma non ha le idee ancora del tutto chiare, quanto l’UE ci stia distruggendo. La lezione da apprendere è che non si sarebbero dovuti fare tagli alla sanità per ottemperare alle richieste dell’UE, né svolgere gare europee per ogni spesa ed evitare di sussidiare attività in crisi e/o d’importanza strategica in quanto secondo le norme europee è vietato dare aiuti di stato, porre limiti alle importazioni, alle delocalizzazioni e alle acquisizioni delle nostre imprese. Ora, avendo obbedito all’UE (e non era possibile fare altro, dall’interno) ci siamo trovati ad essere fragilissimi sia dal punto di vista economico-finanziario che socio-sanitario. Già da tempo si diceva che l’UE difficilmente avrebbe potuto resistere a un altro choc dopo quello del 2008, non avendo cambiato le proprie regole se non in peggio (col Fiscal Compact, il MES e altri strumenti del pari nefasti), ma questa crisi è ancora peggio! Di fronte a un’economia reale fragile per i colpi subiti dall’impalcatura politico-finanziaria piena di vincoli di natura economica e giuridica dell’UE, un’emergenza sanitaria blocca l’economia e si propaga a tutti i Paesi, mettendo in crisi tutte le regole su cui si basa l’UE, che impediscono ai Paesi membri di fronteggiare l’emergenza evitando di autodistruggersi. Inoltre quest’emergenza ci insegna quanto sbagliata sia stata la riforma del Titolo V della Costituzione, con l’autonomia degli enti regionali e la possibilità di emanare leggi in sostituzione di quelle statali in materie fondamentali e, ancor più, quanto sia necessario cancellare ogni ipotesi di concedere ancor più autonomia, addirittura “differenziata” sulla base di contrattazioni tra ogni Regione e lo Stato centrale. Ora le “ricche” Regioni del Nord, fieramente autonomiste, forse stanno scoprendo di aver bisogno anche dell’aiuto di quelle del Sud e soprattutto dello Stato centrale. E come pensiamo di poter uscire dal devastante blocco dell’economia che stiamo attuando? Forse con la flessibilità temporaneamente permessa dall’UE? È evidente che si tratta di cifre insignificanti e assolutamente ridicole di fronte alla crisi attuale. Il PIL prevedibilmente subirà un tracollo dell’ordine di due cifre e di centinaia di miliardi, perciò il rapporto deficit già senza fare nulla diventerebbe anch’esso di due cifre! Per prendere le misure che via via saranno necessarie mi sembra evidente che salterebbero tutti i parametri. Qualcuno pensa che la situazione, nella sua drammaticità, potrebbe almeno favorire un cambiamento dell’UE, poiché dimostrerebbe l’inadeguatezza dei suoi strumenti ,
Ma come dovrebbe cambiare l’UE? Non si può pensare che la CE rinunci completamente a dettar legge, che saltino tutti i parametri stabiliti e ribaditi in ogni Trattato da Maastricht in poi, perché è questo che servirebbe. Né che la BCE rinneghi se stessa e il compito per cui è stata creata, del tutto organico e funzionale all’architettura istituzionale nata a Maastricht. Eppure il governo ha detto chiaramente che i 25 miliardi sono il massimo della flessibilità che la UE può concederci. Inoltre non è pensabile che saltino tutte le regole, come sarebbe necessario, messe a protezione della libera circolazione di merci e capitali (mentre pare che l’UE possa bloccare solo quella delle persone, in casi gravissimi, di comprovata emergenza sanitaria o di terrorismo). E’ necessario riconoscere che l’UE ha le armi spuntate ancor più in occasioni di crisi di questo genere, in cui vengono al pettine tutte le questioni che non è in grado di risolvere, ma solo di aggravare. Del resto perfino diversi giornalisti, commentatori televisivi e alcuni politici che si sono sempre dichiarati europeisti, pongono in evidenza i limiti e finanche la nocività della costruzione europea, asserendo la necessità di riscoprire politiche nazionali senza dover chiedere il permesso all’UE per ogni cosa, perdendo inutilmente tempo prezioso e dovendo poi adeguarsi ai prevedibili dinieghi che giungerebbero.
Quello che peraltro più trovo sconfortante è il silenzio assordante dei gruppi e delle associazioni sovraniste di fronte a una situazione del genere. Questo sarebbe invece proprio il momento (mutatis mutandis) di scrivere le “tesi di aprile” e di partire. Beninteso, non si tratta di fare una rivoluzione sanguinosa, né di instaurare una dittatura. Si tratta solo di prendere atto che la situazione è drammatica e che se restiamo nell’UE non potrà che divenirlo ulteriormente, con conseguenze imprevedibili. Occorre esserne consapevoli e diffondere la consapevolezza al popolo con ogni mezzo. Ora non si può scendere in piazza, ma occorre prepararsi, predisponendo il materiale da diffondere e intanto cercare di farlo in rete e provare a entrare nei mass media (cosa certamente difficile). Quello che mi sconcerta è il fatto che, al contrario, i sovranisti, singoli o associati, sembrano non rendersene conto o voler negare che è un momento di svolta che è necessario cogliere. E allora al massimo continuano a ripetere sempre le stesse cose, per esempio evocando ricette la moneta fiscale declinata in vari nomi (che, anche ammesso e NON concesso fosse accettata dall’UE, presupporrebbe una situazione di crescita del tutto diversa dall’attuale), di una Banca Pubblica, che servirebbe a fare credito agevolato alle imprese (anche questo andrebbe contro le regole UE, ma soprattutto non è quello che servirebbe nel momento attuale) ecc. Insomma, si parla sempre di favorire il credito e cioè l’indebitamento privato, che in fondo è quello che dice di voler fare anche la BCE col QE o il LTRO, dei prestiti ai privati ancor più favorevoli, quando i tassi, in tutta la nostra storia non sono mai stati così bassi! L’UE vuole spingere i privati a indebitarsi (già i debiti privati sono in tutti i Paesi molto più alti del debito pubblico), mentre manifesta un’estrema preoccupazione per il debito pubblico! Invece dovrebbe essere l’esatto contrario, il debito pubblico non è altra che spesa pubblica, immissione di denaro creato dallo Stato per tutte le necessità economiche e sociali, senza la necessità di tassare per compensare le uscite con le entrate. È questo che va spiegato al popolo, che già sta vedendo che non esiste alcuna solidarietà nell’UE ma solo prevaricazione da parte dei poteri forti economico-finanziari e di alcuni Stati sugli altri, mentre si vede che è più possibile collaborare con altri Stati sovrani. Non si può immaginare, contando che la crisi sanitaria sia di breve durata, che una volta passata, tutto tornerà come prima e cioè che le istituzioni europee continueranno a bollirci a fuoco lento (facendo il paragone della rana bollita). Ormai il fuoco sta divampando e si tratta di scegliere se uscire dalla pentola o finire di essere del tutto arrostiti.
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