Focus Venezuela: dalla nostra campagna tematica

CUBA: U.S.A., GIÙ LE MANI DAL VENEZUELA

Miguel Díaz-Canel torna a denunciare l’ostinazione degli USA nel tentare un colpo di Stato nel Paese sudamericano. Il presidente cubano, sul suo account Twitter, per la seconda volta nel giro di una settimana, scrive che gli Stati Uniti stanno costruendo uno stratagemma per giustificare un’aggressione in Venezuela.

L’agenzia di stampa cubana Prensa Latina segnala che “gruppi di mercenari e paramilitari si stanno organizzando nello Stato colombiano del Norte de Santander per intervenire in Venezuela”

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SULLA MORTE DEL CUGINO VENEZUELANO…

Toh! Nel valzer di false notizie e di notizie presentate in modo ingannevole per avallare il canovaccio precostituito di Maduro feroce dittatore e affamatore del suo popolo d’intesa con la sua cricca, si ricorderà la vicenda di Freddy Francisco Superlano Salinas, parlamentare venezuelano di “Voluntad Popular” (il partito dell’auto-proclamato presidente ad interim del Paese Juan Guaidò), e del cugino, Carlos Salinas, avvelenati in un ristorante in Colombia, a Cucuta, al confine con il Venezuela. Bilancio: cugino morto e parlamentare ricoverato in gravi condizioni.

Ebbene, già a poche ore dal fatto era chiaro cosa fosse accaduto, ma sulle reti internazionali euro-atlantiche, incluse quelle ‘embedded’ di ‘casa nostra’, si è preferito reiterare la velina lanciata dalle agenzie internazionali atlantiche. Si è continuato chi ad insinuare chi ad indicare la responsabilità dei “servizi segreti di Maduro”, ben guardandosi poi dal rettificarla, come talvolta avviene con discrezione e sbrigatività.

Ebbene, il deputato venezuelano ed il cugino o hanno fatto abuso di droga o sono stati drogati dalle due donne, conosciute da poche ore, con le quali si erano accompagnate prima in un centro commerciale, poi in un motel. Secondo quanto appurato dalla polizia colombiana, le donne hanno rubato gli anelli, i cellulari ed il denaro dei due uomini, prima di allontanarsi.

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Pino Arlacchi è stato vicesegretario ONU ed esponente del PD. Non la considerazione politica che si può avere di lui, ma quello che scrive sulla costruzione della “crisi” e dell’ennesimo tentativo di golpe in Venezuela è significativo, alla luce –appunto– della sua ‘estrazione’ politica.

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LA DITTATURA DI TRUMP SUL VENEZUELA (E QUEI TRE MILIARDI DI DOLLARI A RISCHIO DELLA GOLDMAN SACHS)

Di Luciano Cerasa

L’obiettivo è scalzare il “comunista” Maduro a tutti i costi ma il conto, molto salato, lo stanno pagando gli strati più poveri della popolazione venezuelana. La guerra economica dell’amministrazione Trump contro il governo di Caracas per causare il default economico e il collasso politico e sociale del paese a guida bolivariana è scoppiata ben prima dell’autoproclamazione di Guaido alla presidenza del Venezuela. Alla fine di gennaio Il governo degli Stati Uniti ha annunciato l’imposizione di nuove sanzioni nei confronti della compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa) attraverso la sua filiale Citgo, a Houston, in Texas. Le sanzioni bloccano 7 miliardi di dollari in beni e 11 miliardi di dollari in esportazioni di petrolio per il 2019. La Banca centrale del Venezuela (Bcv) intanto cerca di recuperare dalla Banca d’Inghilterra lingotti d’oro per un valore di circa 550 milioni di dollari, circa 14 tonnellate d’oro che sono depositate nell’istituto bancario britannico a Londra. Dietro il mancato rimpatrio non c’erano motivi “procedurali” come finora sostenuto dal governo inglese, ma “una vera operazione di esproprio internazionale organizzata segretamente dalla Casa Bianca” come scrive Il Sole 24 Ore. A raddoppiare la consistenza del deposito in oro bloccato dalla Bank of England è arrivato poi il colosso della finanza tedesca, la Deutsche Bank, che ha chiuso unilateralmente con Caracas un contratto “swap” garantito da 17 tonnellate di lingotti e li ha riversati sul conto londinese. Il colpo è stato doppio: la banca centrale venezuelana è stata costretta a ripagare il prestito in valuta pregiata senza poter rientrare in possesso della garanzia. Sono solo le ultime due misure sanzionatorie di una lunga serie che sta strangolando molto velocemente l’economia venezuelana. Con l’Ordine Esecutivo 13692 del marzo 2015, rinnovato sia da Barack Obama come da Donald Trump, il governo americano ha legalizzato quello che fino ad allora era una politica non ufficiale, attuata attraverso operazioni finanziarie, politiche, mediatiche, paramilitari e diplomatiche coperte, come hanno dimostrato le informazioni pubblicate da Wikileaks e centinaia di documenti declassati del governo degli Stati Uniti. I provvedimenti restrittivi sono stati presentati in un primo momento come misure contro singoli individui: funzionari del governo venezuelano, civili e militari, persone e aziende identificate o associate politica o economicamente al governo venezuelano. Di fatto hanno ostacolato il commercio internazionale, privando il paese dell’accesso al cibo, alle medicine e ai beni essenziali. Il 24 agosto 2017 Donald Trump emette l’Ordine Esecutivo 13808 intitolato “Imposizione di sanzioni aggiuntive per quanto riguarda la situazione in Venezuela”. Con il decreto si vieta l’accensione di nuovi debiti da parte di Pdvsa e del governo venezuelano a medio e lungo termine, l’acquisto di azioni, il pagamento di dividendi o la distribuzione dei profitti al governo da parte di enti negli Stati Uniti, compreso Citgo. La Casa Bianca afferma che i nuovi divieti sono stati “accuratamente calibrati per negare alla dittatura di Maduro una fonte critica di finanziamento per sostenere la sua illegittimità”. A partire dal “13808” le misure sono state estese alle imprese pubbliche e alle loro operazioni commerciali e finanziarie, con l’obiettivo di colpire direttamente l’economia venezuelana. Nell’agosto 2017 su pressioni dal Dipartimento del Tesoro statunitense, la società Euroclear, responsabile della custodia di una parte importante dei titoli sovrani del Venezuela, blocca le transazioni di operazioni di obbligazioni motivandolo per ragioni di “revisione”. Euroclear trattiene cosi più di un miliardo e 200milioni di dollari senza che Caracas abbia la possibilità di spostarli. Il valore riflesso delle obbligazioni per il mese di luglio 2018 quotate nelle borse internazionali secondo il servizio finanziario di Bloomberg, è diminuito costantemente raggiungendo un valore di mercato di circa 625,90 milioni di dollari, con una perdita del 57,24%. I ritardi nei pagamenti dei titoli del debito pubblico estero che il Venezuela mantiene nel mercato finanziario internazionale, hanno generato rispetto a un bonus acquisito tramite Credit Suisse (CLN) una perdita totale di circa 264 milioni 180 mila dollari. Di fatto dalla firma dell’Ordine Esecutivo di Trump il governo di Maduro ha dovuto affrontare un blocco finanziario internazionale. I conti venezuelani presenti in banche filiali come Commerzbank AG, Citibank e Bank of China a Francoforte, dove il Venezuela aveva depositati ad agosto del 2017 circa 150 milioni di dollari, sono stati chiusi rendendoli indisponibili. Il Venezuela non ha più potuto mantenere conti in dollari quindi è stato necessario cercare nuove banche europee, mediorientali e asiatiche, considerando la necessità di adottare l’euro come valuta principale e utilizzando altre valute di mercati emergenti con maggiore volatilità rispetto al dollaro. In totale la banca venezuelana quantifica in 789,50 milioni di dollari i costi aggiuntivi necessari per far fronte ai nuovi oneri finanziari. A marzo del 2018 l’Amministrazione Trump rinnova per un anno gli Ordini Esecutivi 13692 e 13808 e impone sei nuove misure coercitive, vietando la ristrutturazione del debito e impedendo il rimpatrio dei dividendi della Citgo. In seguito The Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) del Dipartimento del Tesoro statunitense, ha emesso un avviso per allertare le istituzioni finanziarie che le transazioni pubbliche venezuelane possono essere legate alla corruzione. Un allerta che insieme al congelamento o ritenzione in banche ed entità finanziarie delle risorse legittime appartenenti al Venezuela e il ritardo nella gestione delle operazioni di acquisto e vendita, che riguardano non solo il governo e le società venezuelane, ma anche i loro partner commerciali stranieri, finisce per ostacolare il pagamento ai fornitori di beni essenziali come il cibo e le medicine.
Nel luglio 2017 la banca Citibank (EE.UU) si è rifiutata di ricevere fondi venezuelani per l’importazione di 300 mila dosi di insulina, destinati a soddisfare la richiesta di 450 mila pazienti registrati.
Guardando alle questioni sudamericane con l’ottica dei mercati, occorre sempre aver letto preventivamente ‘Confessioni di un sicario dell’economia’ di John Perkins. Gli interessi che si muovono intorno al ghiotto boccone venezuelano sono ingenti, come scrive Maurizio Bottarelli su it.businessinsider.com.
“Goldman Sachs – scrive Bottarelli – non più tardi del maggio 2017 sfidò tutti e acquistò 2,8 miliardi di bond venezuelani dalla Banca centrale di Caracas. E lo fece con fiuto degli affari, appunto, visto che quella carta emessa proprio dalla compagnia petrolifera di Stato nel 2014 e con scadenza 2022 la pagò soltanto 865 milioni di dollari. Uno sconto del 31%. Il tutto, in un quadro che all’epoca, parliamo di meno di due anni fa, vedeva i rendimenti dei titoli di Stato venezuelani a 10 anni al 21%, mentre quelli in scadenza nel 2018 rasentavano il 35%. Stessa cosa per i rendimenti dei bond della compagnia petrolifera statale Petroleos de Venezuela (PDVSA), i quali a 10 anni offrivano uno yield del 21%, mentre nel breve si arrivava anche al 40%. Insomma, mentre tutti temevano il default del Paese latino-americano, Goldman Sachs andava pesantemente contraria. Certa, addirittura, che le dinamiche in seno all’Opec e relative alla produzione di petrolio e anche un eventuale cambio di governo avrebbero addirittura fatto raddoppiare il valore di quelle obbligazioni. Ma qualcosa andò storto. Nella fattispecie, il fatto che quella scommessa anticipò di pochi mesi – agosto 2017 – l’entrata in vigore dell’ordine esecutivo di Donald Trump di un rafforzamento del regime sanzionatorio contro Caracas, il quale vietava anche il trading sui titoli di Stato”. Nel frattempo il governo di Maduro era diventato obiettivo prediletto degli strali dell’amministrazione Usa, la quale enfatizzava non solo l’iperbolico livello raggiunto dal tasso di inflazione ma anche – e soprattutto – la penuria di cibo e la fame che i cittadini venezuelani pativano sempre maggiormente. Ed ecco che i bond acquistati tre mesi prima da Goldman Sachs vennero immediatamente ribattezzati Hunger bonds, “obbligazioni della fame”. al 30 giugno 2017 Goldman Sachs era il più grande detentore al mondo di obbligazioni dell’azienda energetica statale di Caracas e il settimo di debito pubblico venezuelano. Preso atto della situazione, il governo statunitense decise di esentare Goldman Sachs dal divieto di trading sul debito venezuelano, sovrano e di controllate statali . Quel nozionale di 3 miliardi di dollari di perdita potenziale, il gigante della finanza Usa non voleva vederlo materializzarsi. “Ora un cambio di regime, magari con i soldi del Fmi pronti a garantire quel debito che Maduro continua invece a minacciare di voler ristrutturare – conclude l’analista di Business Insider Italia- potrebbe incidentalmente cambiare il corso del mercato”.

Gli aiuti umanitari come ‘casus belli’. Juan Guaidò: “I morti non sono un costo, ma un investimento per il futuro”

 

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Rivista patriottica e sovranista italiana impegnata in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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