Tav e Recovery Fund, tra affarismi e cessioni di sovranità

Oscurata in generale sui media dalla pandemia nonostante le fibrillazioni nel governo, sulla TAV (l’alta velocità Torino-Lione) si è palesato ancora una volta l’intreccio tra affarismo e ceti subdirigenti di questo Paese da un lato e subalternità dall’altro ad uno dei due poli, in questo caso alla Francia che, con la Germania, esprime il direttorio dell’Unione Europea. Si è consumato cioè l’ennesimo capitolo di una vicenda che coniuga drammaticamente impatto ambientale e sociale negativo con la spirale continua di cessioni di sovranità dell’Italia. Il Parlamento doveva esprimersi sulla sottoscrizione degli accordi per la TAV con un impegno indissolubile fino al 2029 di stanziamento di 751 milioni di euro nella Legge di Bilancio al capitolo di spesa del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, relativo alla sezione transfrontaliera della linea Torino-Lione, quella parte comune compresa tra le nuove stazioni di Saint-Jean-de-Maurienne in Francia e di Susa-Bussoleno in Italia. Un’operazione dal costo complessivo, certificato, di oltre 8 miliardi di euro da ripartire tra Francia, Italia e Unione Europea, cui aggiungere a carico dei singoli Stati ulteriori costi di centinaia di milioni per espropri, interferenze di reti, misure di accompagnamento compensative. In sintesi, per l’Italia una spesa complessiva per la sezione transfrontaliera che, al netto di possibili lievitazioni in corso d’opera, allo stato ha già superato i 3 miliardi di euro. Soldi che, presumibilmente, si confida che arrivino dal Recovery Fund.

Alle commissioni competenti per materia di Montecitorio e Palazzo Madama, cui spettava esprimere il proprio parere, l’esecutivo ha fatto pervenire lo schema di contratto di programma tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. e Tunnel Euralpin Lyon Turin S.A.S. (Telt). L’ultimo passaggio, insomma, il via libera ai lavori. Quello politico era arrivato con la mozione dell’agosto 2019 con cui il Parlamento ha impegnato il governo ad andare avanti con l’opera. Ora, primo elemento che emerge dal contratto, c’è una norma che prevede da parte del ministro delle infrastrutture e dei trasporti solo informative al Parlamento (senza quindi necessità di un voto) «per gli eventuali aggiornamenti ai contratti di programma (che non comportino modifiche sostanziali e siano sostanzialmente finalizzati al recepimento delle risorse finanziarie recate dalla legge di bilancio o da altri provvedimenti di legge)». Si precisa che «per sostanziali si intendono le modifiche che superano del 15% le previsioni riportate nei contratti di programma, con riferimento ai costi e ai fabbisogni sia complessivi che relativi al singolo programma o progetto di investimento». Dunque, per interventi al di sotto del 15%, cioè per cifre non irrisorie vista l’imponenza dei lavori, ci sarà una versione da «pilota automatico» (Draghi docet) con le Aule parlamentari che saranno solo informate.

Si può inoltre notare come, rispetto ai fondi per la realizzazione dell’opera messi già a disposizione dalla Finanziaria 2013, ora, con la Legge di Bilancio, questi siano già lievitati.

Interessante quanto emerge nel comunicato diramato al riguardo dal M5S che ha le sue grosse responsabilità per la situazione determinatasi (anche) sulla questione TAV, quando era al governo con la Lega nel Conte I. Si scrive che lo schema risulta del tutto invotabile, non c’è previsione chiara sul traffico sulla tratta, si riscontrano opacità e voragini diffuse sui costi, non si chiarisce chi paga cosa e per quali somme, e che, in caso di eventuali controversie, è demandata all’autorità francese la sua definizione, creando uno «sbilanciamento irricevibile, che mette al solito il nostro paese alla mercè degli umori altrui».

In più, il M5S rimarca «l’obsolescenza di un’opera che va avanti a passo di lumaca, e che se tutto andrà per il verso giusto sarà pienamente operativa solo tra quindici anni, quando risulterà antiquata e non al passo coi tempi». In soccorso del governo, per il SÌ, è arrivato il centrodestra. A condurre una battaglia per l’ambiente (altro che «green economy» euro-unionista per la TAV) ed i diritti delle popolazioni in Val Susa, di fatto, a ben vedere, una lotta patriottica nazionale, c’è solo la resistenza popolare che nelle valli, da decenni, non pochi problemi e impantanamenti ha determinato e che –si assicura– non si fermerà.

CasaPound su Atac e Tav

Solidarietà a Nicoletta Dosio e a tutti i NO TAV

Dopo il corteo No Tav a Torino: una storica giornata di lotta

Gasdotto TAP e interessi geopolitici USA

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Viva la Brexit, ma oltre i suoi limiti

In un contesto di crisi economica, concomitante con una sovrabbondanza di produzione ed efficienza dei trasporti, è evidente come nel rapporto tra venditore e compratore sia il secondo ad avere il coltello dalla parte del manico.

Tra Unione Europea e Regno Unito (UK) negli scambi commerciali è l’UK che importa più di quanto esporta. Buttarla sull’Erasmus è ridicola propaganda; gli inglesi hanno ottenuto quello che volevano e da libero Stato sovrano stanno stringendo accordi puntigliosi. Decideranno da chi, quanto e cosa comprare; dalle arance alle auto.

La forzatura continentale a Calais con il blocco di diecimila camion (e relative persone) mostra una volta di più l’atteggiamento franco-tedesco: sprezzante di tutto e di tutti per cui anche il covid-19 viene utilizzato per forzare la mano (con la scusa della “variante inglese” dello stesso). Tranquilli, in Grecia hanno fatto di peggio. Spiace ci siano ancora persone che idealizzano l’Unione Europea, che non ne vedono le modalità dispotiche.

Ciò detto il sovranismo inglese non esprime il nostro ideale modello di Paese. Il loro liberismo mercatista porta la propria borghesia semplicemente a riprendersi il controllo economico della nazione sostituendo e/o mettendo il capitalismo straniero (franco-tedesco) in subordine al proprio, in ciò con interessate sponde oltre Atlantico. In tale contesto il miglioramento delle condizioni di vita di larghi strati popolari con l’emancipazione dai vincoli UE sarà nullo in confronto a quanto si potrebbe ottenere se il loro fosse uno Stato intanto ad economia mista (con distinzione e coesistenza di mezzi di produzione privati e pubblici, ma preminenza d’ultima istanza pubblica) in cui la cultura umanistica abbia la supremazia sul darwinismo sociale.

Indipendenza sostiene la fondamentale importanza della sovranità politica (non solo monetaria) e la liberazione dal con/dominio franco-tedesco ed americano, acquisite le quali poter realizzare un modello di nazione e di società con un’attività economica al servizio del bene pubblico, non delle direttive dei cosiddetti mercati o degli interessi delle oligarchie imprenditorial/finanziarie, interne o estere che siano.Una società improntata al perseguimento concreto di ideali di giustizia, uguaglianza ed emancipazione sociale, che sappia vedere e contrastare i germi dello sfruttamento, del razzismo e della persecuzione dell’altro ovunque si manifestino.

Brexit e Labour di Coryn. Il lascito del voto britannico

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Regionalismo differenziato/Stralciato il DDL Boccia: vittoria di tappa!

Per ora non passa! Il ddl Boccia collegato alla Legge di Bilancio è stato stralciato. La notizia era cominciata a girare in piazza già venerdì 18 dicembre 2020, nel corso della mobilitazione promossa in decine di città e a Roma (in piazza Monte Citorio, davanti al Parlamento) dal “Comitato per il ritiro di ogni autonomia differenziata” (di cui Indipendenza è tra i soggetti fondatori) e dalla Rete dei Numeri Pari / Società della Cura.

Un risultato positivo, dunque, a ricordare che le mobilitazioni e le lotte pagano. Si tratta però di un risultato di tappa di questi circa ultimi due anni. Ora il Comitato Nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata intende aprire un dibattito sul Titolo V della Costituzione e arrivare intanto alla cancellazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione per garantire uniformità dei diritti e delle prestazioni su tutto il territorio nazionale, in un Paese sempre più frammentato e disunito, con cittadini di serie A, B e persino Z, “differenziati” a seconda del luogo di residenza. In questi anni la regionalizzazione ha dato prova di sé anche nel Servizio Sanitario Nazionale con gli enormi, incalcolabili disastri sotto gli occhi di tutti, dalla limitazione se non negazione del diritto alla salute da un lato al lucro delle privatizzazioni per consorterie politico/affaristiche dall’altro.

È quindi tutt’altro che smantellato il processo in essere di regionalizzare 23 materie, di costruire 20 piccole regioni nella prospettiva federale di un’Italia a pezzi del tutto europeizzata, con una gestione suppostamente autonoma –ad esempio– del sistema scolastico, della tutela del territorio e dell’ambiente, dei contratti di lavoro, del gettito fiscale, inevitabilmente sottratti al perimetro pubblico per via di costi che nemmeno una tassazione esorbitante sarebbe in grado di coprire e lasciando così sempre più spazio alle privatizzazioni, all’aumento delle disuguaglianze, al profitto di pochi contro i bisogni e i diritti di tutti, frammentando ulteriormente l’unità della Repubblica.

Indipendenza continuerà a fare la sua parte in termini di militanza e di analisi. Ci appare parziale la lettura che alcuni fanno del regionalismo come “secessionismo dei ricchi”, perché circoscrive tale ‘nodo’ a interessi esclusivamente interni al Paese ignorando le potenti forze che lo sollecitano dall’esterno, che addita le destre e la Lega in particolare (il che ci sta certamente…) ma attenua (talvolta addirittura bypassa) il regionalismo delle sinistre europeiste e ‘liberal’, che sottovaluta le ambizioni trasversali di oligarchie per la gestione anche di certi livelli di potere locale e soprattutto rimuove tragicamente l’internità del regionalismo al progetto d’integrazione euro-unionista che passa per lo sgretolamento di alcuni Stati come l’Italia.

Allora, a nostro avviso, certamente “No al regionalismo differenziato”, “Sì all’unità della Repubblica”, “Sì alla rimozione delle disuguaglianze” e quindi alla riaffermazione dei diritti sociali, ma perché questo si realizzi, perché sia immaginabile un cambiamento di società, assolutamente sì all’assunzione della centralità della questione nazionale italiana in termini di conquista della sovranità nazionale e popolare, di non-dipendenza da vincoli e direttive di oligarchie interne ed esterne al Paese, di rottura con l’impianto neo-liberale –confederale o federale che sia– dell’Unione Europea quali premesse indispensabili per la rinascita e la liberazione.

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Roma, 21 dicembre: incontro politico e organizzativo

Lunedì 21 dicembre 2020, alle ore 19:30, incontro di Indipendenza a Roma, in via Pullino 1 (fermata Metro B “Garbatella”).

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Mobilitazione nazionale contro il DDL Boccia e per il ritiro di qualunque autonomia differenziata

Venerdì 18 dicembre 2020 manifestazioni in decine di città italiane contro l’autonomia differenziata (a Roma in piazza di Monte Citorio, dalle 14,30 alle 18,30. A h.1, 16 min intervento di Francesco Labonia).

Questa mobilitazione avviene in concomitanza con l’avvio in parlamento della discussione della legge di bilancio che contiene, salvo ripensamenti dell’ultima ora, il ddl Boccia nel suo collegato e uno stanziamento per la cosiddetta “perequazione” fra le regioni.

L’iniziativa è promossa dal “Comitato per il ritiro di ogni autonomia differenziata” (di cui Indipendenza è tra i soggetti fondatori) e la “Società della Cura”.

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Piazza Fontana, 12 dicembre 1969

[Tratto da: Paolo Cucchiarelli, “Il segreto di Piazza Fontana”, Ponte alle Grazie editore, 2012]

… C’erano due cordate politiche che avevano due obiettivi diversi: la prima, ispirata al generale De Gaulle, puntava alla proclamazione dello stato d’emergenza, all’unione delle forze anticomuniste e a profonde revisioni costituzionali; l’altra, prettamente fascista, guardava alla Grecia, ai carri armati nelle strade, al golpe militare. La prima trovò sostegno politico in alcuni uomini della DC, in gran parte del PSDI, nell’MSI e in una piccola parte del PSI. La seconda era sostenuta da AVN [Avanguardia Nazionale, ndr] e da ON [Ordine Nuovo, ndr] –all’epoca rientrato nell’MSI per avere una copertura parlamentare– ma anche da una parte della DC. Dietro, a far da sostegno e pungolo, ampie forze industriali e referenti istituzionali. (…) Le due linee erano certamente distinte ai vertici, ma avevano molti punti di intersezione a livello operativo: di uomini, di strutture dispiegate sul territorio, di contatti nei gangli dello Stato –a partire dai servizi segreti–, di referenti infiltrati nei vari gruppi e gruppuscoli. I politici implicati oscillarono tra l’una e l’altra cordata a seconda delle alleanze e delle prospettive del momento. Molti si spostarono massicciamente, quando ancora non era avvenuta la strage, dalla prima alla seconda, e appena dopo la rinnegarono. Per tutto il 1969, le due cordate si scontrarono, si divisero e si ricomposero, in attesa dell’occasione più propizia. Questa giunse con il cosiddetto “autunno caldo”, ovvero il rinnovo dei principali contratti pubblici e privati, con richieste che intaccavano per la prima volta le gabbie salariali.Questo quadro prettamente italiano va però contestualizzato in uno più ampio. C’era uno scenario internazionale in cui gli avvenimenti italiani si inserivano: era l’Operazione Chaos, promossa dagli USA a partire dal 1966-1967.

Nel solco dello stragismo di ‘doppio livello’ in Italia

Verità inconfessabili delle stragi in Italia?

Capaci 1992: il ‘doppio livello’ di una strage

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MES, Monti e M5S

Peggio del MES c’è sicuramente il Recovery Fund, e altro ancora. L’atlantico Mario Monti si è complimentato con il M5S per il suo voto in Parlamento favorevole (salvo poche eccezioni) alla risoluzione di riforma del MES: “questa forza politica aveva bisogno di un impegno di pedagogia didattica; questo impegno mi sembra sia avvenuto ed abbia dato i suoi buoni frutti”. Parafrasando Monti: il M5S voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ed è diventato tonno.

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Sostenibilità vs. ‘green economy’

La notizia è di quelle funzionali a suscitare un’overdose di retorica finto-ambientalista a buon mercato: il 9 dicembre inaugura a Torino “Green Pea”, il primo “Green Retail Park” (sic!) al mondo dedicato al tema del Rispetto e della Sostenibilità (rigorosamente in maiuscolo).

Tralasciando l’insopportabile abuso di anglicismi che pervade ormai lo spazio pubblico odierno, di che cosa si tratta? Niente meno che della nuova creatura (o dell’ennesima operazione d’immagine, a seconda dei punti di vista) del noto imprenditore Oscar Farinetti, che sul “green” ha costruito un impero. Immagine, dicevamo, e il perché è evidente: questa meraviglia dell’eco-sostenibilità altro non è infatti che l’ennesimo centro commerciale, anche se la definizione di “Retail Park” suona meglio e appare più seducente. Cinque piani dedicati non tanto –come ci si potrebbe aspettare conoscendo l’artefice del progetto– al cibo, ma “a cambiare il rapporto con l’energia, il movimento, la casa, l’abbigliamento e il tempo libero”. I ‘partner’ commerciali sono circa un centinaio, suddivisi in aree tematiche, tre delle quali ovviamente definite in inglese (l’italiano evidentemente non è sufficientemente “cool”): Life, Home, Fashion e Bellezza. Tra i nomi più significativi troviamo FCA, Iren, Enel X, UniCredit, Mastercard, FPT Industrial, Samsung, Smat, Argo, Whirlpool, Timberland, North Sails, insieme alle “migliori firme italiane dell’abbigliamento”: Ermenegildo Zegna, Brunello Cucinelli, Herno e SEASE, le quali proporranno “concept store” dedicati a Green Pea. Parallelamente, cosmesi, libri, cultura e cibo. Infine sul tetto della megastruttura troviamo nientemeno che il Club dedicato all’Ozio Creativo con l’alkemy Spa (sic!), il Cocktail Bar e l’Optium Pea Club, definito come “la prima infinity pool (sic!) di Torino affacciata sull’arco alpino”. Tradotto in italiano e depurato dalle espressioni ad effetto, si tratta di una piscina riscaldata e sauna a cielo aperto. Non pensate però che al Green Pea la cultura sia messa in secondo piano: la Spa è infatti fornita niente meno che di “erogatori automatici di storie” (sic!). Basta premere un pulsante e Platone ti dice la sua. Cosa desiderare di più?

Potremmo indugiare a lungo ironizzando sull’anglofonia imperante, sull’abuso di retorica e sulla mortificazione della cultura ridotta a prodotto di consumo, ma in questa sede merita di essere sottolineata la questione che emerge prepotentemente nella sua centralità, vale a dire la menzogna fondante che sorregge la narrazione relativa alla “green economy”: ci riferiamo alla conciliabilità degli interessi del grande capitale con il tema dell’eco-sostenibilità.In che modo un tempio del consumo rivolto a una clientela di fascia medio-alta, vetrina per aziende –alcune delle quali multinazionali– che della crescita esponenziale dell’usa e getta e dell’obsolescenza programmata hanno fatto parte integrante delle loro strategie commerciali, può contribuire alla tutela dell’ambiente? La risposta a questo interrogativo Indipendenza se l’è data implicitamente nelle relative tesi approvate in occasione dell’ultima assemblea nazionale dell’associazione, tenutasi a Roma il 26 settembre 2020.

Ne riportiamo alcuni estratti (tesi):

2. Vi è un’incompatibilità strutturale e insuperabile tra capitalismo e tutela dell’ambiente. Il perseguimento della crescita infinita del profitto implica l’assenza di un limite allo sfruttamento delle risorse anche ambientali, le quali però sono finite, dato che tale è il pianeta. Lo sviluppo misurato da parametri esclusivamente quantitativi come il PIL non può conciliarsi con un qualsiasi approccio che sia realmente e coerentemente ecologista.

3. In tal senso è necessario essere consapevoli della carica mistificante insita nelle risposte (presunte) “ecologiste” organiche alle logiche e alle finalità degli interessi capitalistici. Si fa riferimento in particolare a quei fenomeni generalmente indicati con i neologismi anglofoni greenwashing e green economy. Se il primo consiste nel tentativo, portato avanti per fini di marketing da parte di alcune aziende (di solito multinazionali), di darsi un’immagine ecologista, occultando così le proprie pratiche tutt’altro che rispettose per l’ambiente, assai più insidioso ed ambiguo si rivela il cosiddetto modello della green economy. Con questa espressione s’intende genericamente un modello di sviluppo che si presenta come sostenibile dal punto di vista ecologico. In realtà, dietro la facciata green si cela il perseguimento di interessi squisitamente capitalistici, in nome dei quali si pone un’enfasi ingiustificata su alcuni aspetti anche importanti (ad esempio le emissioni dei veicoli privati), talvolta del tutto secondari e circoscritti, occultando comunque questioni ben più impattanti, come lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o le emissioni necessarie per produrre e trasportare in tutto il mondo prodotti dotati di tecnologia “verde” e “sostenibile”; in altri termini la logica estrattivistica propria del capitalismo non viene scalfita.

4. Il modello alla base della green economy è inoltre intrinsecamente classista, poiché scarica la responsabilità del riscaldamento globale sulle fasce più deboli della popolazione, quelle che non possono permettersi la tecnologia più avanzata e che non hanno un reddito sufficiente per abitare nelle città smart ed ecologiche. Città che queste persone sono obbligate comunque a raggiungere quotidianamente dalla provincia o dalle periferie suburbane più trascurate, spesso con mezzi propri, dal momento che il trasporto pubblico si rivela spesso inefficiente. Tali dinamiche non fanno altro che acutizzare la contrapposizione tra città e provincia, alimentando lo spopolamento e l’abbandono di larghe porzioni di territorio e contemporaneamente la crescita smisurata e disordinata delle aree metropolitane. Uno scenario assai poco ecologico e sostenibile.

Unione Europea e cura dell’ambiente: una contrapposizione di fatto

Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito

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Roma, 9 dicembre: manifestazione contro il MES

Domani 9 dicembre 2020 a Roma manifestazione contro il MES , chi fosse interessato a conoscere chi di Indipendenza parteciperà, ci scriva.

Indipendenza naturalmente continuerà in ogni sede la propria battaglia di opposizione a questa esiziale manovra del blocco dominante euroatlantico

Voto sul MES e psicodramma M5S

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Voto sul MES e psicodramma M5S

In premessa: il Recovery Fund è peggio del MES per le condizionalità e l’incremento del debito estero, a legare sempre più il Paese –e le prossime generazioni– al sistema vincolistico, ricattatorio e predatorio del direttorio franco-tedesco dell’Unione Europea (UE). Oltre agli ultimi ma pur sempre appetiti gioielli di Stato (quote, pur ormai di gran lunga inferiori alla maggioranza assoluta o anche solo qualificata, in società quotate in Borsa come Enel, Eni, Leonardo, Poste ed Enav, e gruppi interamente pubblici come le Ferrovie o la Rai), l’Italia ha ancora ampie riserve patrimoniali private cui attingere e non a caso Oltralpe si magnifica il risparmio privato degli italiani al fine di rendere sostenibile il debito pubblico “in alternativa alla crescita”.

Ciò detto, sul MES (il Fondo che ha affossato la Grecia e che si vorrebbe trasformare in una sorta di Fondo Monetario Europeo) la cui riforma è stata approvata nel dicembre 2018 dal governo Lega-M5S e nuovamente approvato a giugno 2019, ora nel Movimento è in corso un’altra puntata dell’ennesimo psicodramma. Il 9 dicembre 2020 ci sarà il passaggio di ratifica in Aula e circa 60 parlamentari del M5S potrebbero non votarlo.

Di qui il lavoro febbrile di questi giorni per disinnescare una possibile bocciatura. Per far fronte a questa fronda e ancor più al discredito stante lo ‘storico’ rifiuto dei pentastellati al MES, la linea cerchiobottista del capo politico reggente Vito Crimi (e di tutta l’ala governista) è questa: votare la riforma ma opporsi alla sua attivazione. Un’opposizione, assicura, che ci sarà sempre, anche se il Movimento non dovesse essere più al governo. Insomma, si vota consentendo che passi un Trattato di cui si ammette l’estrema negatività e che non impedirà ‘un domani’ a questo o ad altri esecutivi di ricorrervi.

Come viene giustificato tutto questo? Con la presunzione di cambiare dall’interno la UE e l’opportunità politica dei suoi “tanti cambiamenti epocali già in corso”. Il fatto, sostiene Crimi, che a febbraio esponenti della commissione UE si limitassero a dire che nel Patto di Stabilità era già presente “tutta la flessibilità necessaria”, che a fine marzo l’unico pacchetto di risposte si basasse solo sui prestiti MES, SURE e BEI, che si sia ottenuta la sospensione del Patto di Stabilità, che la BCE abbia attivato il piano pandemico di acquisto di titoli di Stato (Pepp) prima di 750 poi di 1.350 miliardi, che siano seguite la sospensione delle “rigide regole” sugli aiuti di Stato ed infine la ‘favolosa’ messa in campo del Recovery Fund, tutto questo manda in brodo di giuggiole Crimi e dirigenza euro-governista pentastellata, senza che si sia sfiorati dal sospetto delle gravissime necessità critiche di fase e degli interessi di chi, per le ‘rendite di posizione’ derivanti dal combinato UE-euro, intende continuare a beneficiarne.

In questi giorni la stampa tedesca è tornata a tuonare contro l’Italia anche per i contrasti nel governo sul MES. A giugno, la cancelliera Angela Merkel aveva sollecitato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ad assicurarsene i finanziamenti sanitari. Due giorni fa un editoriale del quotidiano economico finanziario Boersen Zeitung, vicino alla Bundesbank, parlando dell’Italia come del “grande malato d’Europa”, ha criticato lo “spreco” dei cento miliardi elargiti a vari settori e il salvataggio di banche come Carige e Popolare di Bari (“distorce la concorrenza europea”), oltre che dell’Ilva e di Alitalia. Il governo italiano starebbe sprecando “l’opportunità unica offerta dal programma di ricostruzione europeo”. Non è da meno la Frankfurter Allgemeine Zeitung, espressione delle posizioni dell’apparato dominante del Paese. Già sono pronte a sparare le cannoniere della compagnia di giro massmediatica d’Oltralpe se da Roma, dal voto parlamentare, venisse un rifiuto alla riforma del Fondo (affossa/)’salva’ Stati e comunque, a torto o a ragione, sul fatto che l’Italia non riesca ad utilizzare al meglio i fondi del Recovery Fund. Come mai, sulle aspettative della Troika (BCE-UE-FMI) di ‘come’ Palazzo Chigi utilizzi i fondi condizionati e, in parallelo, sulle contropartite e (con)cessioni che ci si aspetta, in Italia non si entra a fondo nel merito?

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