Tav e Recovery Fund, tra affarismi e cessioni di sovranità

Oscurata in generale sui media dalla pandemia nonostante le fibrillazioni nel governo, sulla TAV (l’alta velocità Torino-Lione) si è palesato ancora una volta l’intreccio tra affarismo e ceti subdirigenti di questo Paese da un lato e subalternità dall’altro ad uno dei due poli, in questo caso alla Francia che, con la Germania, esprime il direttorio dell’Unione Europea. Si è consumato cioè l’ennesimo capitolo di una vicenda che coniuga drammaticamente impatto ambientale e sociale negativo con la spirale continua di cessioni di sovranità dell’Italia. Il Parlamento doveva esprimersi sulla sottoscrizione degli accordi per la TAV con un impegno indissolubile fino al 2029 di stanziamento di 751 milioni di euro nella Legge di Bilancio al capitolo di spesa del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, relativo alla sezione transfrontaliera della linea Torino-Lione, quella parte comune compresa tra le nuove stazioni di Saint-Jean-de-Maurienne in Francia e di Susa-Bussoleno in Italia. Un’operazione dal costo complessivo, certificato, di oltre 8 miliardi di euro da ripartire tra Francia, Italia e Unione Europea, cui aggiungere a carico dei singoli Stati ulteriori costi di centinaia di milioni per espropri, interferenze di reti, misure di accompagnamento compensative. In sintesi, per l’Italia una spesa complessiva per la sezione transfrontaliera che, al netto di possibili lievitazioni in corso d’opera, allo stato ha già superato i 3 miliardi di euro. Soldi che, presumibilmente, si confida che arrivino dal Recovery Fund.

Alle commissioni competenti per materia di Montecitorio e Palazzo Madama, cui spettava esprimere il proprio parere, l’esecutivo ha fatto pervenire lo schema di contratto di programma tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. e Tunnel Euralpin Lyon Turin S.A.S. (Telt). L’ultimo passaggio, insomma, il via libera ai lavori. Quello politico era arrivato con la mozione dell’agosto 2019 con cui il Parlamento ha impegnato il governo ad andare avanti con l’opera. Ora, primo elemento che emerge dal contratto, c’è una norma che prevede da parte del ministro delle infrastrutture e dei trasporti solo informative al Parlamento (senza quindi necessità di un voto) «per gli eventuali aggiornamenti ai contratti di programma (che non comportino modifiche sostanziali e siano sostanzialmente finalizzati al recepimento delle risorse finanziarie recate dalla legge di bilancio o da altri provvedimenti di legge)». Si precisa che «per sostanziali si intendono le modifiche che superano del 15% le previsioni riportate nei contratti di programma, con riferimento ai costi e ai fabbisogni sia complessivi che relativi al singolo programma o progetto di investimento». Dunque, per interventi al di sotto del 15%, cioè per cifre non irrisorie vista l’imponenza dei lavori, ci sarà una versione da «pilota automatico» (Draghi docet) con le Aule parlamentari che saranno solo informate.

Si può inoltre notare come, rispetto ai fondi per la realizzazione dell’opera messi già a disposizione dalla Finanziaria 2013, ora, con la Legge di Bilancio, questi siano già lievitati.

Interessante quanto emerge nel comunicato diramato al riguardo dal M5S che ha le sue grosse responsabilità per la situazione determinatasi (anche) sulla questione TAV, quando era al governo con la Lega nel Conte I. Si scrive che lo schema risulta del tutto invotabile, non c’è previsione chiara sul traffico sulla tratta, si riscontrano opacità e voragini diffuse sui costi, non si chiarisce chi paga cosa e per quali somme, e che, in caso di eventuali controversie, è demandata all’autorità francese la sua definizione, creando uno «sbilanciamento irricevibile, che mette al solito il nostro paese alla mercè degli umori altrui».

In più, il M5S rimarca «l’obsolescenza di un’opera che va avanti a passo di lumaca, e che se tutto andrà per il verso giusto sarà pienamente operativa solo tra quindici anni, quando risulterà antiquata e non al passo coi tempi». In soccorso del governo, per il SÌ, è arrivato il centrodestra. A condurre una battaglia per l’ambiente (altro che «green economy» euro-unionista per la TAV) ed i diritti delle popolazioni in Val Susa, di fatto, a ben vedere, una lotta patriottica nazionale, c’è solo la resistenza popolare che nelle valli, da decenni, non pochi problemi e impantanamenti ha determinato e che –si assicura– non si fermerà.

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