Venezuela: l’attacco si fa ‘elettrico’

Dal pomeriggio del 7 marzo Caracas e buona parte del Venezuela sono al buio. Ripercussioni sul trasporto (metropolitana e aeroporto), servizi sanitari (con finora 13 morti), rete telefonica e di internet, eccetera: un black-out di proporzioni inedite. La centrale idroelettrica di Guri, nello Stato di Bolívar, una delle più grandi dell’America latina, che serve l’80% dell’approvvigionamento elettrico del paese, ha improvvisamente smesso di funzionare.

La linea di Washington è stata subito quella di ricondurre le cause del black-out all’«incompetenza del regime». Juan Guaidò, l’auto-proclamato (il 23 gennaio) presidente ad interim, e da tempo scaduto nel suo auto-conferito compito di indire nuove elezioni entro 30 giorni (come da articoli della Costituzione cui, peraltro, si è illegittimamente appellato), si è affrettato a precisare che «con me torna la corrente». Poco prima Mike Pompeo, segretario di Stato USA ed ex capo della CIA, aveva dichiarato: «niente cibo, niente medicine [conseguenza dell’embargo finanziario che blocca i conti venezuelani e quindi il pagamento delle transazioni commerciali, ndr]. Ora niente elettricità. Il prossimo passo, niente Maduro».
Curioso che il senatore statunitense, Marco Rubio, uno dei “falchi” fervente fautore dell’attacco militare (anche) al Venezuela, neanche 3 minuti dopo il black-out già trasmettesse sul suo profilo twitter informazioni sulle aree interessate, in quel momento in via di acquisizione dalle stesse autorità venezuelane.
Altrettanto curiosa la concomitanza con la mobilitazione lanciata per oggi da Guaidò, in risposta a quella in difesa della pace e della sovranità del Paese convocata da Maduro a quattro anni dal decreto esecutivo di Obama contro il Venezuela (l’embargo finanziario a colpire l’importazione di generi alimentari e medicinali). Le immagini che le emittenti nostrane stanno mandando in onda inquadrano pochissimi manifestanti pro-Guaidò, mentre oscurano (vedi foto allegata) quelle imponenti dei partecipanti alla bolivariana “giornata anti-imperialista”. Tutto secondo copione, insomma.

Washington non demorde. Non demorde nonostante l’inconsistenza di Guaidò, rivelatosi un fantoccio ridicolo e senza un minimo –almeno– di spessore, nonostante le forti critiche negli States alla strategia fallimentare fin qui seguita, nonostante la strigliata del portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Palladino, in conferenza stampa, a quei giornalisti che non qualificano «in modo corretto» Guaidó nei termini di presidente ad interim, ma –com’è stato nei fatti– in quelli di presidente auto-proclamato, nonostante le stesse irritazioni USA verso Guaidó al vertice del gruppo di Lima a Bogotà del 25 febbraio (cfr. il sito argentino “la politica online”) per le sue previsioni (alla fine clamorosamente infondate) sulla perdita di consensi per Maduro e sui numeri (irrilevanti nella loro esiguità) della diserzione nelle forze armate, nonostante il mancato arresto di Guaidò al suo rientro nel paese sperato da Washington per alzare il livello della tensione.

Per ora questo innalzamento della tensione sta avvenendo per via diplomatica ed economico/finanziaria, ma senza esito. È peregrino ipotizzare che, per estromettere Maduro e ‘normalizzare’ il Venezuela, a Washington il ridicolo e patetico Guaidò potrebbe risultare più utile morto che vivo?

Gli aiuti umanitari come ‘casus belli’. Juan Guaidò: “I morti non sono un costo, ma un investimento per il futuro”

 

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