Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito

Cambiare il mondo: in queste parole può sintetizzarsi l’agenda politica, economica e sociale che necessita di essere messa in atto. Ciò che potrebbe apparire una velleitaria e donchisciottesca petizione di principio è in realtà l’ineludibile urgenza con la quale occorre confrontarsi, in particolare sotto un aspetto, vale a dire traslare a un livello sistemico gli esperimenti concreti già in essere in ogni ambito: energetico, finanziario, tecnologico, trasporti, alimentare etc…

Occorre difatti chiarire come sussistono realtà che già da oggi dimostrano che un uso diverso delle risorse e un’organizzazione diversa del lavoro e della produzione rispetto a quella dominante è non solo teoricamente possibile, ma anche materialmente esistente. Un esempio è quello di Torre Colombaia, da un trentennio punto di riferimento per l’agricoltura biologica in Umbria, che ha ospitato, il 24 giugno 2017, un incontro sulla sovranità alimentare nel quale sono intervenuti Alfredo Fasola, padrone di casa e pioniere del mondo biologico, e chi scrive, in rappresentanza di Indipendenza, rivista –ora anche associazione– impegnata da tre decadi sui temi della sovranità, dell’indipendenza nazionale e della costruzione di un modello alternativo di società.

Moderava l’intervento Maurizio Fratta de Laltrapagina e seguiva qualificato dibattito con medici dell’ISDE (International Society of Doctors for the Environment-medici per l’ambiente), professionisti (dottori agronomi), agricoltori e operatori della formazione impegnati nei rispettivi ambiti per una transizione ambientale e per una contestuale critica del modello di sviluppo agricolo e industriale dominante.

Non si può certo dire che manchino ‘oasi’, ‘isole felici’, ‘esperimenti’, ma si tratta di esperienze senza carattere sistemico perché manca una soggettività in grado di imprimere una direzione politica a tale transizione da inserire in un riorientamento complessivo della società su direttrici strategiche e orizzonti radicalmente diversi rispetto a quelli dominanti. Vi è quindi un grande problema di ‘massa critica’, cioè di capacità di incidenza su vasta scala rispetto ai processi da mettere in atto: idealmente si tratta di raccogliere il testimone dei referendum del 2011 sui servizi pubblici a rilevanza economica (nella vulgata ‘sull’acqua’, in realtà ricomprendendo un novero molto più vasto di servizi), nei quali si è concretata una risposta trasversale e di massa in un senso di radicale capovolgimento rispetto alle linee politiche ed economiche dominanti, fondate su privatizzazioni, tagli al sociale, criminalizzazione del dissenso e abdicazione da parte delle autorità pubbliche a qualsiasi ipotesi di promozione di un’uguaglianza sostanziale fra i cittadini. Un giro di boa di grande importanza politica perché avutosi in un paese, l’Italia, che è stata un’autentica cavia per i processi di privatizzazione sotto dettatura europea: gli accordi Andreatta/Van Miert, difatti, hanno preteso lo smantellamento di fatto della presenza pubblica nell’economia italiana, dando slancio al processo di deindustrializzazione del Paese.

Nel quadro della crisi della rappresentanza e del generalizzato spaesamento di tante individualità, va chiarito come le decisioni allocative dei singoli, tanto con riguardo ai regimi alimentari seguiti (vegano, vegetariano, macrobiotico…) che alle scelte di consumo in ogni ambito, non possono essere un fattore risolutivo perché limitarsi a quel terreno implica l’accettazione degli strumenti che il modello dominante concede: dalla dimensione politica della cittadinanza a quella economica del consumo, nella quale il soggetto esiste in quanto consuma e non in quanto individuo con una visione valoriale, politica, sociale a tutto tondo. Viene quindi accettato il perimetro concesso dalle classi dominanti.

Un altro problema da evidenziare relativamente a tale tipo di risposta sta nel fatto che essa riproduce le divaricazioni sociali: chi ha maggiori possibilità economiche, può incidere maggiormente di chi ne ha di meno, rendendo più difficile rovesciare i rapporti di forza.

Sarebbe del pari sciocco pensare che questo tipo di istanze siano insignificanti, ma il loro vero potenziale può concretarsi solo se esse si inseriscono in un percorso di radicamento e trasformazione della società che coinvolga tutti gli spazi di agibilità politica esistenti: dalla rappresentanza politica a livello territoriale e, via via a salire, al sindacato, così come alle altre aggregazioni sociali quali associazioni di categoria, ordini professionali e, appunto, gruppi d’acquisto, circoli ricreativi, luoghi di socialità. Tale prospettiva non è inedita ma si ispira ai modelli còrso e basco, cui Indipendenza guarda con interesse nella prospettiva di concretare una proposta politica di alternativa in un paese a capitalismo maturo in cui, necessariamente, si deve tener conto della pluralità e complessità di interessi e istanze presenti ponendosi la sfida del governo, cioè dell’indirizzo delle determinazioni collettive.

La resistenza al modello egemone va dunque costruita a partire dalle “strutture costruite fra le macerie del neoliberismo dai social media alle cooperative di lavoratori, dai mercati dei coltivatori diretti alle banche di condivisione (dove le persone si prestano a vicenda le loro cose) nei quartieri– [che, ndr] ci hanno aiutati a trovare una comunità nonostante la frammentazione della vita postmoderna, così si esprime Naomi Klein nelle battute conclusive del suo Una rivoluzione ci salverà (BUR), testo dedicato proprio al nesso fra capitalismo e cambiamenti climatici: nella fase attuale non è più sufficiente accontentarsi di “fugaci sacche di spazio liberato” poiché ciò che serve oggi è “un mondo che ci terrà tutti al sicuro”: “La posta in gioco è semplicemente troppo alta, e il tempo è troppo breve per accontentarci di qualcosa di meno” (ibidem, pp. 617-618).

Alberto Leoncini

ass.indipendenza.info@gmail.com *** info@rivistaindipendenza.org

torre colombaia

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