‘Recovery Fund’. Della serie: effetti speciali ‘made in UE’

“L’Europa c’è!”, esultano gli europeisti (confederali e federalisti) all’annuncio del “Recovery fund” da parte di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea (CE) e alla sua presentazione al Parlamento Europeo. Enorme l’enfasi su questo nuovo strumento finanziario, che la von der Leyen ha chiamato non “Recovery Fund” ma “NextGenerationEu”: 750 miliardi di euro in aggiunta al “Quadro finanziario programmatico” per 1100 miliardi (un totale di 1850 miliardi di euro, accanto alle “tre reti di sicurezza” di 540 miliardi di euro di prestiti, già concordate dal Parlamento e dal Consiglio Europeo).
L’esultanza sul Recovery verterebbe sullo stanziamento di 500 miliardi attraverso l’emissione comune di bond europei, cioè la condivisione di un debito con successiva diversa fruizione.
Premesso che colpisce che questa eu(ro)foria giunga ora con l’annuncio del Recovery, ma non ‘prima’ con le misure d’intervento (la “potenza di fuoco”) a suo tempo annunciate dalla stessa CE, vediamo cosa c’è, allo stato, oltre la strombazzata di turno.
Intanto si dovrà avviare la negoziazione tra tutti i rappresentanti dei Paesi membri della UE, alcuni dei quali (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia) hanno già espresso la loro contrarietà a fondi non erogati senza la forma del prestito. Un ostacolo di non poco conto, vista la necessaria unanimità.
Poi, dove si troveranno questi soldi? Chi ne potrà beneficiare? A quali condizioni, visto che il punto è fermo ma non c’è accordo sui relativi termini? La tempistica, infine, non sarà immediata: dopo i passaggi al Consiglio Europeo, si passerà ai Parlamenti nazionali e poi, di nuovo, in sede europea.
Insomma chi strombazza di “aiuti” e giubila “l’Europa c’è!”, fa della propaganda estetica europeista in modo azzardato.
Vediamo cosa si sa, allo stato, di questa “ulteriore potenza di fuoco” del Recovery Fund. I 750 miliardi saranno reperiti con una emissione comune di bond sul mercato. Contributi fino a 500 miliardi e prestiti nella rimanente parte (250 miliardi) che dovranno essere restituiti dai singoli Paesi membri all’UE. Per risultare appetibili la proposta è che a garanzia si ricorra al bilancio UE. Ma il bilancio è piuttosto esiguo (pari a circa l’1% del Pil europeo) ed è ritenuto non ‘congruo’ rispetto a una emissione (e relativo pagamento) di titoli di quella portata. Ebbene, per il periodo 2021-2027 si parla di aumentare il bilancio fino al 2% del Pil. Come? Aumentando i contributi della quota di partecipazione al bilancio europeo dei Paesi membri: per l’Italia molte decine di miliardi in più in uscita per poi vedere quanti effettivamente ne ritorneranno. Una partita di giro Stati-UE-Stati, insomma. Alla scadenza dei titoli emessi, il ripagamento spetterà alla Commissione Europea che, vien detto, non avverrà prima del 2028 e dopo il 2058. Poi si parla di nuove tasse e imposte europee.
Gli obiettivi di spesa saranno indicati e controllati dalla Commissione con correlate richieste di riforme realizzate e/o da realizzare/completare. È dato per probabile che ciò che l’UE potrebbe chiedere all’Italia, saranno le raccomandazioni a più riprese sollecitate: riforma fiscale, del mercato del lavoro, maggiore efficienza della pubblica amministrazione (inclusa l’istruzione), riforma della giustizia. Analisti economici non escludono che tra le condizionalità siano inclusi tagli lineari in quel che resta delle protezioni sociali (per i disoccupati, ad es.), un’ulteriore riduzione delle pensioni con aumento dell’età pensionabile, un ulteriore ridimensionamento nel pubblico impiego, eccetera.
Insomma, “l’Europa c’è!”.
Utilizziamo questo periodo per irrobustire o allargare il raggio di interlocuzioni e conoscenze tramite telefono o video-conferenze. Lo si faceva anche prima, ma nell’attuale periodo di ‘domiciliazione coatta’ “Indipendenza” ha intensificato questo tipo di attività, per confrontarsi sul piano delle analisi, delle idee e dell’azione.
Chi sia interessato, è invitato a scriverci in privato.
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