Gasdotto TAP e interessi geopolitici USA

Sulla questione del gasdotto Trans-Adriatico (TAP) c’è un punto che sfugge o si vuole che sfugga, dirimente e insormontabile: il gasdotto è d’interesse strategico per l’amministrazione statunitense. Lo è stato sotto l’amministrazione di Barack Obama e continua ad esserlo sotto quella di Donald Trump. Anche su questo piano c’è un’assoluta continuità. Del resto, per tutte le amministrazioni statunitensi, il punto fermo è sempre uno, imperialista: “America First”. Questo al di là delle opzioni tattiche e delle modalità perseguite, non di rado divergenti e conflittuali tra democratici e repubblicani, financo dentro una stessa amministrazione.
Pochi mesi fa, a fine luglio, lo stesso Trump mise subito sul tappeto la questione nel suo incontro a Washington con l’appena insediato presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, esigendo una continuità dell’impegno dell’Italia. Viaggio che una decina di giorni prima aveva visto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, volare in Azerbaigian e assicurare il “comune interesse e impegno a portare a compimento il corridoio meridionale del gas”, con buona pace di chi nel governo (particolarmente nel M5S) riteneva e ritiene l’opera inutile e dannosa.

Non siamo in grado di confermare o smentire quanto esponenti del M5S stanno adducendo ora, al governo, in termini di carte private prima ignote ed ora note, e di relative penali miliardarie, per giustificare il dietro-front sul gasdotto. In ultima istanza c’è sempre una scelta politica ed, indubbiamente, annessi rapporti di forza. Il che rimanda alle linee di indirizzo e a ‘quali’ scelte di comunicazione perseguire, in vista di ‘quali’ obiettivi.
Su questi 878 km di lunghezza della Trans Adriatic Pipeline, che dall’Azerbaigian fino a Melendugno (Lecce) porteranno il gas in Italia e in Europa, si gioca una partita geopolitica fondamentale per Washington, in funzione di una riaffermazione egemonica sul continente e allo stesso tempo in funzione anti-russa, per indebolire le transazioni energetiche Est/Ovest e gli incorporati interessi geopolitici. Del resto il fornitore, l’Azerbaigian, è un Paese vicino agli Stati Uniti ed ostile a Russia e Iran, e fu visto, all’origine, come alternativa al gasdotto russo del South Stream, anche considerando i Paesi di passaggio. Un progetto che l’Unione Europea, in tal senso in scia atlantica, ha fatto proprio.
In questo quadro, a cogliere la portata della questione energetica, s’inscrive quanto riferivamo giorni fa sull’intesa tra Germania e Stati Uniti sempre in tema di gas .

L’Italia insomma, attraverso la Puglia, la si vuol far diventare snodo centrale per la diffusione del gas nel continente europeo, senza che, già fruendo di un’offerta abbondante e ben diversificata con l’importazione di GNL (gas naturale liquefatto) e gas dalla Russia, dal Nordafrica e dal Mare del Nord, ne tragga sostanziali benefici.
Un’opera costosa, ambientalmente dannosa, di modesta se non dubbia utilità, senz’altro per l’Italia. Ma non importa: “business is business” e, soprattutto, “America First”. Ancora una volta, insomma, la condizione subalterna, di sudditanza, dell’Italia pesa come un macigno negli ambiti più disparati. In questo caso non è la dominanza carolingia, euro-germanica, ad imporsi, ma quella euro-atlantica degli Stati Uniti, più radicata e pervasiva (dal 1945 ad oggi), particolarmente in un Paese, l’Italia, che è la porta d’accesso nel continente e allo stesso tempo crocevia nel Mediterraneo di interessi e direttrici vitali.

Si veda anche questo approfondimento. 

ass.indipendenza.info@gmail.com – info@rivistaindipendenza.org

 

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