Sostenibilità vs. ‘green economy’

La notizia è di quelle funzionali a suscitare un’overdose di retorica finto-ambientalista a buon mercato: il 9 dicembre inaugura a Torino “Green Pea”, il primo “Green Retail Park” (sic!) al mondo dedicato al tema del Rispetto e della Sostenibilità (rigorosamente in maiuscolo).

Tralasciando l’insopportabile abuso di anglicismi che pervade ormai lo spazio pubblico odierno, di che cosa si tratta? Niente meno che della nuova creatura (o dell’ennesima operazione d’immagine, a seconda dei punti di vista) del noto imprenditore Oscar Farinetti, che sul “green” ha costruito un impero. Immagine, dicevamo, e il perché è evidente: questa meraviglia dell’eco-sostenibilità altro non è infatti che l’ennesimo centro commerciale, anche se la definizione di “Retail Park” suona meglio e appare più seducente. Cinque piani dedicati non tanto –come ci si potrebbe aspettare conoscendo l’artefice del progetto– al cibo, ma “a cambiare il rapporto con l’energia, il movimento, la casa, l’abbigliamento e il tempo libero”. I ‘partner’ commerciali sono circa un centinaio, suddivisi in aree tematiche, tre delle quali ovviamente definite in inglese (l’italiano evidentemente non è sufficientemente “cool”): Life, Home, Fashion e Bellezza. Tra i nomi più significativi troviamo FCA, Iren, Enel X, UniCredit, Mastercard, FPT Industrial, Samsung, Smat, Argo, Whirlpool, Timberland, North Sails, insieme alle “migliori firme italiane dell’abbigliamento”: Ermenegildo Zegna, Brunello Cucinelli, Herno e SEASE, le quali proporranno “concept store” dedicati a Green Pea. Parallelamente, cosmesi, libri, cultura e cibo. Infine sul tetto della megastruttura troviamo nientemeno che il Club dedicato all’Ozio Creativo con l’alkemy Spa (sic!), il Cocktail Bar e l’Optium Pea Club, definito come “la prima infinity pool (sic!) di Torino affacciata sull’arco alpino”. Tradotto in italiano e depurato dalle espressioni ad effetto, si tratta di una piscina riscaldata e sauna a cielo aperto. Non pensate però che al Green Pea la cultura sia messa in secondo piano: la Spa è infatti fornita niente meno che di “erogatori automatici di storie” (sic!). Basta premere un pulsante e Platone ti dice la sua. Cosa desiderare di più?

Potremmo indugiare a lungo ironizzando sull’anglofonia imperante, sull’abuso di retorica e sulla mortificazione della cultura ridotta a prodotto di consumo, ma in questa sede merita di essere sottolineata la questione che emerge prepotentemente nella sua centralità, vale a dire la menzogna fondante che sorregge la narrazione relativa alla “green economy”: ci riferiamo alla conciliabilità degli interessi del grande capitale con il tema dell’eco-sostenibilità.In che modo un tempio del consumo rivolto a una clientela di fascia medio-alta, vetrina per aziende –alcune delle quali multinazionali– che della crescita esponenziale dell’usa e getta e dell’obsolescenza programmata hanno fatto parte integrante delle loro strategie commerciali, può contribuire alla tutela dell’ambiente? La risposta a questo interrogativo Indipendenza se l’è data implicitamente nelle relative tesi approvate in occasione dell’ultima assemblea nazionale dell’associazione, tenutasi a Roma il 26 settembre 2020.

Ne riportiamo alcuni estratti (tesi):

2. Vi è un’incompatibilità strutturale e insuperabile tra capitalismo e tutela dell’ambiente. Il perseguimento della crescita infinita del profitto implica l’assenza di un limite allo sfruttamento delle risorse anche ambientali, le quali però sono finite, dato che tale è il pianeta. Lo sviluppo misurato da parametri esclusivamente quantitativi come il PIL non può conciliarsi con un qualsiasi approccio che sia realmente e coerentemente ecologista.

3. In tal senso è necessario essere consapevoli della carica mistificante insita nelle risposte (presunte) “ecologiste” organiche alle logiche e alle finalità degli interessi capitalistici. Si fa riferimento in particolare a quei fenomeni generalmente indicati con i neologismi anglofoni greenwashing e green economy. Se il primo consiste nel tentativo, portato avanti per fini di marketing da parte di alcune aziende (di solito multinazionali), di darsi un’immagine ecologista, occultando così le proprie pratiche tutt’altro che rispettose per l’ambiente, assai più insidioso ed ambiguo si rivela il cosiddetto modello della green economy. Con questa espressione s’intende genericamente un modello di sviluppo che si presenta come sostenibile dal punto di vista ecologico. In realtà, dietro la facciata green si cela il perseguimento di interessi squisitamente capitalistici, in nome dei quali si pone un’enfasi ingiustificata su alcuni aspetti anche importanti (ad esempio le emissioni dei veicoli privati), talvolta del tutto secondari e circoscritti, occultando comunque questioni ben più impattanti, come lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o le emissioni necessarie per produrre e trasportare in tutto il mondo prodotti dotati di tecnologia “verde” e “sostenibile”; in altri termini la logica estrattivistica propria del capitalismo non viene scalfita.

4. Il modello alla base della green economy è inoltre intrinsecamente classista, poiché scarica la responsabilità del riscaldamento globale sulle fasce più deboli della popolazione, quelle che non possono permettersi la tecnologia più avanzata e che non hanno un reddito sufficiente per abitare nelle città smart ed ecologiche. Città che queste persone sono obbligate comunque a raggiungere quotidianamente dalla provincia o dalle periferie suburbane più trascurate, spesso con mezzi propri, dal momento che il trasporto pubblico si rivela spesso inefficiente. Tali dinamiche non fanno altro che acutizzare la contrapposizione tra città e provincia, alimentando lo spopolamento e l’abbandono di larghe porzioni di territorio e contemporaneamente la crescita smisurata e disordinata delle aree metropolitane. Uno scenario assai poco ecologico e sostenibile.

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