Covid-19 e Servizio Sanitario Nazionale

Ce ne sono volute di lotte, nella Prima Repubblica, per arrivare ad un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si collegasse a quanto previsto dall’art. 32 della Costituzione! Trent’anni di lotte, di dure lotte politico-sociali, per un sistema sanitario pubblico, universale e finanziato dalla fiscalità generale che, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, venne configurato con la legge 833/1978 (dicembre). Se ne leggano quantomeno gli artt. 1 e 2.
Prima di allora il sistema sanitario italiano si basava su una forma di protezione assicurativo-previdenziale, sulle mutue: il diritto alla tutela della salute era strettamente legato alla condizione lavorativa e non era quindi un diritto sociale, di cittadinanza nel senso pieno del termine. Con buona pace della Costituzione del 1948, che pure formalizzò un principio sociale di assoluta importanza, la sanità non solo vedeva una copertura parziale della popolazione, ma registrava forti sperequazioni tra gli stessi beneficiari: varie erano le quote contributive (in base al tipo di lavoro svolto) versate alle assicurazioni, diversi i livelli qualitativi di assistenza cui si poteva accedere. Una sanità odiosamente di classe che vedeva i soggetti più vulnerabili e maggiormente esposti a malattie e rischi sociali (ad. es. lavoratori a basso reddito con relativi familiari, disoccupati, ecc.) con possibilità ridotte, anche ‘vistose’, di accedere a cure ed assistenza adeguate.
Un punto di arrivo la legge del 1978? No, di passaggio, pur molto importante perché si arrivasse ad un’applicazione effettivamente universale, sul territorio nazionale, e di qualità di quanto previsto. I princìpi alla base del SSN erano l’universalità (prestazioni sanitarie estese a tutta la popolazione), l’uguaglianza (nessuna discriminazione all’accesso alle cure) e l’equità (parità di accesso ad uguali bisogni di salute), ma rimanevano differenze geografiche e lentezze/ostruzioni (burocratiche e di interessi privati) alla sua piena ed effettiva attuazione. Pur tuttavia passi avanti enormi venivano compiuti ed altri erano ancora da compiere per adeguare i princìpi scritti in pratica sociale corrente.
Neanche 15 anni dopo, in linea con le direttive neoliberiste euro-atlantiche, si avviò lo smantellamento. Nel 1992 (governo Amato) venne partorito il D.L. 502/92, poi leggermente modificato dal D.L. 517/93 (governo Ciampi): sfaldare l’omogeneità delle prestazioni sul territorio nazionale. S’inserì così un cuneo nell’universalità del servizio: pur identificando dei “livelli uniformi di assistenza” su base nazionale, alle Regioni furono devoluti grandi poteri in modo che economicamente e, in parte, politicamente divenissero responsabili dei propri sistemi sanitari. Le USL, poi, divennero ASL, cioè vere e proprie aziende pubbliche dotate di autonomia imprenditoriale e gestite da potenti “manager della salute”, che agivano sulla base di criteri di efficienza economica e di “produttività”. Poco a poco, per l’adeguamento dei conti pubblici ai parametri europei e la sottomissione alle direttive delle istituzioni europee, il ‘piano inclinato’ della riorganizzazione in senso aziendalistico della sanità pubblica aprì le porte alle strutture sanitarie private, di fatto equiparate a quelle pubbliche attraverso il meccanismo dell’accreditamento che le rendeva a tutti gli effetti un pilastro del SSN e non più semplicemente accessorie e supplementari. Per altre strade si tornava fattivamente al sistema delle mutue. La “riforma Bindi” (1999) configurò l’impostazione fondamentalmente privatistica dell’ordinamento sanitario; pochi mesi dopo (L. 13 maggio 1999 n. 133) soppressione nell’arco di tre anni del Fondo sanitario nazionale e compito alle Regioni di finanziare direttamente il proprio Servizio Sanitario. Nel 2001 muta lo stesso quadro costituzionale: la riforma del titolo V della Costituzione ridefinisce i rapporti tra Stato e Regioni in senso federalistico, attribuisce a queste ultime nuovi poteri e autonomia, divarica ulteriormente la frammentazione e la disomogeneità dei servizi erogati nei diversi territori. La sanità è stato il primo e più importante ambito di sperimentazione del federalismo i cui risultati deleteri sono tutt’oggi evidenti agli occhi di tutti.
L’epidemia del CV-19 ha scoperchiato il Vaso di Pandora disvelando impietosamente il fallimento della gestione privatistica dei diritti sociali e degli interessi strategici della nazione con tutta la filiera annessa: il regionalismo differenziato e committenza d’indirizzo dell’impianto predatorio anti-nazionale ed anti-sociale euro-atlantico (UE-BCE-FMI-USA). Per limitarci alla sanità (sorvolando in questa sede su altre enormi ‘ricadute’) tutto è visibile, documentabile, inoppugnabile: tagli progressivi (chiusura ospedali; tagli medici, infermieri, ecc.); smantellamento di reparti non profittevoli; enormi spostamenti di fondi verso la sanità privata; dequalificazione progressiva (di quel che resta) del servizio pubblico (a partire dalle lunghe liste di attese con accelerazione dei tempi, previo pagamento, tramite la cosiddetta “intramoenia” delle prestazioni ovvero l’uso privato del sistema pubblico), eccetera.
CV-19 ci dice questo: riconquistare (e migliorare) un sistema sanitario pubblico, universale, finanziato dalla fiscalità generale. Un obiettivo politico-sociale fondamentale che però sarà destinato alla sconfitta se ‘sezionale’, se non inscritto in un percorso politico e sociale di liberazione, necessariamente a tutto campo, con queste parole d’ordine: sovranità ed indipendenza nazionale, unità della Repubblica, uguaglianza dei diritti.
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
Accorciamo le distanze!
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Rivista patriottica e sovranista italiana impegnata in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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