Malloch: is it clear (‘è chiaro’)?

Ted Malloch, tra i più stretti collaboratori del presidente USA Donald Trump, è un docente universitario, analista geopolitico, diplomatico, ad un passo dall’essere nominato ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea (UE). È tra le personalità che, con Steve Bannon, esponente del network atlantico “The Movement”, cuce i rapporti tra le estreme destre (d’opposizione o di governo) in Europa e l’attuale amministrazione statunitense, in funzione anti-tedesca. Tutto suppostamente in nome della “sovranità”, fattivamente a beneficio dell’atlantismo.
Nell’intervista a La Stampa di martedì scorso (18 giugno) rilascia dichiarazioni non sorprendenti per “Indipendenza”, comunque significative perché ‘ricordano’ alcuni punti fermi sull’Unione Europa e sull’Italia:
1. “Washington non vuole uno sgretolamento dell’Unione Europea, ma una sua riforma”.
2. “La Russia non è un alleato degli Stati Uniti” –ricorda Malloch– “Chi vuole essere amico di Washington, deve tenere questo fatto ben presente”.
3. “Gli USA sono impegnati in un confronto geopolitico epocale con la Repubblica popolare, e si aspettano che i Paesi alleati si comportino di conseguenza”.

Tradotto:
1. Washington vuole gli Stati Uniti d’Europa (in tal modo avendo ‘dentro’ e ‘sotto’ tutti gli Stati del continente europeo fino agli Urali, in particolare la temuta Germania). È dal ben gradito Manifesto di Ventotene di AltieroSpinelli &C. alla NATO alla CED alla CEE-UE (solo per richiamare i punti apicali del processo atlantico di costruzione dell’Unione Europea) che l’obiettivo di fondo degli Stati Uniti è sempre lo stesso: il federalismo europeo.
2. La politica estera italiana è un’articolazione della politica interna degli Stati Uniti. Che si tratti di Afghanistan, di Iraq, di Libia, di Ucraina, di Russia, di Cina, di Venezuela,… di Iran. Malloch, intervenendo con linguaggio diplomatico sui rapporti USA con l’Italia, è abbastanza perentorio nel ricordarlo.
3. Il punto 2 significa, ‘of course’, che gli indirizzi di politica interna devono restare –e in tal modo resteranno– atlantici. Nell’epoca, ormai trentennale, del post Guerra Fredda ciò significherà, in caso di sganciamento da una UE a trazione franco-tedesca (carolingia), uno scenario da “Washington Consensus” stile (mutando quel che c’è da mutare) America Latina anni Ottanta.
Insomma, dalla padella alla brace!
4. Chi sostiene –addirittura definendosi “sovranista”– che sia necessario individuare il “nemico principale” e quindi appoggiarsi “tatticamente” a Washington “per una diversa Europa dall’attuale a trazione franco-tedesca”, esprime una posizione graditissima oltre Atlantico.

Conclusioni: quali i compiti ‘oggi’ per chi rifiuta lo status di sudditanza dell’Italia che gli uni (carolingi) e gli altri (atlantici) vorrebbero che perdurasse –per i propri interessi– nei modi e nelle forme che siano? Si tratta di un lavoro paziente di militanza politica, di azione e di educazione patriottica, di accumulo delle forze tra le generazioni dell’oggi e di domani. Risvegliare uno spirito patriottico investendo su una critica radicale all’impianto economico-sociale che vede carolingi e atlantici, in conflitto tra loro sul piano geopolitico, più in sintonia su quello capitalistico, nella declinazione di fase attuale ordo/neo liberista, pur al netto del loro essere sistemi con/correnti. Questo perché, per uno scenario sempre possibile di liberazione nazionale (anche) dell’Italia, non c’è sovranità effettiva senza socialismo, non c’è socialismo possibile senza indipendenza.

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