Piano Colao e stati generali dell’economia

Il coronavirus ha mostrato che libero mercato, privatizzazioni (anche) nella sanità, tagli di ospedali e di personale medico e infermieristico hanno fallito. Quel che è rimasto della sanità pubblica ha limitato i danni reggendo –per quel che è stato possibile– grazie anche ai tanto deprecati “dipendenti pubblici”.
Gli Stati Generali dell’Economia, aperti ieri a Roma, a Villa Pamphili, dal governo Conte, vedono la presenza della Troika (FMI-BCE-UE) e, ‘curiosamente’, non quella dei giornalisti, per i quali sono previsti soltanto alcuni punti stampa e una conferenza finale.
La posizione del governo italiano si basa sul cosiddetto “Piano Colao”, che reitera un liberismo senza alcun vincolo sociale né ambientale. Un’accelerazione ad un progetto in atto da decenni che si riassume in: più competitività per affrontare il mercato globale. È esposto con tante parole in inglese e qualcuna in italiano modaiolo quale “resilienza”, con la forza persuasiva di una pompatissima “task force”, discutibile in sé e nei suoi componenti.
Si spinge per fusioni e accorpamenti di società, 5 G, pagamenti elettronici con la scusa dell’evasione fiscale (senza menzionare l’elusione fiscale che vale molto di più ma colpirebbe le big), nuove infrastrutture con superamento di vincoli paesaggistici e ambientali (seppur si dice di puntare sulla green economy), una scuola che formi addetti pronti per le aziende (evidentemente più importante che non formare persone e teste pensanti); si parla di sburocratizzare (non ad es. per le micro partite iva), di fatto si suggerisce un ulteriore alleggerimento del controllo dello Stato sul mercato del lavoro e uno snellimento delle procedure di privatizzazione. Addirittura per fare cassa, oltre alle solite svendite di aziende pubbliche e nuovi debiti con annessi vincoli con la UE, si ipotizza di cedere l’oro della Banca d’Italia e parte del patrimonio fisico nazionale (terreni).
È come trovarsi con una distorsione ad entrambe le caviglie mentre si sta correndo su un terreno accidentato e per fare andare meglio le cose si decidesse di correre senza sosta e più forte ancora sempre su quel sentiero. Sicuro che si andrà a stare meglio?
Perché siamo fermi al concetto di “competizione”? Siamo persone che vivono in uno spazio collettivo o animali predatori che competono per lo spazio vitale? Per questa folle voglia di competizione usiamo sempre più psicofarmaci e imponiamo sempre più antibiotici agli animali con un esponenziale sfruttamento delle risorse del pianeta. Qual è il senso?
Il mercato interno italiano in questa logica non conta più nulla, conta solo l’export e bisogna ridurre i costi fissi (tra cui ovviamente i salari) per competere con gli altri.
Le diversità tra aziende non sono funzionali, bisogna essere grossi e in questo senso solo le grandi aziende devono essere aiutate dallo Stato. La scuola deve essere al servizio di questo sistema e tutto attorno deve essere modellato in tal senso. La salute è un business, il debito è un business; insomma tutto è solo ed esclusivamente business.
Gli Stati sono gli unici ostacoli possibili e per questo vanno abbattuti, privati della moneta, subordinati alla volontà del detentore del debito, smembrati in funzione di macro regioni, deregolamentati sui diritti delle persone e dell’ambiente.
I popoli vanno messi in competizione tra poveri, svuotati di diritti, di formazione, di poteri: da quello contrattuale a quello di consumatore e a quello di elettore. Per questo esistono le task force e ce lo dicono senza pudore perché “servono le crisi per fare passi in avanti” (Monti), “e l’Europa con la gestione della crisi greca ha dimostrato di funzionare” (Colao).

Luca Deperi

(Indipendenza, Savona)

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