Landini: tra massimalismo ed euroliberismo

«A nostro avviso questo Governo non va da nessuna parte e ci porta semplicemente a sbattere un’altra volta (…) perché quando le cose sono complesse, così come accade adesso, si deve avere l’umiltà di capire che da soli non ce la si può fare (…). In ogni caso: questo Paese non si cambia contro il mondo del lavoro e senza il mondo del lavoro. Non consentiremo loro di portarci fuori dall’Europa». Così il segretario della Cgil, Maurizio Landini, secondo quanto riferisce “la Repubblica” alla manifestazione nazionale di quasi 25mila lavoratori convocata ieri a Reggio Calabria dai vertici delle organizzazioni sindacali. Lavoro, progetti e sviluppo per il Sud le richieste, come da molti decenni a questa parte, ed una sfida al governo: sull’autonomia differenziata i lavoratori non staranno a guardare.
E poi: «I soldi per intervenire ci sono. Lo ha detto la Banca d’Italia qualche settimana fa. La ricchezza patrimoniale nel nostro Paese è quattro volte e mezzo il debito pubblico e il 50% di questa ricchezza è in mano al 10% degli italiani. E allora se tu vuoi fare gli investimenti al Sud, i soldi li devi andare a prendere dove sono. Il problema è che le ricchezze sono in mano a pochi (…). Da qui la mobilitazione non finisce ma riparte la lotta nel Paese fino a quando non avremo ottenuto la modifica della politica economica del Governo».

In questi passaggi essenziali del suo discorso, c’è tutto il massimalismo parolaio ed allo stesso tempo il controsenso politico fattivo non solo di Landini, ma di tutta la sinistra ‘liberalizzata’: l’essere per la permanenza dell’Italia nell’Unione Europea ed il paventare, come ha dichiarato al comizio, “il rischio dell’infrazione europea” –con inconsapevole (o inconfessabile?) acquiescenza alle politiche anti-popolari eurounioniste– vuol dire essere interni al modello sociale ed economico liberista di Bruxelles e Francoforte.
Come si fa, poi, a tuonare per i suoi ‘prodotti’, ad esempio contro il “regionalismo differenziato”, figlio della riforma del titolo V della Costituzione (voluto dal centrosinistra nel 2001) la quale ha innescato un processo che, sostenuto dal centrodestra quando è stato al governo, ha portato alla situazione attuale? Come si fa a tuonare per il diritto al lavoro e alla sua dignità, quando questo è sempre più svilito dalle politiche ‘liberal’ che sono la quintessenza dell’impianto della UE? Perché, quindi, criticare da destra (‘da destra’ perché si è dalla parte dell’Unione Europea e quindi ‘dentro’ il suo paradigma capitalistico predatorio) la politica economica governativa che, pur nel suo impianto di liberismo temperato, presenta qualche discontinuità ed appare meno predatoria di quelle dei precedenti governi di centrodestra, centrosinistra e ‘tecnici’ (tanto da scatenare le ire eurocratiche), e non criticarla invece ‘da sinistra’ coniugando un’alternativa di società con la preliminare e necessaria liberazione dell’Italia dalla UE e dalla sua moneta?

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Senza critica all’Unione Europea, nessuna critica al regionalismo differenziato ha senso

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