MES no, MES sì

«A una crisi straordinaria, senza precedenti, si risponde con mezzi altrettanto straordinari, mettendo in campo qualsiasi strumento di reazione, secondo la logica ‘whatever it takes’». Così, in video-conferenza con alti esponenti «europei», il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha chiesto “all’Europa” il ricorso a strumenti come ‘coronavirus bond’ o fondo di garanzia europeo.
Ricorso al MES, come altri hanno chiesto, ad es. tra esponenti del PD, di Bankitalia e del governo? Il 16 marzo, l’Eurogruppo (l’organismo UE dei ministri delle Finanze dei 19 paesi della zona euro) ha rinviato il voto sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) a «quando la crisi si sarà alleviata». Eppure ci avevano provato a forzare la mano, a Covid-19 esploso e con l’Italia già in ginocchio, anticipando di un mese, da aprile al 16 marzo, l’approvazione di questo fondo presentato come salva-Stati, più appropriatamente definibile affossa-Stati.
Se la firma della sua riforma è stata rinviata, questo fondo è già operativo grazie alle quote che gli stessi Stati membri sono chiamati a versare (125 miliardi per l’Italia). Ricorrervi costituirebbe la fine –o quasi– della ultra limitata autonomia decisionale economico-finanziaria del nostro Paese. Per Paesi come l’Italia, l’accesso ad una linea di credito del MES (con pagamento degli interessi acuenti l’indebitamento) sarebbe infatti vincolata all’attuazione di “rigorose condizionalità”, cioè provvedimenti austeritari da applicare sulla politica di bilancio, economica e finanziaria, definiti di volta in volta dal direttorio di MES e Commissione Europea con scadenze tassative.
Come precedente si ricorderà la Grecia ed il relativo durissimo Memorandum da lacrime e sangue (imposizione di un rigido percorso di tagli alla spesa pubblica, aumenti delle tasse, contenimenti salariali e precarizzazione del lavoro). Ad ogni taglio alla spesa pubblica, ad ogni nuova tassa, ad ogni misura austeritaria ha corrisposto una quota del prestito. Chi deviasse dal percorso definito dalle istituzioni europee, ad esempio per maggiori spese allo stato sociale o politiche di sostegno per l’occupazione, verrebbe lasciato in balìa della speculazione.
È possibile che l’apparente condiscendenza ad una maggiore –e congiunturale– flessibilità di bilancio allo sforamento del deficit, per aiuti ad imprese e famiglie colpite dal coronavirus, sia stata barattata con i soci più forti dell’Eurogruppo, Germania in testa, con la ratifica (pur rinviata) del MES riformato? Un MES che, versione attuale o versione riformata che sia, va rifiutato senza ‘se’ e senza ‘ma’ e fatto conoscere, nel Paese, per essere un tassello ulteriore produttivo di ulteriore sudditanza nazionale e di ulteriore spoliazione sociale. Dipendere da un’istituzione finanziaria estera è sempre da rifiutare, tanto più che il MES s’inscriverebbe in quella filiera di “coordinamento” delle politiche economiche dei paesi dell’eurozona dominato da un reticolato intricatissimo di Trattati, come Six-pack, Two-pack, Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact, un dispositivo coattivo che piega le economie nazionali alle prescrizioni di Bruxelles e Francoforte.
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