Forza Nuova e CGIL, le implicazioni di un assalto

Con il suo assalto squadristico alla sede nazionale della CGIL a Roma, Forza Nuova, un gruppo dichiaratamente fascista, realizza l’atto più tipicamente fascista che ci sia, cioè assaltare la sede di un sindacato. La condanna dell’atto è quindi in sé, senza che questo significhi il venir meno di una valutazione critica, fortemente critica, sull’indirizzo e le azioni (anche) di questo sindacato.

La risposta ferma di fronte a tale atto (la manifestazione di sabato 16) è ovviamente in sé comprensibile e legittima, senza che questo significhi che possibili contenuti che dovessero emergere dalla stessa (ad es. legittimare e sostenere il governo Draghi) siano condivisibili e anzi da avversare in radice.

Ci preme adesso soffermarci su alcune fattive implicazioni della vicenda:

1. Pone un macigno sulla strada al Campidoglio nel ballottaggio romano di domenica-lunedì al centrodestra di Michetti, l’uomo di Fratelli d’Italia (FdI), non tanto per voti moderati che potrebbero venirgli meno, quanto per quelli ben più numerosi che potrebbero emotivamente confluire su Gualtieri in nome dell’antifascismo.

2. Quanto sopra appare una risposta alla stessa Meloni che di Michetti è mentore. Una settimana fa, a seguito della tempesta mediatica scaturita dall’inchiesta giornalistica di Fanpage sulla “lobby nera” nel milanese che ha coinvolto FdI nelle sue figure di spicco (la principale: Carlo Fidanza) per contiguità con ambienti del neofascismo e finanziamenti illeciti, la presidente di Fratelli d’Italia replicò definendo “i nostalgici del fascismo” come “utili idioti della sinistra” e dichiarando che eventuali contiguità con costoro sarebbero state sanzionate con l’espulsione. Toni fermi tra opportunismo comunicativo esterno e un inconfessabile equilibrismo su anime interne al partito. Poco importa per Forza Nuova che, con la sua azione, sembra avvertire la Meloni che non è salutare maltrattare i “camerati nostalgici”.

3. La ricostruzione della dinamica dell’assalto ci dice due cose: o si è trattato clamorosamente di una pessima gestione della questura di Roma oppure è stato consentito ai neofascisti di arrivare fin sotto la sede della CGIL (che il forzanovista Castellino, dal palco di piazza del Popolo, aveva additato preannunciando un’ora prima l’assalto) e si è lasciato fare per poi saldare nell’immaginario collettivo l’equazione neofascisti=critici del Green Pass.

Che i fascisti di Forza Nuova (e non solo loro!) non siano un corpo estraneo in diverse manifestazioni via via che si sono tenute contro mascherine, chiusure, vaccini e green pass ma che possano sguazzare allegramente come pesci in questi mari è un dato di fatto che ha cause precise su cui non è questa la sede per analizzarle. Ma l’equazione neofascisti=critici del Green Pass è una strumentale forzatura che si sta già registrando nell’ingrossamento delle manifestazioni (soprattutto considerando quelle di oggi, 11 ottobre, promosse anche dai sindacati di base) con dentro settori politici e del mondo del lavoro antitetici alla galassia neofascista e preoccupati dall’agenda del governo Draghi, includendo quindi anche l’estensione delle misure impositive sul Green Pass dal 15 ottobre. Una preoccupazione che addirittura travalica le manifestazioni e di cui è spia la richiesta di deroghe e dilazioni da parte di diversi imprenditori in Confindustria preoccupati di un blocco delle produzioni e dei costi per il pagamento dei tamponi.

E la CGIL? Premesso quanto sopra detto e la valenza simbolica dell’attacco (per i neofascisti colpire il sindacato –e in tale ambito proprio quello perché percepito ‘di sinistra’– è figlio di una ‘lunga storia’ novecentesca…), non si può sottacere il ruolo che ormai questo sindacato, al pari degli altri due sindacati confederali (e non solo), svolge da tantissimi anni lungo una dorsale di compiacenza confindustrial-governativa neoliberista europea.

Lo diciamo perché non si può non rilevare il paradosso del richiamo politico/governativo/sindacale all’antifascismo e la fattiva negazione del patrimonio politico-culturale dell’antifascismo, consumato (anche) da questo stesso settore sindacale con lo svuotamento di significato ed il progressivo stravolgimento dei valori costituzionali e dei diritti sociali dispiegati in decenni di concertazione asservita alle politiche confindustriali ed euro-atlantiche.

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