Decreto semplificazioni, grandi opere e Unione Europea

Il governo dice di aver stilato un elenco di centinaia di opere da sbloccare, per la somma di duecento miliardi, in gran parte già finanziate, per cui basterebbe aprire i cassetti dove i soldi sarebbero custoditi (e bloccati) e tirarli fuori. Chiaramente è un’assurdità, ma non c’è mai un opinionista o un conduttore televisivo che lo faccia rilevare. Basti pensare che i fondi destinati al Sud nel programma nazionale chiamato di coesione vengono continuamente spostati ad altre destinazioni, se davvero ci fossero soldi destinati ad opere bloccate da anni, non sarebbero stati utilizzati a finanziare altre cose? Senza contare che i fondi non impattano sul deficit finché non vengono spesi, quindi nel momento in cui queste opere fossero state sbloccate il deficit sarebbe schizzato in alto in misura che l’UE non avrebbe mai tollerato.

Ora il governo verosimilmente spera di poter finanziare i lavori con i fondi del Recovery Fund o altri fondi di provenienza europea. Ma questi fondi, ammesso che saranno creati e che i Paesi “frugali” non li ridurranno troppo rispetto al progetto iniziale, saranno comunque molti meno di quel che si vuol far credere, si usano termini come “fiumi di soldi” o “valanghe” o altri ancora, o si dice che l’UE “c’inonderà di un mare di risorse” e che l’unico problema che avremo sarà di come spenderle. Dal momento che questa narrazione non corrisponde affatto alla realtà, per continuare a fingere che l’UE è davvero cambiata ed estremamente generosa con l’Italia, cosa dovranno inventarsi? Probabilmente che siamo incapaci di spenderli, finora tutte le forze politiche hanno sempre detto che la colpa era ascrivibile alla burocrazia, ma ora che hanno annunciato di averla sbloccata potranno continuare? Immagino che si dirà alla fine che ci sono ancora troppe resistenze, che certi poteri non si scardinano in breve tempo (del resto mi sembra difficile pensare che l’UE possa accettare ampie deroghe alle gare su scala europea), soprattutto le forze politiche continueranno ad accusarsi tra di loro e così lo Stato centrale e gli enti locali.
In ogni caso, se dovremo aspettare che arrivi qualcosa dal Recovery Fund o da altri fondi, ne dovrà passare del tempo e si dimostrerebbe che i 125 miliardi indicati da Renzi o altri soldi custoditi nel cassetto non ce ne sono (o magari diranno che si sono incastrati ed è difficile tirarli fuori). Se non si trattasse di una vera tragedia la definirei una farsa.

Temo che saremo incapaci di spendere ancora a lungo e se in seguito ci riusciremo, sarà solo per qualche grande opera benedetta dall’UE, che non gioverà al territorio ma lo danneggerà. Niente di quello che realmente servirebbe per il risanamento idrogeologico, per le bonifiche, per il rifacimento della rete idrica, per la meccanizzazione e il miglioramento dell’agricoltura, per la salvaguardia del verde. Né ci saranno soldi in numero sufficiente per salvare e far ripartire le imprese, per l’edilizia scolastica e per garantire piani per rioccupare i milioni di disoccupati garantendo condizioni di lavoro e salari dignitosi.
Senza contare che, se saranno attuati, una buona parte di questi investimenti rischia d’impattare sul territorio in maniera pesantemente in contrasto con gli obiettivi di sostenibilità ambientale che l’UE dice di voler perseguire promuovendo la Green Economy, mentre l’esaltazione della digitalizzazione porta a sviluppare ulteriormente i colossi del commercio online. Tutto questo, unito allo smart working, ovvero il lavoro d’ufficio svolto da casa, rischia di modificare profondamente il tessuto produttivo italiano e ancor più il settore dei servizi, entrambi basati ancora essenzialmente sulle piccole imprese, che non interessando all’UE (che anzi tende a giudicarle incapaci di stare sul mercato e quindi meritevoli di fallire) vengono trascurate e potrebbero dover chiudere in massa creando molti più disoccupati di quanti le grandi opere, quasi tutte edilizie e l’economia digitale, ne potrebbero riassorbire. Intanto continuano e accelerano le delocalizzazioni di aziende nazionali e la chiusura in Italia di impianti di proprietà di imprese estere multinazionali.
Si può pensare che tutti (o quasi) quelli che resteranno disoccupati possano diventare muratori o manovali (o al massimo qualcuno ingegnere?).

Lidia Riboli

Informazioni su associazioneindipendenza

Rivista patriottica e sovranista italiana impegnata in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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