Dentro la guerra dei dazi USA-Unione Europea

Nuovo capitolo della confliggenza tra Stati Uniti e Unione Europea a trazione tedesca, stavolta –ancora una volta– per via commerciale.
A fronte dell’entrata in vigore, ieri, dei dazi applicati dall’Unione Europea (UE) sulle importazioni di prodotti statunitensi (in risposta all’aumento, ai primi di giugno, delle tariffe imposte dalla Casa Bianca sulle importazioni dall’Europa di acciaio e alluminio), Trump ha subito minacciato dazi del 20% sull’importazione negli USA di auto europee. Come per l’acciaio e l’alluminio, si tratterebbe di una misura che colpirebbe soprattutto la Germania, nella fattispecie l’industria automobilistica tedesca, molto presente con i suoi prodotti negli States.

Rispetto all’amministrazione Obama che le ha avviate, Trump sta proseguendo le ostilità (diversamente militari) in modo deciso. Si tratta di un conflitto politico a tutto campo e non di un occasionale contenzioso commerciale con Paesi (Cina, Giappone, Canada, Germania, Francia) in sistematico avanzo commerciale con gli Stati Uniti.
Sul continente europeo è evidente il tentativo di riaffermazione egemonica statunitense. Il sistema UE-euro (una costruzione USA dispiegata pochissimi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale), pensato e costruito per ancorare i Paesi del continente al proprio carro, ha avuto una decisa accelerazione con lo scioglimento dell’URSS (1991) per volontà della Casa Bianca e, in scia, dell’Eliseo. Si è pensato di ingabbiare la rinata potenza germanica nell’Unione Europea e per allettarne l’ingresso le sono state consentite deroghe significative ai vincoli dettati per gli ‘altri’ e le sono stati prospettati i vantaggi commerciali che avrebbe avuto verso Paesi concorrenti, in primis l’Italia, con la moneta unica ed il correlato ed ispirante impianto unionistico europeo.
La rendita di posizione germanica non ha portato all’evoluzione federalista (di matrice spinelliana, per semplificare) dell’Unione Europea, che era e rimane la prospettiva gradita e perseguita a Washington, ma si è consolidata attraverso il confederalismo europeo che divarica i vantaggi per la Germania (e Paesi satelliti) a detrimento dei Paesi del Sud. Oggi la potenza economica e commerciale, ma ancora non militare, tedesca è per gli Stati Uniti il ‘nemico principale’ in Europa. La guerra costruita, fomentata, sostenuta dall’amministrazione Obama in Ucraina (2014) è servita come risposta alla crisi indotta tedesca in Grecia (colpirne uno, per educare gli altri Stati d’Europa) e anche –e ancora– per ‘contenere’ la correlata spinta verso est della Germania, direzione Mosca. Ma non basta. Ora, per le classi dominanti degli Stati Uniti si tratta di ridimensionare la potenza tedesca, certo in ascesa come potenza regionale ma con punti deboli al suo stesso interno.

Al di là dell’accelerazione (rispetto alla precedente amministrazione della Casa Bianca) di Trump è evidente che la costruzione a stelle e strisce dell’Europa può non essere più conveniente nella forma pluridecennale che abbiamo conosciuto dal Piano Marshall/NATO attraverso la Ceca, l’Euratom, la fallita CED (Comunità Europea di Difesa), la CEE/MEC, sino all’attuale Unione Europea.
Il bilateralismo trumpiano auspicato e perseguito con i singoli Paesi passa, nel quadrante ‘europeo’, per la disarticolazione della UE confederale a trazione tedesca.
In questo scenario sono da leggere, tra l’altro, la nascita del governo Conte, le ‘aperture’ di Trump all’Italia ed anche il configurarsi di certo sedicente ‘sovranismo’ che o guarda sfacciatamente a Trump invocandone (in nome degli storici ‘legami’ transatlantici) l’aiuto/intervento contro la Germania, o minimizza il ruolo degli Stati Uniti nell’indirizzo politico d’ultima istanza dell’Italia come da svariati decenni a questa parte.
In tale scenario, dopo la rottura di Trump al G7 dell’8-9 giugno in Canada, sarà da osservare con attenzione quanto accadrà al vertice NATO dell’11-12 luglio a Bruxelles.

Per “Indipendenza” è un punto fermo: nella confliggenza USA/Germania, tra l’incudine ed il martello a gestione alternata, la prospettiva credibile della rivendicazione della sovranità italiana e di un progetto di nuova società passa per le vie dell’indipendenza, del non allineamento, dell’internazionalismo solidale anche con Stati sovrani.
Insomma, né succubi della Germania né servi degli USA!

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