Conte sì, Conte no: baruffe e affinità

Ora ‘a caldo’, dopo che dalla fase-‘thriller’ sul ‘se’ e ‘come’ il governo Conte potesse andare avanti, è uscito al Senato un voto ristretto di fiducia e una maggioranza fragile che spera di irrobustirsi strada facendo, cosa rimane? Molta comunanza –tra presidente del Consiglio e favorevoli e contrari– quanto a pochezza di prospettive, a pompose fumisterie, a imposture ammantate di amor patrio e di contrizione ostentata per le sofferenze sociali nel Paese. Tutti a perorarne gli interessi, ma avendo di fondo una condivisa ‘professione di fede’ europeista che si fa litigiosa e conflittuale al suo interno per interessi di cordata, di consorteria grande o piccola che sia, intrecciati ad ambizioni personali, narcisistiche.

I governativi e ‘aggregati’ di complemento paventavano elezioni anticipate, il rischio dei “sovranisti” Salvini e Meloni al governo, la ‘figura’ con l’Europa, il Recovery Plan così compromesso, il collasso pandemico-economico e quindi fiducia-fiducia-fiducia per un esecutivo dal progetto popolare, liberale, socialista ed anche di più volendo, ma su tutto europeo, per acchiappare consensi qua e là, ed un’Unione Europea presentata come solidale e generosa con l’Italia come non mai. Quindi viva la UE, +UE, fiducia-fiducia-fiducia, fare ciò che ci chiede l’Europa ed essere meritevoli della supposta grande opportunità concessaci con il Recovery. Non poteva mancare il voto di fiducia di certi personaggi (Casini, Tabacci, Monti) nomi tutto un programma. Specialmente l’ineffabile Mario Monti, spesso di una schiettezza gelida e cinica, inquietante e fanaticamente neoliberale, perciò più interessante perché senza fronzoli, che il suo voto di fiducia l’ha dato “condizionato” per un certo tipo di provvedimenti che si aspetta e per i quali promette di adoperarsi “presso l’opinione pubblica, inclusa quella internazionale”. Amen!

Dall’altra parte Renzi, insofferente della marginalità politica che lo connota, con le sue manovrine di Palazzo e i tentativi spericolati di sparigliare le carte pur di imbroccare la quadra di una visibilità mediatica, di un protagonismo scalpitante che vuole tornare a ‘comandare’, una sofferta concorrenza con Conte a rappresentare un’area centrista, liberale, europea, che vorrebbe esclusiva. E poi i “sovranisti” alter-europeisti di destra, interessati a mandare a casa un governo di poltronari, litigioso, affabulatore, inconcludente, fallimentare, senza progetto e visione strategica, che tira a campare con mancette e assistenza, inaffidabile nella gestione della generosa pioggia miliardaria europea, e quindi voto subito per andare al governo, investimenti strategici a go-gò, scenari paradisiaci. Insomma, per altre spiagge, per altri lidi, anche il ‘sovranismo’ delle destre non da oggi si palesa europeista, per un’Europa più unita, più politica, e via tristemente cianciando.’Fronti’ europeisti l’un contro l’altro armati per la mangiatoia dei fondi del peloso ‘aiuto’ europeo (Recovery Plan), non importa dell’ulteriore spirale debitoria estera (essendo in gran parte prestiti peraltro spalmati su sei anni), delle forti condizionalità europee pure sulla loro destinazione, dell’esborso maggiore che sarà necessario per il bilancio europeo, tutto poi per obiettivi in larghissima parte estranei alle urgenze sociali e strutturali di cui l’Italia necessita.

Ecco cosa rimane della fase-‘thriller’ di cui sopra: un europeismo condiviso, un vuoto sostanziale degli interessi nazionali e smaniose volontà di governare (che già ci si trovi o che ci si voglia arrivare) scisse totalmente da un’idea inclusiva e avanzata di società.

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