L’Iran nel mirino. Perché

L’amministrazione USA minaccia l’Iran di un ulteriore indurimento delle sanzioni e di attacco militare se non rispetta l’accordo sul nucleare (il Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa, del 2015) raggiunto dai paesi P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania) nel luglio 2015.
Da questo accordo gli USA, potenza nucleare che dalla Rivoluzione khomeinista del 1979 minaccia con alti e bassi la guerra all’Iran, sono usciti l’8 maggio dell’anno scorso, con contestuale ripristino delle sanzioni (sospese con la firma del Jcpoa) incluse quelle ‘secondarie’, di natura extraterritoriale, per colpire i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali, ed introduzione di nuove misure restrittive per colpire pesantemente l’economia iraniana (come contro il Venezuela).
Motivazione ufficiale: l’accordo non garantisce la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali (Israele e Arabia Saudita).
Washington, insomma, non vuole ottemperare agli impegni sottoscritti e si sfila, però pretende che Teheran intanto li rispetti e vada poi alla firma di un nuovo accordo peggiorativo. Ribaltando il tavolo, ritiene di poter costringere Teheran a concessioni maggiori rispetto a quelle ottenute con il Jcpoa, un accordo negoziato a lungo (circa 12 anni) con metodo multilaterale e con tutte le parti coinvolte che hanno accettato dei compromessi. Non solo. Pretende che l’Iran abbandoni il proprio programma missilistico e ritiri il sostegno sia alla Siria aggredita (lo smacco subìto da USA, petromonarchie del Golfo, Israele e potenze ‘europee’ con il mancato rovesciamento del legittimo governo siriano, sostenuto dalla quasi totalità del suo popolo, si fa ancora sentire) sia ai movimenti di resistenza di altri paesi mediorientali (la libanese Hezbollah, innanzitutto, che respinse l’invasione israeliana del 2006).

L’Iran ha continuato a rispettare gli impegni per mesi dopo l’uscita degli USA (come l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha più volte verificato e dichiarato) purché l’Unione Europea e gli altri Paesi contraenti assicurassero la continuità delle relazioni economiche e commerciali instauratesi a seguito dell’accordo. Al di là di atti formali iniziali, alla lunga, nonostante ripetuti inviti di Teheran al rispetto reciproco degli impegni, i contraenti ‘europei’ (anche per via delle sanzioni ‘anti-europee’ di Trump) si sono di fatto allineati a Washington. Da qui la decisione di Teheran di superare la soglia stabilita di arricchimento dell’uranio, che è quindi conseguenza difensiva rispetto alle minacce di guerra di Washington e agli impegni disattesi da altri contraenti l’accordo del 2015.
Pochi giorni fa, in una nota congiunta, i ministeri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito e dell’Alto rappresentante UE per la Politica estera hanno chiesto a Teheran di fare retromarcia ed hanno espresso «profonda preoccupazione sul fatto che l’Iran stia svolgendo attività incoerenti con i suoi impegni assunti». Ore prima la Gran Bretagna aveva già acuito le tensioni sequestrando una petroliera iraniana nelle acque territoriali spagnole. Con tempistica non sospetta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è tornato a minacciare Teheran: «I nostri F35 possono arrivare ovunque in Medio Oriente, in Iran e certamente in Siria». Per inciso: Israele già da anni interviene, bombardando, in territorio siriano, anche nei pressi di Damasco, senza che questa violazione della sovranità della Siria ed il sostegno militare fattivo ai salafiti-wahabiti (fautori del Califfato ed autori di stragi sul continente europeo) determini alcuna reazione internazionale.

 

Golfo di Oman: attacco a petroliere. USA: “Obiettivo Iran”

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