Rapporto Svimez: il Sud Italia sotto il tallone europeo

Come interpretare i drammatici dati emersi dal recente rapporto Svimez sul Sud Italia (qui in sintesi)?

Non vi è altro modo se non porsi, una volta per tutte, nell’ottica di legare l’aumento del divario fra Nord e Sud Italia nel solco del perseguimento del percorso di integrazione federale europea: qualsiasi opposizione al regionalismo differenziato o a sue varianti che non ponga contestualmente in discussione l’assetto di governo sovranazionale è, nella migliore delle ipotesi, una battaglia di retroguardia o una schermaglia per regolare i conti all’interno del recinto dei vassalli italofoni.

D’altro canto la stessa Lega, che ieri rivendicava la ‘Padania’ e oggi si batte per il regionalismo differenziato, non ha mai posto in discussione una prospettiva di integrazione europea. Accettata quell’opzione di fondo, le conseguenze a cascata (tagli, privatizzazioni, aumento della pressione fiscale sui ceti territorialmente vincolati, erosione dei diritti, precarietà…) non sono negoziabili ma sono ricomprese in quella ‘razionalità strategica della crisi’ per giungere, con una nota massima di Milton Friedman, dal ‘politicamente impossibile al politicamente indispensabile’.

Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

Lega e regionalismo differenziato

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

Regionalismo differenziato, questione settentrionale e puntini sulle “i”

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

Al referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto vota “NO”

Indipendenza per il NO al referendum sull’autonomia del 22 ottobre in Veneto e Lombardia

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Fabio Bentivoglio: quale scuola per un’Italia liberata e solidale

Fabio Bentivoglio, per lunghi anni docente e studioso dei problemi della scuola, nonché coautore, tra l’altro, con Massimo Bontempelli di ‘Capitalismo globale e scuola’  interviene al convegno dell’11 maggio 2019 “Quale sovranità in Italia: atlantica, carolingia o nazionale?” organizzato a Roma dall’associazione Indipendenza. La scuola è un fondamentale ambito di intervento per il riorientamento della società.

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Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

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Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

l’intervento sul regionalismo differenziato tenuto da Alberto Leoncini, della direzione politica di “Indipendenza”, associazione che ha promosso a Roma il convegno “Quale sovranità in Italia: atlantica, carolingia o nazionale?” (11 maggio 2019).

Nella relazione (“Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale”) si mettono in evidenza le dinamiche regionaliste incentivate dalla UE, tappa intermedia per la disarticolazione degli Stati nazionali percepiti quali luoghi di garanzie e diritti (sociali in primis) possibilmente sempre più effettivi.

Nel nome della ‘competizione tra territori’ la dinamica in atto mira a creare livelli di governo subnazionali e transnazionali –le euroregioni– finalizzate a tirare la volata all’integrazione federale europea, per la quale l’indipendenza e la sovranità nazionali sono fastidiosi intralci al libero dispiegarsi delle forze economiche e geopolitiche di cui è espressione e braccio operativo.

L’attuale fase, caratterizzata da una spinta rivendicazione autonomistica da parte di tre regioni (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna) si inserisce in un solco pluridecennale e trova i propri fondamenti nella sciagurata riforma del Titolo Quinto della seconda parte della Costituzione varata nel 2001 dal centrosinistra. Questa riforma, fra l’altro, ha introdotto all’art. 117, quello che ha ridisegnato il riparto fra Stato e regioni della potestà legislativa,  l’obbligo di coerenza all’ordinamento comunitario della legislazione nazionale. Insomma, regioni sempre più ‘autonome’, purché non si fiati sui diktat europei.

All’epoca, come ora, “Indipendenza” intervenne –con azioni e informazioni– opponendosi. Nel sito tematico dedicato alla campagna (https://noregionalismodifferenziato.home.blog/) sono riportate le nostre prese di posizione sulle riforme costituzionali del 2001 e di quella, tentata dal centrodestra e fortunatamente bocciata, del 2006.

L’intervento di cui sopra si inscrive in tale solco e intende saldare la critica al regionalismo differenziato con il rifiuto del contestuale svuotamento delle prerogative statuali da parte degli enti sovranazionali, a partire –ma senza a ciò limitarsi– dall’Unione Europea.

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Mattarella: nella NATO e nella UE senza ‘se’ e senza ‘ma’

NATO e UE quali pilastri, quali «leve solidi ed efficaci» per l’Italia. Davanti agli ambasciatori italiani riuniti alla Farnesina, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in continuità ultrasettantacinquennale con le classi sub-dirigenti di questo Paese, ha ricordato che l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea sono i capisaldi della politica estera dell’Italia ed implicitamente avvertito dal non discostarsi da queste direttrici (per meglio dire: da questi vincoli…) nell’azione di governo, sostenendo che «il cambiamento risiede nella capacità di incidere positivamente, con costanza e applicazione, nei processi in corso, senza lacerazioni né avventurose fughe in avanti». Quest’ultimo passaggio, tradotto, significa aria fritta e barcamenarsi nel contingente senza irritare i padroni (anche) di questa Nazione, tanto più nel quadro attuale di tensione tra il direttorio della UE franco-tedesco e gli Stati Uniti.

Nell’intervento di Mattarella sono da evidenziare due ulteriori passaggi.

Primo: nel quadro di riferimento UE-NATO parla delle «priorità» per il Paese «(…) dall’apertura dei mercati alla valorizzazione del contributo del nostro sistema produttivo, dal Mediterraneo alla stabilizzazione dei Balcani, alla partecipazione a grandi progetti in campo energetico e infrastrutturale». Senza entrare nel merito, per ragioni di brevità, sugli altri punti, Mattarella ha inteso richiamarsi, senza nominarla, all’alta velocità (TAV) e al gasdotto Tap, il che rimanda agli interessi esterni (euro/atlantici), oltre che agli appetiti affaristici di grandi gruppi imprenditoriali italofoni (e non) su queste cosiddette «grandi opere strategiche».

Secondo: parla di rilancio della UE per evitarne il rischio di una fase di glaciazione. Evoca, senza definirla in tali termini, la criticità: la visione intergovernativa della UE, «fatta propria soprattutto da alcuni paesi di più recente adesione, individua nell’Unione un conveniente quadro in cui gli Stati membri collaborano, sul piano economico e commerciale, mantenendo ben salda nelle loro distinte mani la formulazione di strategie e di decisioni. Questa visione appare, oggi, prevalere anche in Paesi fondatori e sembra sviluppare un orientamento che può trasformarsi in consolidata concezione di base, in forma mentis. Una fase di glaciazione nella vita della UE». Traduzione: Mattarella si esprime per il superamento dell’attuale Europa confederale a trazione carolingia (franco-tedesca) e si dice favorevole ad un’Europa federale nel solco ventoteiano, spinelliano, atlantico.

A sottolineare Europa e NATO come pilastri della politica estera italiana anche il segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, ed il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, il quale ha richiamato l’importanza per la UE di guardare all’Africa «complementare all’Europa» e rappresentante «un’enorme opportunità». Certo, «un’enorme opportunità» che produce –da tempo immemore– guerre, sfruttamento delle risorse, emigrazione. FMI, Banca Mondiale, Stati Uniti, Francia (area del franco coloniale), ecc. sono ancora lì, oggi, a ricordarcelo.

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Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

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Turchia e USA ai ferri corti

Nella cornice della ricorrenza del terzo anniversario dal tentato golpe in Turchia del 15 luglio 2016, è interessante prendere atto del progressivo scollamento di Ankara da Washington. Lo è perché –lo ricordiamo– la Turchia fa parte della NATO, è ritenuta per potenza militare la seconda dopo gli Stati Uniti, copre un quadrante geopolitico che è strategico per la sua collocazione geografica. L’avvicinamento ‘tattico’ alla Russia, che ha fatto seguito in modo deciso a quel fallito colpo di Stato, è stata la risposta a chi ha ‘consentito’ quel tentativo confidando in sviluppi differenti. Ebbene, nelle ultime ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha comunicato che il sistema missilistico russo di difesa antiaerea S-400, che la Turchia ha iniziato a ricevere venerdì scorso, sarà pienamente operativo nell’aprile prossimo. Ed ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è la produzione congiunta con la Russia” dei missili S-500 di prossima generazione. Washington da tempo minaccia le autorità turche di serie conseguenze qualora l’operazione venga portata a termine. La sospensione della vendita degli F-35 è però da considerare come la minima delle reazioni.
La presa d’atto attuale è: come possono gli Stati Uniti consentire che un membro della loro (cosiddetta) Alleanza collabori sempre più strettamente con la Russia? Quale il significato e le ripercussioni connesse a questa decisione turca? Ci sarà modo di parlarne. Intanto riproponiamo un articolo uscito sul ‘foglio’ di Indipendenza (rinviando gli interessati a quello di approfondimento uscito a suo tempo sulla rivista).

Scrivevamo tre anni fa, sul tentato colpo di Stato in Turchia nella notte tra il 15 e il 16 luglio, che ci appariva «un golpe raffazzonato e velleitario, in un paese con una tradizione di colpi di Stato (dal 1960 quattro) di ben altro impatto attuativo. Un golpe annunciato, stante le segnalazioni (una quindicina) dei servizi turchi nei primi sei mesi del 2016. Un golpe con tante anomalie: l’ora (le 21) e non a notte fonda con a favore il fattore sorpresa. Grandi proclami da un lato (rispetto della Costituzione, democrazia, diritti, libertà) e dall’altro cannonate sul Parlamento, mitragliate sui civili, coprifuoco, legge marziale. Nessun dirigente di spicco del partito di Erdogan, l’AKP, arrestato. Lo stesso presidente, che si voleva deporre, non viene fermato arrestato ucciso, ma gli si consente di coordinare la reazione dal suo aereo presidenziale. Volteggia indisturbato per ore nei cieli del nord ovest della Turchia con tanto di Gps acceso e quindi di identificativo internazionale riconoscibile, ed alla fine atterra in sicurezza a Istanbul dove parla alla stampa e alla popolazione che non sta appoggiando il tentativo di golpe, anzi lo sta contrastando. Un golpe che, in corso, non trova il sostegno di nessun partito dell’opposizione, compreso il curdo HDP, anzi riesce ad unirli tutti, attorno ad Erdogan, nella condanna dello stesso. Un golpe che coinvolge settori largamente minoritari dell’esercito, pochissimo dell’aviazione e nulla della marina: un ridotto numero di militari kemalisti e di affiliati al partito Hizmet (Servizio) dell’imam Fethullah Gülen. Questi, dal 1999 trasferitosi in Pennsylvania (Stati Uniti), guida un potentissimo movimento religioso di ispirazione sufi molto influente nel mondo musulmano, tramite una ramificata rete di istituzioni sociali ed economiche dal giro d’affari imponente. In Turchia occupano i posti più importanti in svariati settori anche statali e sono in linea con le strategie mediorientali statunitensi.

Ripreso il controllo della situazione, Erdogan approfitta del momento favorevole per completare la grande ‘pulizia’ avviata con gli arresti degli ultimi anni. Punta il dito, al di là del suo effettivo coinvolgimento, proprio contro Gülen, l’ex amico e sponsor della sua stessa ascesa politica, ultraliberista come lui, e rimuove e/o arresta migliaia e migliaia tra militari, poliziotti, gendarmi, prefetti, governatori di distretti provinciali, giudici, procuratori, giornalisti, insegnanti, rettori, funzionari del ministero delle Finanze, imam, e chiude giornali, enti, scuole e università private, sindacati. Un regolamento di conti con realtà di opposizione e figure sgradite (ad es. magistratiche indagavano sui traffici petroliferi dei suoi familiari e sulla corruzione nell’AKP) per realizzare la sua agenda politica di sultanato neo ottomano. Un repulisti che durerà e che per la sua meticolosa sistematicità evidenzia che una lista nera con relativi sostituti era pronta da tempo e che la repressione va ben oltre il quadro di complicità con i golpisti.

Non un auto-golpe, quindi, ma un golpe atteso che Erdogan ha lasciato agire per utilizzarlo. Chi l’ha condotto era convinto di essere sostenuto non solo dai nemici interni di Erdogan, ma soprattutto da interessati attori esterni: da mesi i rapporti con Washington erano deteriorati e la prospettiva di un golpe ricorreva nel dibattito politico statunitense. Questo potrebbe avere indotto una piccolissima parte di uomini e dei pochissimi alti gradi più esposti alle ventilate nuove purghe a breve ad accelerare i tempi. Tra un sultano affidabile (Gulen) ed uno incontrollabile (Erdogan), chiaro chi la Casa Bianca preferisca. Erdogan negli ultimi mesi ha ricucito gli strappi con la Russia di Putin (scuse per l’abbattimento a novembre scorso dell’aereo russo ed accettazione della tenuta di Assad in Siria), ventilato un processo di normalizzazione con Damasco, mostrato di voler perseguire nella regione una politica neo-ottomana ‘ora’ non più aggressiva, visti i fallimenti militari e la crisi economica, ma conciliante. Una virata confliggente con Washington. E la Turchia, secondo esercito nella NATO, è un crocevia di interessi di natura globale (europei, mediorientali, asiatici, nordamericani).

Erdogan ha mostrato di essere intelligente, abile, spregiudicato, carismatico, dotato di capacità manipolatoria, pragmatico (al governo ha portato islamisti e liberal). Ora, baldanzoso per l’esito positivo sul golpe, sta investendo sulla repressione per rafforzare il suo potere. L’apparente forza di oggi potrebbe rovesciarsi, in un domani a breve-medio termine, in una reale fragilità di tenuta politica. E risultare, il golpino di luglio, una prova generale in cui sono state sacrificate pedine, saggiando la reazione popolare, per il golpe più serio che verrà. Erdogan non è più l’interlocutore gradito di UE, NATO, USA. L’interlocutore “democratico” di ieri oggi lo si scopre despota (…)».

Russia/Turchia, note su un abbattimento al di sotto di ogni sospetto

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Le responsabilità di Parigi e i silenzi di Rackete

A Parigi, le autorità politiche della città hanno insignito di un’onorificenza (la cittadinanza onoraria) la capitana della Sea Watch, Carola Rackete, e conferito un contributo di 100mila euro a Sos Méditerranée per il salvataggio in mare di vite umane. Emigranti, nella circostanza. Chiunque salvi vite umane lo meriterebbe. Massimo rispetto, quindi, a prescindere dai premi. Quando, per questo motivo, si conferisce un’onorificenza e si accendono i riflettori intorno all’evento, vuol dire che ci si trova di fronte a qualcosa cui si vuol dare rilevanza.
Al di là del profluvio di parole e di immagini, ha colpito il silenzio. Comprensibile –diciamo così– da parte delle autorità francesi della città, molto meno di Rackete, per lo meno per l’immagine che lei fino a quel momento, con diverse dichiarazioni, aveva dato di sé. Un’occasione straordinaria per dire qualcosa sul tema, se si ha a cuore la tragedia di chi è costretto ad emigrare dal continente africano per ragioni ambientali e soprattutto economiche e politiche, per responsabilità che sono in capo non solo ad oligarchie locali corrotte e sanguinarie ma anche a chi le foraggia per i propri ben più significativi interessi economici e (geo)politici. Stante la circostanza di cui sopra, non parliamo ora di Stati Uniti o di altri Stati, ma di Francia e, sullo sfondo, di Unione Europea.

La politica neocoloniale pluridecennale che pauperizza una significativa parte di Africa costringendo all’emigrazione masse di persone, vede la Francia in prima linea non solo con le sue truppe ma anche con la sua moneta coloniale, il franco CFA, in ben 14 Paesi dell’Africa occidentale e centrale (162 milioni di abitanti). Il modello d’integrazione verticale del franco CFA, eredità della colonizzazione, è rimasto uguale da quando è nato nel 1945: i Paesi africani rimangono produttori di materie prime non trasformate ed il conto di operazioni è tenuto presso il Tesoro francese (dove è allocato, secondo accordi imposti da Parigi, il 50% delle riserve valutarie delle aree in cui è in vigore il CFA). Economie tenute sotto controllo con un regime di cambio rigido, un ancoraggio problematico all’Euro, un debole finanziamento dell’economia locale, una libertà totale di trasferimento di capitali che genera colossali perdite finanziarie, con –d’accompagno– uno spaventoso saccheggio delle risorse. Il franco CFA è un veicolo per l’accumulazione delle ricchezze all’estero, una “colonialità a doppia serratura” –l’ha definita in suo libro Marital Ze Belinga, economista– sia francese che europea, ormai sottoposto all’Unione Europea, per via di una decisione del Consiglio Europeo del 1998 che lo ha ancorato all’Euro e ai cicli economici dell’area Euro.
Quanti colpi di Stato, quanto sangue, in Africa, da decenni, per chi si oppone anche a questa forma coloniale!

Insomma, Parigi concorre a riempire barche e barconi di emigranti africani con le sue politiche coloniali a tutto campo (beninteso, non è la sola responsabile), quante volte non ha esitato a bastonare con ferocia quegli immigrati che dall’Italia, a Ventimiglia, tentano di entrare in territorio francese, però premia Carola Rackete che ha salvato vite umane nel Mediterraneo.
Il silenzio di Rackete su tutto questo rimane assordante. Ha potuto parlare, ha espresso i suoi sentimenti umanitari, ha sorriso a destra e a manca e si è detta orgogliosamente europeista. Ma in un’occasione straordinaria e significativa per il luogo e per i tanti riflettori puntati addosso non ha inteso denunciare le autorità francesi per quello che fanno in Africa o a Ventimiglia. Niente! Nessuna parola, nessun gesto simbolico, significativo. Niente di niente! Perché?
A noi piace ricordare, ad esempio, Tommie Smith e John Carlos che, alle Olimpiadi del 1968 in Messico, sul podio, con al collo le medaglie d’oro e di bronzo, chinarono la testa mentre veniva cantato l’inno e veniva issata la bandiera degli Stati Uniti. Con indosso i guanti neri stile Black Panther salutarono a pugno chiuso. Un gesto politico, in quel caso silenzioso, ma significativo.

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Assemblea nazionale contro il regionalismo differenziato al liceo Tasso di Roma

Domenica 7 luglio 2019. Liceo Tasso di Roma: un momento dell’assemblea (…malgrado il caldo intenso) contro ogni regionalismo differenziato. “Indipendenza” ha aderito ed è intervenuta nel dibattito. La macchina organizzativa sembra essersi messa in moto. Se son rose, fioriranno…

la registrazione dell’intera assemblea di Radio Radicale. Intervento di Francesco Labonia per Indipendenza (erroneamente riportato nella scansione Francesco Labona)

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la nostra adesione

 

Lega e regionalismo differenziato

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