Sergio Mattarella su regionalismo e integrazione europea: confessioni di un anti italiano

Tappezzeria, frasi di circostanza per mascherare uno stato di cose ormai incontrovertibile: i livelli di governo subnazionali e transnazionali (euroregioni) sono parte essenziale e imprescindibile di quel disegno di disarticolazione della dimensione nazionale cui il federalismo europeo mira.
D’altro canto i balbettii dell’inquilino del Quirinale sul regionalismo differenziato e sulle spinte centrifughe ormai conclamate non solo da parte del Nord Italia -si veda ad esempio l’intendimento della Sicilia di portare il giudizio di Cassazione in Sicilia e non più a Roma, notizia passata totalmente sotto silenzio e che potrebbe portare in futuro a celebrare i processi per mafia in Sicilia, laddove si arrivasse anche ad avere sezioni penali oltre alle civili, con tanti saluti alla retorica su Falcone, Borsellino e le vittime della mafia- non sono casuali reticenze o sottovalutazioni, segnano un’accondiscendenza nei fatti a un modello che pretende la fine dello Stato unitario e del quadro di legalità costituzionale per fornire la libera agibilità alle forze economiche nel nome della ‘competizione fra territori’.
Lo svuotamento della dimensione statuale verso l’alto (Unione Europea) e verso il basso (regioni e amministrazioni decentrate) sono le due facce della medaglia liberista: porre fine alle prerogative fondamentali (moneta, imposizione fiscale, politica doganale e commerciale, amministrazione della giustizia…) per porre fine ai diritti sociali su base generale e universalistica (scuola, sanità, previdenza sociale, mobilità…) delegandone l’attuazione a enti che strutturalmente sono impossibilitati ad attuarli non essendo appunto dotati di sovranità: contro queste dinamiche Indipendenza continuerà a non far mancare la propria voce in ogni sede di intervento.

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Taglio dei parlamentari e riforma regionalista: i loro nessi e il nostro rifiuto

Mattarella: nella NATO e nella UE senza ‘se’ e senza ‘ma’

Draghi-Mattarella: Italia in amministrazione controllata

Veto e disvelamento euroatlantico di Mattarella

Gli avvertimenti euroatlantici del Quirinale

Lega e regionalismo differenziato

Integrazione europea e regionalismo differenziato: dentro la decostruzione dello Stato nazionale

Sergio Mattarella a Belluno: regionalismo differenziato

Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

Paolo Maddalena in opposizione al regionalismo differenziato

Regionalismo differenziato, questione settentrionale e puntini sulle “i”

Dopo il referendum in Veneto e Lombardia: quali prospettive

Fra subalternità e scenari in evoluzione: anatomia del fenomeno Ciampi

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George Floyd, Trump e Piazza del Popolo

Piazza del Popolo (Roma) ieri. Gremita. Si ricordava l’assassinio di due settimane fa a Minneapolis (USA) dell’afro-americano George Floyd. Ammanettato, tenuto immobilizzato a terra con un ginocchio sul collo, per circa 9 minuti, da un poliziotto indifferente alle difficoltà di respirazione lamentate dall’arrestato. Poi la morte. Una violenza gratuita mista ad abuso di potere che vede membri delle forze dell’ordine non nuovi ad atti di violenza anche razziale. Un problema, il razzismo, strutturale negli Stati Uniti e strettamente legato allo sfruttamento di classe. Da giorni, in diverse città degli States, manifestazioni e scontri. Una risposta ad un atto di brutalità che ha varcato i confini di quello Stato suscitando indignazione e mobilitazioni anche in altre città del mondo.
C’è chi, su questo, vede il dispiegarsi di una “rivoluzione colorata” orchestrata per impedire la rielezione di Trump alle presidenziali di fine anno e liberarsi così di una figura (supposta) scomoda per le “élite”, il “deep state”, la “dittatura sanitaria”, la Cina, l’OMS, Bill Gates e micio micio. Si potrebbe dire molto al riguardo. Banalmente, ammesso quanto sopra, Trump l’ha avallata con la sua assenza di indignazione, di compassione, di responsabilità e con una pochezza politica –per usare un eufemismo– nelle sue dichiarazioni. Che poi, come sempre avviene nel fluire delle cose, ci sia chi si inserisce per orientare a proprio vantaggio le situazioni che si determinano, questo fa da sempre parte dell’abc (anche) della politica, nel bene o nel male, al di là del bene, al di là del male. Peggio della pochezza di Trump c’è lo schierarsi al suo seguito o in scia delle frazioni di potere clintoniano-obamiane che lo avversano.
Ci sarà tempo per ragionare al riguardo. Intanto ieri anche a Roma si è manifestato. Lo si è fatto senza distanziamento. Certo, tantissimi con le mascherine indosso, ma si è manifestato. Un atto significativo e importante anche per questo.
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2 giugno: tricolore e paradossi

Ieri, 2 giugno, festa della Repubblica e dei paradossi in campi politici opposti. Tutto condensabile nella valenza simbolica e di significato del Tricolore.

Per celebrare la festa della Repubblica italiana le destre sono scese in piazza sventolando e srotolando il Tricolore. Surreale se si pensa –solo rimanendo sulle generali– alla natura intimamente liberista dei loro programmi politici, alla rivendicazione di un’altra Europa (filo-atlantica), alla richiesta ancora più spinta di autonomia differenziata in linea con il processo di integrazione europea, smembrando così l’unità nazionale, della Repubblica ed acuendo la disuguaglianza dei diritti sociali. Nessun ripensamento nonostante il disvelamento tragico dell’inadeguatezza del regionalismo differenziato ad affrontare problematiche sociali diffuse, stavolta nella sanità e proprio laddove, in Lombardia, se ne celebrava uno dei suoi punti di forza. Tutto surrogato dalla torsione strumentale di scelte (certamente criticabili) del governo Conte sulla “emergenza” sanitaria da Cv-19, assunte come causa e quintessenza dei mali presenti e futuri del Paese, addirittura con l’evocazione di inquietanti scenari golpisti da parte di forze in ultima istanza rigorosamente occulte.

Per celebrare la festa della Repubblica italiana le sinistre radicali e vari partitini comunisti sono scesi in piazza per non lasciarla alle destre. Nessun Tricolore, solo bandiere di partito. Legittime senz’altro, ma nessun Tricolore. Non si sono volute lasciare le piazze alle destre, ma si è lasciato loro –indegnamente sotto tutti i profili– il Tricolore, nel mentre si voleva celebrare la Repubblica costruita dalle forze politiche (principalmente “di sinistra”) della Resistenza.
Si tratta di una deplorevole mancanza estetica, di forma? No, nella sua valenza simbolica è la spia di un rimosso e di un problema di sostanza. E la sostanza sta nel proclamare la propria contrarietà alle destre senza però esprimere una capacità propositiva complessiva alternativa sul piano della concretezza storica, senza assumere il Tricolore come simbolo unificante patriottico di una necessità di liberazione del Paese, senza comprendere che il mancato raggiungimento –finalmente– di una piena sovranità politica renderà sempre impraticabile la costruzione di una nuova società con diritti e giustizia sociali effettivi.

A Roma, ieri, 2 giugno, Indipendenza ha effettuato una passeggiata patriottica. Ha attraversato le strade di S. Lorenzo e del centro, ignorando le piazze delle destre e recandosi a quella della (plurale) sinistra radicale e a quella del PC di Rizzo. Particolarmente interessante camminare avendo ognuno o la bandiera di Indipendenza o il Tricolore con la stella rossa, suscitando sia sguardi attenzioni curiosità domande nelle strade affollate sia la solerzia delle forze dell’ordine che, in via Cavour, hanno fermato e identificato tutti e poi, a S. Silvestro, hanno esercitato pressioni verbali perché ripiegassimo quelle bandiere senza però ricevere soddisfazione, essendo un nostro diritto.

La “passeggiata patriottica” nata come idea a poche ore dal 2 giugno, improvvisata nella sua organizzazione, avrà un seguito, e non solo a Roma, affiancandosi ad altro.
Sovranità, indipendenza, liberazione!

Antifascismo, giustizia sociale e anticapitalismo: senso e prospettive del 25 aprile

Nazione e patria, stella polare di ogni liberazione/rivoluzione

E poi coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri…Patria, sovranità, indipendenza e socialismo!

Fotogrammi per un’Italia da liberare

Le tesi sulla questione nazionale

Fra subalternità e scenari in evoluzione: anatomia del fenomeno Ciampi

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George Floyd: storie da ‘States’

Per circa nove minuti è stato tenuto immobilizzato a terra, con un ginocchio di un poliziotto sul collo. Così è morto George Floyd, 46 anni, afroamericano. È accaduto in Minnesota, negli Stati Uniti d’America. Nel referto dell’autopsia si legge che “non ci sono elementi fisici che possano convalidare una diagnosi di asfissia traumatica o di soffocamento”. Ed allora quale sarebbe stata la causa della morte secondo il medico legale? Eccola: “Gli effetti combinati dall’essere bloccato dai poliziotti e patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione) e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo”. Insomma, si lascia intendere che responsabile della sua morte sia stato, in un modo o nell’altro, George Floyd stesso.
“Nella storia americana gli afroamericani sono stati ripetutamente controllati attraverso sistemi di controllo sociale e razziale che sembrano morire, ma poi rinascono sotto nuove forme che si adattano alle necessità ed ai vincoli del periodo. Dopo il collasso della schiavitù, nacque un nuovo sistema, i lavori forzati, che fu una nuova forma di schiavitù. E quando questo sistema scomparve, ne nacque un altro, il sistema Jim Crow (istituito per mantenere la segregazione in tutti i servizi pubblici, scuole, trasporti ecc. attraverso la logica del “separati ma uguali”), che relegò gli afroamericani allo status permanente di classe inferiore.
Ed eccoci qui, decenni dopo il collasso della vecchia Jim Crow, abbiamo un nuovo sistema in America. Un sistema di incarcerazione di massa che, di nuovo, priva milioni di persone povere, in maggioranza di colore, di ogni diritto teoricamente conquistato con il movimento dei diritti civili”.
Così si esprime Michelle Alexander, autrice del libro “The New Jim Crow – Mass Incarceration in the Age of Colorblindness” (casa editrice The New Press, anno di pubblicazione 2010, nuova edizione 2020) nel documentario: “XIII emendamento”.
E prosegue: “La violenza della polizia non è, di per sé, il problema. È il riflesso della brutalità di un sistema di controllo sociale e razziale, conosciuto come incarcerazione di massa, che autorizza questo genere di violenza da parte della polizia”.
Lo spaccio ed il consumo della droga, dicono le statistiche, non è superiore tra gli afroamericani rispetto ai bianchi, ma attraverso la ‘guerra alla droga’ sono i primi ad essere pesantemente controllati e colpiti, milioni di neri sono arrestati, quasi sempre per infrazioni minori, diventando così ‘criminali’, messi ai margini della società e privati di ogni diritto, incluso quello del voto, intrappolati da un sistema di giustizia razzialmente impostato che li etichetta come fuorilegge per il resto della loro vita.
Per la popolazione afroamericana di cui parla Michelle Alexander, la presidenza di Donald Trump, che urlava nei suoi comizi: “I am the law and order” ha rappresentato l’aggravarsi dell’incubo, la continuazione e, laddove possibile, il peggioramento delle loro condizioni di vita. Il problema del razzismo negli Stati Uniti è strutturale, ed è strettamente legato all’oppressione di classe.
Fabrizio Mezzo (Indipendenza, Cerveteri)

 

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‘Recovery Fund’. Della serie: effetti speciali ‘made in UE’

“L’Europa c’è!”, esultano gli europeisti (confederali e federalisti) all’annuncio del “Recovery fund” da parte di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea (CE) e alla sua presentazione al Parlamento Europeo. Enorme l’enfasi su questo nuovo strumento finanziario, che la von der Leyen ha chiamato non “Recovery Fund” ma “NextGenerationEu”: 750 miliardi di euro in aggiunta al “Quadro finanziario programmatico” per 1100 miliardi (un totale di 1850 miliardi di euro, accanto alle “tre reti di sicurezza” di 540 miliardi di euro di prestiti, già concordate dal Parlamento e dal Consiglio Europeo).
L’esultanza sul Recovery verterebbe sullo stanziamento di 500 miliardi attraverso l’emissione comune di bond europei, cioè la condivisione di un debito con successiva diversa fruizione.
Premesso che colpisce che questa eu(ro)foria giunga ora con l’annuncio del Recovery, ma non ‘prima’ con le misure d’intervento (la “potenza di fuoco”) a suo tempo annunciate dalla stessa CE, vediamo cosa c’è, allo stato, oltre la strombazzata di turno.
Intanto si dovrà avviare la negoziazione tra tutti i rappresentanti dei Paesi membri della UE, alcuni dei quali (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia) hanno già espresso la loro contrarietà a fondi non erogati senza la forma del prestito. Un ostacolo di non poco conto, vista la necessaria unanimità.
Poi, dove si troveranno questi soldi? Chi ne potrà beneficiare? A quali condizioni, visto che il punto è fermo ma non c’è accordo sui relativi termini? La tempistica, infine, non sarà immediata: dopo i passaggi al Consiglio Europeo, si passerà ai Parlamenti nazionali e poi, di nuovo, in sede europea.
Insomma chi strombazza di “aiuti” e giubila “l’Europa c’è!”, fa della propaganda estetica europeista in modo azzardato.
Vediamo cosa si sa, allo stato, di questa “ulteriore potenza di fuoco” del Recovery Fund. I 750 miliardi saranno reperiti con una emissione comune di bond sul mercato. Contributi fino a 500 miliardi e prestiti nella rimanente parte (250 miliardi) che dovranno essere restituiti dai singoli Paesi membri all’UE. Per risultare appetibili la proposta è che a garanzia si ricorra al bilancio UE. Ma il bilancio è piuttosto esiguo (pari a circa l’1% del Pil europeo) ed è ritenuto non ‘congruo’ rispetto a una emissione (e relativo pagamento) di titoli di quella portata. Ebbene, per il periodo 2021-2027 si parla di aumentare il bilancio fino al 2% del Pil. Come? Aumentando i contributi della quota di partecipazione al bilancio europeo dei Paesi membri: per l’Italia molte decine di miliardi in più in uscita per poi vedere quanti effettivamente ne ritorneranno. Una partita di giro Stati-UE-Stati, insomma. Alla scadenza dei titoli emessi, il ripagamento spetterà alla Commissione Europea che, vien detto, non avverrà prima del 2028 e dopo il 2058. Poi si parla di nuove tasse e imposte europee.
Gli obiettivi di spesa saranno indicati e controllati dalla Commissione con correlate richieste di riforme realizzate e/o da realizzare/completare. È dato per probabile che ciò che l’UE potrebbe chiedere all’Italia, saranno le raccomandazioni a più riprese sollecitate: riforma fiscale, del mercato del lavoro, maggiore efficienza della pubblica amministrazione (inclusa l’istruzione), riforma della giustizia. Analisti economici non escludono che tra le condizionalità siano inclusi tagli lineari in quel che resta delle protezioni sociali (per i disoccupati, ad es.), un’ulteriore riduzione delle pensioni con aumento dell’età pensionabile, un ulteriore ridimensionamento nel pubblico impiego, eccetera.
Insomma, “l’Europa c’è!”.
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
Accorciamo le distanze!
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Associazione Nazionale Presidi: dentro la cinghia di trasmissione del liberismo euroatlantico nella scuola

I colleghi che non provano orrore verso questa idea di scuola e che, in linea con quanto mostrato negli ultimi decenni, ingoieranno senza colpo ferire anche queste “innovazioni” (qualora dovessero essere effettivamente attuate) per quanto mi riguarda dovrebbero cambiare mestiere, non sono degni di fare gli insegnanti. Si dedicassero alla formazione aziendale (dato che sembra essere la loro reale vocazione) e lasciassero in pace la scuola pubblica.

Dario Romeo

(Indipendenza, Torino)

Tesi sulla scuola

CAPITALISMO GLOBALIZZATO E SCUOLA. Per un’idea regolativa di scuola pubblica nazionale

Alternanza scuola-lavoro: al centro dell’addestramento euroatlantico

Alternanza scuola-lavoro, questioni di genere e diritti sociali: per una prospettiva di liberazione ed emancipazione

Fabio Bentivoglio: quale scuola per un’Italia liberata e solidale

Scuola: diploma in quattro anni e addestramento euroatlantico. Bruxelles ordina, Roma esegue

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Capaci 1992: il ‘doppio livello’ di una strage

23 maggio 1992: strage di Capaci. Uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre dei sette uomini della scorta. 500 kg di esplosivo contenuto in tredici bidoncini in un cunicolo scavato sotto la strada, utilizzando un condotto delle acque reflue in un tratto dell’autostrada Palermo-Capaci. Il caricamento del cunicolo avvenne nella notte dell’8 maggio. Da quel giorno tutto fu pronto per l’attentato. Sulla base di testimonianze, il giorno della strage, sull’area dello svincolo dell’A29, un aereo di piccole dimensioni, verosimilmente un Piper, passava e ripassava nel punto dove di lì a poco sarebbe avvenuta l’esplosione, e rimase presente al passaggio del corteo di macchine con Falcone. Ad un successivo controllo dei piani di volo di tutti gli aeroporti siciliani non risultò alcunché al riguardo. Sempre sulla base di testimonianze, il giorno precedente, proprio nell’area della strage, non vicino al cunicolo, «era stato notato un furgone Ducato bianco e alcune persone che apparentemente erano concentrate a eseguire dei lavori. Fu anche deviato il corso delle automobili di passaggio, furono usati birilli per spartire il traffico. (…) Il punto è che per Brusca e compagni non c’è alcuna necessità di lavorare lungo la corsia, il loro lavoro si era concentrato a livello dell’imbocco del cunicolo, al di sotto del livello stradale». Dopo l’attentato, si legge in un documento della Procura di Caltanissetta, come scrive Stefania Limiti [“Doppio Livello. Come si organizza la destabilizzazione in Italia” (2013)], non erano in corso lavori «né in forma diretta né in regime di subappalto da parte dell’Anas, dell’Enel, della Sip e della Sirti» nell’impiego di uomini e mezzi indicati dalle diverse testimonianze. Insomma, viene esclusa «qualsiasi attività di manutenzione stradale, ordinaria e straordinaria».
Luca Tescaroli, magistrato nei processi di Capaci e dell’Addaura, studiando le dinamiche della strage sull’A29, ha più volte parlato «di qualcuno intervenuto successivamente al caricamento per rinforzare la carica con esplosivo di potenza più dirompente rispetto a quello già presente nei contenitori» (ibidem, p. 428). Pur senza prove, ha visto l’intervento di qualcuno esterno al gruppo del commando mafioso in azione. Qualcuno che opera certamente all’insaputa di detto gruppo. Il 17 maggio 2012, in un’intervista a Rainews
il procuratore nazionale aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio, con le prudenze del caso ritorna su questa oggettiva doppia bomba. Nella parte dedicata alla strage di Capaci del suo libro sopra citato, Limiti effettua un’accurata disamina, alla luce delle certezze tecniche dei periti e delle dichiarazioni dei principali pentiti che hanno partecipato alla preparazione dell’attentato, da cui si evincono delle conclusioni: chi è ricorso al raddoppiamento, mirava alla certezza dell’assassinio del giudice non essendoci la sicurezza che, partito da Punta Raisi, la macchina di Falcone mutasse posizionamento rispetto alle altre due di scorta in considerazione peraltro della prevedibile andatura a forte velocità (i circa 500 kg assicuravano la devastazione, ma non la certezza di colpire l’obiettivo). Lo stesso Giovanni Brusca che pigiò il pulsante del telecomando, rimase colpito da come si fosse potuto produrre una devastazione su un tratto tanto lungo (cfr. Saverio Lodato, “Ho ucciso Giovanni Falcone…”. La confessione di Giovanni Brusca, Mondadori). Emerge inoltre che il rinvenimento di una quantità più consistente di un tipo di esplosivo militare non in dotazione del commando mafioso, di cui i pentiti dichiarano di non sapere alcunché, rimanda ad altra provenienza e ad altri interessi. Chi è intervenuto sul manto stradale ha così puntato ad un’efficacia dell’operazione al millimetro.
Oltre a questo, oltre ad interrogativi che emergono da perizie effettuate (chimiche, genetiche…) ci sono dei quesiti più generali: perché “Cosa Nostra” assassina Falcone a Capaci? Chi/cosa e perché blocca Riina dal far eseguire a Roma l’omicidio del giudice che spesso girava a piedi e a volte senza scorta, e dove infatti era giunto ed era pronto ad entrare in azione un commando di quattro uomini scelti che avrebbero dovuto ammazzarlo per strada a colpi di kalashnikov? Perché preferire un’operazione ben più complessa a Capaci? Perché l’arrivo di quel contrordine? Un superpentito, Gaspare Spatuzza, ha definito quel “cambio di programma” con queste parole: «La genesi di tutto è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia». Non c’è solo mafia! Il che s’inscrive e ha forse a che vedere con il crollo generale del ‘vecchio’ sistema-Paese che si stava consumando (anche) in Italia in quella fase di passaggio dal post Guerra Fredda ad un nuovo scenario euro-atlantico?.
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Statuto dei lavoratori: una riflessione sul passato, una sul presente di fase

50 anni fa, il 20 maggio 1970, diventava legge in Italia lo “Statuto dei lavoratori”. Più di vent’anni di lotte, di sofferenze, di sangue, per giungere al riconoscimento di diritti e tutele fino ad allora inesistenti, nonostante princìpi fondamentali previsti in Costituzione ma rimasti lettera morta. Quella legge arrivava in un’Italia attraversata, in modo particolare sul finire del 1969 (l’ “autunno caldo”), da manifestazioni e proteste di milioni di lavoratori per nuovi rapporti con i datori di lavoro, per salari adeguati, per le 40 ore settimanali, per la rappresentanza, eccetera.
Eppure quella legge non ebbe l’avallo del PCI che si astenne per le gravi carenze che conteneva: non c’erano garanzie per i lavoratori delle aziende sotto i 16 dipendenti, non c’erano norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia. Nulla però il PCI obiettò sul diritto di rappresentanza sindacale aziendale riconosciuto ai soli sindacati maggiormente rappresentativi o a quelli firmatari di accordi a livello nazionale o provinciale, ad escludere così sindacati autorganizzati, indipendenti o gli stessi consigli di fabbrica e dei delegati che avevano svolto un ruolo fondamentale nelle lotte.
Di lì a non molti anni sarebbe cominciata l’erosione progressiva sino alla cancellazione di molte di quelle conquiste e diritti, ad arrivare all’oggi, a 50 anni dopo, senza che questa china si sia non invertita ma nemmeno arrestata. Il lavoro si connota con sempre minori garanzie, se non precario, malpagato, direttamente al nero, con quello femminile in larghi ambiti ancor meno garantito. Fuori da questo perimetro, disoccupazione ed emigrazione. Da decenni questa china si è accentuata quanto più il processo di integrazione europea avanza con le sue controriforme che investono tutti gli ambiti della vita sociale, rese possibili dagli interessi dell’alta finanza e delle grandi imprese multinazionali incistati nella ‘legge fondamentale europea’, dalle compiacenze interessate di governi (di centrodestra, centrosinistra o ‘tecnici’ che siano) e dalle connivenze di sindacati.
Dalle “TESI SULLA QUESTIONE NAZIONALE” di Indipendenza (n.30). La tendenza ‘globalista’, denazionalizzatrice, se non proprio anti-nazionale del capitalismo contemporaneo, colpisce direttamente ed in misura crescente gli interessi delle classi lavoratrici. Infatti, mentre il capitale e i capitalisti migrano, si ‘globalizzano’, a restare all’interno dei confini fisici della Patria, della nazione, sono i salariati licenziati, i cassintegrati, i disoccupati e quelli che non troveranno mai occupazione, gli ‘inoccupabili’, la cosiddetta ‘popolazione eccedente’; in secondo luogo gli operai e gli impiegati che difendono disperatamente il lavoro che ancora hanno e lottano contro gli effetti perversi della ‘razionalizzazione’ e della deindustrializzazione, contro la chiusura delle fabbriche e delle imprese; in terzo luogo, gli artigiani, i piccoli industriali, gli imprenditori e tutti coloro che senza certezze di alcun genere impegnano contemporaneamente il proprio lavoro e le proprie risorse economiche e si dibattono in balìa delle conseguenze delle costrizioni del sistema economico mondiale, del suo caos permanente, degli effetti della concorrenza senza regole, dell’incertezza degli sbocchi esterni, delle difficoltà di finanziamento, dell’enormità del costo del denaro, della ‘libera’ circolazione di merci e capitali, del dominio del dollaro. Qui si materializza l’essenza sociale, costitutiva della patria, l’idea moderna di Nazione. È chiaro che proprio la difesa degli interessi particolari di classe deve spingere i lavoratori ad assumere la portata nazionale dello scontro –intesa come rilevanza e caratterizzazione nazionale della conflittualità tra interessi di classe e tendenze internazionalizzatrici e globaliste del capitalismo.
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Supermercati vuoti e terrorismo europeista

Senza i provvedimenti dell’Unione Europea “gli scaffali dei supermercati sarebbero vuoti”. Lo dichiara l’ineffabile Paolo Gentiloni in un’intervista al quotidiano viennese Die Presse, come riferisce l’Ansa. Siamo ampiamente abituati al terrorismo mediatico come metodo di governo; d’altro canto un sistema, quello unionista/federalista, che si basa sul dogma della sua irreversibilità e ineluttabilità, altro non potrebbe fare di fronte al deterioramento progressivo delle condizioni di vita che impone.
Negli anni abbiamo assistito a mirabolanti calcoli sul prezzo della benzina, sulle rate dei mutui, sulle carriole per fare la spesa e si potrebbe continuare, ma in questo caso si compie un salto di qualità: non più la prospettazione di tragedie degne delle piaghe d’Egitto in caso di abbandono dei sacri vincoli europei, ma l’evocazione di un ruolo salvifico della UE addirittura nel garantire gli approvvigionamenti alimentari all’interno della più grave recessione mai conosciuta in tempo di pace. Oltre il ridicolo, verrebbe da dire.
Ma c’è dell’altro: strati ormai estesi della popolazione percepiscono i vincoli europei come la fonte principale del deterioramento delle condizioni materiali di vita e nelle ‘alte sfere’ ci si sta rendendo conto che, laddove ci fosse un concreto rischio di rottura con l’ordine europeo sul ‘fronte italiano’, sarebbe tutto l’edificio europeo a saltare. Non a caso le classi dirigenti tedesche, per il tramite del loro megafono, lo Spiegel, allisciano le piume della gallina dalle uova d’oro, il nostro Paese, contribuente netto alle finanze dell’Unione, e nonostante questo commissariato nei fatti.

Si gioca insomma su due fronti, quello interno intervenendo sulla leva della propaganda per difendere il ‘migliore dei mondi possibili’, anche perché è l’unico per definizione, mentre su quello internazionale si punta a una netta accelerazione dei vincoli di finanza pubblica e politica economica (MES su tutti) che renderanno l’austerità e la prostrazione collettiva una situazione endemica, per continuare la spoliazione del risparmio privato, dei diritti sociali, dell’apparato produttivo rimasto vitale e dei livelli di vita del nostro Paese.

Alberto Leoncini
Indipendenza, Treviso
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
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Antifascismo, giustizia sociale e anticapitalismo: senso e prospettive del 25 aprile

Non esiste libertà senza uguaglianza.
Non esiste democrazia senza giustizia sociale.
Non esiste antifascismo senza antimperialismo e anticapitalismo.
L’antifascismo in cui mi riconosco è quello dell’ultimo Pasolini, che in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” utilizzò il fascismo storico per denunciare ciò che considerava il nuovo fascismo, quello della società dei consumi e del produci-consuma-crepa, dell’individualismo radicale che si legittima con parole d’ordine libertarie e progressiste, della spoliazione di diritti, della rapina, del violento sfruttamento di classe. In altre parole la società capitalista.
L’antifascismo che disprezzo profondamente è invece quello istituzionale, che strumentalizza la Resistenza per legittimare l’esistente.
Quelle donne e quegli uomini (molti dei quali giovanissimi) combatterono e diedero la loro vita per tutt’altro, a cominciare dall’indipendenza di questo Paese. L’Italia divenne però poco dopo una colonia americana e lo è tutt’ora; uno status a cui in anni più recenti si è aggiunto quello di periferia (nel senso di mezzogiorno) di una UE concepita geopoliticamente in funzione degli interessi imperialistici statunitensi e modellata economicamente sulla base degli interessi capitalistici della Germania e di altri Paesi del “centro”.
Quelle donne e quegli uomini combatterono in nome della pace, dell’uguaglianza dei popoli e dell’internazionalismo, non per giustificare il neocolonialismo occidentale sul resto del mondo grazie alle guerre “umanitarie” e all’indigesta retorica cosmopolita dei “diritti umani” (in realtà occidentali).
Quelle donne e quegli uomini combatterono per una società più giusta, non per quella fondata sul mito della competizione, della “meritocrazia”, del darwinismo sociale e della colpevolizzazione dei più poveri.
Quelle donne e quegli uomini combatterono per costruire uno Stato che governando i processi economici garantisse i diritti sociali, non per lo Stato sottoposto all’autorità di quell’entità metafisica chiamata “mercato”, nell’ambito del quale è soggetto alle stesse regole di un individuo, di una famiglia o di un’azienda, con il risultato che l’economia politica si riduce a partita doppia. Le drammatiche conseguenze di questa aberrazione ovviamente ricadono sistematicamente sui più deboli.
Quelle donne e quegli uomini combatterono per garantire a tutti formazione, istruzione e diritti politici, non per promuovere l’ignoranza diffusa con cui giustificare i deliri di quegli “antifascisti” che vorrebbero abolire il suffragio universale.
Quelle donne e quegli uomini combatterono anche per garantire a tutti un’adeguata assistenza sanitaria, non per trasformare la salute dei cittadini in un business, i cui tragici effetti sono proprio in questi giorni sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di vedere e di usare il cervello.
Quelle donne e quegli uomini combatterono per affermare il valore della dignità umana, non per una società che considera gli anziani un peso economico e le loro pensioni un privilegio, additandoli in questo modo come uno dei capri espiatori (al pari degli immigrati) con cui controllare e dirigere la rabbia sociale di coloro ai quali sono stati tolti i diritti sociali faticosamente conquistati dai nonni e dai padri.
E potrei continuare…
Ora, il punto è che l’antifascismo dei liberali di oggi (l’antifascismo istituzionale) è vuoto e falso come quello dei liberali di ieri (coloro che per scongiurare il pericolo comunista non esitarono ad appoggiare l’ascesa al potere di Mussolini e lo sostennero per tutto il ventennio, salvo poi riscoprirsi antifascisti a guerra perduta) e il problema è che se ieri i liberali rappresentavano soltanto una parte politica, oggi nelle loro varie declinazioni (da quelle più conservatrici a quelle più “progressiste”) rappresentano pressoché l’intero arco parlamentare. Eh già, il famoso pluralismo politico che caratterizza le moderne democrazie occidentali…
È anche colpa di questo falso antifascismo – oggi largamente egemone – se da anni con sempre maggior frequenza gli eredi del fascismo e di quello che fu il suo consenso (la cosiddetta “maggioranza silenziosa” di democristiana memoria) provano insistentemente a riscrivere e deformare la Storia, ribaltando ruoli e significati politici del conflitto combattuto in Italia tra il 1943 e il 1945.

Buon 25 aprile a tutti.

Dario Romeo
Indipendenza, Torino
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
Accorciamo le distanze!
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