Trump, sanzioni all’Iran e sovranità dell’Italia

Per le sanzioni USA all’Iran, ora all’Italia è vietato acquistare il suo petrolio. Al riguardo, il silenzio di certo “sovranismo” (in realtà alter-europeista atlantico) –e non solo– è assordante.

Il fatto è noto, ma poco conosciuto. Washington accusa l’Iran di minacciare la sicurezza degli Stati Uniti. Leggasi: Teheran contrasta gli interessi imperialisti di Washington nella penisola arabica. Alla Casa Bianca sono convinti che sanzioni economiche più stringenti, privando Teheran della sua principale risorsa finanziaria, porteranno al collasso del Paese e al rovesciamento dello sgradito sistema politico-sociale scaturito dalla rivoluzione khomeinista del 1979.
A novembre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, impone l’embargo sul petrolio iraniano, concedendo esenzioni solo ad un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia. Tre degli otto Paesi esentati (Italia, Grecia e Taiwan) nel frattempo hanno ridotto ma non azzerato la loro importazione di petrolio dall’Iran. Gli altri cinque sono Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. A metà febbraio scorso, a Varsavia, Washington convocava un vertice anti-Iran ma, per ragioni che qui non si approfondiscono, è stato un mezzo flop. I 62 Paesi partecipanti (tra gli assenti Germania e Francia), pur convenendo sulla negatività dell’Iran come sistema politico e per il ruolo che svolge nel mondo arabo, hanno espresso visioni diverse su cosa fare e come farlo (nel gruppo di Paesi disposto ad andare fino in fondo, anche alla guerra, ci sono Israele e Arabia Saudita).
La Casa Bianca non demorde. Pochi giorni fa ha decretato che il 2 maggio finiranno le su menzionate esenzioni. Neanche una goccia di petrolio potrà più uscire dal territorio iraniano, pena pesanti sanzioni contro il paese importatore. Tutto il petrolio iraniano deve essere rimosso dal mercato, ha tuonato la Casa Bianca. Ora detti Paesi dovranno decidere se obbedire a Trump o scegliere la via dello scontro.

Insomma Washington, libera di importare o meno petrolio iraniano, pretende che gli ‘altri’ si pieghino ai suoi voleri ed estende la giurisdizione delle sue leggi a tutti i Paesi, pena ritorsioni a sua discrezione. Si ricorderà l’arresto in Canada, nel dicembre scorso, della direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore, in base a un mandato di arresto emesso dagli USA. Washington ne ha chiesto l’estradizione e il ministero della Giustizia canadese David Lametti ha poi dato, a marzo, il via libera alla pratica. Di cosa è colpevole la cittadina cinese Meng Wanzhou? Di aver violato le sanzioni di Washington contro l’Iran. L’accusa è di frode: la donna non ha informato le banche con cui intratteneva transazioni di non rispettare le sanzioni statunitensi contro l’Iran. Rischia –per la cronaca– oltre 30 anni di prigione se riconosciuta colpevole. Roba da teatro dell’assurdo, ma tant’è.

Vediamo qualche conseguenza per l’Italia. Il prezzo del petrolio e dei suoi derivati sono schizzati alle stelle con relativo rincaro, in questi giorni, del prezzo della benzina. Gli esperti, che prevedono ulteriori rialzi del greggio anche per il conflitto in corso in Libia, parlano di ulteriori rincari con riflessi che investiranno i costi della logistica (secondo Coldiretti, ad esempio, ci sarà un’incidenza per il 30-35% sul costo finale di frutta e verdura) ed anche i conti pubblici. E si dà per scontato che l’Italia si allineerà alle posizioni della Casa Bianca, come del resto fa da 75 anni, con peggioramento progressivo del grado di sudditanza dopo la fine della cosiddetta Guerra Fredda (implosione dell’URSS nel 1991).

Si tratta –tra i tanti possibili– solo di un piccolo esempio, di portata comunque non irrilevante nel contesto italiano dato, che ricorda alcune cose: 1. il dominio degli Stati Uniti non è limitabile alla punta dell’iceberg delle basi NATO, che pure la dicono lunga sullo status del nostro Paese. 2. Pensare di liberarsi dal giogo carolingio rinviando ad una seconda fase la lotta di liberazione dalla dipendenza atlantica è un’astrazione mentale che, nella migliore delle ipotesi, denota la non consapevolezza del grado di servitù storica dell’Italia al padrone d’oltre Atlantico e ne ignora interessi e modalità d’intervento su scala globale.
È immodificabile questa condizione di sudditanza? No! Già la fase attuale consentirebbe la possibilità di compiere passi sostenibili verso un affrancamento. Certo è che è necessario che nella società cresca una robusta consapevolezza della posta in gioco. Si rivendica credibilmente la sovranità se non si tace sulla situazione d’insieme e ci si muove nella consapevolezza che una lotta popolare di liberazione deve aver chiari entità e termini della sudditanza che soffriamo come Paese. Innanzitutto deve essere chiaro a chi afferma di battersi sul terreno rivendicativo della sovranità nazionale e popolare e prefigura un’idea di società antitetica a quella ordo/neoliberista dominante che sta sprofondando questo Paese, senza peraltro che se ne veda il fondo.

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