George Floyd: storie da ‘States’

Per circa nove minuti è stato tenuto immobilizzato a terra, con un ginocchio di un poliziotto sul collo. Così è morto George Floyd, 46 anni, afroamericano. È accaduto in Minnesota, negli Stati Uniti d’America. Nel referto dell’autopsia si legge che “non ci sono elementi fisici che possano convalidare una diagnosi di asfissia traumatica o di soffocamento”. Ed allora quale sarebbe stata la causa della morte secondo il medico legale? Eccola: “Gli effetti combinati dall’essere bloccato dai poliziotti e patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione) e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo”. Insomma, si lascia intendere che responsabile della sua morte sia stato, in un modo o nell’altro, George Floyd stesso.
“Nella storia americana gli afroamericani sono stati ripetutamente controllati attraverso sistemi di controllo sociale e razziale che sembrano morire, ma poi rinascono sotto nuove forme che si adattano alle necessità ed ai vincoli del periodo. Dopo il collasso della schiavitù, nacque un nuovo sistema, i lavori forzati, che fu una nuova forma di schiavitù. E quando questo sistema scomparve, ne nacque un altro, il sistema Jim Crow (istituito per mantenere la segregazione in tutti i servizi pubblici, scuole, trasporti ecc. attraverso la logica del “separati ma uguali”), che relegò gli afroamericani allo status permanente di classe inferiore.
Ed eccoci qui, decenni dopo il collasso della vecchia Jim Crow, abbiamo un nuovo sistema in America. Un sistema di incarcerazione di massa che, di nuovo, priva milioni di persone povere, in maggioranza di colore, di ogni diritto teoricamente conquistato con il movimento dei diritti civili”.
Così si esprime Michelle Alexander, autrice del libro “The New Jim Crow – Mass Incarceration in the Age of Colorblindness” (casa editrice The New Press, anno di pubblicazione 2010, nuova edizione 2020) nel documentario: “XIII emendamento”.
E prosegue: “La violenza della polizia non è, di per sé, il problema. È il riflesso della brutalità di un sistema di controllo sociale e razziale, conosciuto come incarcerazione di massa, che autorizza questo genere di violenza da parte della polizia”.
Lo spaccio ed il consumo della droga, dicono le statistiche, non è superiore tra gli afroamericani rispetto ai bianchi, ma attraverso la ‘guerra alla droga’ sono i primi ad essere pesantemente controllati e colpiti, milioni di neri sono arrestati, quasi sempre per infrazioni minori, diventando così ‘criminali’, messi ai margini della società e privati di ogni diritto, incluso quello del voto, intrappolati da un sistema di giustizia razzialmente impostato che li etichetta come fuorilegge per il resto della loro vita.
Per la popolazione afroamericana di cui parla Michelle Alexander, la presidenza di Donald Trump, che urlava nei suoi comizi: “I am the law and order” ha rappresentato l’aggravarsi dell’incubo, la continuazione e, laddove possibile, il peggioramento delle loro condizioni di vita. Il problema del razzismo negli Stati Uniti è strutturale, ed è strettamente legato all’oppressione di classe.
Fabrizio Mezzo (Indipendenza, Cerveteri)

 

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