Sui licenziamenti alla Whirlpool di Napoli

Ieri i circa 320 lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Napoli già ricevevano le lettere di licenziamento. Questa mattina, poco prima delle 8, la sentenza della giudice del lavoro, Maria Rosaria Lombardi (Tribunale di Napoli), che ha respinto il ricorso delle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici nei confronti della multinazionale statunitense per condotta antisindacale sul licenziamento collettivo dei lavoratori dello stabilimento. È l’epilogo di una vicenda che due anni e mezzo fa vide l’annuncio della chiusura (dopo gli incassi dell’impresa USA, dal 2014 al 2019, di svariate decine di milioni di euro di incentivi di Stato) ed ora il rapido arrivo a sentenza dopo le tre udienze disposte dalla giudice per esaminare i fatti.

Nelle nove pagine della sentenza, la giudice rileva che, nel nuovo accordo tra le parti sociali, il non licenziamento –vincolato alla «effettiva realizzazione degli investimenti di cui al piano stesso»– aveva come «fondamentale» presupposto il «raggiungimento nel 2021 del pareggio di bilancio (cosiddetto break-even), ossia della soglia minima al di sotto della quale lo stabilimento sarebbe risultato in perdita; esso non era più raggiungibile in ragione degli imprevedibili eventi macroeconomici, come peraltro confermato dalle perdite subite nel 2019 per il sito di Napoli, ulteriormente aggravatesi nell’anno successivo». Da qui, si legge ancora, la società ha dimostrato «di avere reso partecipi le organizzazioni sindacali, mediante i continui confronti sulle ragioni che avevano determinato lo scostamento dal piano industriale assunto, per cui alcuna violazione degli obblighi di buona fede e correttezza poteva esserle imputata; tali ragioni comunque non si sostanziavano in una giustificazione per un inadempimento inesistente; invero, la scelta operata costituiva manifestazione del diritto costituzionale di libertà di iniziativa economica».

Ora, vertenze come questa alla Whirlpool di Napoli, di là delle diverse specificità, (ri)propongono dei ‘nodi’ politici generali che di conseguenza producono effetti giuridici. Vediamone solo un paio, il secondo più significativo del primo:

– Nella Costituzione italiana, l’iniziativa economica privata è sì indicata come libera, ma si precisa che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. La lettura ‘liberal’ tronca la parte più significativa dell’articolo 41 della Costituzione, il che gli è consentito dall’impianto eurounionista e dall’adeguamento sempre più zelante degli esecutivi italofoni che si succedono da molti decenni.

– Nel contesto liberal/liberista dell’Unione Europea, la concertazione sindacale confederale e di alcuni sindacati ‘autonomi’ si rivela sempre più subalterna. Le radici di questo degrado sono di vecchia data, con implicazioni culturali e politiche, ma l’evidenza nei suoi esiti è sconcertante da molti anni, ormai. Senza una consapevolezza ed un’anima politica l’azione sindacale ha ormai armi largamente spuntate e spuntabili. Le dinamiche ‘liberal’ dell’Unione Europea (principio di concorrenza, varie forme di aiuti di Stato vietati, libera circolazione dei capitali, svuotamento di rilevanti sovranità dello Stato e connesse forme di intervento, ecc.) rendono impossibile reprimere lo spadroneggiare della finanza, ricreare una grande industria pubblica, affermare i diritti del lavoro subordinato, ecc. e viceversa consentono anche predonerie come quelle della Whirlpool: venire in Italia, prendere i soldi dello Stato e andarsene. Il tutto a danno della collettività (da cui vengono i soldi dello Stato…) e più drammaticamente dei lavoratori sbattuti in mezzo ad una strada. Rispetto a questi ‘nodi’ politici (im)posti dall’Unione Europea l’approccio esclusivamente vertenziale, minimale o meno (il che coinvolge anche i settori interni critici del sindacato confederale e il pluriverso dei sindacati di base che appaiono –e si sentono– più combattivi) dimostra tutta la sua inadeguatezza ed inefficacia.

Di là della necessità di un soggetto politico di massa che questi ‘nodi’ assuma per scioglierli, in questa prolungata fase qualunque sindacato (o anche frazione interna) voglia avere un futuro che si avvicini almeno alla credibilità, dovrà saper legare vertenzialità e valenza politica.

In termini di fase questo significa una chiara e conseguente presa di posizione per la sovranità, democratica e popolare sì, ed anche chiaramente nazionale, estranea ed ostile all’Unione Europea e all’atlantismo, in termini di indipendenza/autonomia, di alternativa di società, di internazionalismo. Uno spartiacque, una linea di divisione politica fondamentale che i fatti pongono ormai come ineludibile.

In queste ore, non per ironia della sorte, ma come espressione del problema fondamentale (il combinato disposto UE-euro) che condiziona la vita sociale del Paese, il governo Draghi ha sfornato la ‘sua’ legge annuale molto ‘liberal’ (in continuità pluridecennale con i precedenti governi) “per il mercato e la concorrenza”, ed ha all’ordine del giorno ben 18 decreti legislativi di attuazione di direttive europee. Tutto rientra nelle “condizionalità” (appunto!) poste dalla Commissione Europea per i fondi (in larga parte prestiti) del Pnrr…

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