Tesi sulla sanità

PER UNA SANITÀ PUBBLICA

E UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE DA RICOSTRUIRE

L’impatto pandemico da Covid-19 (coronavirus) in Italia ha confermato in modo eclatante il fallimento di qualsivoglia sistema che intenda fondare la tutela della salute pubblica sull’iniziativa privata (attenta all’utilizzo della malattia e dei servizi sanitari e farmaceutici a scopo di profitto), sulla preminenza dell’attività ospedaliera (torcendo quest’ultima in direzione delle terapie più remunerative tanto più se in convenzione), sullo smantellamento dell’assistenza territoriale e della prevenzione, su un sistema sanitario regionalizzato e privatizzato. Ciò si è visto proprio attraverso la prova, fallita, delle regioni che più avevano distorto i princìpi e i criteri fissati dalla L. 833/78. L’intero Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che si riteneva fosse uno dei migliori a livello internazionale, si è dimostrato in tutta la sua debolezza per via delle politiche degli ultimi decenni. Le cause del tracollo sanitario sono varie e interconnesse: innanzitutto il definanziamento della spesa per la salute, la privatizzazione dei servizi e l’indebolimento dello Stato in favore del regionalismo, in linea con le direttrici dell’Unione Europea. È pertanto necessario tornare ad una forte direzione centrale nazionale di Stato che sappia imprimere indirizzi uniformi per un sistema efficace, attento effettivamente all’interesse collettivo pubblico e non al fare profitti sulla cura e la salute dei cittadini.

Un quadro della spesa sanitaria

La spesa sanitaria pubblica, includente quella per le strutture private convenzionate e per servizi esternalizzati a privati (servizio mensa, servizi di pulizia, cooperative di assistenza, servizi amministrativi, centri prenotazioni visite, che gravano sulla spesa pubblica con rendimenti che non producono risparmio, spesso non efficaci e funzionali e quasi sempre non rispettosi dei diritti dei lavoratori), in base ai dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato ha subìto negli anni una imponente riduzione. Tranne le strutture ospedaliere dove il pubblico, con sistemi di gestione non di rado di natura privatistica, seppur di poco mantiene ancora una prevalenza, le altre –ambulatori, centri diagnostici, RSA, strutture per l’assistenza riabilitativa, centri dialisi, centri per la salute mentale e altro– vedono ormai una prevalenza del privato.

La contrazione dei posti letto ha colpito soprattutto il pubblico nel quadro più generale di calo delle strutture pubbliche e private. Se si considera che all’interno della Salute Pubblica sempre più servizi vengono esternalizzati a privati, questi e le strutture private convenzionate assorbono ormai più del 50% del finanziamento.

Se inizialmente il definanziamento della sanità pubblica è stato giustificato con l’argomento della crisi economica, poi è divenuto indice di una precisa volontà di non investimento, con un rapporto spesa sanitaria/PIL sempre rivisto al ribasso: ormai sono 20 anni che non si investe in Sanità. È piovuto sul bagnato, dato che si proveniva dalle ‘cure’ degli anni ’90 –già all’insegna della sistematica compressione dei diritti sociali in particolare con i governi Amato, Ciampi e Dini– nonché dalla rincorsa all’eurozona pagata dalle stesse classi subalterne che ne hanno poi maggiormente patito. In nome del paradigma neoliberista dell’economia sociale di mercato,  principio cardine dell’integrazione europea, si è liquidato quello che faticosamente la stagione delle lotte degli anni ’60-’70 aveva strappato in termini di garanzie e diritti. Si è poi dato corso a tagli di servizi, massicce contrazioni del personale e dei posti letto, riduzione delle dotazioni tecnologiche, aumento delle disuguaglianze in ossequio ad una visione economica ultra liberista e alle politiche di austerity. Il coronavirus ha fatto emergere la gravità di quanto compiuto a danno del Paese e dei suoi abitanti.

Dalla legge di Riforma Sanitaria 833/78 del Servizio Sanitario Nazionale

al suo smantellamento e all’aziendalizzazione

La Legge di Riforma Sanitaria del 23 dicembre 1978 (n° 833) superò il sistema diseguale e dispendioso delle Casse Mutue così esordendo all’art. 1: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il Servizio Sanitario Nazionale» ed enunciando come princìpi fondamentali i criteri di universalità (estensione delle prestazioni sanitarie a tutta la popolazione), uguaglianza (accesso alle cure senza alcuna discriminazione) ed equità (parità di accesso in relazione a uguali bisogni di salute) in diretta continuità con il dettato costituzionale, laddove il diritto è tutelato in una dimensione tanto individuale quanto collettiva, ricalcando le parole dell’art. 32 («fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»). Interessante notare che è ‘la Repubblica‘ a tutelarlo, non lo Stato. Non è una specificazione oziosa perché lo Stato, nel tessuto costituzionale, è una delle articolazioni della Repubblica (art. 114 Costituzione). Ciò significa che tutti i livelli di governo della sfera pubblica devono essere impegnati e coinvolti nella tutela di tale diritto.

Il Servizio Sanitario Nazionale si sarebbe dovuto costruire, secondo il legislatore, intorno ad altri due princìpi cardini: l’unitarietà tra interventi preventivi, curativi, riabilitativi e reinserimento sociale, e l’integrazione tra interventi sanitari, sociali e ambientali dato che i determinanti biologici, ambientali e sociali della malattia sono strettamente intrecciati. D’altro canto la salute non è certo solo l’assenza di stati patologici quanto una complessiva situazione di benessere psicofisico.

Era previsto quindi uno stretto legame tra i Servizi ospedalieri, di diverso livello e complessità, servizi sanitari di base, servizi riabilitativi e di assistenza sociale, in coordinamento con i Comuni.  Alla base di tutto stavano i Servizi di Prevenzione, Igiene Pubblica e del Lavoro, che si occupavano della prevenzione primaria (tutela della salute attraverso la tutela dell’ambiente, individuazione e  bonifica delle cause di inquinamento, sicurezza sui luoghi di lavoro) e della prevenzione secondaria o collettiva (comprendente le attività di sanità pubblica, vaccinazioni, controllo degli ambienti di vita, eccetera).

Gran parte di questo è rimasto sulla carta, in seguito all’intervento di vari provvedimenti legislativi di controriforma che hanno trasformato le Unità socio sanitarie locali (USSL) in Aziende (ASL) e separato dal territorio i grossi ospedali trasformandoli in aziende ospedaliere (D. Lgs 502/1992 e 517/1993, ministro De Lorenzo); con il Referendum del 1994 si è tolta la tutela dell’ambiente alle ASL. I servizi di prevenzione sono stati molto ridimensionati, ed i presidi di base e di assistenza domiciliare, che dovevano supplire alla riduzione dei posti letto, sono stati svuotati di competenze.

Il ruolo dei Comuni è stato ridotto a funzioni consultive e le comunità locali hanno perso il diritto di orientare le politiche sanitarie locali nei territori, con le USL che da strutture operative dei Comuni sono divenute Aziende autonome. La Regione ha acquisito un ruolo centrale e pressoché autonomo dopo il 2001, con la riforma del Titolo V. Il Ministero della Salute è stato depotenziato per essere sovrastato dal Ministero dell’Economia che stabilisce l’ammontare del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) e l’entità degli investimenti in conto capitale.

Con i Trattati europei, a partire da quello di Maastricht, si è abbracciata decisamente la linea liberista e con le logiche aziendaliste si è compresso sempre più fortemente l’assolutezza del diritto alla salute, ponendo come obiettivi l’efficienza, la produttività, il pareggio di bilancio. Il diritto alla salute ha cessato di essere assoluto e incondizionato ed è ormai completamente subordinato alle leggi del mercato.

Con il D. Lgs 502/92 è aumentato il ruolo dei privati ed è stata incentivata la sanità integrativa con funzioni sostitutive del SSN. Le successive riforme non invertiranno le tendenze al definanziamento e alla privatizzazione.

È venuta meno l’equità nell’erogazione delle prestazioni colpendo in particolare, della L. 833/1978, l’art. 3 (lo «Stato, nell’ambito della programmazione economica nazionale, determina, con il concorso delle regioni, gli obiettivi della programmazione sanitaria nazionale e (…) fissa i livelli delle prestazioni sanitarie che devono essere () garantite a tutti i cittadini») e l’art. 4 (con «legge dello Stato sono dettate norme dirette ad assicurare condizioni e garanzie di salute uniformi per tutto il territorio nazionale»), cioè la fruizione per tutti i cittadini del diritto alla salute in modo omogeneo e «uniforme» in qualsiasi zona geografica vivessero.

Al momento di darne attuazione, nel D. Lgs 502/1992 ripreso poi dal D. Lgs 229/1999 (Bindi) si dispone che l’individuazione dei livelli essenziali e uniformi «è effettuata contestualmente all’individuazione delle risorse finanziarie destinate al Servizio Sanitario Nazionale, nel rispetto delle compatibilità finanziarie definite per l’intero sistema di finanza pubblica nel Documento di programmazione economico finanziaria».

Infine la terza riforma del SSN, D. Lgs 229/99 (Bindi), introduce i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA): la clausola di uniformità, che rispondeva all’interpretazione della Carta costituzionale, sarà consapevolmente abbandonata dal governo Berlusconi e seguenti.

Il caso della Lombardia

Ci si richiama di seguito a quanto accaduto in Lombardia durante l’emergenza sanitaria del COVID-19 poiché i maggiori scompensi si sono verificati proprio in questa regione riflettendo, salvo alcune eccezioni, carenze ed errori riscontrati anche in altre regioni. Al riguardo va detto che le epidemie si scoprono e si affrontano in primo luogo nel territorio, non negli ospedali, dove devono arrivare solo i pazienti gravi. Ancor meno servono le cliniche private, convenzionate e non, che in genere sono prive di Terapia Intensiva, Pronto Soccorso e strutture per l’emergenza/urgenza.

1. I servizi territoriali, sguarniti di presidi e risorse, non sono stati in grado né di cogliere i primi contagi né di intervenire immediatamente. Eppure la Lombardia era in origine la regione con i Servizi di prevenzione e di assistenza sanitaria di base più sviluppati e attivi, esistendo cioè la possibilità di curarsi con le migliori terapie disponibili al mondo ed essere operati da squadre di specialisti con professionalità di altissimo livello, anche se non nelle possibilità di tutti. I servizi di base sul territorio e la prevenzione erano però ridotti al minimo, medici e infermieri scarseggiavano, e siccome le patologie ad elevata trasmissibilità vanno affrontate e sconfitte sul territorio, nelle regioni in cui assistenza di base e prevenzione sono state smantellate, il sistema o è crollato o è entrato nel panico con l’arrivo della pandemia.

2. Di fronte all’assenza di servizi nel territorio i malati si sono riversati negli ospedali pubblici, anch’essi impreparati ad accogliere l’ondata di ricoveri giacché posti letto, personale e risorse strumentali erano stati falcidiati negli ultimi anni. E qui, negli ospedali, si sono aperte le altre falle del sistema. Troppo tardi si sono approntati percorsi e aree dedicate ai pazienti Covid-19, mentre gli operatori di ogni livello sono intervenuti privi di protezioni. I pazienti più gravi sono andati ad intasare le Terapie Intensive che si sono trovate senza letti, senza respiratori, monitor e altri presidi, oltre che con pochi medici ed infermieri. Le Terapie Intensive sono poche, questo è vero, ma mai e poi mai così tante persone avrebbero dovuto averne bisogno! E non è accettabile, come si è scoperto in questa occasione, che in Italia esista solo una fabbrica di respiratori! Così come non è accettabile che esistano pochissime aziende per la produzione di dispositivi di protezione individuale validi per gli operatori. Questi sono mancati ovunque, tranne che all’Ospedale per malattie infettive Cotugno di Napoli. In questo quadro s’inscrivono le difficoltà in cui si sono trovati i pazienti ‘normali’ che si sono visti rimandare visite ed interventi, oppure sono stati deviati nelle strutture private che, anche in questo caso, hanno continuato a lucrare sulle disgrazie altrui.

3. Gli operatori sanitari, medici ed infermieri, in ospedale e nel territorio, sono stati mandati allo sbaraglio, privi di ogni protezione, senza dispositivi di sicurezza, infettandosi a loro volta e diventando essi stessi agenti infettivi. Ciò ha facilitato la diffusione del contagio e di numerosissimi focolai ospedalieri, oltre che nel territorio: il che non sarebbe dovuto mai accadere e ha contribuito moltissimo alla rapida diffusione dell’epidemia. Per questo sono morti tanti medici ed infermieri, soprattutto in Lombardia.

4. Ci si è dimenticati dei lavoratori con i Servizi per la tutela della salute sui luoghi di lavoro ed i medici competenti (cioè i medici del lavoro) che non sono stati allertati. Quindi non si sono adottate misure per la sicurezza di chi ha continuato a lavorare in fabbriche e uffici, per attuare misure di distanziamento sui mezzi di trasporto, all’entrata e all’uscita dai luoghi di lavoro. Sarebbe bastato distanziare gli orari di entrata ed uscita dalle fabbriche e negli uffici con obbligo di presenza, o differenziare i periodi di lavoro. Si è invece lasciato decidere ai datori di lavoro. Finché poi, con l’incremento del contagio, molte aziende hanno dovuto chiudere, tranne una buona fetta.

5. Non sono scattate misure per la protezione degli anziani. I centri diurni per anziani inizialmente sono rimasti aperti mentre sono state abbandonate al loro destino le case di riposo e le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) prevalentemente private: a Bergamo, in un solo mese, ci sono stati 600 morti su 6.000 ospiti.

6. Non sono stati approntati protocolli omogenei nell’uso dei tamponi e nel tracciamento dei contatti, né da parte del Ministero, né da parte delle regioni. Qui si tocca un punto molto critico: il tracciamento dei contatti, come fatto in Cina e soprattutto a Taiwan (quest’ultima memore della SARS), deve essere effettuato tempestivamente, per poi procedere all’isolamento. Purtroppo l’epidemia ha colto tutti impreparati e ciò ha impedito un tracciamento corretto. Peraltro anche i laboratori non erano pronti. Si è proceduto quindi in modo disordinato, salvo alcune eccezioni. I dati quindi sono stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la letalità è stata riferita ai pazienti ricoverati. Questo ha portato ad un’enorme sottovalutazione del contagio e ad un eccesso di letalità.

Tra le regioni maggiormente interessate dall’epidemia dopo la Lombardia, tre (Veneto, Emilia Romagna e Toscana) in cui i servizi di assistenza territoriale e di prevenzione hanno tenuto permanendo un tessuto sanitario territoriale, sono riuscite, dopo il disorientamento iniziale, a circoscriverla. In Veneto poiché le dirigenze, almeno nella prima fase, sono state travolte dal panico e dall’imperizia, la situazione è stata parzialmente recuperata grazie ai suoi ricercatori ed operatori, dove si è varato un piano basato su ricerca attiva/assistenza domiciliare e minore ospedalizzazione. La ricerca dei casi è stata attuata con il tracciamento che, partendo dai casi positivi, ha allargato l’indagine per cerchi concentrici alla famiglia, al contesto abitativo, al luogo di lavoro e così via seguendo le indicazioni raccolte. Inoltre ha concentrato i controlli sugli operatori sanitari e le categorie esposte, come i 30mila operatori delle case di riposo.

Verso una rifondazione del SSN?

Il SSN deve essere ricostruito, perché potrebbero ripresentarsi nuove epidemie/pandemie e perché il diritto alla salute è paradigmatico nella costruzione di un processo di riaffermazione di tutti i diritti e per l’eliminazione delle disuguaglianze. 

Che il SSN debba essere rifondato, ma in modo diverso da come noi lo concepiamo, lo vogliono anche Confindustria e la grande finanza giacché il definanziamento del SSN ha causato perdite enormi, di molto superiori a quanto si fosse speso se la Sanità fosse stata finanziata. Solo che mentre noi chiediamo di ritornare ad un sistema fortemente pubblico, loro puntano all’estensione del privato non solo negli ospedali ma anche nel territorio.

Non è possibile conciliare le esigenze di massimizzazione del profitto con l’esigenza della salute, che richiede, innanzitutto, che si prevenga la malattia attraverso processi industriali, agricoli e di allevamento puliti, che non danneggino l’ambiente, la terra e il mondo animale. Richiede inoltre che il trattamento della malattia sia attuato al suo insorgere, attraverso i servizi di prossimità e le cure primarie, ricostruendo il rapporto tra il medico e la persona, ricorrendo all’ospedale solo quando necessario e mantenendo un rapporto di continuità tra ospedale e territorio. Non possono di sicuro adattarsi a questa attitudine i portatori di quegli interessi che nella prima fase hanno impedito la chiusura di almeno il 50% delle attività, determinando le tragedie in Val Seriana e nelle provincie di Bergamo e Brescia, che poi hanno spinto alla riapertura delle fabbriche il 3 maggio e che, per bocca del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, hanno dichiarato che l’economia viene prima del diritto alla salute, per poi chiedere ed ottenere il taglio dell’IRAP, cioè dell’imposta che per il 90% finanzia il SSN e che potrebbe essere esteso oltre giugno (un concentramento di risorse sulla grande impresa a scapito dei piccoli e medi produttori).

Questo il contesto in cui si pone la ripartenza del SSN. La sanità non deve essere mai più un capitolo di spesa pubblica da saccheggiare per affrontare le varie esigenze di cassa, ma una leva di sviluppo economico da sostenere, visto che assorbe solo il 6,6% del PIL, mentre l’intera filiera della salute ne produce circa l’11%. Del resto, quanto stiamo perdendo sul piano economico e sociale per colpa del virus, è infinitamente maggiore di quanto sarebbe costato il mantenimento di un SSN in salute.

La salute, le epidemie, come pure le malattie croniche non si affrontano nell’ospedale, ma nel territorio. Più ancora dell’assistenza ospedaliera, il fronte da potenziare è l’assistenza primaria, quella che viene prima che ci sia bisogno della terapia intensiva, e quella che viene dopo l’evento acuto, per riabilitare chi è dimesso dall’ospedale. Quindi, la rete dei diversi servizi distrettuali va rimessa in piedi dove è stata smantellata, potenziata dove è debole, perché bisogna intervenire nei luoghi in cui vivono le persone e prima che le condizioni di salute peggiorino in modo irreparabile.

Sanità Pubblica e Servizio Sanitario Nazionale da ricostruire. ‘Che fare’ a breve

Quanto segue è da vedere come un duplice livello propositivo di “Indipendenza”: in questo paragrafo lo sguardo viene rivolto al breve termine, mentre in quello successivo l’attenzione è rivolta ad una prospettiva più avanzata inscrivendo la questione sanitaria in un contesto più ampio in cui sovranità e indipendenza nazionale si correlano, nel territorio della Repubblica, ai princìpi di universalità, equità ed uguaglianza dei diritti in una società italiana da ridefinire nelle sue relazioni e dinamiche di funzionamento.

E quindi:

1. Aggiornare il piano pandemico nazionale.

2. Fare approvvigionamento di materiali e tamponi oltre ad approntare protocolli per la diagnosi e il tracciamento dei casi e dei contatti e per l’assunzione delle misure necessarie, sapendo che questi strumenti essenziali devono essere usati in modo tempestivo ed uniforme.

3. Garantire il monitoraggio costante dei casi e dei contatti. Questo non è stato fatto in modo sistematico né nel periodo dell’emergenza né in seguito. Per prevenire lo sviluppo di nuovi focolai incontrollati e per non trovarsi impreparati di fronte ad una seconda ondata dell’epidemia è necessario e urgente in tutte le regioni:

a) Predisporre il tracciamento “manuale” dei contagi, cioè individuare tutti i contatti dei positivi;

b) Rafforzare i servizi di Igiene Pubblica assicurando in ogni regione almeno un centro per le indagini epidemiologiche;

c) Assicurare/assumere il personale necessario: medici igienisti, assistenti sanitari, educatori, tecnici, eventualmente attingendo a specializzandi e studenti.

4. Garantire la salute e la protezione degli operatori sanitari. Va fatto l’approvvigionamentodei dispositivi necessari, affinché medici ed infermieri non debbano mai più affrontare a mani nude gli agenti infettivi, diventando essi stessi agenti infettivi e anche morendo nell’esercizio della loro professione. Da attuare, inoltre, piani di formazione sulle modalità con cui affrontare le epidemie.

5. Riorganizzare le cure primarie e la formazione dei medici di famiglia. Esiste un Piano nazionale cronicità prodotto dal Ministero della Salute che da anni aspetta di essere attuato. Esso prevede la presa in carico nel territorio delle persone affette da patologie croniche attraverso una sanità d’iniziativa, tramite gruppi di lavoro multidisciplinari per individuare e trattare precocemente i problemi di salute della popolazione e per prevenirne o ritardarne l’aggravamento. Questo stesso piano potrebbe essere applicato alla prevenzione delle patologie infettive.

Perseguire il rinnovamento culturale delle cure primarie e della medicina di famiglia, per colmare le lacune esistenti ed emerse in questi mesi. Infatti, mentre altrove la medicina di famiglia fin dalla seconda metà degli anni ’70-’80 del secolo scorso diventava una specializzazione accademica, in Italia è trattata come un surrogato di formazione in medicina generale, svolto al di fuori dell’università e gestito dai medici di medicina generale (MMG) a livello regionale. Ciò comporta che i medici che vogliano prepararsi alla professione di medico di famiglia non ricevono una formazione elevata e indirizzata alla ricerca, mentre le loro borse di studio sono la metà di quelle erogate agli specializzandi universitari.

6. Rafforzare gli organici del personale ed eliminare il precariato. Il personale rappresenta la maggior voce di spesa tagliata, la cui riduzione è stata avviata con il blocco delle nuove assunzioni imposto dalla finanziaria del 2006. Rinforzare i servizi territoriali, stabilizzare le assunzioni fatte con i recenti decreti e dar vita ad un piano di assunzioni che colmi il vuoto degli organici (tra medici, quelli di famiglia inclusi, infermieri professionali ed altre figure) determinatosi in oltre dieci anni e destinato ad aggravarsi con le decine di migliaia di prossimi pensionamenti. È infine indispensabile riprogrammare le borse di specializzazione.

7. Liberare e far uscire gli anziani dalle RSA dove ora sono rinchiusi. Le RSA devono essere eliminate e/o convertite. La morte di migliaia di anziani nelle RSA deve far pensare che in tali strutture sono oltre 300mila gli anziani in uno stato di abbandono sia umano sia assistenziale. Non ha alcun senso ospitare centinaia e centinaia di persone non autosufficienti, in ambienti che, per quanto accurati, non possono offrire una vita degna a persone che abbiano solo qualche difficoltà a vivere autonomamente. Dobbiamo interrogarci non soltanto sull’organizzazione dell’assistenza nelle strutture in caso di una pandemia, ma prima di tutto sul superamento delle strutture residenziali come soluzione ordinaria alla fragilità delle persone.

Non è una questione di spesa pubblica: è ampiamente dimostrato che l’assistenza a domicilio costa meno e garantisce una qualità della vita di gran lunga migliore di quella nelle RSA. È una questione di mercato, perché la maggior parte delle RSA sono in mano al privato e quindi rispondono ad una logica di profitto. Attorno alle RSA girano affari di decine di miliardi di euro, poiché si tratta di un settore a basso rischio per gli investitori e con rendimenti medi molto elevati.

8. Approntare le strutture necessarie in caso di ritorno dell’epidemia e per il futuro. Fare un censimento dei laboratori e preparare un piano per convenzionare o requisire laboratori e strutture private, qualora se ne presentasse la necessità, rendendoli idonei.

Predisporre corridoi preferenziali in cui canalizzare l’afflusso di casi o supposti tali. Esiste a tal fine una proposta presentata quasi 20 anni fa in occasione dell’allarme pandemico per il Corona/SARS, la quale prevede di attrezzare rapidamente gli ospedali militari delle grandi città (attualmente quasi inutilizzati) in modo tale da trasformarli in breve tempo in centri di diagnosi e di isolamento/quarantena ed eventuale smistamento in Terapia Intensiva, i cui letti sono da stabilizzare secondo quanto richiesto da anestesisti e rianimatori.

9. Programmare la conversione di aziende o realizzarne di nuove per la produzione in Italia di respiratori, strumentazione di emergenza e dispositivi di protezione individuale che devono essere sempre pronti in caso di epidemie, calamità, gravi incidenti. La pandemia ha fatto scoprire che vi è in Italia una sola impresa che realizza respiratori, che non vi è produzione locale di dispositivi di sicurezza (DPI), comprese le mascherine chirurgiche, che vi è una limitata produzione di reagenti, che i laboratori pubblici non sono né idonei né in numero sufficiente a svolgere determinati compiti, oltre all’insufficienza della dotazione tecnologica. Negli ultimi 20-30 anni non si è investito in tecnologie e nella messa in sicurezza delle strutture ospedaliere e territoriali, soprattutto al Sud.

10. Istituire e/o rinforzare –presso l’ISS e le regioni– le Unità di Epidemiologia, da molto tempo marginalizzate.

Sanità Pubblica e Servizio Sanitario Nazionale da ricostruire. ‘Che fare’ strategico

Un sistema sanitario basato solo sulla cura e sul profitto, che produce disuguaglianze, che ha trasformato la salute in merce, che ha dismesso la prevenzione per non intaccare interessi e profitti delle lobby private del settore, che non cura e protegge i suoi operatori, che non coinvolge la popolazione nella tutela della salute propria e collettiva, dove ogni Regione va per conto proprio, non può essere in grado di affrontare né una patologia infettiva ad alta trasmissibilità né qualsiasi altro accadimento ad alto impatto sulla salute.

Alle rivendicazioni/proposte formulate per l’immediato ne seguono ora altre in una visione prospettica non meno rilevante:

1. Va ritirata la proposta di autonomia differenziata per la sanità in quanto la regionalizzazione introdotta dalla riscrittura del Titolo V della seconda parte della Costituzione (2001) si è dimostrata del tutto inadeguata a garantire un SSN equo, universale ed uniforme su tutto il territorio nazionale, ha prodotto gravi disuguaglianze in tutte le regioni ed in particolare tra Nord e Sud, ha facilitato le privatizzazioni, ha depotenziato quando non smantellato i servizi per l’assistenza territoriale e la prevenzione. L’Italia non si comporta nella sanità come uno Stato unitario. Esistono tante sanità quante sono le regioni e le 225 aziende sanitarie locali ed ospedaliere in cui sono divise, ognuna segue logiche politiche e di spesa autonome, privatizza, eccetera. Il trasferimento delle competenze sulla salute ha prodotto 20 sistemi sanitari diversi. La pandemia da coronavirus rappresenta la dimostrazione viva che un Servizio sanitario diviso e diverso per ciascuna regione è esposto alla sconfitta. Quanto successo è un campanello d’allarme per tutte le altre materie, per le quali le regioni hanno chiesto l’autonomia differenziata. Soltanto uno Stato unitario, nel pieno dei suoi poteri e delle sue funzioni di intervento e direzione, ed un Governo centrale della sanità possono garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini –italiani e non– nello stesso modo, senza alcuna differenza territoriale.

2. Non essendo stati fissati Livelli Uniformi di Assistenza su tutto il territorio nazionale, ci si è basati ancora sulla spesa storica e l’età media che al Sud è più bassa. Peraltro le regioni del Centro-Nord sono riuscite sempre a vanificare una seria perequazione della spesa come previsto dalla Costituzione, col risultato che i finanziamenti vanno loro in misura maggiore. Le regioni hanno approfittato dell’autonomia conseguita per rafforzare il privato e per dar libero corso ai fondi integrativi che integrativi non sono, ma sostitutivi. Si è andata determinando una sanità a due binari, uno per chi può permettersi cure costose, anche se non sempre efficaci, in tempi rapidi, e l’altro per chi deve rivolgersi al servizio pubblico che resta più affidabile rispetto al privato, pur dopo lunghe attese e spesso pagando costosi ticket. Un aumento, insomma, sia delle disuguaglianze in tutte le regioni, anche in quelle ricche del Nord, tra cittadini che possono acquistare prestazioni in tempi rapidi e la maggioranza degli altri che, con difficoltà, usufruiscono del servizio pubblico o che, peggio, non possono curarsi, sia del divario tra regioni del Nord, regioni del Sud e isole che, pur più bisognose, ricevono meno finanziamenti dallo Stato, mentre le entrate derivanti dalla propria insufficiente base impositiva non bastano a finanziare i servizi sanitari e sociali ancor più carenti di strumentazione e di personale. Per questo si alimenta la mobilità sanitaria, che ogni anno sottrae più di 4 miliardi alle casse del Mezzogiorno per finanziare la cura dei suoi cittadini nelle strutture del nord (la discrepanza Nord/Sud è confermata da relazioni della Corte dei Conti e dalla spesa sanitaria media nazionale, in base ai risultati di esercizio degli enti sanitari, e dalle risultanze indicate dai Conti pubblici territoriali che certificano quanta spesa arriva realmente a ciascun cittadino, con tutte le Regioni meridionali, ad eccezione del Molise, che spendono meno della media nazionale, e quelle del Nord che sono largamente sopra).

L’auspicata ricostruzione del SSN dovrà garantire sostanzialmente il Sud rispetto al Nord affinché non si realizzi lo scippo che negli anni passati ha deviato al Nord i soldi del Sud.

Ad aggravare ulteriormente lo stato del sistema sanitario sono prestazioni inappropriate, sprechi, inefficienze e l’avanzamento dell’intermediazione finanziaria-assicurativa che alimenta il cosiddetto “secondo pilastro” e la proliferazione di cliniche e laboratori privati.

3. Oltre all’impreparazione del Paese e delle strutture governative, non allertate e male informate dagli organi tecnico-scientifici preposti, anche le regioni sono state lente nel muoversi mentre ulteriori ritardi e disguidi si sono verificati a causa del conflitto di competenza tra Governo centrale e Presidenti delle regioni cui, come noto, le competenze sanitarie di carattere organizzativo e gestionale erano state ormai trasferite da quasi 20 anni. Non vi è stata quindi un’unica catena di comando, una programmazione centrale e ogni regione è andata per conto proprio. Quelle più colpite dal CV-19 si sono mosse tardi e in ordine sparso, pressate da diversi interessi, in primis quelli del mondo imprenditoriale, attuando scelte prive di fondamento scientifico che i Comuni hanno subìto, mentre il Governo non è stato in grado di attuare un coordinamento.

Resta che la ragione prima del fallimento delle regioni e della loro impreparazione nell’affrontare la pandemia, in particolare della Lombardia, va ricercata nella forte riduzione di personale degli ospedali pubblici, nella privatizzazione della sanità e soprattutto nello smantellamento delle strutture territoriali e della stessa cultura di sanità pubblica.

4. Con la regionalizzazione di gran parte delle competenze, gli stessi organi centrali, in primis il Ministero della Salute, sono stati svuotati e privati della loro stessa ragion d’essere, la programmazione e l’elaborazione delle politiche sanitarie. Di fatto il Ministero della Salute subisce le decisioni finanziarie e le riduzioni di spesa elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, obbligando quindi regioni e aziende sanitarie al pareggio di bilancio. Di conseguenza le Aziende, salvo alcune eccezioni, non hanno direttori forti con reali capacità di governo e di gestione ma figure imposte dai partiti, spesso di scarsa attitudine professionale. Il che si trasmette e riverbera sui collaboratori e i diversi livelli di governo sottostanti. Il Ministero della Salute va ricondotto al suo ruolo originario di programmazione nazionale, va rinforzato l’Istituto Superiore di Sanità ricostituendo un efficiente Servizio Epidemiologico e un Servizio per la Prevenzione, vanno fissati per tutto il territorio livelli uniformi (non essenziali) di assistenza e criteri di gestione ed organizzazione, infine vanno stabiliti i relativi finanziamenti recuperando tutti quelli sottratti.

5. È da rivedere l’ideologia alla base della scelta aziendalista in sanità, introdotta con i DD. Lgs 502/1992 (stesso anno in cui l’Europa, col Trattato di Maastricht, abbraccia la scelta ultraliberista) e 517/1993, i quali prevedevano la trasformazione di USL e grossi ospedali in aziende (ASL e AO). La scelta aziendalista ha condizionato fortemente l’assolutezza del diritto alla salute, ponendo obiettivi improntati a logiche di efficienza, produttività, pareggio di bilancio, per cui il diritto alla salute è passato dall’essere assoluto ad un diritto subalterno all’equilibrio di bilancio e condizionato dalle leggi del mercato.

6. Il Servizio Sanitario Nazionale va rilanciato, ricostruito e ricondotto ai suoi princìpi originali basati su universalità, equità e uguaglianza per tutti coloro che abitano la Repubblica, ristabilendo i finanziamenti necessari a cominciare da quelli sottratti negli ultimi 10 anni, sostituendo ad un assetto sanitario basato sull’approccio individuale e privatizzato della malattia un sistema basato sulla programmazione, la prevenzione e la partecipazione. Il che rimanda ad altri due cardini: l’unitarietà tra interventi preventivi, curativi, riabilitativi e di reinserimento sociale, e l’integrazione tra interventi sanitari, sociali e ambientali dato che i determinanti biologici, ambientali e sociali di malattia sono strettamente intrecciati.

7. Il privato oggi supera il pubblico, sia come numero di servizi/strutture sia come spesa. Negli anni sono state chiuse molte strutture pubbliche, con il privato che tende a mantenere specialità non impegnative e quasi mai si dota di strutture per l’emergenza/urgenza.

La riduzione delle strutture ospedaliere si è accompagnata ad una fortissima riduzione dei posti letto. In termini assoluti si è passati da 530.000 posti nel 1981 a 365.000 nel 1992, 245.000 nel 2010, 191.000 nel 2017 (Annuario Statistico del SSN, 2017). La riduzione operata in parte per eliminare ricoveri inappropriati e diminuire i tempi di degenza, si doveva accompagnare ad una riorganizzazione delle strutture territoriali e all’assistenza domiciliare per sviluppare una medicina di comunità più vicina ai bisogni e alle necessità dei cittadini e riassorbire la quasi totalità della patologie croniche, in forte aumento nella popolazione sempre più anziana. Salvo che in alcuni territori, tale trasformazione sostitutiva non si è avuta e sono invece aumentati i letti nel privato convenzionato. In generale, il privato che è entrato prepotentemente nel Servizio Sanitario Regionale (oggi le strutture private costituiscono il 40% del sistema sanitario), formalmente per cooperare alla pari con le strutture pubbliche, nei fatti per esserne foraggiato, riserva per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le Residenze Socio Assistenziali e lascia al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali ad es. i servizi di pronto soccorso e di emergenza/urgenza e la psichiatria.

E veniamo al nodo delle Terapie Intensive (TI). Prima dell’inizio della pandemia in Italia vi erano circa 5.400 posti tra pubblico e privato (dati Anaao Assomed), escluse le Unità Coronariche (UTIC). Solo l’1 marzo 2020 una circolare del Ministero della Salute stabiliva che dovessero aumentare del 50%, quanti ne avevano chiesto negli anni la Società di Anestesia e Rianimazione. Dal 31 marzo, nelle TI ci sono 9122 posti letto, ormai stabilizzati. La carenza dei posti letto di TI è risultata drammatica, e le TI sono state l’imbuto contro cui ha impattato l’enorme numero di malati gravi. Non doveva andare così; non sarebbe stato così se l’assistenza territoriale non fosse stata smantellata.

Va rivisto l’accreditamento di tutti gli ospedali privati convenzionati, vanno ricondotti al pubblico i servizi esternalizzati e vanno bloccati gli strumenti di privatizzazione occulta (fondi sanitari integrativi, welfare aziendale, accreditamento opportunistico delle strutture private, eccetera) che hanno prodotto enormi guasti. Dal momento in cui è iniziata negli anni ’90 la riforma del SSN il complesso della strutture sanitarie private supera ormai il 50% dell’intero sistema sanitario.

8. Abolizione della libera professione intramoenia. Tutti devono poter avere lo stesso accesso ai servizi sanitari con gli stessi tempi e le stesse modalità.

9. Va rivista l’organizzazione ospedaliera, prevedendo diversi livelli d’intensità e complessità, e vanno ricostituiti nei territori, laddove sono stati smantellati o ridimensionati, i servizi di assistenza sanitaria, sociale e riabilitativa di base, i Servizi di Igiene Pubblica e Prevenzione e i Servizi del lavoro, dotandoli delle figure professionali necessarie e della strumentazione idonea per la ricerca attiva delle cause di malattie nell’ambiente di vita, di comunità, di lavoro e per la protezione dei lavoratori. Per inciso, sono questi i servizi che devono in primo luogo rispondere ad un’emergenza epidemica.

Cruciale è la continuità assistenziale tra prestazioni nel territorio (assistenza sanitaria territoriale) e in ospedale. Le attività si svolgono nei distretti e ambulatori territoriali o Case per la salute oppure a domicilio (assistenza domiciliare). Perno delle attività sono i medici di base. Questa articolazione è scarsamente rispettata ed i pazienti, sempre più spesso, vengono inviati in ospedale. All’indebolimento, quando non smantellamento dell’assistenza territoriale, hanno contribuito i vari accorpamenti delle ASL (ora aziende). Occorre ripartire da una prevenzione che investa il territorio quale sistema unitario e olistico di ambiente salubre, luoghi di lavoro sicuri e idonee condizioni di vita ovunque. I grandi ospedali vanno lasciati per le specialità, per la diagnostica maggiore, per le prime fasi della riabilitazione di 3° livello, e vanno dotati di Dipartimenti per l’emergenza e urgenza funzionanti. È necessario programmare nel tempo una distribuzione uniforme degli ospedali per le alte specialità tra Nord, Centro e Sud.I posti letto vanno portati a 5 x 1.000 abitanti, come misura di garanzia in caso di emergenza, recuperando ove possibile gli ospedali chiusi solo per logiche di risparmio, in particolare nelle aree disagiate, montane, insulari, nelle zone interne o nelle periferie metropolitane.

10. Va ricostituita una rete epidemiologica nazionale, vanno predisposti piani di prevenzione regolarmente aggiornati, vanno ricostituiti i servizi con personale preparato e in numero idoneo per rispondere ad epidemie che, lungi dall’essere state debellate, stanno tornando proprio a causa dei danni arrecati alla terra su cui viviamo. Attraverso la prevenzione collettiva è possibile contribuire all’eliminazione delle disuguaglianze e della povertà.

La prevenzione, nelle intenzioni originarie del legislatore, doveva essere primaria (tutela dell’ambiente, individuazione e bonifica delle cause di inquinamento di aria, acqua e suolo, territorio, e negli ambienti di vita e di lavoro all’origine di diverse malattie dell’era moderna, come quelle croniche e degenerative) e secondaria (intervento negli stadi iniziali e preclinici della malattia, sui comportamenti e nell’educazione alla salute, nelle scuole, eccetera).

Con il referendum del 18 aprile 1993, che tolse le competenze sull’ambiente al SSN per consegnarlo alle agenzie regionali di protezione ambientale, è passata in secondo piano la correlazione tra ambiente e salute e si sono ridotti i controlli. Rientra nella prevenzione anche la sanità animale (si pensi che il 70% delle malattie infettive nell’uomo sono zoonosi) che purtroppo è stata molto trascurata. L’iniziativa referendaria è stato uno dei tanti esiziali lasciti delle iniziative di quello che può a pieno titolo essere considerato il braccio operativo del liberismo euro-atlantico nella politica italiana, cioè il Partito Radicale.

L’eliminazione delle cause d’inquinamento che stanno anche portando al riscaldamento climatico, il rispetto della Terra, della Natura e della vita animale, una diversa organizzazione del lavoro, della vita, delle città, dei trasporti sono in totale conflitto con gli interessi del mercato, del capitalismo e delle multinazionali: anche per questo i Servizi di Prevenzione sono scomparsi.

11. Liberare la sanità animale dai condizionamenti del mercato e del profitto. Vanno potenziate e rinnovate cultura, formazione ed organizzazione della sanità animale e dei servizi veterinari, per far fronte ad un sistema prevalentemente costituito da grandi allevamenti intensivi, dove gli animali sono mantenuti in condizioni di sovraffollamento innaturali, sottoposti ad ingrasso e trattati con antibiotici e sostanze chimiche. Questo è inaccettabile perché gli animali sono esseri viventi che soffrono e patiscono come noi e perché, in condizioni innaturali e di stress ambientale, virus e batteri possono fare il «passaggio di specie» invadendo altre specie animali e l’uomo, i cui sistemi immunitari faticano a raggiungere un equilibrio (tolleranza) con essi. Se questi virus non sono diventati pandemici prima, è essenzialmente perché non hanno acquisito le mutazioni chiave che permettessero loro di agganciarsi ai recettori delle vie aeree superiori umane o altrove. È per questo motivo che virus influenzali ricombinanti hanno fin qui determinato solo casi sporadici ma gravissimi, caratterizzati da polmoniti emorragiche e shock sistemici soltanto in soggetti direttamente esposti a grandi carichi virali per motivi professionali. È quindi necessario ridurre gli allevamenti animali intensivi (attualmente nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili) che portano alla distruzione di ampie parti del pianeta con ripercussioni, come nel caso dell’Amazzonia, sulle persone che vi abitano, e che producono forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie, peraltro connettendosi alla promozione di consumi e abitudini alimentari non salutari per l’uomo.

12. Rimettere in campo preparazione e partecipazione. La tragedia del coronavirus ha disvelato oltre alla debolezza strutturale del sistema anche lo stato di debolezza culturale e scientifica del Paese e l’impreparazione di soggetti e strutture che ai vari livelli dovevano approntare la risposta, a cominciare da quello centrale. Qui vi è una responsabilità enorme dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l’organo tecnico del Ministero della Salute, che doveva consigliare e indirizzare l’azione di governo nell’emergenza: così non è stato. Svuotato di competenze, addirittura smantellata l’Unità di Epidemiologia, ridotti i fondi per la ricerca causa austerità e pareggio di bilancio, non ha saputo assolvere alla sua funzione, non ha saputo cogliere né gli allarmi pandemici che gli scienziati più avvertiti avevano lanciato almeno fin dal 2005, né il significato di quanto stava succedendo in Cina, non ha capito l’intrinseca invasività e virulenza del virus, non ha saputo consigliare ministero della Salute e Governo.

Non è stato nemmeno aggiornato il piano operativo contro le pandemie, che esisteva sulla carta dal 2006. Ed è inspiegabile (oltre che inaccettabile) che sia stata la protezione civile a presiedere alla raccolta dei dati epidemiologici e a divulgarli, con molti errori e sottovalutazioni, anziché un ufficio epidemiologico.

A questo si aggiungano la perdita della cultura di sanità pubblica, attraverso la superficialità con cui media e presunti scienziati hanno trattato gli argomenti attinenti l’epidemia, e la carenza di una conoscenza diffusa rispetto alla salute nella popolazione. Va quindi riscoperta l’importanza della conoscenza come bene pubblico e anche come garanzia di democrazia.

La salute, come altre condizioni del nostro vivere, non è solo un affare da ‘esperti’, ma richiede anche la messa in comune delle conoscenze delle persone: vanno garantite nei territori forme di partecipazione, per affiancare le istituzioni nel promuovere la salute. La popolazione va quindi coinvolta nella tutela della propria salute e di quella collettiva e va garantita la partecipazione dei cittadini, adesso inesistente, che la L. 833/78 prevedeva attraverso le commissioni comunali sul welfare, anche in forme autonome.

13. È venuta a mancare anche una Cultura della sanità pubblica, quella che detengono i Medici di Medicina Generale e i Servizi di Igiene Pubblica e di Prevenzione. Nel primo caso, le basi professionali di molti, ma c’è anche chi studia e si aggiorna, sono ancora ferme ai periodi della Mutua. Nel secondo caso i Servizi sono stati smantellati e ridotti a poche unità di personale.

Sono venuti meno anche i Servizi di epidemiologia, per poter cogliere immediatamente i segnali di nuove malattie e predisporre protocolli di intervento e monitoraggio.

In questo contesto è necessario segnalare la debolezza che nel nostro Paese ha la ricerca di base e le  distorsioni della ricerca farmacologica. Non si parla della ricerca legata all’industria ma di quella di base, che si fa a prescindere dalla sua eventuale applicazione, che apre la strada alla conoscenza e al sapere e predispone le menti all’indagine scientifica. Questa, che non interessa il mondo produttivo perché non ha immediate applicazioni pratiche, dovrebbe essere sviluppata dallo Stato. Poi c’è la ricerca farmacologica, molto debole in Italia, indirizzata soprattutto ai farmaci più costosi e redditizi, ma non ai vaccini, giacché le ultime epidemie riguardavano altri Paesi (SARS, Ebola). Nemmeno si fa più ricerca sugli antibiotici, nonostante le resistenze che generano per l’abuso che se ne fa.

14. Va estesa la copertura sanitaria alle cure dentistiche e ortodontiche, lasciando al regime libero professionale solo gli interventi voluttuari e di natura estetica, e creando contestualmente sistemi di controllo dentale.

15. Va recuperato lo spirito della riforma Basaglia in materia di salute mentale, sviluppando percorsi alternativi alle ‘istituzioni totali’, puntando invece a percorsi di inserimento e socializzazione dei soggetti con problemi psichiatrici e psicologici. Estendere su larga scala l’assistenza psicologica come parte integrante e ineludibile del Servizio Sanitario Nazionale. Avviare percorsi di reinserimento lavorativo in collaborazione con gli enti locali restituendo centralità ai consultori.

16. Va rilanciato il ruolo delle farmacie come presìdi territoriali per la salute integrandole nei sistemi sanitari. Ripristinare ruolo e presenza delle farmacie comunali sotto diretto controllo delle autorità sanitarie.

17. Va potenziata la produzione –attraverso le strutture pubbliche quali ad esempio l’Istituto Farmaceutico Militare e le università– di farmaci e presìdi sanitari (ortopedici, protesici…) nonché dei comuni princìpi attivi di largo consumo.

18. Vanno avviati programmi di controllo medico e assistenza in collaborazione con le scuole, potenziando in particolare i consultori, al fine di accompagnare la fase della crescita e dello sviluppo puberale con la prevenzione delle patologie dello sviluppo.

19. Recuperare, ripristinare e rendere nuovamente fruibili i sanatori e le strutture con finalità sanitarie nelle località di villeggiatura in un’ottica di prevenzione, creando fra l’altro una straordinaria occasione di riqualificazione edilizia, rivitalizzazione dei tessuti socioeconomici di molte località fuori dalle tradizionali mete turistiche e profilassi preventiva.

20. Sviluppo di partenariati e cooperazioni in ambito sanitario e di ricerca con Cuba ed eventuali altri Paesi impegnati in percorsi di effettiva attuazione del diritto alle cure al di fuori di una logica di profitto.

Conclusioni

Non ci nascondiamo le difficoltà di un programma di questo tipo, peraltro da inscrivere come si diceva sopra in una prospettiva più ampia di liberazione. Le condizioni attuali sono ben diverse da quelle di mezzo secolo fa, quando ci si trovava nella scia di lotte che avevano aperto la strada alla realizzazione della Riforma Sanitaria, il privato in sanità ancora non aveva assunto il peso attuale e, per il contesto geopolitico, l’Europa non poteva –come con maggior energia sarebbe avvenuto all’indomani, appunto, della fine della Guerra Fredda– spingere più di tanto verso indirizzi più marcatamente neoliberisti che, convergendo con interessi politico/affaristici interni ai Paesi membri, avrebbero portato all’aziendalizzazione di Ospedali e Unità sanitarie locali.

Pur tuttavia la gravità della crisi economica, ben lungi dall’aver dispiegato tutti i suoi effetti negativi, apre scenari nuovi e densi di inquietudine. Ad esempio i fondi che –già si dice non a breve– arriveranno dall’Europa e che sono magnificati come portentosi e salvifici, ad esorcizzare che l’Italia decida di finanziarsi autonomamente e ‘scopra’ facilmente che non c’è alcun bisogno di essere legati alle catene eurounioniste, saranno nella maggior parte prestiti e comunque tutti subordinati a precise condizionalità; in ultima istanza acuiranno la forbice debito / PIL da cui poi si richiederà di rientrare con “duri sacrifici”.

L’Italia, insomma, non può agire come altri Stati nel mondo perché priva della sovranità monetaria, di autonomia di scelta nelle politiche di bilancio e degli strumenti di controllo sul tasso di interesse sul debito pubblico; per immettere liquidità proporzionata alle proprie necessità deve reperirla sui mercati (peraltro sottoponendosi a condizionalità) aggravando il proprio bilancio ed incorrendo nelle reprimende anche sanzionatorie dell’Unione Europea a conduzione franco-tedesca la cui ragion d’essere consiste nel proteggere il mercato unico, la concorrenza e promuovere la competizione, fortemente limitando l’azione di alcuni Stati rispetto ad altri.

Per il nostro Paese, che ha pagato e pagherà un prezzo altissimo per l’impreparazione con cui i suoi governanti hanno affrontato la pandemia, per la debolezza aggravatasi nel tempo del suo SSN e per la scelta improvvida di rendere autonome le regioni (anche) nella gestione della sanità, sarebbe d’obbligo che ci si attrezzasse sia per far fronte ad un’eventuale ripresa epidemica o di altre che si dovessero presentare, sia per ricostruire su nuove basi il SSN. Il che dovrebbe avere come condizione pieni poteri di legiferazione e di intervento politico che l’Italia, per la sua collocazione nel campo neoliberista e le relative cessioni di sovranità all’Unione Europea, non ha.

Non sono da nutrire illusorie aspettative da questo o da qualunque governo ‘europeista’ che si muova conformandosi alle ‘raccomandazioni’, direttive e vincoli della Troika euro-atlantica (FMI-BCE-UE). Dall’inadeguatezza del nostro SSN a fronteggiare la pandemia, dal suo grave smantellamento per conto di oligarchie affaristiche economico-finanziarie interne ed estere per le quali anche la salute è subordinata al profitto, dai costi economici e sociali pluri miliardari che lo sconquasso euroatlantico ha determinato anche in questo settore strategico nazionale, potrebbe –con più forza, finalmente!– emergere tra gli strati popolari la necessità di rifiutare e rovesciare questo già troppo durevole eurodisastro in svariati settori di società. Sarebbe il miglior lascito se questa pandemia concorresse ad innescare politicamente un processo per un’effettiva liberazione e ricostruzione sociale dell’Italia.

Indipendenza

26 settembre 2020

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