Tesi sull’ambiente

TERRITORIO, AMBIENTE, ECOLOGIA VERSUS STATO E NAZIONE.

ORIENTAMENTI PER L’INDIPENDENZA E LA LIBERAZIONE

Da diversi decenni la questione ambientale si è imposta come uno degli argomenti al centro del dibattito politico, coinvolgendo direttamente questioni cruciali quali relazioni economiche, modelli di società, paradigmi culturali. Negli ultimi anni, poi, il tema del riscaldamento globale, delle sue cause e delle sue conseguenze ha ulteriormente infiammato il dibattito, suscitando reazioni a volte molto accese. Si tratta insomma di una questione che una realtà come Indipendenza ha il dovere di approfondire, come dimostrato peraltro dai numerosi articoli a riguardo apparsi sulla rivista cartacea nel corso degli anni, e su cui assumere delle posizioni ponderate e articolate, e allo stesso tempo chiare ed inequivoche. Di qui la ragion d’essere di queste tesi.

1. L’attenzione per la questione ambientale è un tema politico, nell’accezione più ampia del termine. Ciò vuol dire che a essere investiti sono tutti gli ambiti delle attività umane: economia, società, cultura. Di conseguenza la discussione deve riguardare le scelte politiche, mentre sono del tutto insufficienti (se non irrilevanti) gli approcci che focalizzano la loro attenzione sui comportamenti individuali e che implicano pertanto una sostanziale separazione tra l’etica del singolo e il contesto socio-culturale ed economico di cui esso fa parte e di cui è in qualche modo espressione.

2. Vi è un’incompatibilità strutturale e insuperabile tra capitalismo e tutela dell’ambiente. Il perseguimento della crescita infinita del profitto implica l’assenza di un limite allo sfruttamento delle risorse anche ambientali, le quali però sono finite, dato che tale è il pianeta. Lo sviluppo misurato da parametri esclusivamente quantitativi come il PIL non può conciliarsi con un qualsiasi approccio che sia realmente e coerentemente ecologista.

3. In tal senso è necessario essere consapevoli della carica mistificante insita nelle risposte (presunte) “ecologiste” organiche alle logiche e alle finalità degli interessi capitalistici. Si fa riferimento in particolare a quei fenomeni generalmente indicati con i neologismi anglofoni greenwashing e green economy. Se il primo consiste nel tentativo, portato avanti per fini di marketing da parte di alcune aziende (di solito multinazionali), di darsi un’immagine ecologista, occultando così le proprie pratiche tutt’altro che rispettose per l’ambiente, assai più insidioso ed ambiguo si rivela il cosiddetto modello della green economy. Con questa espressione s’intende genericamente un modello di sviluppo che si presenta come sostenibile dal punto di vista ecologico. In realtà, dietro la facciata green si cela il perseguimento di interessi squisitamente capitalistici, in nome dei quali si pone un’enfasi su aspetti meno che importanti se non proprio secondari e circoscritti, occultando questioni ben più impattanti, come lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o le emissioni necessarie per produrre e trasportare in tutto il mondo prodotti dotati di tecnologia “verde” e “sostenibile”; in altri termini la logica estrattivistica propria del capitalismo non viene scalfita.

4. Il modello alla base della green economy è inoltre intrinsecamente classista, poiché scarica la responsabilità del riscaldamento globale sulle fasce più deboli della popolazione, quelle che non possono permettersi la tecnologia più avanzata e che non hanno un reddito sufficiente per abitare nelle città smart ed ecologiche. Città che queste persone sono obbligate comunque a raggiungere quotidianamente dalla provincia o dalle periferie suburbane più trascurate, spesso con mezzi propri, dal momento che il trasporto pubblico (sovente a gestione privata) si rivela spesso inefficiente. Tali dinamiche non fanno altro che acutizzare la contrapposizione tra città e provincia, alimentando lo spopolamento e l’abbandono di larghe porzioni di territorio e contemporaneamente la crescita smisurata e disordinata delle aree metropolitane. Uno scenario assai poco ecologico e sostenibile.

5. Altro aspetto controverso della green economy è il fatto che essa non mette minimamente in discussione le dinamiche della globalizzazione capitalista. Ciò vuol dire che il flusso incessante di merci, persone e capitali su scala globale non è in nessun modo considerato un problema, nonostante le indubbie ricadute distruttive sul piano ambientale in termini di devastazione del territorio (sfruttamento e grandi opere) e riscaldamento globale (emissioni). Vi è poi un’altra conseguenza, non meno perniciosa, vale a dire l’insistenza con cui si afferma che i problemi ambientali, essendo globali, necessitano di una risposta globale, perorando così la causa della cessione di sovranità da parte degli Stati verso organizzazioni politiche o tecnocratiche sovranazionali, con tutto ciò che questo comporta in termini di erosione dei processi democratici. Al contempo si fornisce un comodo alibi alle classi politiche interne per non affrontare su base nazionale il contrasto al degrado ambientale.

6. La green economy costituisce infine, in maniera piuttosto evidente, la soluzione con cui il capitalismo atlantico punta a preservare la propria superiorità tecnologica e geopolitica nei confronti delle potenze emergenti (in primis la Cina, ma non solo) e al tempo stesso rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione fondato sui processi produttivi con creazione di nuove catene del valore orientate al profitto (emblematico in questo senso il caso dell’auto elettrica), attenuando la fase involutiva caratterizzata dalla preminenza della finanza e della deindustrializzazione nei Paesi a capitalismo maturo, con le relative conseguenze estremamente negative in termini di stabilità economica e di prospettive di crescita.

7. Tali considerazioni non devono però in nessun modo indurci a sposare le tesi minimaliste se non del tutto negazioniste che non riconoscono come reale il riscaldamento globale o che escludono qualsiasi responsabilità umana sullo stesso. La storia del nostro pianeta è indubbiamente caratterizzata dall’alternanza di cicli (più caldi o più freddi) dalla durata plurisecolare ed è altrettanto vero che a partire dal XIX secolo siamo entrati in un ciclo più caldo rispetto ai secoli precedenti. Tuttavia i ritmi di innalzamento delle temperature sono negli ultimi decenni cresciuti in maniera talmente elevata da rendere assai arduo sostenere l’inesistenza di qualsiasi legame tra uno sviluppo economico distruttivo e i mutamenti climatici in atto.

Il fatto che i problemi ambientali vengano strumentalizzati per diverse finalità (profitto, imperialismo, sfruttamento di classe) non significa in nessun modo che essi non esistano e siano pertanto frutto di un gigantesco inganno. Quest’ultimo riguarda la lettura e le soluzioni del fenomeno, non –come già detto– il fenomeno in sé.

Va peraltro sottolineato come le tesi “negazioniste” in merito ai cambiamenti climatici siano in genere promosse e veicolate dai settori capitalistici più arretrati (produttori di petrolio, filiera statunitense della ruggine, ecc.).

Questi in estrema sintesi possono essere individuati come i nodi essenziali del problema, a partire dai quali si possono a nostro avviso elaborare alcune proposte di carattere generale, su cui basare una proposta politica realmente ecologista:

8. Occorre dar vita a un modello economico che sia il più possibile “de-globalizzato” e basato sul consumo di prodotti prevalentemente locali e/o nazionali. Indispensabile in tal senso la diversificazione di ogni singola economia nazionale, in antitesi con le logiche della globalizzazione che favoriscono le specializzazioni in un unico settore (o tutt’al più in pochi settori) e la parcellizzazione delle catene produttive, con la conseguente dipendenza dai flussi globali. Solo in questo modo si possono ridurre drasticamente gli effetti devastanti delle emissioni di aerei, navi, camion, per non parlare di quelli relativi alla costruzione di infrastrutture sempre più invasive e distruttrici (es. TAV).

9. Occorre inoltre, all’interno dei singoli Paesi, adottare politiche volte a contrastare gli squilibri territoriali in atto un po’ ovunque, che vedono lo spopolamento di vasti territori interni e periferici e la contemporanea concentrazione della popolazione in aree metropolitane sempre più estese. Solo in questo modo è possibile dar vita a forme di insediamento e di attività realmente sostenibili dal punto di vista ambientale riqualificando quindi il patrimonio edilizio, le infrastrutture per la mobilità pubblica, sviluppando le fonti di approvvigionamento energetico decentrato (microcentrali, fonti rinnovabili) e dotando di servizi di prossimità ogni parte del territorio. L’approccio centrale dovrà essere quello per cui la tutela dell’ambiente non dovrà essere ‘un lusso’, ‘un vezzo’, uno ‘status symbol’ o peggio un fattore di esclusione sociale come purtroppo spesso accade, quanto un approccio strutturale di una società rifondata su nuove basi, secondo un approccio che tuteli in maniera completa la sfera biotica e i suoi equilibri.

10. Occorre dar vita a un modello di sviluppo che, non mettendo al centro il profitto, abbia come fine quello di fornire prodotti durevoli anziché usa-e-getta o destinati a un’obsolescenza programmata. Solo in questo modo si può invertire la tendenza allo sfruttamento sempre più intensivo del territorio e delle sue risorse operando invece in termini sistemici nell’ottica della riduzione dei rifiuti (imballaggi, scarti di lavorazione) sia urbani che industriali e dell’economia circolare.

11. Occorre rompere con la logica dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento condotti secondo logiche industriali, privilegiando invece forme più sostenibili di queste attività. Solo in questo modo si possono scongiurare gli effetti devastanti dell’agro-industria per l’ambiente e per la salute delle persone ripensando anche i canali distributivi dei prodotti (regolamentazione del commercio elettronico affinché sia uno strumento di accesso al mercato per i piccoli produttori e non funzionale agli interessi delle multinazionali; contrasto al monopolio della grande distribuzione; accorciamento della filiera; controllo doganale sulle importazioni; ecc.) e le loro dinamiche con la riduzione di scarti e sprechi. In questo senso è necessario che l’accesso al cibo di qualità, sano e legato alla stagionalità sia una priorità dell’azione politica.

12. Occorre contrastare la speculazione turistica delle grandi catene transnazionali che estraggono valore dal patrimonio storico, artistico e paesaggistico lasciando ai territori degrado, lavoro sottopagato e precario, “gentrificazione” (la sostituzione della popolazione degli ex quartieri popolari con l’aumento dei prezzi degli immobili) di intere porzioni delle aree urbane, divenute appetibili come residenza per le classi medio-alte, poli della movida notturna o non-luoghi al servizio del turismo di massa, per non parlare dell’inquinamento provocato dall’utilizzo intensivo di aerei e grandi navi.

13. Tutte le necessità elencate nei punti precedenti presentano una condizione necessaria e irrinunciabile, vale a dire la centralità della politica (e quindi dello Stato) nel governare, dirigere e orientare le attività economiche. In altre parole vi è bisogno di una piena sovranità, che sia finalizzata non certo a perseguire gli interessi capitalistici locali nell’ambito di una competizione globale, bensì a dar vita a un sistema economico radicalmente “altro”, alieno dalle logiche del profitto e dello sfruttamento dell’ambiente, oltre che dei lavoratori.

Indipendenza

26 settembre 2020

Il file in PDF delle tesi:

Unione Europea e cura dell’ambiente: una contrapposizione di fatto

Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito


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