Solidarietà a Nicoletta Dosio e a tutti i NO TAV

Arrestata l’attivista No Tav Nicoletta Dosio. Ieri alla “pasionaria” della Val di Susa, 73 anni, è stata notificata la sospensione delle misure alternative, a seguito della condanna a un anno di reclusione per un episodio avvenuto nel 2012 durante una protesta contro la Torino-Lione: un gruppo di manifestanti aveva aperto le sbarre di un casello autostradale della Torino-Bardonecchia, causando danni alla società autostradale. Dosio era stata condannata per violenza privata e interruzione di pubblico servizio ma aveva sempre dichiarato di non voler chiedere misure alternative come i domiciliari e di essere pronta ad andare in carcere.

Dopo il corteo No Tav a Torino: una storica giornata di lotta

CasaPound su Atac e Tav

Gasdotto TAP e interessi geopolitici USA

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No all’autonomia differenziata: il volantino diffuso nella mobilitazione

Il volantino (fronte retro, A 5) sull’autonomia/regionalismo differenziato diffuso in diverse città italiane dagli oltre cento (ad oggi) Comitati di Scopo Locali, innervature nel Paese del “Coordinamento per il ritiro di qualunque autonomia differenziata”, al cui interno Indipendenza porta il suo contributo.

>>scarica e diffondi il pdf del volantino per il no all’autonomia differenziata

Una settimana di mobilitazioni per il ritiro di qualunque autonomia differenziata

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Lega e regionalismo differenziato

Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

Regionalismo differenziato, questione settentrionale e puntini sulle “i”

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

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Draghi, why not? Il ‘sovranista’ Salvini riapre alla troika

Il punto non è interrogarsi se Mario Draghi, ex governatore della Banca Centrale Europea, uno degli uomini apicali della Troika (FMI-BCE-UE), raccoglierà l’investitura di una delle frazioni neo-liberiste in parlamento, la Lega, che l’ha proposto poche ore fa come presidente del consiglio (nella fattispecie Giorgetti; Salvini lo indicò, un paio di settimane fa, come possibile presidente della Repubblica).
Così come sul nome di Draghi non deve sorprendere la “disponibilità ad approfondire” arrivata a stretto giro di posta da Renzi, un’ipotesi peraltro che questi ha ventilato come gradita un paio di mesi fa, pronto a tutto pur di disarcionare il “Giuseppi” Conte di governo, da sempre astioso nei confronti della creatura (Italia Viva) del tronfio ex sindaco di Firenze e ‘rivale’ sullo stesso ambìto elettorato ‘di centro’.
Nemmeno è il caso di scervellarsi nell’immaginare se sia lontanamente praticabile quel nuovo governo ‘a tempo’, quel “Comitato di salvezza nazionale” che, da proposta Salvini, “affronti cinque emergenze di questo Paese (lavoro, tasse, salute, infrastrutture, giustizia)”, anche considerando le simpatie di Forza Italia e Partito Democratico già manifestate in passato per il teorico del “pilota automatico” eurounionista sulla via dell’austerità “über alles, Banditen!”.

Il punto è che in un surreale teatrino dell’assurdo, con assoluto sprezzo del ridicolo, chi commenta tale ineffabile uscita, non diversamente da chi lo dipinge come novello erede del Cavaliere Nero di arcoriana memoria, lo definisce ancora “sovranista”, in tal modo volendolo accostare alla vituperata (perché?) dimensione “nazionale”. E questo incuranti delle sue ripetute attestazioni europeiste, indifferenti al contenuto delle posizioni neo/ordo-liberiste sue e della Lega, che oscillano dal polo franco-tedesco in economia (cui si vorrebbe agganciare una parte del nord Italia, almeno, come “marca” meridionale) a quello atlantico (USA) in politica estera.
“Sovranista” di cosa, quindi? Chi definisce in tal modo –accostando al termine la vituperata dimensione “nazionale”– lui (Salvini) e lei (la Lega) finge di ignorare bellamente che in primis loro –ma anche Forza Italia, PD, (buona parte del) M5S, LEU, Fratelli d’Italia, ecc.– sono fautori di quell’autonomia/regionalismo differenziato d’ispirazione euro-unionista che, a regime, sancirà la fine di uno Stato e di una nazione chiamata Italia e cancellerà quella dimensione solidaristica, socialmente avanzata presente in Costituzione, quantunque in buona parte restata sulla Carta.

Perché, dunque, non definire loro e gli altri in modo pertinente come “sovranisti europei”, “sovranisti carolingi” (franco-tedeschi) o “sovranisti atlantici” (USA)?

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Trasporto pubblico, autonomia differenziata e disintegrazione dell’Italia

Nato come commento ad un articolo sull’ennesimo caso di privatizzazione dei servizi pubblici, nella fattispecie quello del trasporto a Milano alla fine è uscita una riflessione che è bene socializzare più largamente, e non limitare ad una delle pagine dedicate di Indipendenza. La ripropongo integralmente:

Letto! Che dire, vanno avanti come un rullo compressore.
È necessario collegare anche questa questione del trasporto, quindi le relative realtà di lotta contro le privatizzazioni, con il “Coordinamento per il ritiro di qualunque autonomia differenziata” e le sue articolazioni, i Comitati di Scopo Locali. Tra le materie regionalizzabili previste dall’art. 117 della Costituzione riformata al Titolo V, infatti, c’è pure il trasporto (a tutto campo, peraltro: “…porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione…”).

È indispensabile unire le forze.
Battersi contro ogni autonomia differenziata è la quintessenza della questione nazionale nella sua declinazione politica attuale (unità della Repubblica, sovranità, indipendenza dai vincoli di sudditanza euro-atlantici) connessa alle sue tante e significative ricadute sociali (scuola, sanità, ambiente, lavoro e tutte le restanti materie –in totale 23– previste all’art. 117).
Con il regionalismo differenziato d’ispirazione eurounionista, la disintegrazione dell’Italia ‘dal basso’ (‘dall’alto’ ci sta pensando l’Unione Europea con i suoi Trattati, ed ora c’è anche il MES…) ed il suo ritornare ad essere una “espressione geografica”, come rilevò il cancelliere austriaco Metternich nel 1847, è nelle cose, all’ordine del giorno, e con lei andrà gambe all’aria anche quello che resta dei diritti sociali e dell’uguaglianza di trattamento già fortemente compromessi da decenni di adeguamento alle normative e direttive europee. Altro che art. 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”!

C’è da interloquire (scrivendo o parlandoci direttamente) con le realtà di lotta operanti negli ambiti di cui sopra per invitarli a far parte del Coordinamento, segnalando l’importanza dell’operare insieme. Per restare solo in tema di trasporto, è quello che è in corso d’opera a Roma, grazie all’esperienza di Indipendenza nel coordinamento di cui ha fatto parte per il NO al referendum su ATAC del novembre dell’anno scorso (un NO alla sua definitiva e completa privatizzazione ed un SI’ ad una sua trasformazione in Azienda Speciale pubblica, una rivendicazione che di per sé può concorrere a ‘fare mentalità’ e a fungere, in prospettiva, da cortocircuito politico per tutta una serie di ‘anelli’ collegati, impianto vincolistico eurounionista in primis). Questione, questa, che a Roma si pone con rinnovata urgenza, stante la recentissima sentenza del TAR.

Insomma, è necessario che, ai fini di cui sopra, l’azione politica di Indipendenza continui ad esplicarsi anche come lavoro di raccordo tra realtà sociali e politiche sparse. E circoscrivendo lo spettro, possibile che forze che si ritengono “sovraniste” ancora tentennino operativamente ad intervenire in tema? Possibile che Indipendenza sia riuscita a portare localmente, nel Coordinamento, grazie alla rete di relazioni in continua crescita, militanti di altre organizzazioni “sovraniste”, ma ancora non ci si impegni a fondo –come organizzazioni– su una questione così decisiva che mette a rischio il futuro, l’esistenza stessa dell’Italia come Stato?

***

Come ha sempre sostenuto Comitato ATM Pubblica, gli appetiti delle cordate politico-affaristiche sono stuzzicati e non certo inibiti dalla salute dei bilanci delle imprese di trasporto pubblico. In questo senso Milano e Roma sono, come si sarebbe detto in altri tempi, ‘unite nella lotta’ a ennesima dimostrazione che qualsiasi dinamica ‘differenziatrice’ sia solo funzionale alla replicazione del modello euroatlantico dominante. Gli assi strutturali pro mercato e pro privatizzazioni sono comuni a ogni latitudine dello stivale e contro questi ultimi va organizzato il più esteso fronte a partire dalle vertenze locali fino all’iniziativa politica di rigetto di ogni autonomia differenziata, declinazione interna del processo di disgregazione dello Stato nazionale come luogo dei diritti sociali. Segnaliamo a tal proposito questo contributo di Attac Italia.

 

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Brexit e Labour di Coryn. Il lascito del voto britannico

Da tre anni e mezzo –dal referendum (giugno 2016) sulla Brexit– media, politologi, economisti e compagnia di giro, tutti oltranzisti pro UE, hanno raccontato che della Brexit gli inglesi si erano pentiti subito, anche non pochi di coloro che l’avevano votata, che prova ne erano le manifestazioni di piazza da un milione e passa di persone con connessa petizione di diversi milioni di cittadini britannici per un nuovo referendum, che il voto anti UE era maturato con uno scarto ristretto, che non poteva essere rappresentativo –a fronte del voto “giovane” pro UE– quello dei “vecchi”, una miscellanea di istupiditi, egoisti, mentecatti inconsapevoli e incuranti della catastrofe che s’andava ad aprire: devastante crisi economico-sociale in arrivo, crollo della produzione, maggiori costi delle importazioni, prezzi alle stelle, sterlina deprezzata, recessione a gogò, un popolo sotto i ponti! Insomma, si doveva andare ad un secondo referendum di liberante e gioiosa apoteosi euro-unionista e scongiurare il disastro.
Poi, poche ore fa, le elezioni. Di fatto un secondo referendum perché incentrate sul tema Brexit sì / Brexit no. E la Grande Bolla si è dissolta: i fautori della Brexit (più “inglesi” che “britannici”) hanno stravinto, con margini di gran lunga più ampi rispetto al 2016, strapazzando e sfondando anche in roccaforti (del Labour di Corbyn) operaie e del ceto medio impoverito.
Ancora una volta i media dominanti –quelli cioè filo UE, filo USA, filo globalizzazione capitalistica– si sono rivelati grandi mezzi di manipolazione e di costruzione di bolle, demonizzanti o magnificanti a seconda delle convenienze. Sulle grandi questioni internazionali, laddove il silenziamento non è ritenuto opportuno o non è possibile, si tratta della norma (per limitarci a questa decade che si sta chiudendo: Libia, Siria, Ucraina, Iran, Venezuela, ecc.). Colpisce come, poco poco che ci s’informi per canali alternativi a quelli sistemici, si arrivi a scoprire il rovesciamento della realtà dei fatti, che viene operato con sfrontata disinvoltura e cinismo. Riecheggiano le parole di Malcolm X: “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”.
E non sono da meno sulle questioni interne, dove musica e suonatori non cambiano. Pensiamo, per l’Italia, solo per restare a questa delicatissima fase politica, a come viene trattata la doppia operazione a tenaglia del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e dell’Autonomia Differenziata/Regionale, entrambe di matrice europeista, che fattivamente predispongono non solo ad un ulteriore balzo in avanti del processo di cancellazione dei diritti sociali d’interesse collettivo ma sembrano puntare alla stessa disintegrazione dello Stato e dell’unità nazionale.

Per restare sul voto britannico. Imbarazzo a mille tra i corifei nostrani pro UE. Anche perché i tanto magnificati mercati sembrano non averlo disprezzato: la sterlina vola sui mercati valutari nel cambio con il dollaro e l’euro, a significare un afflusso di capitali che si sgancia da altre aree, non a caso soprattutto da quella euro. Il che apre certamente a delle riflessioni da fare, ma sfata uno dei luoghi comuni catastrofistici della vulgata neo/ordo-liberale euro-unionista contro chi si vuole liberare dalla UE.
Infine il punto più significativo. Jeremy Corbyn ha presentato un programma elettorale del Labour socialmente avanzato, come non si ricordava dal laburismo dell’immediato secondo dopoguerra, con misure anti-liberiste spiccate quali risposte alle domande di protezione sociale provenienti dalle fasce di popolo più in sofferenza economica. Se, con realismo, ha colto la necessità del recupero di un ruolo di direzione dello Stato nei processi economici da un lato e dall’altro dell’adozione di misure di protezione rispetto ai movimenti di capitali, merci, servizi (insomma, un tentativo in contro-tendenza con le prescrizioni neoliberali in generale e ‘made in UE’ in particolare), pur tuttavia gli è stato fatale il posizionamento ambiguo sulla Brexit per tenere unito il partito con i falchi filo-UE ‘blairiani’ (sì ad un secondo referendum sulla Brexit e relativa posizione da assumere al riguardo non chiaramente pervenuta).
Ha cioè slegato la praticabilità di quelle istanze rivendicative politico/sociali dal ‘nodo’ preliminare e principale della liberazione del Paese dai vincoli recessivo-austeritari-predatori euro-unionistici. Rimuovendo la rivendicazione politica cruciale della sovranità e della liberazione nazionale, le istanze rivendicative sociali anche avanzate diventano aria fritta.

Le destre, pure sprovviste di una qualunque visione sociale avanzata, mostrano di saper cogliere opportunisticamente la valenza conflittuale ed emancipativa che evoca la riconquista della sovranità e dell’indipendenza politica, salvo lasciarla nell’immaginario e rieditare modelli sociali ineguali analoghi a quelli ‘made in UE’ messi in discussione. Intanto, però, vanno all’incasso elettorale dell’avversione profonda che strati sociali sempre più consistenti di diversi popoli sul continente europeo nutrono patriotticamente contro l’Unione Europea.
L’esperienza del Labour non è un caso isolato. In altri Paesi del continente le cosiddette sinistre (maggioritarie e non solo) sono anche più arretrate rispetto al programma del Labour, ma tutte condividono la stessa internità alle logiche (strutturalmente ed immodificabilmente di destra) della globalizzazione trans-nazionale, cioè della veste ideologica moderna delle aspirazioni egemoniche dei colonialismi regionali (vedi nella UE l’asse franco-tedesco) o imperialismi su scala mondiale (USA).

Ecco, questo è il lascito più importante che viene dal voto britannico. Come è pensabile difendere gli interessi di chi lavora, subordinato o autonomo che sia, delle micro-imprese, financo dell’ambiente, come è pensabile ritornare ad una piena funzione pubblica dei servizi sociali (sanità, scuola, pensioni, ecc.), come dare corpo ad un piano di rilancio industriale nei settori ritenuti strategici, come svolgere politiche più estese e più espansive, mirate alle esigenze della collettività sociale e del Paese, se non si rompe con il libero (alla capitalista!) mercato, con i princìpi di concorrenza, con l’idea di deregolamentazione, di assenza di vincoli di alcun tipo (giuridici, morali, sociali, ambientali, ecc.), con l’idea di stato sociale minimalissimo che sono la ragion d’essere dell’Unione Europea e sono sanciti dai suoi Trattati?

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Una settimana di mobilitazioni per il ritiro di qualunque autonomia differenziata

Si conclude domani la settimana di mobilitazione (dal 9 al 14 dicembre; qui il calendario delle iniziative nei diversi paesi e città) indetta sul territorio nazionale dal Coordinamento per il Ritiro di Qualunque Autonomia Differenziata.

“Indipendenza”, che vi ha aderito sin dai primi passi (assemblea costituente del 7 luglio scorso), è attiva nei Comitati di Scopo Locali. Cogliamo l’opportunità per invitare simpatizzanti ed estimatori a dare il loro contributo di pensiero e d’azione all’interno di detti Comitati.
Da lunedì si continua, ovviamente, con i presidi, le assemblee, le iniziative in/formative, i volantinaggi, eccetera. Si passerà anche per i cortei, crescendo questa ‘massa critica’ di adesioni.

Si tratta di una lotta di importanza cruciale con ricadute allo stato imprevedibili per la valenza che la connota, ‘generalista’ ma allo stesso tempo particolare per la pluralità degli ambiti non secondari che investe. A ben vedere c’è in sé un legame, un nesso inscindibile tra riconquista dei diritti sociali e sovranità politica a tutto campo, che va in rotta di collisione con l’entità più «di destra», più anti-nazionale ed anti-sociale che è il baraccone europeo con le annesse variegate compiacenti compagini governative di complemento locale.

Oggi per accelerare il raggiungimento dell’obiettivo –da molti anni in essere per il tramite della UE– di disgregazione della sovranità dello Stato nazionale e di progressivo smantellamento delle conquiste sociali, come spinta dal basso s’intende operare con l’avvio a pieno regime dell’Autonomia Differenziata/Regionale (qualunque sia la forma iniziale oggi, con il tempo sarà accentuata) e dall’alto si continua ad operare tramite le istituzioni europee ed ora anche tramite il MES, il Meccanismo (eufemisticamente definito) di Stabilità Europeo.
Prendere coscienza della posta in gioco è preliminare, farlo agendo è fondamentale.

Sovranità, indipendenza, liberazione!

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L’intervista ad Assad che ha messo in crisi la RAI

Ecco l’intervista di Monica Maggioni (RAI) a Bashar al Assad, registrata il 26 novembre. Come da accordi con le autorità siriane si sarebbe dovuta trasmettere il 2 dicembre sia sull’emittente italiana RaiNews 24 che sui canali siriani.

Invece il caos: la RAI non la trasmette. La Maggioni comunica a più riprese il posticipo (alla fine saranno ben tre!) senza indicare date e senza spiegazioni.

Circola quindi la notizia che sarebbe stato il direttore di RaiNews a bloccare tutto perché l’intervista era ritenuta non abbastanza interessante. Tutto questo dà la portata di quanto debbano essere state fortissime sulla RAI le pressioni politiche anche di Stati esteri.
Dalla Siria si risponde fissando a lunedì 9 dicembre (ore 21 di Damasco) la messa in onda integrale sui canali siriani. Il che avviene. Il fatto si amplifica e alla fine la RAI si trova costretta, per salvare la faccia, a caricarla sì, ma su Raiplay.

Insomma, storie di ordinario servaggio, anche macchiettistico, nella colonia Italy-land.
A sentire Assad si capisce perché l’intervista fosse ritenuta non abbastanza interessante…

Giorgio Bianchi sulla Siria

Siria: l’Unione Europea subalterna agli USA nel conflitto wahhabita-atlantico

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