Zitto zitto, quatto quatto… Il ‘liceo breve’ eurounionista del governo Draghi

Estendere la ‘sperimentazione’ del “liceo breve”, cioè il rilascio del diploma superiore in 4 anni anziché 5!

Lo prevede il decreto n. 344 (3 dicembre 2021) del Ministero dell’Istruzione per l’anno scolastico 2022-2023. Mille il numero delle nuove classi prime sperimentali (grosso modo, tra licei ed istituti superiori, una scuola su sette) che non include quelle già in essere nell’anno scolastico 2020/21 che quindi, previa «valutazione positiva» (prevedibile!) «della Commissione tecnica territoriale» di cui all’articolo 6 del decreto, si aggiungerebbero.

Il provvedimento, che assesta un ulteriore colpo di piccone alla scuola pubblica italiana e al diritto costituzionale all’istruzione, è passato in sordina, se non proprio nel silenzio innanzitutto di massmedia e sindacati di categoria. L’idea, come suggerisce l’espressione «estensione della sperimentazione», ha una sua storia: prefigurata nella riforma Berlinguer (nel 1999 con il governo Prodi e varo, nel 2000, con il governo D’Alema), vede la commissione d’inchiesta (2013, governo Monti) del ministro Profumo per la sua realizzabilità avviata (2014, governo Letta) da chi lo sostituirà, la Carrozza, in dodici scuole, che la Fedeli (2017, governo Gentiloni) porterà con il primo vero bando ad un centinaio nell’a.s. 2018/2019, poi lievitate alle attuali 200. La dice lunga il fatto che si estenda una sperimentazione senza che nemmeno si sia proceduto ad una valutazione delle conseguenze della prima fase a scadenza con i prossimi esami di Stato.

La motivazione addotta –adeguare alla metà circa dei Paesi UE, anticipandola di un anno, l’età di uscita dalla scuola superiore, ai fini di un ingresso più precoce nel mondo del lavoro– è smentita, per restare sul ‘loro’ terreno, dalla drammatica forza dei fatti anche in ‘quei’ Paesi, ed è risibile quando, non potendo eludere il nodo dell'(ulteriore) abbassamento della qualità (compressione dei contenuti di studio, ad es.), la si giustifica con l’asserzione che quella sarà assicurata dall’innovazione didattica e dalle tecnologie. Le motivazioni di questa «abbreviazione di studi» sono ben altre e strettamente legate alla tenaglia eversiva dell’integrazione europea e del suo impianto ‘liberal’: da un lato tagliare risorse alla scuola pubblica (diverse decine di migliaia i docenti «in esubero») dall’altro mettere le mani sui fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) proprio per la riforma del sistema di orientamento, in cui è previsto l’ampliamento della sperimentazione dei licei e degli istituti tecnici quadriennali. Sembrerebbe un contro senso tagliare risorse e mettere risorse (in gran parte a debito, peraltro) ma qui sta il punto politico, l’obiettivo focale, decisivo, del decreto di stampo eurounionista: picconare ulteriormente la già devastata e ormai pressoché ex scuola pubblica di qualità e allo stesso tempo accentuare lo scardinamento dell’unità della Repubblica e dell’asse culturale nazionale. Quest’ultimo aspetto lo si evince (art. 5) dal conferimento alle scuole della predisposizione di «progetti» metodologico-didattici fai-da-te ad elevato livello di innovazione per queste classi ‘adesso’ sperimentali, con requisiti categorici: puntare sulle «tecnologie e attività laboratoriali», sull’adozione di «metodologie innovative», sulla «didattica digitale», sull’«insegnamento di almeno una disciplina non linguistica con metodologia CLIL [alla fin fine in inglese, ndr] a partire dal terzo anno di corso», sul «potenziamento delle discipline STEM» (tecnico-scientifiche), in «continuità» con «il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici». Addirittura si istituzionalizza la Didattica a Distanza (DaD), che pure ha mostrato tutti i suoi gravissimi limiti nel corso della dichiarata emergenza sanitaria per Covid-19, laddove si prevede la «possibilità di effettuare insegnamenti curricolari on line, mediante l’utilizzo di piattaforme digitali che consentano di registrare le presenze degli studenti per un numero di ore non superiore al dieci per cento dell’orario annuale previsto dal progetto di sperimentazione» (art. 5-f).

Ad avvalorare la valenza devastante, anti-nazionale, di questo aspetto si veda «il parere negativo del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (…) reso nella seduta n. 66 del 17 novembre» che, nel decreto, si afferma «di non accogliere (…) stante la valenza strategica del provvedimento all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, di cui alla Missione 4C1.1 – Riforma 1.4» (nel PNRR a p. 182). Ebbene, il CSPI, nel suo parere pur non vincolante, ha espresso dubbi relativamente alla mancanza di una «regia nazionale» che eviti difformità regionali e teme che l’estensione della sperimentazione, «se non supportata da un valido impianto teorico e da una cornice di riferimento nazionale, possa concretizzarsi in soluzioni difformi sul territorio nazionale e difformi rispetto alle finalità dichiarate». In altri termini si accentuerebbe quel regionalismo differenziato che le istituzioni europee stanno sostenendo in Italia con i sempre più evidenti rischi di dissoluzione fattiva dell’unità della Repubblica, nonché dei suoi valori e principi costituzionali.

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