Le tesi sulla questione nazionale

Tesi Indipendenza Questione Nazionale (in pdf)

Per lo specifico e caratterizzante valore –nel percorso politico di Indipendenza– della ‘questione nazionale’, si utilizza il termine ‘tesi’ anziché ‘documento tematico’ proprio per dar conto di quel lavoro di sintesi e consolidamento concettuale che caratterizzano questo elaborato, da leggere e analizzare nel suo insieme

TESI SULLA QUESTIONE NAZIONALE

  1. Se la nazione preesista allo Stato (nella sua connotazione moderna e, appunto, nazionale) e sia poi questo ad innervarsi su di essa, o piuttosto il contrario, se sia lo Stato a sostanziare o addirittura creare una tradizione storico-culturale, è oggetto di dispute e discussioni infinite. Come “Indipendenza” riteniamo che sia l’elemento culturale il segno più importante del riconoscimento dell’identità collettiva dei suoi membri, a costituire il centro, il cuore, dell’idea di nazione. Ciò a prescindere dal fatto che a plasmare un’identità culturale possano concorrere in maniera decisiva fattori (anche) di natura politica, come l’esistenza, in forma stabile, di un governo o un’amministrazione comune su un dato territorio [vedi le monarchie feudali (che non sono néStati moderni nétantomeno Stati nazionali) in Europa occidentale e settentrionale (Francia, Spagna, Portogallo, Svezia, Danimarca, ecc.), o molte colonie extra-europee]. E che sia a partire dal riconoscimento di appartenenza alla stessa nazione, dal riconoscersi cioè in elementi e attributi comuni distintivi rispetto a quelli di analoga natura di altri gruppi, e dal riconoscimento di reciproci diritti e doveri in virtù di questa comune appartenenza, che si dischiuda poi, più fondatamente, la volontà politica di dotarsi di un’organizzazione autonoma e farsi Stato, nella sua accezione moderna. Uno Stato connotato in senso nazionale non nasce dal vuoto, esistendo –nella stragrande maggioranza dei casi– una realtà culturale/nazionale precedente alla posteriore costituzione della nazione in popolo ed in Stato moderno. Del resto, di riflesso, i casi di diverse nazioni senza Stato sono lì a dimostrarlo. Ciò non toglie, peraltro, che in diversi casi l’opera di nazionalizzazione possa essere rafforzata in maniera fattiva dall’azione condotta dallo Stato, una volta che esso si sia costituito.

 

  1. Si è unici come individui, ma allo stesso tempo si è anche membri di una identità culturale, complessa nella sua stratificazione. Per l’identità di ognuno è importante il contesto in cui si cresce, la lingua, la cultura, la storia, insomma il contesto storico-sociale, e il posto dove si è nati e si è vissuti da bambini, il territorio, il quartiere, la casa, il dove e il come del dispiegarsi delle relazioni sociali, il sesso, l’età, l’attività che si svolge, i ricordi (veri, immaginati o tramandati), eccetera. Chi nasce in un luogo ed in un tempo, insomma, si ritrova immesso, da subito, in un ambiente che ha una sua parte nell’influenzare ciò che si diviene. Questo per dire che alla storia personale di ognuno appartiene anche un certo tratto di inesorabilità dipendente dalla tradizione culturale e storica cui si appartiene, elementi che derivano dalla propria storia culturale, nazionale, da cui non si può prescindere. Parlare di ‘cultura’ come espressione dell’essenza degli uomini significa presupporre una ‘nazionalità’ e si può dire che essere uomini significhi avere una nazionalità.

 

  1. Cultura intesa nella sua accezione più ampia, non solo cultura letteraria, scientifica o musicale. Ad investire ogni ambito sociale, ad includere un insieme di saperi, conoscenze, credenze, abitudini, costumi, pratiche ed espressività sociali di diversa natura (letteratura, musica, arte, architettura, eccetera), il diritto, quindi anche l’alimentazione, il vestiario, la manifattura, il gusto, la gestualità, forme comportamentali e categorie del pensiero, che si intersecano, interagiscono e plasmano la vita di ogni gruppo, influendo sulla formazione degli individui appartenenti a quel gruppo, ed ogni altra competenza e abitudine acquisita derivanti dal vivere entro un ambiente –quellambiente– sociale e culturale piuttosto che un altro. Tutto questo, con modalità che rendono culturali anche i modelli e le stesse strutture educative, entra a far parte del patrimonio, della memoria e del presente storico di ogni identità.

 

  1. Cultura non è certo qualcosa di imbalsamato, anche perché tutto ciò che si intende conservare, anche nell’esempio più statico e conservativo che si possa percepire, l’imbalsamazione appunto, presuppone l’inevitabile mutamento cui tutto è destinato già solo dallo scorrimento del tempo. In campo culturale lo si può riscontrare già nelle modificazioni stesse del suo strumento principale di comunicazione e trasmissione: l’uso di una lingua, fattore principale –ma non esclusivo– di ogni identità nazionale. Queste, quindi, sono realtà culturali e sociali complesse, che si caratterizzano nel tempo, senza necessariamente darsi per sempre. Chi concepisce una cultura nazionale come un qualcosa di assoluto e fissato nel tempo, vive nell’illusione che le cose rimangano come sono. Un’illusione, appunto. Innanzitutto perché ognuna è plurale al suo interno. I mitici antenati di ogni cultura, quando hanno compiuto certe scelte, hanno accantonato altre possibilità. La migliore lezione delle tradizioni è quella di cogliere questa capacità di scegliere. In secondo luogo perché non c’è identità se non in una pluralità di identità. Una qualsiasi identità è infatti impensabile se isolata: ogni patria, ogni nazione si legittima per caratteristiche analoghe e allo stesso tempo specifiche, distintive, che riconosce in altre patrie, in altre nazioni. Presuppone, insomma, la condizione imprescindibile dell’esistenza di un altro-da-sé: negarlo significa negare se stessi. Si è quindi parte di una nazione e cittadini di una patria in quanto si è esseri umani. Infine perché le culture, lungi dal costituire delle monadi impermeabili, si modificano e si evolvono nel tempo grazie anche agli apporti provenienti dall’esterno. Si potrebbe addirittura affermare che la specificità di un’identità culturale risieda non tanto in una serie di elementi fissati una volta per tutte, quanto nella maniera caratteristica che quella data cultura ha di mutare ed evolversi, anche recependo influenze esterne. Ogni cultura, quali che siano i suoi presupposti e le sue caratteristiche, ha un senso ed è destinata a lasciare qualitativamente segni nella storia e a diventare patrimonio dell’umanità, se si fa veicolo di affermazione della dignità sociale degli individui (non solo di quelli che vi si riconoscono e ne fanno parte). Altrimenti è meglio che si svuoti, che sia abbandonata per altri modi di vedere la vita.

 

  1. Al fattore ‘culturale’ se ne aggiunge un secondo ‘volontaristico’: 1. due uomini sono della stessa nazione se condividono la stessa cultura, dove cultura significa a sua volta un sistema di idee, di segni, di associazioni e di modi di comportamento e di comunicazione; 2. due uomini sono della stessa nazione se e soltanto se si riconoscono reciprocamente appartenenti alla stessa nazione. Una semplice categoria di persone (gli occupanti, diciamo, di uno stesso territorio, coloro che parlano la stessa lingua, ecc.) diventa una nazione se e quando i membri della categoria riconoscono compatti alcuni reciproci diritti e doveri in virtù della comune appartenenza ad essa. È il loro vicendevole riconoscimento come consociati di questo tipo ciò che li trasforma in una nazione. Esiste, insomma, una forma ‘oggettiva’ di identità nazionale, se ciascuno dei membri della nazione appartiene alla cultura specifica di quel popolo, ed una ‘soggettiva’ che richiede la coscienza di questa appartenenza comune, condivisa con gli altri membri della nazione. Potremmo dire che per una società nazionale è sufficiente l’esistenza di tot membri con una cultura comune, mentre per parlare di comunità nazionale occorre che i membri abbiano coscienza della reciprocità e comunanza della propria appartenenza.

 

  1. Ecco, un gruppo sociale così caratterizzato, che acquisisca un’identità particolare, assume i contorni non di semplice agglomerato di individui ma quelli propri di una categoria collettiva, cui si dà il nome di nazionalità. Definiamo la “nazionalità” come un gruppo umano che abita su un territorio determinato, che è caratterizzato da un insieme di fattori linguistici, culturali (in senso ampio, la letteratura, le arti, le credenze, il folclore, la cucina, l’organizzazione economica, ecc.), storici (da intendere più come formazione della coscienza sociale prodottasi e consolidatasi nel tempo, che come susseguirsi di vicende memorabili attinenti lo spazio territoriale dato) e socio-economici, che determina nei componenti questo gruppo la coscienza di un’identità particolare, sì distintiva ma anche e soprattutto affermativa al suo interno.

 

  1. La nazionalità emerge come una categoria storica perché connota una specificità collettiva in una dimensione storica e sociale determinata e determinante. Ed emerge anche come risorsa ideologica, intesa come articolazione politico-culturale produttrice di senso, di significato, di idee, di modi o sistemi di pensiero particolari e di progetti politici da essa e per essa scaturenti. La sua storicità si evince dal fatto che la sua identificazione non è mai tratteggiabile a priori, ma solo a posteriori, come frutto e non come somma di quell’insieme di elementi e di relazioni sociali cui sopra ci si riferiva. Sovente anche dinamiche politiche possono concorrere alla sua emersione o, viceversa, alla sua scomparsa.

 

  1. Una nazionalità, quindi, non è riduttivamente solo un gruppo sociale, ma può farsi società globale, per l’insieme di caratteristiche linguistiche, culturali, storiche, socioeconomiche che la connotano, in una risultante di relazioni sociali che è sempre dinamica. La consapevolezza di questi fattori specifici, se assunta coscientemente nei suoi membri, può legittimamente concretarsi in un atto di volontà di organizzazione autonoma del proprio spazio politico, culturale e perfino amministrativo. Questa volontà, sul presupposto legittimo di condizioni e ragioni valide in linea di principio senza distinzioni di luogo e di tempo, si origina così su uno sfondo di quantomeno largo consenso sociale, costituendo, per le sue connotazioni, un quadro di riferimento assolutamente democratico. Nessun altro parametro individuabile storicamente con analoga fondatezza politico/culturale ha sinora mai rivestito una tale estensione e legittimità di carattere intrinsecamente universale. Su che basi, altrimenti, fondare la legittimità di una sovranità, individuare la titolarità di chi la esercita e circoscriverne il dove, lo spazio territoriale?

 

  1. Una nazionalità non è ovviamente l’unico gruppo sociale possibile. Le classi stesse sono altre forme possibili di gruppi sociali. Ma la nazionalità ha qualcosa di molto più significativo, ha in sé possibilità di proiezione e di prospettiva molto più ampie: è cioè anche una società globale nel senso di essere in grado di configurarsi non solo in una dimensione culturale, ma di trascrescere tale dimensione e di contenere diversi gruppi sociali. Tra questi una o più regionalità (la si può intendere come comunità ‘minore’ nel senso che, pur manifestando peculiarità proprie, è tale e resta tale se presenta aspetti significativi comuni con quella comunità culturale ‘maggiore’ di riferimento che definiamo nazionalità) e le stesse classi sociali.

 

  1. Queste sono un altro esempio di gruppo sociale interno ad una nazionalità. Di per sé, per loro natura, non sono società globali. Se è pensabile, perché possibile, che una nazionalità si doti di una struttura sociale piuttosto che di un’altra, una qualsiasi classe sociale non è in grado per sua natura di mutare da sé il dato assetto (formazione sociale e modo di produzione) in cui si trova inserita. A meno che non sappia porsi come soggetto interprete di più larghe esigenze di cambiamento, riuscendo cioè a nazionalizzare plurali istanze di classe. Quando ciò avvenga quella classe ha inevitabilmente superato se stessa, la sua dimensione di gruppo sociale, nell’attivare qualcosa di più globale, senza per questo, nonostante tutto, essere diventata società globale, essere cioè in grado di svolgere una “funzione globale” a 360° all’interno della nazione. Non è del resto casuale che, nella Storia, nessuna rivoluzione, nessun processo di trasformazione dell’esistente, di qualsivoglia qualità, sia stato opera od espressione esclusiva di una classe. È dunque evidente, come indicazione che proviene dalla Storia, che le prospettive di emancipazione di una o più classi non possono prescindere dall’essere incardinate in un contesto il più largamente condiviso di liberazione nazionale.

 

  1. Da quanto detto, appare chiaro che la ‘durata’ nel tempo di una identità culturale dipende essenzialmente dalla sua trasmissione da una generazione all’altra. Questa trasmissione, finché sono esistite comunità con una forte coesione interna, si realizzava attraverso la partecipazione ai miti e a riti ‘comunitari’, motore attraverso il quale la gente partecipava collettivamente e simbolicamente. Nella moderna società nazionale la trasmissione culturale è affidata all’educazione pubblica, al sistema scolastico, che forma, ad un tempo, l’identità nazionale e la preparazione professionale. Non irrilevante la funzione di trasmissione culturale assolta dai gruppi intellettuali e dall’informazione (stampa, TV, cinema, pubblicità…), in questa fase storica indirizzati a diffondere modelli culturali via via più ‘sovranazionali’, cosmopoliti, in linea con l’esplosione e l’integrazione/omologazione dei mercati. Quindi è essenzialmente attraverso il sistema educativo e l’informazione che si riproduce l’identità culturale di un popolo, di una nazione. E poiché oggi questa sfera –che in questo processo ha assunto un’importanza predominante– tende invece ad imporre un’identità sovranazionale, cioè in prospettiva una non-identità (se è vero come è vero che identità significa specificità) ecco che viene in evidenza uno dei ‘punti d’intersezione’ della moderna crisi, contraddizione di uno strumento che tende a capovolgere il proprio orientamento tradizionale (e pertanto elemento su cui focalizzare l’attenzione delle forze rivoluzionarie).

 

  1. Il territorio è il principale fattore materiale, tra quelli che contribuiscono a determinare l’identità etno-culturale. Un popolo non è solo ‘proprietario’ di un territorio, con il che diverrebbe normale ‘scambiarlo’ con un altro migliore, ma è al tempo stesso ‘parte’ di quel territorio, ha con esso un legame, che lo rende insostituibile e nel quale il gruppo ritrova i segni della sua storia passata (per esempio attraverso l’architettura e l’espressione artistica in senso lato). Il territorio attiene alla sfera degli interessi materiali (il rapporto con la terra rinvia da un lato alle risorse naturali, essenziali alla sopravvivenza del gruppo) e psicologici di una collettività, alla sua tradizione culturale, e per questo riveste un’ovvia importanza fondamentale nella lotta di liberazione, quando diviene –praticamente– l’oggetto del contendere, ciò che va liberato perché siano libere le genti che vi vivono. Il rapporto ‘nazionale’ col territorio è del resto legato al tipo di legame che intercorre tra questo e l’uomo, contenendo sempre due idee: quella di un certo spazio materiale e quella del dominio di tale spazio, esercitato attraverso forme di organizzazione sociale.

 

  1. Il senso d’identità comune richiede una coscienza di sé che può derivare solo dall’esperienza vissuta. Questo ci porta al concetto di ‘confine culturale’, che riteniamo di importanza fondamentale, determinato, nella sua esistenza, da fattori oggettivi –la presenza di gruppi umani a cultura diversa– e, perché si manifesti, perché assuma valore ‘operativo’, politico, è necessario l’intervento di fattori soggettivi –cioè ogni membro del gruppo deve essere cosciente di questa appartenenza e della diversità che sancisce. Il ‘confine culturale’ è ciò che restituisce, al singolo ed alla collettività, il senso della propria identità. La diversità rispetto agli altri ci fornisce la misura della nostra identità, esattamente come uno specchio –che è ben diverso da noi– ci riflette la nostra immagine. Il territorio di una nazione è quello ove vive il suo popolo, non quello ove domina.

 

  1. Un momento storico fondamentale, per l’affermazione della moderna idea di nazione, è costituito dalla costruzione dello Stato rivoluzionario giacobino, nella Francia del dopo 1789. Il nuovo regime rivoluzionario getta le fondamenta di quella che –sviluppandosi poi durante il regime bonapartista– diventerà la Francia moderna. In quest’opera di ‘fondazione’, che segna l’avvento al potere della borghesia, desiderosa di assumere in prima persona il potere politico, sì da gestire in modo opportuno le nuove fasi di sviluppo economico, il ceto politico giacobino (cioè una frazione di essa) si mosse tenendo presenti due esigenze, funzionali reciprocamente per la conservazione del sistema rivoluzionario: rilegittimare in modo diverso l’autorità (dopo l’annientamento della monarchia) e preservargli la capacità di difendere e perpetuare il potere della borghesia. La risposta giacobina fu di fondare il potere non più sul ‘diritto divino’ –come la monarchia– ma sul suo esercizio in nome del popolo (che, al tempo stesso, ricopriva il ruolo di alleato-subalterno della borghesia nel processo di ‘emancipazione’ politica in atto). Dunque, l’identificazione tra la ‘fonte’ (il popolo attraverso la nazione) e lo ‘strumento’ (lo Stato) è da ricercare nella sua funzionalità ideologica, molto materiale, collegata alle ragioni di fondo della rivoluzione del 1789: l’apertura con la forza del processo di sviluppo industrial/capitalistico gestito direttamente dal ceto rivoluzionario vittorioso. Per la prima volta, nel clima della rivoluzione francese, vede la luce lo Stato-nazione, in cui i due termini tendono a (con)fondersi –a tutto vantaggio dello Stato, che è l’unico a detenere strumenti di controllo.

 

  1. I giacobini e ‘successori’ riprendono pertanto dalla monarchia l’idea dello Stato, affermatosi significativamente dal Cinquecento, come apparato centralizzato che esercita l’autorità e ne valorizzano le potenzialità decisive sia per difendere il regime rivoluzionario dalle reazioni interne ed esterne, sia per procedere alla modifica delle strutture socio-economiche della società in funzione della difesa e dello sviluppo del proprio potere economico di classe. A tal fine coinvolgono le masse (almeno formalmente), accentrano i meccanismi decisionali politici, cristallizzano le frontiere facendo coincidere allingrosso la “nazione” come confine politico dell’autorità statale. Il nazionalismo, con cui i giacobini mobilitano il popolo intorno alla rivoluzione, è dunque parte integrante di un processo di natura economica –cioè di trasformazione della società in base ai mutamenti dell’economia. Abbiamo sin dall’inizio il manifestarsi del nazionalismo moderno quale ‘ideologia dello sviluppo’ economico, e l’affermarsi della nazione quale ‘confine politico’ dell’autorità statale.

 

  1. Negli anni successivi, il modello Stato-nazionale si diffonderà a tutti gli Stati europei, anche a quelli che contro la rivoluzione francese hanno combattuto; e la diffusione di questo modello su tutto il continente europeo, al di là di qualsiasi barriera ‘ideologica’, ha la sua spiegazione proprio in un fattore economico, e cioè la rivoluzione industriale. Le trasformazioni imposte da questo evento sono tali e tante da rendere necessari, al tempo stesso, una partecipazione di masse crescenti ed un sistema di controllo ben centralizzato. Lo Stato-nazione risponde perfettamente a queste esigenze, ed i ceti capitalistici in rapida crescita lo renderanno via via sempre più funzionale alle proprie esigenze di sviluppo e di controllo. In questo processo di estensione, il modello Stato-nazionale si caratterizzerà sempre più per l’accento posto sul fattore Stato (a sua volta sempre più inteso come strumento dei ceti capitalistici) a discapito del fattore nazione (cioè degli interessi collettivi). Quel ceto politico giacobino che dà una tale impronta destinata a durare nel tempo e ad allargarsi nello spazio geografico, non si limita a snaturare e a funzionalizzare per interessi di classe solo i valori nazionali, ma attua analoga operazione con valori politico/sociali quali Liberté, Égalité, Fraternité. Nel richiamo a questi, declinati ad uso e consumo delle proprie convenienze, si procederà all’apertura con la forza della nuova fase di sviluppo economico cui detto ceto politico/economico giacobino dà l’avvio, proiettandosi da subito nel conflitto per l’egemonia tra frazioni di classe dominante interna ed in competizione con altre ‘estere’.

 

  1. Riassumendo quanto detto sinora, il moderno nazionalismo (nato dalla rivoluzione francese) si caratterizza dunque per: identificazione della nazione con lo Stato, funzionalizzazione al processo di sviluppo industriale (‘in occidente’, anche capitalistico), coinvolgimento delle masse, accentramento dei meccanismi decisionali politici, cristallizzazione dei confini Stato nazionali. Da questa sia pur breve premessa storico/’ideologica’, possiamo ricavare due primi elementi per lo sviluppo di un progetto politico di cambiamento radicale, rivoluzionario, dell’esistente, e cioè: a) lo Stato-nazione è stato funzionale alla logica capitalistica (è un suo prodotto); b) un movimento autenticamente anticapitalista che voglia far proprie rivendicazioni nazionalitarie deve, necessariamente, caratterizzarsi diversamente dal nazionalismo classico e caratterizzare diversamente lo Stato-nazione. Si tratta quindi di ‘sfrondarlo’ dai suoi tratti negativi, utilizzandolo poi come veicolo per una ‘rottura positiva’, capace di fornire una risposta ai problemi dell’oggi coerente con le sue premesse. Da qui un duplice orientamento nella prassi politica: 1) sostegno alla lotta di liberazione di tutte le nazioni negate, oppresse, comprese quella –o quelle– sotto dominio del proprio Stato-nazione, sostegno che per ogni patriota nazionalitario e inter-nazionalista conseguente è una delle cartine al tornasole della credibilità del progetto di liberazione nel proprio paese; 2) lotta di liberazione nella e della propria nazione dalla dipendenza esterna (oggi pressoché generalizzabile per tutte le nazioni, i popoli, essendo ormai planetario il dominio statunitense e quello di multinazionali e organismi finanziari transnazionali) e interna (incarnata dall’ascarismo del ceto politico della borghesia di Stato verso i suddetti referenti economico/finanziari).

 

  1. A fronte di una possibile strumentalizzazione coloniale o imperialista di una lotta di liberazione nazionale, è bene scindere il legittimo diritto di autodecisione di un popolo dall’incoerente e non conseguente (con tale principio) atteggiamento di subalternità con interessi di natura coloniale e/o imperiale. Affermare il diritto –non l’obbligo– alla separazione ci pare un primo passaggio fondamentale per ridiscutere le relazioni all’interno delle statualità dominanti. La prima pietra nella lotta contro lo sciovinismo, quindi, va lanciata in casa propria. Più in generale, riconoscendo a tutte le nazioni il diritto all’autodecisione, riteniamo si possa apporre un primo tassello che rappresenta il massimo di democrazia nelle relazioni inter-nazionali e che necessita comunque di un completamento interno a valorizzarne l’essenza. Nessuna concessione, pertanto, allo sciovinismo, al colonialismo, all’imperialismo che hanno necessità di avvalersi strumentalmente di connotati nazionali per affermarsi, così come è fondamentale non concedere alibi nemmeno a chi, virtuosamente, pur sostenendo di essere contro ogni sciovinismo, finisce di fatto con il fargli da portatore d’acqua. Se il diritto di autodecisione di una nazione non si discute, che detto altrimenti significa il diritto all’indipendenza politica e la pari legittimità di opzioni diverse –separazione, autonomia, unione, federazione, comunità di Stati indipendenti, ecc.– ciò non significa astenersi da valutazioni –pur sempre delicate per ragioni legate alle situazioni specifiche e di contesto– su istanze, percorsi o prefigurazioni politico/sociali di questo o quel movimento di liberazione nazionale.

 

  1. Quantunque sia storica e particolare la genesi di ogni nazione, ne permane un portato di validità storicamente universale nel tempo/spazio in quanto concorre in modo decisivo –e non se ne può prescindere– al formarsi delle mentalità, risultando il fattore più significativo storicamente esistente e politicamente pensabile della fondatezza e legittimità culturale e politica di uno Stato e della sua sovranità. Il fondamento nazionale è quindi pilastro e snodo ineludibile al dispiegarsi di qualunque progetto di società. Sì, di qualunque progetto, perché data l’indipendenza effettiva di una nazione non ne discendono appunto, automaticamente, forma e modi di espressione della relativa organizzazione politico/sociale. Certo, una proiezione politica, frutto di una condivisione sociale estesa, incorpora fattivamente degli elementi di socialismo che non si possono ignorare, pena l’affermazione, nella nazione, di interessi di parte, di minoranze di classe appunto. Ogni critica al funzionamento dei modi di produzione del capitalismo e alle formazioni economico-sociali cui questo dà vita, se vuol ambire ad essere conseguente, non può non radicare un orizzonte concreto alternativo, non può non pensarlo, non può non porsi la questione dello spazio, del territorio, della sovranità e del fondamento della sua legittimità preliminari alla prefigurazione di un modello altro. Una comunanza culturale pone in altri termini dei nodi precisi, relativi ai beni collettivi nazionalmente condivisi, che potrebbero essere definiti res communes omnium, beni cioè di proprietà collettiva (ad esempio quelli ambientali) il cui diritto è nella nazione depositaria della trasmissione da una generazione all’altra di detti beni.

 

  1. Sul terreno dei rapporti economici e sociali la nazione ha costituito di volta in volta il cardine di progetti politici di segno opposto, del capitalismo liberista o del corporativismo fascista così come del socialismo. In conseguenza di questo non si può fare a meno di evidenziare la natura estremamente diversificata sul piano ideologico che ha storicamente caratterizzato i vari movimenti nazionalisti, i quali sono stati, a seconda dei casi, veicolo di concezioni conservatrici sul piano economico e sociale o all’opposto di idee fortemente avanzate in senso socialistico (pensiamo ad esempio a Cuba, al Vietnam, ai movimenti bolivariani dell’America Latina o a quelli delle nazioni senza Stato come baschi, corsi, palestinesi, ecc.), in una casistica che abbraccia una molteplicità di varianti.

 

  1. Va d’altra parte sottolineato che soltanto il binomio con prospettive effettivamente progressiste sul piano economico-sociale è risultato essere coerente con quei pilastri fondamentali di ogni rivendicazione nazionale basati su sovranità, indipendenza e libertà, nonché con la valenza “comunistica” insita nel concetto stesso di nazione, dando così un contenuto non astratto all’idea di popolo. Diventa quindi fondamentale acquisire la consapevolezza del legame inscindibile tra forma statuale e la possibilità di dar vita a spazi e configurazioni reali di democrazia e socialismo. La nazione come base di un progetto politico anti-imperialista è in tal senso insostituibile, e non a caso ha rappresentato storicamente l’unica cornice all’interno della quale potessero prendere corpo democrazia e socialismo. Una cornice da cui non sono certo banditi i conflitti di classe, ben lontani dal loro scioglimento idilliaco in nome di un presunto interesse nazionale predeterminato e oggettivo, i cui contenuti sono invece determinati dalle condizioni materiali e dai rapporti di forza tra le varie componenti sociali. Nessun gruppo, all’interno della nazione, può avanzare pretese esclusive a possedere le ricchezze del territorio (ambientali, energetiche, culturali, artistiche, monetarie ecc.) e men che meno a cederne il controllo. Alcuni settori, come l’energia, l’agricoltura, il sistema creditizio, i trasporti, il sistema sanitario, il sistema scolastico, la ricerca scientifica ed altri rappresentano i concreti interessi vitali della popolazione, al di là delle inevitabili distinzioni di classe o di ruolo. Tali interessi non sono privatizzabili, né ‘spendibili’ sui mercati finanziari internazionali, se non si vogliono mettere a grave rischio la sicurezza e la prosperità collettiva della popolazione.

 

  1. Valenza che va infatti a investire la questione di ciò che avviene sul e nel territorio, che non può essere visto in ultima istanza come gestione privatistica, dal modo di produzione all’impatto ambientale alla relazione con i beni comuni. Difficile –per non dire impossibile– che essi trovino una concretizzazione all’interno di un sistema capitalista che ha insita la vocazione a trascrescere in imperialismo. Il capitalismo non ha mai avuto e mai avrà nazione. L’idea di nazione, il sentirsi parte di una nazione, è stato e rimane un fondamentale elemento di democrazia. In questo ambito si sono potute portare avanti le lotte per la conquista di diritti civili, sociali e politici. L’idea di nazione è il più inclusivo concetto politico che esista, perché comprende tutti e dà a tutti uguali diritti. Il che apre uno spettro di riflessioni che attengono ai concetti distinti, ma interconnessi, di nazione (che rimanda ad una comunanza di natura culturale) e di popolo (che rimanda ad un’unità di tipo politico e giuridico). C’è una strutturale alterità di interessi e di ‘orizzonti’ rispetto alle grandi oligarchie imprenditorial-finanziarie che necessitano semmai dell’appoggio determinante di uno Stato, con cui si relazionano per l’affermazione dei propri interessi particolari, sia dentro sia esternamente ad esso, richiedendone un ‘accompagnamento’.

 

  1. La questione nazionale ed il colonialismo imperialistico. Un primo, grande pregiudizio contro la nazione sta nel fatto che essa, sia nell’Ottocento che nel Novecento, è stata il pretesto ideologico per praticare politiche di potenza quasi sempre di tipo razzista e scatenare nel Novecento le due guerre mondiali. Quelle e queste, però, a ben vedere sono da ascrivere al militarismo, al colonialismo imperialistico, allo scontro tra Imperi affermati e altri in via di formazione, il tutto negando diritti e aspirazioni all’autodeterminazione nazionale. La strumentalizzazione del concetto di nazione in senso sciovinista, in chiave imperialista, rovesciando il senso che aveva avuto a partire dalla Rivoluzione Francese e successivamente in Età Romantica, non è un’invenzione del fascismo, ma una costante dei decenni che precedono la Prima Guerra Mondiale, la cosiddetta Età dell’Imperialismo. Le guerre e le tragedie del Novecento, per non andare più indietro nella Storia, sono responsabilità delle diverse e conflittuali velleità espansive dei capitalismi allocati negli Stati e del confronto armato imperiale/imperialista tra poli capitalistici quale logica conseguenza. Il capitale non ha nazione. Si è trattato e ancora si tratta –è storia dell’oggi– di apparati dominanti che, quando devono legittimarsi e mobilitare il consenso, snaturano il principio di nazione e ne fanno la leva ideologica di Stato per aggressività all’estero. Non c’è principio più mistificato e violentato di quello di nazione, di patria. Le classi dominanti hanno spadroneggiato quando se ne sono servite, ma sono state messe sempre in crisi quando ad appropriarsene, come vettore e luogo di insorgenza e di liberazione sociale, sono state le classi dominate. Militarismo, colonialismo imperialistico e imperialismo, nonostante le loro bandiere, sono sempre la negazione, il più grande nemico frontale del riconoscimento della legittimità dell’identità nazionale, che ha come sua prima caratteristica il riconoscimento dell’altro come differente e perciò eguale, che è cosa ben diversa, anzi opposta, dal considerarlo diverso e perciò diseguale. Estrema fermezza su questo punto, concettualmente il più delicato ed importante.

 

  1. La questione nazionale e la questione sociale. Un secondo pregiudizio insiste sull’essere l’idea di nazione nemica della questione sociale: le classi oppresse sarebbero sistematicamente ingannate dall’utopia interclassista dell’identità nazionale, ora subendo divisioni all’interno, ora vedendo deviate le proprie istanze rivendicative, ora venendo utilizzate come carne da macello per le guerre imperialistiche. Vi è una parziale pertinenza storica in questa obiezione. Ma la questione nazionale, se radicata in forze sociali reali e consapevoli, non distrae mai dalla questione sociale. Ogni sviluppo dialettico della cosiddetta questione sociale (che è poi lotta fra differenti classi, non soltanto due) ha come presupposto storico ogni specifica, precedente identità nazionale. La rivoluzione classista pura, del resto, è un’astrazione. Tutte le rivoluzioni sociali concrete non sono mai state pure. La rivoluzione russa del 1917 ha avuto almeno tre soggetti sociali distinti (operai, contadini poveri ed intellettuali rivoluzionari), con distinti programmi e distinte finalità. Tutte le rivoluzioni sociali concretamente avvenute (ad es.: Cina 1949, Vietnam 1954, Cuba 1959) sono tutte sorte da una precedente questione nazionale non risolta, a causa appunto dell’imperialismo, che non è una deviazione patologica dell’idea nazionale, ma ne è la sua negazione assoluta. In questo contesto l’internazionalismo (e si presti attenzione al significato etimologico di inter-nazionalismo che sta per “tra“, dalla preposizione latina inter, non per “senza” le nazioni) presuppone il rapporto fra nazioni differenti ed eguali, non certo la sparizione o la negazione delle nazioni.

 

  1. La questione nazionale e lorrore delle guerre etniche. Vi è un terzo pregiudizio secondo cui il riconoscimento della legittimità dell’identità nazionale è pericoloso, perché porta alle terribili e sanguinose guerre etniche (Hutu contro Tutsi, musulmani di Bosnia contro serbi di Bosnia, eccetera). Ebbene, le guerre etniche non sono l’inevitabile e tragica conseguenza del riconoscimento della questione nazionale, ma sono appunto l’opposto, il frutto della negazione e della banalizzazione colpevole della questione nazionale stessa. Occorre inoltre tenere presente che spesso le situazioni maggiormente spinose e intricate sono l’eredità storica di politiche imperiali o coloniali tese a rendere impraticabili o quanto meno molto difficoltose le lotte per il riconoscimento politico delle nazionalità oppresse, attraverso la creazione di “mosaici” etnici e la logica del “divide et impera” funzionali a riproposizioni di dominio o comunque di controllo in mutate vesti. Ma, appunto, questo presuppone il riconoscimento della legittimità e delle ragioni della questione nazionale, non il contrario, cioè l’interventismo militare “umanitario”.

 

  1. La questione nazionale e il fascismo. Sulla questione nazionale, poi, aleggerebbe l’ombra nera del fascismo. Ebbene, il regime fascista è stato a suo tempo colpevole di almeno quattro crimini atroci, proprio a partire dalla torsione ideologica effettuata sulla questione nazionale. Il primo crimine è consistito nel tentativo di monopolizzare il concetto di identità e di appartenenza nazionale, identificandolo con l’appartenenza al regime e allo Stato fascista, per cui fascista era fatto sinonimo di italiano ed antifascista di anti-italiano. Il secondo crimine è consistito nell’associazione dell’idea della nazione italiana con un programma espansionistico, colonizzatore e razzista di tipo imperialistico, che ha visto nell’aggressione all’Etiopia del 1935-’36 il suo punto più abietto, destinato ad essere proseguito con le aggressioni all’Albania, alla Grecia, alla Jugoslavia ed alla Russia a partire dal 1939. Il terzo crimine, meno appariscente ma rivelatore, è consistito nell’oppressione e nel tentativo di cancellazione e di snazionalizzazione delle minoranze nazionali di lingua tedesca (dell’Alto Adige/Sud Tirolo), slava (dell’Istria) e greca (del Dodecanneso). Il quarto crimine è consistito nelle leggi razziali del 1938 discriminando all’interno della stessa comunità nazionale su basi di credenze religiose. Nei confronti della questione nazionale il fascismo è dunque colpevole. In termini generali, quindi, il legame fascismo-nazione si rivela in tutta la sua strumentalità, dal momento che il primo si serve della seconda per costruire un’ideologia che s’incentra nello Stato e nell’idea di Impero, finendo oltretutto col teorizzare il superamento della nazione stessa in chiave imperiale, con la relativa politica estera aggressiva d’accompagno. Analogamente al fascismo, anche l’ideologia nazionalsocialista strumentalizza l’idea di nazione a scopo propagandistico per la conquista del potere. E così, come per il fascismo, l’obiettivo è il superamento della nazione stessa in un’ottica imperiale. Andandosi a collocare, similmente ad altre ideologie che negano alle altre nazioni i diritti che rivendicano per la propria, nel novero degli sciovinismi.

 

  1. C’è chi, poi, sostiene l’impossibilità di un’indipendenza politica e culturale in un contesto obbligato di inter-dipendenza economica, così che il vincolo sistemico obbligato dell’inter-dipendenza economica del commercio e della finanza internazionale svuota necessariamente ogni pretesa di indipendenza politica e culturale. Questa obiezione sembra aderire ai ‘nuovi tempi’ in modo risolutivo, ma non lo è affatto come sembra. In primo luogo essa fu già il cavallo di battaglia del libero scambio inglese dell’Ottocento, che era peraltro già sostenuto dalle cannoniere e dalle spedizioni militari imperialistiche. In secondo luogo, l’inter-dipendenza commerciale non è affatto nemica dell’indipendenza, se viene concepita come rapporto fra soggetti eguali in sovranità politica e culturale. Si dirà che i soggetti eguali non possono che dar luogo ad un’utopia, perché i soggetti sono sempre diseguali economicamente e militarmente. Chi rileva questo non fa che scoprire l’acqua calda. L’inter-dipendenza è appunto un obiettivo storico-politico da perseguire, un obiettivo alternativo alla cosiddetta globalizzazione, che è invece anche concettualmente una rappresentazione ideologica del dominio. Indipendenza ed inter-dipendenza sono concetti sanamente correlati, cui si oppone invece la coppia malsana di dipendenza e di globalizzazione.

 

  1. Nazionalità, allogenìa, cittadinanza. Si pone infine un nodo amplificato dal fenomeno del flusso crescente di allogeni, cioè di nati altrove, che sono l’onda lunga, in termini storici, di un processo che ha le sue cause scatenanti soprattutto –anche se non esclusivamente– nel colonialismo e nell’imperialismo. Il concetto di nazione e la categoria derivata di nazionalità investono una dimensione culturale e sociale, con effetti indubbiamente anche politici, ma che sarebbe insufficiente (e a ben vedere discriminatorio) considerare se, all’interno di una qualsiasi organizzazione sociale, non interagissero con il concetto di cittadinanza. Fermo restando lo ius Patriae (della propria, per chiunque) come orizzonte strategico, è necessario che il principio di cittadinanza venga percepito come il fattore integrativo del concretarsi sociale di un progetto di liberazione nazionale e di sovranità popolare effettiva: chiunque decida di vivere e di condividere il proprio futuro in un quadro politico e culturale differente da quello d’origine, o anche sia costretto a farlo per condizioni esterne alla sua volontà, deve vedersi riconosciuta la titolarità di soggetto politico con pari diritti e pari doveri, pur in una scansione dei tempi, assicurando subito quelli sociali e, in concomitanza progressiva con l’integrazione, quelli politici.

 

  1. Una disamina attenta delle dinamiche delle formazioni sociali e dei modi di produzione capitalistici quantomeno del Novecento, oltre che la spinta, come sul continente europeo, ad un’unione economica e monetaria, che conduca ad uno Stato politico europeo, come da grande processo capitalistico di integrazione avviato negli anni ’50, ci dice molte cose: la tendenza al superamento delle ‘barriere’ nazionali tradizionali è connaturata al capitalismo; la lotta anti-capitalistica che si fonda esclusivamente sul socialismo rivoluzionario e la dimensione internazionalista della lotta di classe si rivela perdente; la rivendicazione ‘nazionale’ è oggi la più efficace a contrastare le tendenze globaliste e anti-democratiche del capitalismo, in particolar modo della sua variante liberista, e a metterne in discussione le stesse basi attuali. È d’altra parte altrettanto vero che la prospettiva ‘nazionale’, di per sé, può risultare parzialmente efficace, se priva di incisività su un altro versante strutturale del capitalismo, e cioè lo sfruttamento di classe. Ne consegue che dall’incontro delle due diverse prospettive può scaturire il massimo dell’efficienza politica per la lotta al sistema capitalistico. Un incontro, un’alleanza che è peraltro quanto mai attuale e naturale.

 

  1. Questo perché la tendenza ‘globalista’, denazionalizzatrice, se non proprio anti-nazionale del capitalismo contemporaneo, colpisce direttamente ed in misura crescente gli interessi delle classi lavoratrici. Infatti, mentre il capitale e i capitalisti migrano, si ‘globalizzano’, a restare all’interno dei confini fisici della Patria, della nazione, sono i salariati licenziati, i cassintegrati, i disoccupati e quelli che non troveranno mai occupazione, gli ‘inoccupabili’, la cosiddetta ‘popolazione eccedente’; in secondo luogo gli operai e gli impiegati che difendono disperatamente il lavoro che ancora hanno e lottano contro gli effetti perversi della ‘razionalizzazione’ e della deindustrializzazione, contro la chiusura delle fabbriche e delle imprese; in terzo luogo, gli artigiani, i piccoli industriali, gli imprenditori e tutti coloro che senza certezze di alcun genere impegnano contemporaneamente il proprio lavoro e le proprie risorse economiche e si dibattono in balìa delle conseguenze delle costrizioni del sistema economico mondiale, del suo caos permanente, degli effetti della concorrenza senza regole, dell’incertezza degli sbocchi esterni, delle difficoltà di finanziamento, dell’enormità del costo del denaro, della ‘libera’ circolazione di merci e capitali, del dominio del dollaro. Qui si materializza l’essenza sociale, costitutiva della patria, l’idea moderna di Nazione. È chiaro che proprio la difesa degli interessi particolari di classe deve spingere i lavoratori ad assumere la portata nazionale dello scontro –intesa come rilevanza e caratterizzazione nazionale della conflittualità tra interessi di classe e tendenze internazionalizzatrici e globaliste del capitalismo. Si rende perciò necessario il superamento dei pregiudizi ‘anti-nazionalisti’, che hanno trovato storicamente la loro ragion d’essere in una fase in cui –diversamente da oggi– il nazionalismo veniva utilizzato strumentalmente dall’ideologia capitalista, e dunque da questa risultava condizionato. La storia anche contemporanea del resto lo mostra: una sperequazione economica e sociale, anche acuta, determina sì una reazione ‘di classe’, ma il conflitto di rado si intensificherà all’infinito, a meno che non ci si possa identificare, e identificarsi reciprocamente, in termini culturali, nazionali. È proprio la forza di questa identità il fattore principale che consente in diversi ‘dove’ del pianeta di reggere, per periodi non brevi, livelli di scontro di insolita durezza.

 

  1. La natura coloniale di una nazione non è strettamente legata a forme palesi di dipendenza; la presenza di un esercito occupante, così come l’esistenza di forme di governo ‘dipendente’, costituiscono certamente la riprova di uno status coloniale, ma questo non è assente in assenza di tali elementi di riprova. Se è giusto, com’è giusto, lottare per abbattere un rapporto di subordinazione tra classi, per giungere ad una pari dignità tra lavoratori, a prescindere dalle capacità di ciascuno, altrettanto giusto è battersi per un rapporto paritetico tra le nazioni del mondo, senza cioè che la maggior forza di una venga esercitata a danno delle altre. E se quest’esigenza è tanto più valida quando l’oppressione di classe è dissimulata, altrettanto si può e si deve dire per l’oppressione imperialista. Rivendicare la piena e completa indipendenza nazionale è una questione che non si esaurisce negli aspetti formali delle istituzioni politiche, ma che deve incidere sui piani sostanziali, sia quelli degli assetti sociali interni sia quelli che davvero hanno valore di identificazione per quanto attiene la natura dei rapporti internazionali. Il che ha strettamente a che fare con la natura socio/politica dei soggetti che dirigono la lotta.

 

  1. Ripiegare realisticamente sulla lotta per il socialismo nel proprio paese come primo passo. La dimensione nazionale è da intendere come un ‘confine culturale’, come il ‘limite’ di un’identificazione collettiva, non come una barriera. Realizzare la liberazione della nazione costituisce un passo verso la liberazione di tutti coloro che la compongono, ma non, di per sé, la realizzazione piena di questo obiettivo. Occorre dunque, di sicuro, che ad essa faccia seguito la liberazione degli oppressi della nazione –e, se ve ne sono, dalla nazione. Riconquistare indipendenza nazionale significa muoversi nell’unico modo –e nell’unico senso– possibile per giungere concretamente alla riconquista di una ‘possibilità di socialismo’. La liberazione nazionale è la conditio sine qua non della rivoluzione. Le due cose possono darsi contemporaneamente, laddove le condizioni storico/politiche lo consentono, ma non può esserci rivoluzione senza libertà nazionale.

 

  1. Sulla base di queste considerazioni, si può affermare che la rivendicazione di carattere nazionale non costituisce affatto, di per sé, una pericolosa manifestazione di sciovinismo, di interesse esclusivo per le classi dominanti, di imperialismo in pectore. Ciò tanto più oggi, che le classi dominanti ‘nazionali’ dimostrano sempre più di considerarsi ed essere un’unica classe sovranazionale, e che le tendenze economiche e politiche espresse da quest’oligarchia-senza-patria puntano decisamente verso l’abbattimento di qualsiasi frontiera (persino di quelle doganali, che essa stessa ha in passato voluto). Rivendicare la propria identità è, oltre che una primaria esigenza dell’uomo, indispensabile a stabilire rapporti equilibrati con gli altri. E questo vale tanto più a livello di collettività. Per questo motivo non sarà mai possibile costruire un sistema di rapporti inter-nazionali giusto ed equo senza che, prima, le singole nazioni abbiano raggiunto la propria, reale, indipendenza. In tale prospettiva ci sentiamo inter-nazionalisti, considerandoci vicini politicamente ed eticamente a qualunque realtà si muova in senso anticapitalista ed antimperialista. Detto in altre parole: la questione nazionale è principale, la questione di classe è fondamentale. Il nostro sogno egualitario, di giustizia sociale, di liberazione individuale e collettiva è, in quest’ottica, senza frontiere.

 

Indipendenza

15 settembre 2018

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