Repressione transalpina: due pesi e due misure per la stampa di regime

Non è il Cile del 1973 o l’Argentina del 1976, è la Francia 2018. Se immagini del genere fossero arrivate dalla Russia, dalla Cina o dal Venezuela a quest’ora dovremmo sorbirci un’orda di indignati da tastiera eterodiretti, gli ineffabili editorialisti di Corriere, Repubblica, Stampa, Foglio, Fatto, ecc. nonché i vari Saviano, Bonino e altri arnesi sulla necessità di sanzioni internazionali e sul modo di favorire un “regime-change”. Gli stessi personaggi che da tempo perorano la causa di grande fronte anti-populista e “democratico” (sic!) da Macron a Tsipras.
MI FATE VOMITARE. (Dario Romeo – Indipendenza, Torino)

Arresti al G20 di Amburgo: ancora detenuti senza accuse i nostri connazionali

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Dopo la lettera aperta di Giorgio Bianchi: anche Indipendenza all’incontro con il Fatto Quotidiano

Oggi a Roma, nello slargo di fronte all’ingresso di Villa Celimontana, nei pressi della sede de “Il Fatto quotidiano”, a partire dalle 16, si è tenuto un presidio per chiedere conto della sciatteria (sulla Siria, l’Ucraina, la Russia ad esempio) con cui la testata (che pure mostra una linea attenta, critica e documentata per gli accadimenti di politica interna, quantunque pur sempre discutibile) tratta gli Esteri rilanciando notizie di fonte equivoca, non verificate e assunteacriticamente nel loro essere di parte (atlantica).

L’iniziativa ha fatto seguito alla lettera aperta del fotografo, giornalista e documentarista Giorgio Bianchi al direttore del quotidiano, Marco Travaglio, che replicava in maniera ritenuta insoddisfacente. Di qui il presidio di protesta.
Successivamente una delegazione di sette persone, tra cui un componente della rivista/associazione Indipendenza aderente all’iniziativa, si è recata alla sede del giornale, preallertata da qualche giorno al riguardo, per essere ricevuta, consegnare una lettera ed avere con la redazione/direzione chiarimenti in diretta ‘streaming’.

Al cancello, i due giornalisti che si erano presentati per conto della testata, dopo ripetute sollecitazioni si sono resi disponibili a ricevere all’interno la delegazione. Il tutto è stato ripreso e seguirà un video di maggiore qualità che a montaggio ultimato sarà diffuso. Intanto divulghiamo la registrazione effettuata con un cellulare. L’iniziativa, questo l’intendimento dei promotori, intende essere un primo passo. Intanto la delegazione ha preso atto dell’ammissione di una cura migliore degli Esteri e di dichiarate aperture e disponibilità (tutto da verificare) da parte dei due giornalisti resisi disponibili a prendere in esame gli articoli oggetti di critica e ad accogliere articoli o informazioni giornalisticamente fondati…

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Atac, a proposito di multe e assenteismo

In data 27 novembre 2018 “Il Messaggero”, in cronaca di Roma, riportava un articolo a firma di Lorenzo De Cicco dal titolo “Roma, guida al cellulare e semafori rossi: il mezzo milione di multe (non pagate) prese dagli autisti Atac” .

I fatti, risalenti al 2010/2013, vengono descritti in maniera subdola e non veritiera.
Subdola, perché si dà ad intendere che parte del debito (499.807,24 euro) è colpa degli autisti, che “non hanno pagato le multe”! La questione non sta né in cielo né in terra; vero, le multe arrivano ad Atac (proprietaria dei mezzi) e non può essere diversamente, ma immediatamente l’Azienda le fa recapitare attraverso la posta interna al responsabile del mancato rispetto del Codice della Strada. Le multe non solo venivano pagate e vengono pagate ma, a seconda della gravità della contestazione, si aggiunge un procedimento disciplinare in base al R.D. 148/31.
Nell’articolo si scrive “Scorribande col semaforo rosso, guida al cellulare, autovelox, incidenti. Ma anche macchine di servizio sorprese a sfrecciare sulle corsie preferenziali, senza lo straccio di un’autorizzazione”. Il tutto per mettere all’indice gli autisti, colpevolizzare e scaricare sul personale la “cattiva gestione”. Nessun distinguo, nessun chiarimento, nessun approfondimento! Solo per dare in pasto ai cittadini, agli utenti, un capro espiatorio!

Lo stesso meccanismo è stato applicato in riferimento al famoso “Assenteismo”.
Sempre lo stesso Lorenzo De Cicco, su “Il Messaggero” del 3 agosto 2018, “buttava giù” due righe tanto per scrivere solo ed esclusivamente contro gli autisti: “1 autista su 4 in licenza” ! Gergo militare! Si chiamano ferie o permessi! Se si scava e si vogliono scrivere fatti e notizie vere, vengono fuori situazioni in cui –è documentato (farsi dare da Atac i dati)– la maggioranza degli autisti supera i 40 giorni (gg) di ferie da “consumare” degli anni precedenti, con punte che lambiscono i 100 gg di arretrate “ferie non godute”!
Durante l’anno si maturano 26 gg più 4 gg di festività soppresse: totale 30 gg.
Tra la metà di giugno e la metà di settembre, l’azienda programma un piano ferie.
Ogni autista ha la possibilità di 2 settimane di ferie compresi i riposi; in alcuni casi (situazione rara) il massimo arriva alle 3 settimane compresi i riposi, se gli stessi riposi risultano essere di domenica! La turnazione consente una media nell’anno di 22 riposi domenicali per cui 30 domeniche sono lavorate, oltre a effettuare il turno nelle altre festività!
Nei fatti un’autista non usufruisce dei giorni di ferie spettanti annualmente!

Non contento, ecco che allora Lorenzo De Cicco va ad accusare di “assenteismo”chi si permette di richiedere “diritti” che la legge Italiana stabilisce in favore dei lavoratori, per determinate esigenze familiari! Dunque la 104 e la 151 sono leggi in favore dei fannulloni, secondo la filosofia di Lorenzo De Cicco e non solo! L’illuminato giornalista scrive testualmente: “L’assenteismo è un vecchio vizio nella partecipata dei trasporti più grande d’Italia, il tasso di forfait dal servizio, ferie escluse, scavalla il 13% da anni. Ora che l’azienda è finita sotto concordato preventivo, con la marcatura stretta del Tribunale fallimentare, l’andazzo deve in qualche modo finire”. Come si permette? Ci sono le leggi, sentenze di Cassazione che sanciscono tale diritto! Chi fa il furbo sarà perseguito come è prescritto dalle stesse leggi… per cui si vuole solo “sparare“nel mucchio! Non si può accettare l’equazione malattia=assenteismo. La percentuale delle assenze per malattia tra i conducenti si aggira intorno al 5,5%, solo che occorre puntualizzare: disturbi gastrointestinali, vescicali, mal di testa, disturbi lombosacrali, ecc… possono essere sopportabili dietro una scrivania, al chiuso, in ufficio confortevole, non di certo alla guida di un mezzo per oltre 6,30 ore continuative nel traffico di Roma, oltretutto in mancanza di servizi igienici ai capolinea!

Antonio Senes

Insieme per ricostruire il servizio pubblico di trasporto – trasformare Atac in Azienda Speciale – aprire il Comune alla partecipazione di lavoratori e utenti – iniziative del Comitato promotore

Uber: un esempio di ‘capitalismo delle piattaforme’

Bilancio della campagna (prima fase) di Indipendenza sul trasporto pubblico a Roma

Il manganello euroatlantico sul trasporto pubblico locale: Milano, Genova e Firenze

CEDIMENTO SCALA MOBILE A ROMA: EFFETTI DELLA LIBERALIZZAZIONE / PRIVATIZZAZIONE DI ATAC!

Trasporti e infrastrutture: il tunnel senza uscita del liberismo

Verso il voto: le ragioni del NO al referendum Atac

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Roma, 4 dicembre: incontro politico e organizzativo

Incontro politico e organizzativo.
Ingresso libero

A Roma, martedì 4 dicembre 2018, alle ore 20,00
via Pullino 1 (fermata Metro B “Garbatella”)

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Uber: un esempio di ‘capitalismo delle piattaforme’

Condividiamo questa intervista a Eva Raffaella Desana su Uber come esempio di quel ‘capitalismo delle piattaforme’ che radicano il loro modello di impresa sulla disinvoltura fiscale, la deregolamentazione del lavoro e l’aggressione alle potestà regolative delle istituzioni pubbliche.

Sistemi come Uber portano all’arricchimento di compagini societarie estere, peraltro tutt’altro che trasparenti, aprendo una fase nuova e ancora più pervasiva di sudditanza per il nostro tessuto economico e sociale.
Per Indipendenza c’è infatti questo ulteriore motivo per rigettare tale tipo di operatori, espressione di quei vincoli derivanti dalla condizione di sudditanza dell’Italia alla filiera euroatlantica che ha reso il nostro Paese, dal secondo dopoguerra a oggi, sostanzialmente un protettorato atlantico.

Con questo spirito ci siamo opposti anche al secondo quesito del referendum civico sul trasporto pubblico a Roma, lo scorso 11 novembre, e oggi continua la nostra rivendicazione per un trasporto pubblico di qualità e al servizio della cittadinanza.

Verso il voto: le ragioni del NO al referendum Atac

Atac: noi non smobilitiamo!

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‘Beni pubblici sovrani’: una questione di sovranità nazionale e sovranità popolare

Ieri, 30 novembre 2018, all’Accademia dei Lincei, si è tenuto il convegno “A dieci anni dai lavori della Commissione Rodotà: quale futuro per i beni pubblici?”, finalizzato a far ripartire il “progetto Rodotà” di dieci anni fa. Mai trasformato in legge, lo si vuole rilanciare con una raccolta di firme necessarie per una iniziativa legislativa popolare da presentare in Parlamento sulla base del testo elaborato, allora, da detta Commissione.

Nel comunicato stampa s’intende rilanciare lo schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici e ripensare la politica di privatizzazione portata avanti in Italia dai governi tecnici dai primi anni 1990 in modo talora avulso da un quadro di legalità, con un enorme danno erariale invano denunciato perfino dalla Corte dei Conti. Si ritiene obsoleta la parte del Codice Civile (promulgato nel 1942) relativa ai beni pubblici.
In tal senso si osserva che alcune tipologie sono assenti, altre sono cambiate, come i beni necessari a svolgere servizi pubblici (ad es. le cosiddetti “reti”), altre devono essere protette (risorse naturali, come le acque, l’aria respirabile, le foreste, i ghiacciai, la fauna e la flora tutelata). E poi si parla delle infrastrutture che necessitano di investimenti e di una gestione sostenibile per tutte le classi di cittadini, una nuova filosofia nella gestione del patrimonio pubblico con –da una parte– un contesto normativo che favorisca una migliore gestione dei beni di proprietà pubblica e –dall’altra– la garanzia che il governo pro tempore non ceda alla tentazione di vendere beni del patrimonio pubblico per finanziare spese correnti e “far cassa”.
Di qui la redistribuzione delle specie dei relativi beni in nuove categorie, tra le quali spiccano quella dei “beni comuni” e dei “beni pubblici sovrani ad appartenenza pubblica necessaria” la cui drammatica attualità è stata testimoniata tragicamente dal dissesto idrogeologico corrente e dal crollo del Ponte Morandi.

Sono problemi ‘nodali’, parte della sensibilità politica e del progetto di liberazione nazionale portato avanti da “Indipendenza”.
Resta ovviamente da discutere la parte relativa al ‘come’ s’intende rispondere a questi problemi. E resta, ‘a monte’, il problema politico della collocazione dell’Italia nell’Unione Europea (UE). Quantunque una riforma del Codice Civile sia fuori da un intervento diretto della UE, e possa essere considerata parte della sfera residuale della sovranità ancora lasciata agli Stati, il contesto è altamente inquinato dalle profonde modifiche e dal condizionamento indiretto e pervasivo per via soprattutto –ma non solo, quindi– finanziaria messo in essere nel corso di decenni da quella piattaforma capitalistica atlantica che è la UE. Ragione in più per non sottrarsi all’imprescindibile nesso tra sovranità nazionale e sovranità popolare cui i “beni pubblici sovrani” non sono e non possono essere pensati come disgiunti.

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

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Lettera aperta di Giorgio Bianchi a Marco Travaglio su politica estera e deontologia del giornalista

Buongiorno Marco,
mi chiamo Giorgio Bianchi e sono un fotoreporter e documentarista romano.
La lettera aperta che ti sto scrivendo e che mi auguro tu decida di pubblicare è frutto non tanto delle considerazioni di un professionista del settore, quanto piuttosto delle aspettative deluse di un ex abbonato.
Ricordo ancora quando Antonio Padellaro si presentò dalla Gruber per lanciare la vostra iniziativa editoriale; ancora oggi ricordo molte delle parole che pronunciò in televisione in quell’occasione ma su questo ritornerò tra breve.
La mattina seguente ero davanti all’edicola alle 7:00 del mattino per acquistare una copia, pertanto ho buoni motivi per ritenere di essere stato uno dei primi fruitori del vostro quotidiano.
Ricordo ancora la copertina, titolava “Letta indagato”.
Padellaro dalla Gruber aveva invitato i lettori a lasciare in giro il giornale una volta letto (parlò di caffetterie, sale di aspetto) per incuriosire gli avventori e sostenere l’iniziativa; e così feci per molto tempo.
In occasione di una ricorrenza la mia compagna mi regalò un abbonamento all’edizione digitale; ne fui molto lieto, anche se per molto tempo continuai a recarmi in edicola preferendo di gran lunga la lettura su supporto cartaceo.

Ad un’iniziativa editoriale nuova si perdonano molte cose.
Pertanto la cronica inconsistenza delle pagine della politica estera rispetto agli interni la giustificai come frutto di una precisa scelta editoriale volta a concentrarsi sulla cronaca giudiziaria e sull’opinione per massimizzare le risorse.
Il problema ad un certo punto fu che questa evanescenza si andò lentamente trasformando in sciatteria o peggio ancora in qualcosa che somigliava molto da vicino alle caratteristiche negative che stigmatizzavi per le altre testate.
Non saprei indicare quante volte a teatro (dove ti sono venuto a vedere più volte), alla festa del Fatto, o in diverse apparizioni televisive ti ho sentito ripetere l’importanza di riportare i fatti, di verificare le fonti e di non limitarsi a riferire le veline messe in giro dal politico di turno o dal suo ufficio stampa.
E’ stato il tuo mantra per tutti gli anni che ti ho seguito.
Eppure sulla politica estera il tuo giornale si comportava esattamente come gli altri facevano sugli affari interni. In pratica rinfacciavate agli altri un comportamento che anche voi praticavate pressoché quotidianamente, e credimi non è soltanto una mia opinione quanto piuttosto un giudizio abbastanza diffuso.
E’ vero che in più occasioni hai ripetuto che di esteri non ti occupi, tuttavia la testata che ora dirigi li tratta e il più delle volte si accoda, e in alcuni casi supera in quanto a manipolazione dei fatti, gli altri organi che stigmatizzi quotidianamente.
La cosa paradossale è che una testata come il Giornale.it, che da anni critichi come esempio di cattivo giornalismo, sugli esteri come si dice a Roma vi “mena pesantemente”.
Come è possibile che una persona logica e intellettualmente onesta come te possa accettare per il giornale di cui è direttore una ipocrisia così lampante: criticare negli altri per quello che poi si commette ripetutamente.

Potrei citare il conflitto siriano (sono stato in Siria un mese a cavallo tra il 2016 e il 2017): il tuo giornale come tutti gli altri si è subito accodato alla campagna di disinformazione sui presunti attacchi chimici compiuti da Assad nei confronti della popolazione civile (in seguito smentiti dall’OPAC)
Già poche ore dopo la diffusione della notizia, da parte ovviamente di fonti di parte trattandosi di zone controllate dai cosiddetti “ribelli”, il vostro giornale si è unito al coro unanime di condanna nei confronti di Assad.
Mi ricordo ancora al mattino presto il mio cellulare intasato di messaggi e notifiche. Dappertutto si leggeva che il “criminale Assad” aveva gasato il suo popolo.
Chiamai subito la mia fixer locale, che è una giornalista che lavora per il governo, per chiederle notizie in merito.
La vuoi sapere la sua risposta ?
“Noi qui non sappiamo ancora nulla. Abbiamo letto la notizia sui vostri organi di informazione ma non capiamo come si possa asserire una cosa del genere visto che in quella zona non ci sono corrispondenti nostri né tantomeno occidentali.
Una sola cosa ti posso affermare con certezza: domani abbiamo i colloqui di pace a Ginevra e non credo siamo così pazzi da affrontare un consesso internazionale il giorno dopo aver gasato il nostro popolo”.
Il pomeriggio poi fu ancora più interessante: avevo un’intervista a Radio24 riguardo al mio lavoro nel Donbass.
Parlando con l’intervistatore off record riguardo alle notizie della mattina, lui mi riferì le seguenti parole: “non riconosco più i miei colleghi. Come si fa a rimbalzare una roba del genere senza aver la possibilità di fare la minima verifica”.
Ti rendi conto Marco che riportare senza verificare notizie così gravi può avere conseguenze disastrose.
Ti rendi conto che per una falsa notizia poco dopo è stato compiuto un bombardamento a tappeto ed è stata minacciata l’invasione della Siria ?
Ti rendi conto che solo pochi anni prima c’era stata l’invasione dell’Iraq interamente basata su una notizia falsa ribalzata da tutti gli organi di informazione in maniera acritica ?
Non sono bastati i numeri di quella carneficina per indurre gli organi di informazione quantomeno ad una maggiore cautela ?
Te li ricordo qui di seguito:

“The Lancet, il prestigioso giornale medico inglese, aveva fatto una propria valutazione statistica che tracciava questo bilancio: oltre 600 mila iracheni morti tra 2003 e 2006. Qualcuno ha provato a calcolare il numero dei morti fino al 2008, sulla base della progressione individuata dagli studiosi del Lancet: si arriva alla mostruosa cifra di 1.288.246 morti”.

Il tutto a causa di una bufala ripetuta al punto da farla divenire una verità.
Ahmed Chalabi raccontò ad una giornalista di France5 come aiutò l’US intelligence a confezionare il dossier fasullo sulle armi di distruzione di massa.
Il giorno dopo l’intervista morì d’infarto nella sua camera d’albergo.
Oggi siamo di nuovo su quella strada.
Dopo otto anni di guerra in Siria il pubblico ancora non ha idea di quali siano stati gli attori in campo, per quale motivo sia scoppiato il conflitto, quale sia stato l’effettivo svolgimento dei fatti.
Per otto anni la quasi totalità delle informazioni diffuse sulla Siria sono giunte dai media dei paesi del Golfo (parte in causa nel conflitto siriano), al Arabia e al Jazeera fra tutte, oppure dal fantomatico Osservatorio siriano per i diritti umani, uno scantinato a Coventry (vicino al ministero degli Affari Esteri inglese) gestito da Rami Abdel Rahman un (uno di numero) esule siriano che manca dal suo paese da più di 10 anni.
Un giornalista di Repubblica, Carlo Ciavoni, in un articolo reso celebre dai social provò a dire che l’Osservatorio non era stata una fonte attendibile e che per anni l’informazione sulla Siria era stata viziata da una provenienza di parte. Il risultato fu che una volta divenuto virale, il pezzo sparì letteralmente dal web e il povero Ciavoni fu costretto a pubblica abiura.
Questo solo per quanto riguarda la Siria.
Potrei parlare poi della Palestina dove settimanalmente si contano assassinii di uomini, donne, ragazzi e bambini ad opera delle forze dell’IDF nel silenzio più totale dei media occidentali.
Questi fatti di sangue vengono derubricati ogni volta come “scontri”.
In realtà si tratta di una mattanza che in quanto a proporzioni può essere considerata tranquillamente un genocidio in atto.
Eppure di questo non si parla.
E questo non parlarne non è che non ha delle conseguenze. Si ripercuote nel perpetuarsi del gesto che, sicuro di rimanere impunito agli occhi dell’opinione pubblica, viene ripetuto ancora ed ancora.
Come può l’opinione pubblica esercitare il suo diritto di moral suasion sui governi se non è informata dei fatti.
Per noi attivi sui social sono questioni all’ordine del giorno.
Per gli utenti dei vostri giornali sono fatti che non esistono in quanto non raccontati; se per caso vengono riportati (in alcuni casi la gravità dei gesti è tale da non poter essere silenziata) è lampante dal testo l’uso di un bilancino di precisione per misurare le parole al fine di non turbare la coscienza del lettore.
Forse voi non lo notate ma credetemi, traspare in ogni riga.

Passiamo al caso Ucraina ?
Ti dico subito che me ne occupo da quattro anni pertanto ne so abbastanza.
Un golpe condotto da paramilitari di estrema destra finanziato con 5 miliardi di dollari dagli USA per stessa ammissione di Victoria Nuland; un casus belli creato ad arte per mezzo di cecchini georgiani reclutati probabilmente da Mikheil Saak’ashvili e pagati 5000 dollari ciascuno per sparare su manifestanti e forze dell’ordine (lo scoop è di Gian Micalessin del tanto vituperato Giornale).
Questo regime change ha portato al potere un oligarca corrotto e gli stessi estremisti che hanno combattuto la guerriglia urbana contro le forze dell’ordine poste a difesa dei palazzi governativi.
Dimmi tu in quale paese democratico sarebbe stata accettata una situazione del genere con gruppi addestrati e armati che sparano, lanciano molotov e si scontrano quotidianamente con la polizia.
Come se non bastasse dopo aver preso il potere si sono lanciati nella pulizia etnica come può tristemente testimoniare il massacro di Odessa. Le fonti ufficiali parlano di 42 morti anche se attualmente i dispersi risultano più di 100. Nessuna indagine svolta, gli artefici del massacro non sono mai stati perseguiti.
Ad oggi la maggior parte dei media parla di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina sorvolando a piè pari tutta la ricostruzione dei fatti che mostrano una realtà ben diversa.

La campagna russofobica che impazza sui media di mezzo mondo è quanto di più meschino e manipolatorio si possa concepire.
Vediamo di fare un po’ d’ordine.
Da una parte abbiamo gli USA: hanno polverizzato la ex Yugoslavia e hanno generato una situazione in Kosovo del tutto analoga a quella che contestano alla Russia per la Crimea (in centro a Pristina c’è una statua di Bill Clinton); hanno distrutto l’Iraq provocando il numero di vittime che ho riportato in precedenza (ricordo di nuovo provocata da una menzogna diffusa a reti unificate); hanno iniziato una guerra in Afghanistan che dura da quasi 17 anni (anch’essa basata su presupposti del tutto inventati) e costata 900 miliardi (quella in Iraq è costata in tutto più di 2000 miliardi di dollari) e le cui vittime sono oltre 140 mila, tra cui almeno 26 mila civili; hanno distrutto un paese florido come la Libia consegnandolo a una guerra tra bande che sembra non vedere una fine e trasformandolo nella centrale del traffico di esseri umani; hanno contribuito a distruggere la Siria, un Paese che per anni è stato additato come esempio di convivenza pacifica tra diverse culture e religioni, (la Siria attualmente si trovano illegalmente e ingiustificatamente diverse basi USA)
Questo per quanto riguarda i fatti più macroscopici. Poi ci sarebbero questioni meno visibili e più complesse riguardanti il Centro-Sud America e l’Africa, ma per ora mi fermo qui.
Abbiamo l’Arabia Saudita: è lo sponsor del terrorismo Jihadista nel mondo; conduce da anni una guerra in Yemen che ha provocato la più grande crisi umanitaria degli ultimi anni (Stando a quanto riportato dall’ONU); applica la sharia; recentemente ha decapitato un giornalista nel consolato turco di Istambul.
Abbiamo poi Israele di cui ho detto sopra e non voglio ripetermi.
Dall’altro lato abbiamo la Russia: ha annesso la Crimea senza sparare un colpo; è intervenuta in Siria su richiesta del governo legittimo per coadiuvare il governo siriano nella guerra contro i Jihadisti in gran parte infiltrati, armati e finanziati dall’occidente, dalla Turchia, dai paesi del Golfo e da Israele.
Abbiamo l’Iran: è intervenuto in Siria su richiesta del governo legittimo per combattere la guerra al terrorismo.
Difronte ad un bilancio di questo tipo quali sono i paesi messi all’indice dai media, definiti “canaglia” e posti sotto sanzioni economiche?
La Russia, l’Iran e la Siria
E’ semplicemente inaccettabile.
Non possiamo essere complici di una manipolazione di questo tipo. Se esiste un etica nel giornalismo questo paradigma va assolutamente ribaltato.
Le sanzioni economiche non sono un provvedimento neutro o semplicemente punitivo, ma bensì un vero e proprio atto di guerra.
Somigliano molto da vicino agli assedi medievali. Una roccaforte può essere assaltata o costretta alla fame.
Ora immaginiamo un paese come la Siria martoriato da otto anni di guerra.
Ma chi pensi subisca le conseguenze di un embargo? Assad? I suoi generali?
No Marco. Le conseguenze dell’embargo passano sopra la pelle dei bambini, delle donne, dei vecchi che hanno sofferto per la guerra e ora continuano a soffrire per le mire imperialiste occidentali.
L’Iran. Cosa avrà mai fatto l’Iran di peggio dell’Arabia Saudita ? MBS gira il mondo e viene accolto come un ospite d’onore, il Time gli dedica copertine titolando “Charme offensive”, Hollywood si prostra ai suoi piedi.
Le sue mani sono sporche di sangue. Il sangue di un giornalista decapitato in un consolato. Il sangue dei bambini morti di fame (DI FAME) in Yemen. Eppure le sanzioni vanno all’Iran. L’Europa per commerciare con l’Iran è costretta a dotarsi dello Special Purpose Vehicle (VPS) una forma moderna di baratto.
Anche lì queste scelte non sono senza conseguenze: provocano attriti sociali, causano decessi che si potrebbero evitare. Tieni presente che l’obiettivo di questi provvedimenti è in caos, le rivolte, l’instabilità. Te l’ho detto sono atti di guerra.
La Russia. Cosa avrà mai fatto la Russia peggio degli USA? Hai fatto un conto delle vittime e dei danni provocati dall’imperialismo USA? Lo sai che un terzo della popolazione statunitense vive sotto la soglia di povertà? Lo sai che ogni anno sulle strade americane muoiono quasi mille afroamericani? e poi sarebbe Putin il dittatore? il provocatore?
Siccome due bagnarole Ucraine hanno tentato di forzare deliberatamente le acque territoriali Russe vogliamo raddoppiare le sanzioni? Ma stiamo scherzando ? Ma allora cosa dovrebbero pagare gli USA per la distruzione dell’Iraq?
Tu sei dotato di un coltellino logico molto affilato. Ci vedi una logica nel mio ragionamento o ti sembrano i vaneggiamenti di un pazzo?
Per quanto dovremo subire, noi europei la prepotenza dell’imperialismo statunitense?
Il tam tam messo in moto dalle Segreterie di Stato occidentali e amplificato dalla stampa di regime (con situazioni a volte comiche come il caso Skripal; a proposito a te che piacciono le ricostruzioni ti è mai venuta voglia di metterci mano?) non ti sembra qualcosa che somigli molto da vicino alla propaganda di guerra?
Pensi che tutto ciò a lungo andare non possa portare a delle conseguenze tragiche e irreparabili?
Vogliamo provare a metterci un freno e a chiamarci fuori da questa follia?
Pensi veramente che le beghe da bassa bottega della politica nostrana siano più degne di nota di fatti talmente rilevanti che ci stanno lentamente portando verso un conflitto su larga scala.
Non pensi sia il caso di scendere attivamente in campo e fare quello per cui siamo pagati ovvero informazione?
Se non credi alle ricostruzioni che ti ho fatto perché non provi a chiedere a colleghi più autorevoli di me?
Ad Alberto Negri, a Fulvio Scaglione, a Gian Micalessin, a Fulvio Grimaldi, allo stesso Marcello Foa.
Abbiamo il dovere morale di investire tutte le nostre energie per fornire al pubblico gli strumenti per comprendere questo delicatissimo periodo.
Abbiamo il dovere morale di fermare con ogni mezzo questa propaganda di guerra.
Non ho linkato tutti i fatti riportati per non appesantire ulteriormente un testo già di per sé corposo.
Tutte le notizie sono comunque facilmente rintracciabili sul web.

Prima di chiudere due cose ancora.
Nella presentazione dalla Gruber Padellaro disse che il Fatto sarebbe stato un vascello corsaro. Ebbene io in realtà spero volesse dire che il Fatto sarebbe stata una nave pirata in quanto si sa che i Corsari compivano atti di pirateria per conto delle potenze straniere paganti.
Infine ti comunico che la presente lettera sarà anche pubblicata sul mio profilo Facebook.
Inviterò tutti i miei contatti ad inoltrarla al Fatto in forma originaria o con le opportune modifiche che ciascuno si sentirà di apporre.
Perché voi e non altri. Perché voi più di altri vi siete erti a difensori del libero giornalismo.
Ecco, dimostrate ad un vostro abbonato pentito che si sbagliava.

Esprimiamo la nostra solidarietà a Giorgio Bianchi dopo il suo arresto in Ucraina

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