Marea umana a Baghdad: “USA, via dal paese!”. In nome anche di Qassem Soleimani

Si stima che siano stati diversi milioni gli iracheni che hanno manifestato a Baghdad per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq e per la chiusura di tutte le basi militari USA nel Paese. È stata questa la risposta all’appello lanciato da diverse organizzazioni, dal principale partito politico in parlamento guidato dallo sciita Moqtada al Sadr a diverse milizie come Kata’ib Hezbollah, che è inquadrata nell’esercito nazionale iracheno. Le tv nazionali hanno mandato in onda le immagini della marea umana che si è mossa in corteo nella capitale.

Gli appelli e le manifestazioni per il ritiro delle truppe USA dall’Iraq si sono intensificati dopo l’uccisione a Baghdad, il 3 gennaio scorso, in un attacco aereo statunitense, del generale iraniano Qassem Soleimani, del comandante di Kata’ib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, e di altre otto persone al seguito. La presenza a Baghdad di Soleimani era ufficiale, incaricato della missione diplomatica per un allentamento delle tensioni tra Iran e Arabia Saudita, su richiesta ed intermediazione delle stesse autorità irachene che avevano informato della cosa diverse ambasciate. Il presidente del consiglio iracheno ha più volte dichiarato che al riguardo erano state informate le stesse autorità statunitensi. Washington si è resa sfacciatamente responsabile dell’assassinio di un alto rappresentante di uno Stato in missione diplomatica.
Cosa succederebbe se un alto rappresentante degli Stati Uniti fosse assassinato in Iraq o in un altro Paese, con un bombardamento aereo, e questo assassinio venisse poi rivendicato e giustificato pubblicamente dalle massime autorità di un qualsiasi Stato?

Fortissima l’indignazione in Iraq. L’assassinio da parte di Washington di un alto rappresentante di un Paese peraltro fratello come l’Iran è visto come l’ennesimo atto di disprezzo della sovranità e dell’indipendenza di un Paese che pure (anche) gli Stati Uniti dicevano di voler “liberare”.
Moqtada al-Sadr aveva auspicato una manifestazione «da un milione di uomini». La risposta è stata di gran lunga più consistente. Nel suo intervento ha detto che gli Stati Uniti saranno considerati un «Paese ostile e occupante» se non ottempereranno alla richiesta di espulsione, arrivata a maggioranza dal Parlamento iracheno il 5 gennaio scorso. Anche la più alta autorità religiosa nel Paese, l’Ayatollah Ali Al-Sistani, ha affermato «la necessità di rispettare la sovranità dell’Iraq, l’indipendenza delle sue decisioni politiche e la sua unità territoriale». Il presidente iracheno Barham Salih, che ha postato foto della marcia sui social media, ha scritto che all’Iraq spetta la «piena sovranità che serve al suo popolo».
Il presidente USA, Donald Trump, ha già fatto sapere che gli USA non intendono lasciare il Paese. Se lo dovessero fare, ha minacciato l’Iraq di sanzioni, di un embargo durissimo e del pagamento di «miliardi e miliardi di dollari» per le «spese» che gli USA hanno dovuto sostenere già solo per la costruzione dell’ambasciata e base militare nella Green Zone, nel cuore di Baghdad, tra le più grandi al mondo. Dopo le minacce della Casa Bianca, anche i governi in scia di Francia, Italia e di altri Paesi hanno dichiarato che i propri militari non lasceranno l’Iraq.

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