Zanda (PD): per la ricostruzione dell’Italia ‘impegnare’ il patrimonio di proprietà statale

Oggi, 28 marzo 2020, “la Repubblica” pubblica un’intervista al senatore del Partito Democratico (PD), Luigi Zanda, che ben sintetizza e rilancia l’orizzonte ideologico liberista che orienta questo partito di sedicente “sinistra”. Si tratta di un partito, il PD, che, in congenita osservanza alle politiche euro-unioniste ed euro-atlantiche, ha la sua grossa parte di responsabilità nell’aver portato l’Italia a questo punto, sull’orlo dell’implosione nazionale e sociale (si veda, ultimo ma non ultimo, il regionalismo differenziato). Un ‘corpo’, quello d’Italia, reso malato e già debilitato da altre patologie su cui il Covid-19 sta intervendo più pesantemente che altrove.
Attenzione, però: se il PD è tra i principali responsabili della debilitazione nazionale/statuale/sociale dell’Italia, non lo sono di meno le altre ‘destre’ che, una volta al governo, sono risultate inter-cambiali e complementari nella attuazione delle stesse politiche neoliberiste, nel condiviso solco di subordinazione all’interno dell’area geopolitica euro-atlantica in cui l’Italia è ancora, purtroppo, inscritta. Le forze ‘nuove’ emerse in questi anni non hanno dimostrato un’effettiva discontinuità d’indirizzo, salvo attardarsi nel migliore dei casi su aspetti secondari, di peraltro insufficiente tamponamento.
A fronte della crisi in atto, destinata a peggiorare se non esplodere con conseguenze ad oggi inimmaginabili, Zanda non smentisce la linea di partito. Per affrontare lo scenario che seguirà all’emergenza sanitaria, propone di impegnare i “gioielli di famiglia”. Come fare da soli “se l’Europa non ci aiuta”? Chiedendo prestiti che, come ovvietà ricorda Zanda, non sono mai concessi “senza garanzie”. Cosa portare, secondo il senatore, al monte dei Pegni della speculazione mercatista finanziaria, “senza far esplodere il debito pubblico”? “Il patrimonio immobiliare di proprietà statale”! Quindi “almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei…”, come ad esempio Montecitorio, sede della Camera, o Palazzo Chigi, sede del governo. “Siamo in guerra”, chiosa Zanda, precisando che si tratta di “beni già iscritti nel bilancio dello Stato per un valore che si aggira intorno ai 60 miliardi” ai quali poter aggiungere anche “i beni degli enti locali e delle regioni, che sono censiti solo parzialmente e secondo alcuni valgono circa 300 miliardi”, oltre che “il demanio non strategico né militare”, come le spiagge (però “non le parti indisponibili”, che sono ovviamente anche quelle già privatizzate), i porti, gli aeroporti. Non prosegue nella lista della (s)vendita solo perché l’intervistatore pone un’altra domanda.
Il tutto, assicura Zanda, come “garanzia”, non come “vendita”. “Meglio”, conclude, “dare in garanzia i nostri immobili pubblici anziché affidarsi alla Troika. Che vorrebbe dire cessione di sovranità”, come se questa cessione non fosse già ad un grado molto avanzato, non lontano dal capolinea. E alla domanda dell’intervistatore (“se la cura non dovesse funzionare”?) replica: “è un ipotesi a cui non voglio nemmeno pensare”. Amen!
Due considerazioni, in conclusione, riassumendo ciò che l’intervista ripropone come protuberanza di superficie.
La prima riguarda la cornice storica da tenere sempre ben presente, sovente occultata, rimossa, se non addirittura deformata da certi organismi (e soggetti) ‘sovranisti’. La seconda attiene all’oggi:
1. emerge la responsabilità storica, pluridecennale, di tutte le forze politiche che hanno espresso da svariati decenni a questa parte governi (inclusi quelli sedicenti tecnici, in realtà sempre politici nelle scelte) che hanno portato l’Italia in questo stato. Un processo europeista-atlantico perseguito –già all’indomani della fine della seconda guerra mondiale– dai governi della Prima Repubblica, oleato fino all’accelerazione, nel mutamento di scenario geopolitico a cavallo della fine della Guerra Fredda, con l’Atto Unico europeo (1986) e Maastricht (1992).
2. Nella fase attuale i continuatori (forze politiche ed economiche, con dentro anche figure apicali ‘famigerate’ già nella Prima Repubblica) si ripartiscono di fatto in due ‘partiti’ in conflitto tra loro, divisi in estrema sintesi in ciò: chi vuole ricorrere al MES (consegnando il Paese al servaggio del partito tedesco/’carolingio’) e chi vuole ricorrere alla BCE (consegnando il Paese al servaggio del partito euro-atlantico, cioè gli USA che, come alle origini del processo di integrazione, vedono nel federalismo europeo e nella centralizzazione di un unico governo, un ridimensionamento degli Stati nazionali –in particolare la Germania, in seconda battuta la Francia– preludio a successivi passaggi di integrazione/sussunzione agli Stati Uniti).
Entrambi questi ‘partiti’ (del MES e della BCE) porteranno l’Italia in uno stato ancora più disastroso di quello di fase attuale: li accomuna (da molto tempo) la stessa spirale ‘ideologica’ debitoria, la stessa accentuazione della china politica, economica e sociale del Paese e dei diritti di cittadinanza; li differenzia solo la scelta del padrone.
Mai come oggi sono i fatti, compresi quelli che ancora non si sono prodotti, a porre, in modo sempre più eclatante, il ‘nodo’ principale, cruciale, mai acquisito a livello di massa dalla fine della seconda guerra mondiale, della conquista della sovranità e dell’indipendenza nazionale. L’obiettivo strategico della liberazione dell’Italia, della necessità di uno Stato davvero sovrano, libero, indipendente, ormai è nelle cose, nei fatti, nelle situazioni. Questo non lo si può più tacere, ignorare, eludere. Finalmente si sta delineando chiara la sua valenza principale, la ‘conditio sine qua non’, in funzione del passaggio fondamentale ad una prospettiva di società che non sia sempre più ineguale, con sempre meno diritti sociali, in linea generale sempre più devastata come quella attuale, ‘di fase’, con la decisa accentuazione che si prospetta.
Che quell’obiettivo strategico sia nelle cose non significa che sia ‘dato’.
Da ognuno secondo le proprie possibilità e volontà! Indipendenza chiama alla militanza!
p.s. Grazie ad Alberto Leoncini (Indipendenza, Treviso) per aver segnalato l’intervista a Zanda.
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