Sul “decreto dignità” del governo

Decenni di furore ideologico neoliberista e di sudditanza cieca, pronta, assoluta ai dettami mercatistico/finanziari euroatlantici fanno apparire il “decreto dignità” del governo Conte –presentato contro la precarizzazione del lavoro, contro le delocalizzazioni e contro il gioco d’azzardo– come un atto rivoluzionario.

A scorrere con attenzione i suoi dodici articoli la modestia, la parzialità, la timidezza rispetto a questi assunti ‘ideologici’ di sicuro valore si ridimensionano di molto. Da vedere ‘se’ e ‘cosa’ possa essere migliorabile –come qualcuno auspica– in sede di emendamenti parlamentari, e potrebbe avvenire anche il contrario stante l’impianto più robustamente neoliberista della Lega, di Forza Italia ed anche del PD che, in linea con Confindustria, palesandosi ad ogni occasione come forza politica a sostegno del neoliberismo, prospetta catastrofi occupazionali per qualche levigatura in controtendenza sulla precarietà.
Comunque il decreto non smantella il Jobs Act e non c’è una chiara inversione di tendenza rispetto al sistema di precarietà e di cancellazione dei diritti fondamentali delle condizioni di vita e del lavoro, smantellati nel corso (quantomeno) degli ultimi decenni dai governi succedutisi ad oggi dalla metà degli anni Ottanta (decreto Craxi sulla scala mobile) all’insegna di un liberismo ‘nostrano’ fattosi via via sempre più ‘europeo’, quantunque in scia e spesso succube dei dettami d’indirizzo tedeschi ed atlantici (cioè statunitensi).
Anche gli articoli anti-delocalizzazioni non confliggono con la legislazione comunitaria e con i suoi dogmatici assunti sulla circolazione di capitali e sul diritto di stabilimento senza vincoli di alcun tipo.

Tutto da buttare, quindi? No. Al di là del poco, pochissimo di ‘materialistico’ che c’è, e che come rivendicazioni sociali potrà irrobustirsi nel tempo, non è da sottovalutare la reimmissione di concetti e di valori nel circuito delle mentalità e di rinascenti aspettative di strati crescenti di società. Unitamente ad ‘altro’, tutto ciò che contribuisca ad acuire l’insofferenza e le frizioni con le istituzioni europee, tutto ciò che possa concorrere a fungere da lievito per passi in avanti futuri e necessari di emancipazione, in vista di una rottura della gabbia UE-euro, è da salutare positivamente, mantenendo sempre un approccio critico politicamente costruttivo. Di questi tempi non è poco.

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