Storie di ordinaria (pre)potenza imperiale

Washington non intende lasciare l’Iraq e replica sprezzantemente alla formale richiesta del primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi. La lettera da questi inviata al segretario di Stato USA, Michael Richard Pompeo, per l’invio di una delegazione a Baghdad con la quale «fissare i meccanismi che rendano effettiva la decisione del parlamento iracheno di far ritirare le truppe statunitensi [circa 5.200 soldati, ndr]», è stata rispedita al mittente. Nessuna “exit strategy”, nessun rispetto della risoluzione del Parlamento iracheno che a maggioranza ha votato l’espulsione di tutte le truppe straniere della coalizione a guida USA, ritenendo una gravissima violazione della sovranità nazionale l’assassinio a Baghdad dell’alto rappresentante di Stato iraniano, il gen. Qassem Soleimani, in missione diplomatica, e di altre 7 persone, iraniane e irachene.

La portavoce del Dipartimento di Stato USA, Morgan Ortagus, ha replicato con un’arrogante nota in cui afferma che «qualsiasi delegazione mandata in Iraq discuterà non il ritiro delle truppe USA ma come riorganizzare al meglio la nostra presenza, la nostra giusta e appropriata postura in Medio Oriente».
L’ISIS, intanto, esulta per l’assassinio (il 3 gennaio) di Soleimani ad opera degli Stati Uniti. In un comunicato, riporta la Bbc online, lo Stato Islamico definisce «un atto di intervento divino che fa il bene dei jihadisti» la morte del comandante della divisione al Quds dei Pasdaran. Soleimani è stato tra i principali protagonisti della lotta contro i tagliagole dell’ISIS in molte aree della regione, in Iraq e in Siria in particolare.

Alcune considerazioni, infine.
Primo. Gli USA dicono sempre di intervenire militarmente per riportare la democrazia, ma se poi un Parlamento non li vuole, bellamente ‘occupano’ la democrazia.

Secondo. Anche l’Italia ha deciso in scia di fare altrettanto contro i suoi stessi interessi. In Iraq, in particolare, il suo status, dopo il voto del parlamento iracheno, è di occupante ed i suoi militari potenziali obiettivi militari.

Terzo. Il segretario di Stato USA, Pompeo, incontrando in Italia ad ottobre scorso il presidente del Consiglio, “Giuseppi” Conte, ha chiesto –avendone rassicurazione, come riferisce il Corriere della Sera– il mantenimento dell’impegno all’acquisto di 90 aerei F35, bombardieri strategici con capacità nucleare (con relativo, ulteriore indebitamento e riduzione dei già molto esigui investimenti pubblici in scuole, ospedali, trasporti, ecc.). Ha voluto poi ringraziare per l’accoglienza che l’Italia riserva (loro «Patria provvisoria» ha detto) ai 13mila militari e 17mila civili statunitensi presenti nelle decine e decine di basi USA/NATO disseminate nel Paese. Insomma, ci sono più militari USA in Italia che in Iraq! Visto il precedente, se un domani saranno invitati ad andarsene, è peregrino pensare che ci sarà una Morgan Ortagus di turno a replicare seccata di no?

Quarto. Nelle ultime ore è emerso che, poco prima del raid aereo che ha ucciso Soleimani ed altri sette uomini, diverse capitali sul continente europeo sono state avvertite da Washington. Roma no! Il comando militare statunitense non ha inteso neanche informare se qualche sua base in Italia abbia svolto un ruolo nel raid. Tutto, con buona pace dell’art. 11 della Costituzione. I ceti sub-dirigenti di governo e di opposizione sono concordi: nessuno fiata, nessuno obietta. Tutti allineati e sull’attenti!
A completare il quadro non poteva mancare –e non è mancata– la prostrazione servile dei “sovranisti” (atlantici) italofoni che hanno plaudito e si sono schierati ancora una volta con l’alleato/padrone USA. Non dissimili “sovranisti atlantici” –ingenui o consapevoli– sono coloro che minimizzano il ruolo degli Stati Uniti nel nostro Paese, anzi, li vedono addirittura come un’utile sponda per liberarsi dall’altro padronato di questa nostra Patria, l’Unione Europea franco-tedesca.
Morgan Ortagus sorriderà loro compiaciuta.

A noi piace pensare ad un’Italia che ritiri i propri contingenti militari oggi sparsi in diverse parti del mondo, cessando di dare sostegno a politiche contoterziste ostili e controproducenti con i nostri interessi; a noi piace pensare ad un’Italia non più portaerei di guerra, ad un’Italia che rifiuti basi straniere sul proprio territorio, ad un’Italia che receda da qualsiasi alleanza che non sia pienamente compatibile con la difesa di quegli interessi. Per quest’Italia patriottica socialista e inter-nazionalmente solidale, Indipendenza si batte.

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