Eurovision: un tassello della guerra culturale degli Stati Uniti

Leggendo lo scritto qui condiviso, la memoria è corsa ad un libro, letto molti anni fa alla sua uscita in edizione italiana (2004), di Frances Stonor Saunders, “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale”.

L’autrice, britannica, pubblicando una serie di documenti desecretati, tratteggia le modalità, in questo caso atlantiche, della sempre importante “battaglia per la conquista delle menti” che ha investito anche l’Italia dal secondo dopoguerra.

Il festival di cui tratta Altomare nello scritto che segue, si inscrive ai nostri occhi come tassello in continuità della colonizzazione (anche culturale) atlantica (non solo) del nostro Paese.

Qui sul piano politico, quale esecutore delle relative direttive, c’è in questa fase il governo ‘autocratico’ di Mario Draghi, figura non a caso insignita pochi giorni fa, a Washington, all’Atlantic Council, del “Distinguished Leadership Award”, premio assegnato a persone che hanno contribuito a “promuovere la leadership americana nel mondo”.

Mauro Franz Altomare

LA LUNGA NOTTE DELL’OCCIDENTE

Non si finisce mai d’imparare.

Scopro l’esistenza di Eurovison, un festival della canzone internazionale che si ripete da più di sessant’anni ed è organizzato dall’Unione europea di radiodiffusione.

Poco male! Non devo essermi perso granché.

Quest’anno però la curiosa kermesse viene pompata alla grande da tutti i media tant’è che l’altro ieri mi soffermo a guardare per cercare di capire di cosa si tratta.

L’enfasi sul grande Occidente rappresentato come entità unitaria, gioiosa, pacifica e culturalmente omogenea, maschietti che slinguettano in mondovisione, il nostro eroe nazionale, Achille Lauro, travestito da zoccola (mi si lasci passare l’espressione un po’ sessista) che alla fine di una performance di infimo livello bacia sulla bocca il suo chitarrista, il caos sonoro e visivo che stupra ogni criterio di ordine e armonia riconducibili all’arte e alla musica.

Dopo aver vinto la tentazione di spegnere subito la TV e tornare alle mie cose, realizzo che in questo festival la grande assente è proprio la musica, sostituita da patetici tentativi di stupire con effetti speciali.

La faccenda poteva chiudersi lì, ma tra un conato di vomito e l’altro mi impongo di restare a guardare, e subito intuisco che l’Eurovision 2022 altro non è che un evento di propaganda.

Nei giorni successivi apprendo che i musicisti ucraini violano la regola di non fare propaganda ideologica, ma vengono ipocritamente perdonati dagli organizzatori, i quali interpretano tali esternazioni politiche come una sorta di appello umanitario a difesa di un popolo oppresso dai grandi malvagi di Russia.

Apprendo anche che, dopo l’esplicita richiesta da parte della TV di Stato ucraina, i cantanti russi vengono esclusi dall’Eurovision perché porterebbero discredito alla manifestazione.

Il presidente ucraino Zelensky, invece di preoccuparsi del proprio popolo che lui stesso ha portato al macello, invita tutti a votare per gli artisti ucraini, e alla fine l’Ucraina vince l’Eurovision.

Potremmo liquidare tutto ciò come pessima musica e squallida propaganda di guerra, ma c’è molto di più del cattivo gusto e della menzogna in questo scorcio di manipolazione mediatica in salsa globalista.

C’è il sintomo inequivocabile di un declino che anticipa la lunga notte di una nuova epoca, in cui nulla di ciò che ancora chiamiamo umano sarà più riconoscibile.

Semmai tornerà a sorgere il sole sull’Occidente, la prima cosa che si scorgerà ancora in piedi sulle sue macerie, saranno gli enormi cumuli di merda esistenziale accumulatisi negli anni bui, difficili da smaltire con l’ausilio della tecnologia.

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Rivista patriottica e sovranista italiana impegnata in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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