Paradisi fiscali e Unione Europea: la soluzione e il problema

Non occorre essere un fiscalista, è sufficiente avere i più rudimentali elementi di diritto tributario per sapere perfettamente che lo strumento giuridico per ‘bastonare’ chi fruisce dei paradisi fiscali c’è già, ed è l’imputazione a reddito italiano di quanto percepito nel paradiso fiscale (paesi black list, per chi vuole stare sul tecnico).
Il problema non è quindi la sussistenza di paradisi fiscali interni alla UE, quanto l’UE stessa che si fonda sulla libertà di circolazione dei capitali.
In sostanza è il paradiso di ogni evasore/elusore: puoi eludere e se qualcuno prova a fermarti è lo Stato che viene sanzionato. Il mondo alla rovescia, in pratica.
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Stati ‘frugali’ e ideologia europeista

L’ideologia è incorporata anche nell’uso delle parole. Sempre. Non è una brutta parola “ideologia”. Trattasi di un sistema, di un complesso di idee, di modi di vedere, di mentalità che accomuna –e ‘distingue’– un gruppo, una società, un partito, uno Stato –quale che sia il tempo storico o lo spazio geografico.

Ebbene, è un’affermazione ideologica definire “frugali” quei Paesi che, in relazione al Recovery Fund in discussione al Consiglio Europeo, comprensibilmente intendono conservare i privilegi acquisiti dentro l’Unione Europea, costruita così per gli interessi di alcuni e la depressione di altri.
Il concetto di “frugali” è, in questo contesto, subliminale per mantenere disciplina e obbedienza. Vuol essere ‘positivo’ contrapponendosi a quello ‘negativo’ di “spendaccioni” e “scialacquatori”. Ribadisce un principio che per gli europeisti anche ‘nostrani’ è importante sia assimilato in profondità dai dominati, e cioè che ‘è giusto’ essere monitorati, controllati, indirizzati su come saranno spesi quei denari che da tempo si favoleggia che “generosamente” saranno erogati –peraltro ‘se’, ‘quanto’ e ‘quando’– da “mamma Europa”.
“Frugali”, insomma, è da “Achtung!” (Attenzione!). Comunque vada a finire a Bruxelles, le regole “austeritarie” non vanno dimenticate. La schiena non dimentichi la frusta!

In sintonia è arrivato ieri, sull’Huffington Post Italia, lo sdegno di Mattia Feltri. Il suo novello direttore trova inammissibile che l’Italia continui a “conservare uno stile di vita ingiustificato dai tempi e dai conti” tuonando in particolare sulla ‘facilità’ di andare in pensione. Un dire non originale che reitera una delle principali tesi del fideismo europeistico liberista: l’essere vissuti –ed il continuare a vivere– al di sopra delle proprie possibilità. Ergo, colpevolizzare i dominati, che non finiranno mai di imparare quanto debbano divenire “frugali”. Ripetiamo: la schiena non dimentichi la frusta!
Feltri, nella circostanza, colora la sua ‘perla’ con queste parole: “Eppure siamo lì ancora al Consiglio UE a battere cassa con la spocchia di chi si ritiene bello e indispensabile”. Qualcuno potrebbe notare che il giornale di Feltri appartiene al gruppo Agnelli-Elkann che la sua “frugalità” la vive avendo la sua sede fiscale proprio in quel paradiso dell’evasione fiscale legalizzata che sono i Paesi Bassi (uno dei Paesi “frugali”), per non parlare della “frugale” storia degli Agnelli e del loro “frugale” ‘battere cassa’ per decenni allo Stato italiano con trasversali compiacenze governative.
Tutto questo c’è ed è parte della polemica.
La sostanza politica resta la ‘linea di divisione’ che da tempo, ormai, contrappone la frusta e la schiena. L’Unione Europea, il modello neoliberista e le sue interessate referenze politiche, economiche, ideologiche in Italia sono parte della frusta e la libertà, insegna la Storia, non si negozia, ma si conquista.

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La lunga autostrada del liberismo in Italia

Siamo ben lontani dallo spirito che, nel dopoguerra, ha visto la necessità di trovare convergenze, non prive di contraddizioni e opportunismi ma comunque guidate da un senso delle istituzioni ben più alto dell’attuale, quando l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, la conglomerata industriale pubblica, ha dato vita alla Società Autostrade Concessioni e Costruzioni S.p.A.; da diversi decenni, ormai, il paradigma neoliberista degrada il ruolo del pubblico e dello Stato a vantaggio di politiche predatorie e di profitto, senza che queste vengano messe senza indugio in discussione neanche, da ultimo, di fronte alle 43 vittime del crollo del ponte Morandi di cui è responsabile Atlantia, la controllante di Autostrade per l’Italia S.p.A., a propria volta facente capo alla galassia della famiglia Benetton.

Nei giorni scorsi il ministro dei Trasporti Paola De Micheli e il commissario per la ricostruzione Marco Bucci hanno dichiarato di voler rispettare la convenzione, lasciando la gestione ad Autostrade per l’Italia nonostante siano accertate «gravi inadempienze e sistema di falsificazione di report e atti pubblici» constatate dalla Procura di Genova: per costoro una resa incondizionata, tanto più grave dopo lo sdegno nell’opinione pubblica provocato dallo scandalo conclamato dopo la tragedia del Ponte Morandi.

Sarà tutto da vedere il merito dell’eventuale compromesso che verrà raggiunto, dato che il M5S, in grave affanno, potrebbe essere costretto all’ennesima capitolazione nel solco del cerchiobottismo governista rispetto ai proclami lancia in resta con cui si è presentato all’elettorato e che sembrano oggi una grottesca caricatura. Intervistato da La Stampa, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato che «i Benetton non hanno ancora capito che questo governo non accetterà di sacrificare il bene pubblico sull’altare dei loro interessi privati». Quanto c’è di ‘sentito’, quanto invece di finalizzato non solo a scongiurare la crisi nella maggioranza, ma anche la caduta di credito del M5S –alla cui guida si ventila che possa andare in futuro lo stesso Conte– che (anche) su questo, da subito, aveva promesso di fare barricate? Vedremo quel che uscirà.

È interessante ora ripercorrere, per sommi capi, ciò che ha permesso la privatizzazione di fatto, attraverso il meccanismo della concessione, di questa infrastruttura strategica italiana e la blindatura con il gruppo Benetton.

Una legge del 1993 (n.537) stabilisce non necessaria la maggioranza pubblica all’interno delle concessionarie autostradali. Ad agevolare questo passaggio seguono alcune delibere del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) nel solco dello spostamento decisionale al di fuori dalle sedi elettive, come tipico dell’influenza dell’ordinamento europeo.

Nel 1997 una nuova convenzione fa slittare di 20 anni (dal 2018 al 2038) le scadenze fino a quando, nel 1999, il gruppo Benetton riesce a monopolizzare le autostrade avendo l’IRI dato via libera alla sua totale privatizzazione e venendo esso stesso smantellato.

Grazie ad una ‘finta’ gara di appalto, che ha come concorrente il gruppo australiano Macquarie, con poco più di 6mila miliardi di lire la cordata Schemaventotto Spa, capeggiata dai Benetton, si assicura altri 20 anni di profitti indisturbati e garantiti da un meccanismo di adeguamento dei pedaggi tagliato ‘su misura’.

Un sistema di porte girevoli e intrecci tra affari e politica che unisce gestione e manutenzione della rete autostradale alle soste degli italiani in Autogrill, di cui la famiglia è azionista di maggioranza in esito, neanche a dirlo, alla sua privatizzazione.

Su questo si incastona un’altra questione, la trasparenza sui fondi ai partiti anche attraverso associazioni, fondazioni e movimenti, giocoforza alla mercé di queste holding.

Paolo Maddalena così è intervenuto sul tema: «In base al diritto vigente Autostrade è tenuta a ricostruire a sue spese il ponte crollato a causa della sua incuria e a risarcire tutti i danni prodotti. Nel contempo la concessione di cui si tratta deve essere revocata per legge e il servizio pubblico delle autostrade deve essere affidato, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, a un ente statale o a una comunità di lavoratori o utenti. La precedente concessione, avvenuta in dispregio della Costituzione, è da ritenere inesistente e incapace di produrre diritti a qualsiasi indennizzo. Questo deve essere soltanto l’inizio».

Questa vicenda ci ricorda qualche punto fermo: 1. i monopoli naturali, strategici, come le autostrade, devono essere gestiti dallo Stato. 2. Quando un monopolio naturale finisce in mani private, si pensa forse che possa essere tutelato l’interesse pubblico? Ovvio che no, il privato tutela il proprio interesse, le proprie finalità di profitto e quindi, come insegna anche la storia delle autostrade, aumenti delle tariffe, investimenti minimi e rendite miliardarie, con buona pace dei “danni collaterali”.

Alberto Leoncini (Indipendenza, Treviso), Chiara Ciampi

Ex viadotto Morandi? ‘Business is business’

Trasporti e infrastrutture: il tunnel senza uscita del liberismo

‘Beni pubblici sovrani’: una questione di sovranità nazionale e sovranità popolare

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Due comunicazioni di Indipendenza

– Sta per essere consegnato in tipografia l’ultimo numero della rivista (cartacea) di approfondimento. Invitiamo a sostenerci, ricordando l’importanza di questo strumento (in uscita ininterrotta dal 1986) diffuso, oltre che in abbonamento postale, nel corso di iniziative, vendite militanti, nella quotidianità delle relazioni. Uno strumento apprezzato e prezioso da irrobustire, che si affianca all’azione dell’omonima associazione. In fondo a questo comunicato le modalità di sottoscrizione.
– Sia pur non con la quotidianità che Indipendenza ha avuto negli ultimi mesi, continueranno ad essere tenute riunioni telematiche sia tematiche, sia (con chi è interessato all’azione nei territori) organizzative, anche per farci meglio conoscere da chi ci apprezza e simpatizza. Proseguiremo con la ripartizione in gruppi di 20-25 persone (con accorpamenti nel prosieguo). Chi sia interessato, scriva in posta.
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Colonizzazione tedesca in Grecia. Il caso Fraport

La tedesca Fraport lamenta un crollo dei trasporti in Grecia del 90% e presenta il conto dei mancati profitti al governo di Atene. Si tratta del primo semestre 2020 e la somma richiesta ai contribuenti greci è di 175 milioni di euro. Lo riporta ieri Italia Oggi. La Fraport (Frankfurt airport services worldwide) è una società di trasporti che gestisce l’aeroporto di Francoforte: 22mila dipendenti, 3,4 miliardi di euro di fatturato e partecipazioni in numerosi aeroporti nel mondo. In Grecia ne controlla 14 regionali, acquisiti in gestione per 40 anni (nel 2015) per appena 1,2 miliardi, grazie a una privatizzazione imposta dalla Troika per concedere un prestito MES ad Atene. Tra l’altro nel 2017 la stessa chiese al governo greco un risarcimento di 74 milioni di euro non essendo gli aeroporti nelle condizioni previste dal contratto, contenzioso che si risolse con un compromesso di 27 milioni. In generale, nel contratto, i vantaggi sono per la società tedesca, mentre al governo vanno tutti i rischi e gli svantaggi, inclusa la clausola che prevede la copertura da parte dell’esecutivo greco delle eventuali perdite «causate da eventi di forza maggiore», come appunto –sostiene la Fraport– il crollo del traffico aereo causato dalle restrizioni imposte dalla pandemia del Covid-19.
Il governo Mytsotakis (Nuova Democrazia, un partito europeista) per il momento non ha accettato la richiesta. Analisti tedeschi, come via d’uscita, suggeriscono al governo di Atene di accettare il Recovery Fund in modo che a pagare le perdite di Fraport siano tutti i contribuenti europei, tramite i contributi nazionali al fondo, ed in minima parte quelli greci. La posizione del “presidente del governo” (come da denominazione costituzionale), Kyriakos Mitsotakis, in dichiarazioni alla stampa, per ora è di rifiuto tanto del MES quanto del Recovery Fund. «La Grecia ha già fatto tanti sacrifici in cambio dei prestiti europei», ha detto, «e non vuole più saperne di una supervisione ‘rigorosa e impopolare’ sui suoi conti pubblici. Anzi, considera politicamente inaccettabili le eventuali condizionalità del Recovery Fund». Condizionalità peraltro tutt’altro che eventuali, visto che sta emergendo sempre più con forza il principio base «soldi soltanto in cambio di riforme» di questo Fondo.
“Italia oggi”, al riguardo, osserva: “Il che spiega bene anche un aspetto che ci riguarda, ovvero perché il premier Giuseppe Conte, nel suo tour fra i paesi del Sud Europa in cerca di un alleato disposto a chiedere il MES prima dell’Italia e a firmare una linea comune sul Recovery Fund, si sia tenuto alla larga da Atene”.

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Crisi sociale, risparmio e reprimende UE

Questa crisi rischia di mettere ancora di più i lavoratori privati, dipendenti e autonomi, contro i dipendenti pubblici, perché i primi, più direttamente toccati dalla crisi, tendono a vedere gli altri come dei privilegiati, per il semplice fatto che hanno in buona parte conservato durante questi mesi il lavoro e lo stipendio. In realtà con la discesa del PIL e la richiesta che l’UE farà tra breve di rimettere i conti a posto saranno penalizzati tutti e continuerà la privatizzazione dei servizi pubblici e quindi anche chi vi lavora sarà penalizzato.
In ogni caso la domanda langue un po’ da parte di tutti, per varie ragioni che vanno a sommarsi. In gran parte perché molti hanno perduto il lavoro e la cassa integrazione (laddove è arrivata) è davvero minima, o sono titolari di aziende in crisi e a rischio chiusura. Gli uni e gli altri, oltre ad avere diminuita la capacità d’acquisto, per quel poco che gli resta preferiscono risparmiare per l’incertezza del futuro; del resto l’incertezza si diffonde tra tutti e neanche i lavoratori che ancora si considerano garantiti ne sono indenni, senza contare che anche loro hanno figli per il cui futuro nutrono spesso comprensibili preoccupazioni.
Va poi considerato che l’homeworking riduce di per sé le occasioni per spendere, principalmente (ma non soltanto) riguardo alla ristorazione. Del resto è diminuita la propensione a spendere anche a causa delle misure obbligatorie a cui sono tenute le attività di ristorazione, ricreative e culturali per poter riaprire, misure a cui non tutti si attengono allo stesso modo, ma che comunque limitano la libertà di esercenti e clienti che, se anche non sempre le rispettano non temendo più il virus, non evitano la paura di eventuali sanzioni. Anche i limiti agli spostamenti in macchina e nei mezzi pubblici ostacolano la circolazione delle persone (e di conseguenza quella del denaro).
Per tutto ciò i risparmi sono cresciuti in quantità, ma questo non significa affatto che gli italiani siano complessivamente più ricchi. Ci sono degli evidenti paradossi. I Paesi cosiddetti frugali continuano a rimproverarci l’eccessivo debito pubblico, che sarebbe secondo loro (e purtroppo la cosa viene ripetuta anche dai nostri politici e commentatori) la prova che avremmo “vissuto al di sopra delle nostre possibilità” quanto meno nei decenni passati (ma secondo i frugali anche oggi).
Ora, il fatto che gli italiani complessivamente siano quelli con meno debiti privati e con le maggiori quote di risparmio, sia depositato in banca che impiegato nell’acquisto di case, dovrebbe dimostrare l’esatto contrario.
La cosa paradossale è che attualmente diversi politici dei Paesi frugali ci rimproverano (anche) per avere messo da parte troppi risparmi e dicono che dal momento che gli italiani complessivamente hanno più risparmi e case di proprietà dei cittadini degli altri Paesi non devono essere aiutati. Sul fatto che non dovremmo chiedere aiuti ad altri Paesi ma aiutarci da soli sono d’accordo, anche se per motivi ben diversi.
Quello che intendo far notare è l’assurdità di muovere la critica di aver “vissuto al di sopra delle proprie possibilità” e aver sperperato e allo stesso tempo di aver risparmiato troppo! In realtà i Paesi frugali sono proprio quelli i cui cittadini più si sono indebitati, anche se questo non va ascritto necessariamente a loro colpa. L’assurdità è connotare come negativo e pericoloso il debito pubblico al posto di quello privato!
Lidia Riboli
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Dopo Salvini, ‘endorsement’ anche di Papa Francesco per Mario Draghi

Papa Francesco nomina Mario Draghi come membro ordinario nella pontificia Accademia delle Scienze Sociali.. Si tratta di una scelta (geo)politica che nulla ha a che vedere con la sfera religiosa o culturale. Giunge non inaspettata e nemmeno improvvisata.
Nel novembre dell’anno scorso, sul primo fascicolo del mese, così “La Civiltà Cattolica” (quindicinale dei gesuiti stampato con l’imprimatur della Segreteria di Stato vaticana) presentava Mario Draghi: «è stato protagonista di una delle fasi più complesse della storia recente d’Europa. Il suo servizio come presidente della Banca centrale europea è stato decisivo per salvare l’Unione economica e monetaria, e grazie al suo contributo si presenta oggi la straordinaria opportunità di completarla». Dopo la presentazione, l’auspicio: che l’Italia archivi le «istanze populiste» euroscettiche e attui le «necessarie riforme» per compiere la costruzione europea, «che il suo [di Draghi, ndr] modo di procedere senza retorica, con approfondimento e visione, venga assunto in ambiti più ampi della politica sia europea sia italiana». Ed ancora: «Draghi ha saputo prendere decisioni sulla base di analisi rigorose, con audacia e guidato da una visione altissima dell’Europa, unita ben oltre la moneta come nel progetto dei Padri fondatori. Ha creato così le condizioni perché il processo di unione dei nostri Paesi giunga a compimento (…) Emerge come policy maker di altissima statura».
Parole inequivocabili e pesantissime. L’odierna nomina è quindi un chiaro, simbolico ‘endorsement’ di Papa Francesco per l’atlantico Mario Draghi, mira a marcare una visione europeista federalista del Vaticano e ipoteca un suo ruolo nei passaggi politici di breve-medio periodo di un’Unione Europea il cui discredito è molto cresciuto anche in Italia. Colpisce, in questo ‘endorsement’ a Draghi, l’allineamento del Papa con i due massimi esponenti della Lega, Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, che già prima dell’uscita dell’articolo apologetico su “La Civiltà Cattolica” avevano a più riprese candidato Draghi ora alla presidenza del Consiglio ora a quella della Repubblica.
Per la cronaca, la nomina vaticana è la prima ad essere accettata dall’ex presidente della Banca Centrale Europea dopo aver lasciato Francoforte.

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Decreto semplificazioni, grandi opere e Unione Europea

Il governo dice di aver stilato un elenco di centinaia di opere da sbloccare, per la somma di duecento miliardi, in gran parte già finanziate, per cui basterebbe aprire i cassetti dove i soldi sarebbero custoditi (e bloccati) e tirarli fuori. Chiaramente è un’assurdità, ma non c’è mai un opinionista o un conduttore televisivo che lo faccia rilevare. Basti pensare che i fondi destinati al Sud nel programma nazionale chiamato di coesione vengono continuamente spostati ad altre destinazioni, se davvero ci fossero soldi destinati ad opere bloccate da anni, non sarebbero stati utilizzati a finanziare altre cose? Senza contare che i fondi non impattano sul deficit finché non vengono spesi, quindi nel momento in cui queste opere fossero state sbloccate il deficit sarebbe schizzato in alto in misura che l’UE non avrebbe mai tollerato.

Ora il governo verosimilmente spera di poter finanziare i lavori con i fondi del Recovery Fund o altri fondi di provenienza europea. Ma questi fondi, ammesso che saranno creati e che i Paesi “frugali” non li ridurranno troppo rispetto al progetto iniziale, saranno comunque molti meno di quel che si vuol far credere, si usano termini come “fiumi di soldi” o “valanghe” o altri ancora, o si dice che l’UE “c’inonderà di un mare di risorse” e che l’unico problema che avremo sarà di come spenderle. Dal momento che questa narrazione non corrisponde affatto alla realtà, per continuare a fingere che l’UE è davvero cambiata ed estremamente generosa con l’Italia, cosa dovranno inventarsi? Probabilmente che siamo incapaci di spenderli, finora tutte le forze politiche hanno sempre detto che la colpa era ascrivibile alla burocrazia, ma ora che hanno annunciato di averla sbloccata potranno continuare? Immagino che si dirà alla fine che ci sono ancora troppe resistenze, che certi poteri non si scardinano in breve tempo (del resto mi sembra difficile pensare che l’UE possa accettare ampie deroghe alle gare su scala europea), soprattutto le forze politiche continueranno ad accusarsi tra di loro e così lo Stato centrale e gli enti locali.
In ogni caso, se dovremo aspettare che arrivi qualcosa dal Recovery Fund o da altri fondi, ne dovrà passare del tempo e si dimostrerebbe che i 125 miliardi indicati da Renzi o altri soldi custoditi nel cassetto non ce ne sono (o magari diranno che si sono incastrati ed è difficile tirarli fuori). Se non si trattasse di una vera tragedia la definirei una farsa.

Temo che saremo incapaci di spendere ancora a lungo e se in seguito ci riusciremo, sarà solo per qualche grande opera benedetta dall’UE, che non gioverà al territorio ma lo danneggerà. Niente di quello che realmente servirebbe per il risanamento idrogeologico, per le bonifiche, per il rifacimento della rete idrica, per la meccanizzazione e il miglioramento dell’agricoltura, per la salvaguardia del verde. Né ci saranno soldi in numero sufficiente per salvare e far ripartire le imprese, per l’edilizia scolastica e per garantire piani per rioccupare i milioni di disoccupati garantendo condizioni di lavoro e salari dignitosi.
Senza contare che, se saranno attuati, una buona parte di questi investimenti rischia d’impattare sul territorio in maniera pesantemente in contrasto con gli obiettivi di sostenibilità ambientale che l’UE dice di voler perseguire promuovendo la Green Economy, mentre l’esaltazione della digitalizzazione porta a sviluppare ulteriormente i colossi del commercio online. Tutto questo, unito allo smart working, ovvero il lavoro d’ufficio svolto da casa, rischia di modificare profondamente il tessuto produttivo italiano e ancor più il settore dei servizi, entrambi basati ancora essenzialmente sulle piccole imprese, che non interessando all’UE (che anzi tende a giudicarle incapaci di stare sul mercato e quindi meritevoli di fallire) vengono trascurate e potrebbero dover chiudere in massa creando molti più disoccupati di quanti le grandi opere, quasi tutte edilizie e l’economia digitale, ne potrebbero riassorbire. Intanto continuano e accelerano le delocalizzazioni di aziende nazionali e la chiusura in Italia di impianti di proprietà di imprese estere multinazionali.
Si può pensare che tutti (o quasi) quelli che resteranno disoccupati possano diventare muratori o manovali (o al massimo qualcuno ingegnere?).

Lidia Riboli

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Il recovery fund è come il MES

Adriana Cerretelli è per il MES. Paventa l’isolamento politico dell’Italia in Europa se non lo si accetta. Lo scrive chiaramente, da editorialista, sul Sole 24 ore del 2 luglio 2020. Non le interessano l’opacità dello strumento, le verifiche e condizionalità che possono essere richieste ‘dopo’ l’erogazione del prestito, la ‘stranezza’ di non essere richiesto da nessun Paese ‘europeo’ che sulla carta ne avrebbe bisogno, del ‘messaggio’ pericoloso per la già disastrata economia e società italiana che si trasmette ai cosiddetti “mercati”. Quel prestito del MES, a suo avviso, va accettato senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Ci sono interessi forti, interni ed esterni a questo Paese, che spingono per un giro di vite ulteriore a proprio vantaggio affaristico e per il correlato ulteriore asservimento dell’Italia. La Cerretelli li ‘copre’ paventando l’«isolamento politico dell’Italia in Europa». I soliti giochi verbali di fumisteria. Fin qui siamo all’usuale.
Interessante è la sua obiezione ai critici del MES, a coloro che come Lega e Fratelli d’Italia si dicono a favore del Recovery Fund, ma non del MES, perché significherebbe la perdita definitiva della sovranità italiana e il suo commissariamento da parte della Troika. Così obietta la Cerretelli sul Sole (cfr. sopra): «Se l’Europa è infida sul MES, perché fidarsi degli aiuti del Recovery Fund, a loro volta condizionati all’attuazione delle riforme indicate nelle raccomandazioni del cosiddetto semestre europeo, con implicite cessioni di sovranità economica e di bilancio e con verifiche periodiche ed erogazioni per tranches, congelabili se Bruxelles non ritenesse conformi i piani concordati?».
Insomma, la Cerretelli ci dice due cose: 1. il Recovery Fund è come il MES; 2. Lega e Fratelli d’Italia o ci sono o ci fanno, ma certo è che con la lotta per la sovranità nazionale e la liberazione dal giogo politico/economico euro-atlantico nulla hanno a che spartire.
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Le ‘rime buccali’ di Conte e il covid 19

Nelle Linee Guida del governo sul rientro a scuola a settembre, si dà la misura della distanza da far rispettare in classe «tra le rime buccali degli alunni». La parola «rima», in latino, vuol dire «fenditura, fessura, crepa». Insomma, si prevede nel testo una distanza «tra le bocche» (rima oris: rima buccale) di almeno un metro. Ovviamente per la sicurezza, visto che la via principale di trasmissione del virus CV-19 sono le goccioline del respiro, un colpo di tosse o uno starnuto per il tramite della bocca.

Ora, per rispettare questa distanza significa che, intorno allo studente, vi dovrà essere uno spazio a raggiera di mezzo metro, in modo che il mezzo metro di un alunno sommato al mezzo metro del vicino dia come risultato appunto un metro. Una distanza maggiore era però prevista dalla precedente legge che infatti attribuiva uno spazio per alunno a più del doppio (1,8 metri quadrati rispetto a 0,785 previsto dalle Linee Guida). Sembra incredibile, ma così è.

A ben vedere, altro che «lotta alle classi pollaio»! In base alla normativa se ne consente il rafforzamento. È quindi evidente che non si pensa minimamente a ridurre il numero degli alunni nelle classi pollaio e men che meno ad investire in nuove assunzioni (ben più robuste, per numero, delle sostituzioni costantemente al ribasso rispetto ai pensionandi). Le Linee Guida, del resto,  predispongono la possibilità di «riconfigurare» le classi in più gruppi di apprendimento, con alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi e dunque anche di diverse età («la classe come comunità aperta»), di aggregare le discipline, di promuovere «attività didattica in presenza e digitale integrata» nelle secondarie di II grado, di ridurre l’ora scolastica, di «rivisitare i nuclei essenziali delle discipline» (ovviamente nel senso di un ulteriore ridimensionamento), di fare entrare più robustamente i privati nelle scuole. Insomma, si coglie l’opportunità per accelerare la disarticolazione e la privatizzazione della scuola pubblica statale.

Cosa c’entra tutto questo con l’emergenza sanitaria e la sicurezza? Ovviamente nulla! L’unico punto estetico perché la motivazione sanitaria regga però lo si dà: possibilità di frequenza a turni differenziati. A far vedere così che si vogliono evitare affollamenti. In classe sì, ma fuori assolutamente no! Meglio ammassare gli alunni nelle aule e «distanziare» le entrate e le uscite delle classi. Potenza della «task force» di Conte all’Istruzione.

Un’altra questione da investigare riguarda i soldi stanziati per la scuola. Prima si parlava di 1,5 miliardi di euro ma, dopo la «scoperta» dell’Azzolina, ministro dell’Istruzione, la stessa parla di 2,5 miliardi. Domanda: per chi e/o cosa sono destinati questi fondi? Se ne scopriranno delle belle.

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