Covid 19: gli ‘aiuti’ USA all’Italia

Trump firma un Memorandum per gli “aiuti” all’Italia. Il documento, in otto sezioni, presenta pochi punti essenziali. Innanzitutto si precisa che il governo italiano ha richiesto assistenza. Si ricorderà che, proprio il giorno dell’arrivo in Italia della (prima) brigata di medici cubanie dell’imminente arrivo di quella russa (dopo l’accettazione di Conte all’offerta di aiuti da parte di Putin), con una folta delegazione medica cinese già arrivata da giorni nel Paese, per ragioni probabilmente d’immagine, diplomatiche, di equilibri (geo)politici, stante le polemiche dei settori atlantisti in Italia,il presidente del Consiglio italiano inoltrò detta richiesta. La Casa Bianca si è fatta attendere circa tre settimane ed alla fine la “risposta alla richiesta di assistenza” è giunta con il Memorandum del presidente USA Donald Trump. Risposta ad una richiesta di aiuti, si badi, non offerta degli stessi, ed in più la precisazione che “venire in aiuto dell’Italia (…) dimostrerà la leadership degli Stati Uniti nei confronti delle campagne di disinformazione russa e cinese”. “Disinformazione russa e cinese”?!? Mah!
Gli aiuti consisteranno in “attrezzature e forniture” mediche ad eccezione di tutti i prodotti ritenuti necessari per la “risposta nazionale” degli USA al Covid-19. Un sistema sanitario, quello statunitense, pressoché integralmente privato ed inaccessibile a svariate decine di milioni di abitanti. Un cittadino, infatti, si può curare solo previa stipula di una copertura assicurativa e se ha comunque i soldi sufficienti per far fronte agli alti costi di una visita, di un ricovero, di un’operazione. Senza assicurazione si possono ricevere cure (a pagamento) solo in caso di emergenza oppure presso privati, previ tempi lunghi e liste di attesa rispetto agli assicurati. Il che, per inciso, dovrebbe far riflettere sui tagli,la privatizzazione (in continuo divenire) e la regionalizzazione del sistema sanitario italiano, in linea con i desiderata ‘concorrenziali’ e liberistici euro-unionistici. Ergo, c’è da interrogarsi, rispetto a quanto scritto nel Memorandum, sul significato di senso delle “limitazioni”, esplicitate più volte, riguardo gli “aiuti” da parte degli ‘States’.
Non sarà che la risposta è da rinvenirsi là dove si parla del ruolo del Segretario al Commercio dell’amministrazione USA? Questi “faciliterà i contatti tra le autorità italiane e le imprese degli Stati Uniti e, se del caso, incoraggerà i fornitori degli Stati Uniti ad avviare vendite commerciali di articoli richiesti dalle autorità italiane o dagli operatori sanitari”. Cioè gli “aiuti” della Casa Bianca sono disponibilità alla vendita di prodotti e macchinari di imprese statunitensi, cioè normali transazioni commerciali internazionali, solo dopo aver, beninteso e comprensibilmente, soddisfatto richieste (e carenze!) del sistema interno. L’ammontare complessivo di questi “aiuti” si attesterebbe sui 100 milioni di dollari (poco più di 90 milioni di euro!) come Trump ebbe a dire a fine marzo, sentito Conte («Giuseppi was very very happy»), in conferenza stampa e che, con sprezzo del ridicolo, la grancassa massmediatica ‘nostrana’ ed internazionale rilanciò con toni in pompa magna, come se si trattasse di qualcosa di straordinario.
Nel Memorandum si fa poi riferimento agli “oltre 30mila militari statunitensi e dipendenti” di stanza in Italia che, sotto la supervisione del Pentagono, “senza compromettere la prontezza della forza o la salute”, potranno essere impiegati per offrire agli ospedali “servizi di telemedicina, ospedali da campo, cibo e forniture e assistenza tecnica”. Il punto è incommentabile, ma è interessante perché ricorda il numero di militari e civili statunitensi in Italia. Un numero enorme. L’Italia risulta essere tra i primissimi Paesi al mondo dove più forte è l’occupazione –la “presenza” – militare dell’alleato(/padrone) USA.
Una riflessione. Si ricorderà l’assassinio, in un attacco aereo mirato statunitense, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso a Baghdad, di Qassem Soleimani, generale della Divisione al-Quds (l’unità speciale dei Guardiani della Rivoluzione all’estero). Era appena atterrato per una missione diplomatica su invito delle autorità irachene che avevano informato i referenti diplomatici statunitensi. Questo ennesimo atto di arroganza determinò una generale indignazione nel Paese tanto che, pochi giorni dopo, il 5 gennaio, il parlamento iracheno votò a maggioranza l’espulsione degli oltre 5.000 soldati USA e delle migliaia di contractor del Pentagono.
Ebbene, un numero complessivo largamente inferiore rispetto al contingente USA di stanza in Italia!
Washington, ricordiamolo, rispose al voto e alla richiesta tramite il Dipartimento di Stato dicendo che avrebbe inviato una delegazione «non per discutere il ritiro di truppe, ma l’adeguato dispositivo di forze in Medio Oriente», aggiungendo che alla Casa Bianca si stava concordando «il rafforzamento del ruolo della NATO in Iraq in linea con il desiderio del Presidente che gli Alleati condividano l’onere in tutti gli sforzi per la nostra difesa collettiva». Trump, poi, ribadendo che gli USA non avrebbero lasciato il Paese (‘liberato’), aggiunse che, se fossero stati costretti a farlo, l’Iraq sarebbe stato sottoposto a sanzioni e ad un embargo durissimo, oltre che al pagamento di «miliardi e miliardi di dollari» per le «spese» che avevano dovuto sostenere (costruzione dell’ambasciata e base militare nella Green Zone, nel cuore di Baghdad, tra le più grandi al mondo, e le loro altre infrastrutture militari).
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