Esercito e politica estera comune europea. Romano, Canfora, Prodi…

Sergio Romano, Luciano Canfora e Romano Prodi: tre nomi (potremmo aggiungerne altri) che in queste ore dallo scacco politico e militare in Afghanistan di USA e NATO convergono, qualche differenza a parte, sulla necessità di un’unione politico-militare europea. Quindi: un comune esercito europeo, implicante una comune contribuzione finanziaria, una centralizzata volontà politica di investimenti, in ultima o ovvia istanza un unico governo europeo che estenda così i suoi poteri in una prospettiva federalista. Un tema, quello di un’unione politico-militare europea, che (fortunatamente!) fallì (per poco) nel 1954.

Intervistati a stretto giro da “Il Riformista”, rispettivamente il 27 e 28 agosto, Romano (ex ambasciatore sia alla NATO, sia a Mosca dal 1985 al 1989, nell’allora Unione Sovietica, oltre che docente in università statunitensi e italiane) critica chi, dopo lo smacco afghano, fa discorsi di rivalutazione della NATO, il che a suo avviso “presenta per noi uno straordinario svantaggio. Perché ci fa dimenticare che la prossima mossa dell’Unione Europea è ricostruire la Ced, la Comunità Europea di Difesa che poi saltò al Parlamento francese [ndr 1954]. Noi dobbiamo far rinascere la Ced. Non si chiamerà più così, si chiamerà Unione Europea di Difesa o qualcosa del genere. Noi non abbiamo bisogno della Nato. Noi abbiamo bisogno dell’Unione Europea di Difesa”.

Canfora (filologo, storico, saggista, docente) sostiene che “l’Unione Europea non ha una sua politica estera, non ha una sua politica militare, è subalterna della Nato e a totale disposizione degli Stati Uniti d’America” e “finché l’Europa non alza la testa dalle spalle e agisce in proprio, continuerà a subire i contraccolpi di questo asservimento vergognoso”.

Prodi, in un’editoriale su “Il Messaggero” di oggi (29 agosto), premessa la sua intenzione di non “mettere in discussione l’esistenza e l’importanza della NATO” ed espletata una critica interna alle dichiarazioni polemiche del segretario della NATO, Stoltenberg, nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea nella NATO, perora anche lui la costruzione di una “comune difesa europea”. La specificità del suo intervento sta nell’indicare la Francia -e non la Germania- come Paese-guida di questa difesa comune, per due ragioni: ha il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è dotata del nucleare.

Da decenni la narrazione della costruzione europea si è basata sull’argomento principe della pace e del contrasto alle pulsioni belliche dentro e fuori il Continente. Un’attenta disamina storico-geopolitica condotta sino all’oggi mostrerebbe l’infondatezza di questo assunto. Ora si dice -senza ipocrisie bisogna riconoscere- che è necessario costruire un esercito europeo, con la premessa inevitabile di un decisore politico ‘europeo’ unico sovraordinato agli Stati, per evitare disastri come in Afghanistan. Tra le righe è come dire: gli USA hanno fallito o comunque non sono sufficienti da soli a fronteggiare scenari bellici, ebbene, ci dobbiamo pensare noi o quantomeno svolgere molto meglio la nostra parte! A far cosa? Guerre! Ne consegue che questo esercito europeo dovrebbe avere una potenza di fuoco, un coinvolgimento sociale nell’arruolamento, e non ultimo imponenti investimenti finanziari per portare morte e distruzione.

Per impedire anche questa barbarie, fuori dalla NATO e fuori dalla UE!

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