Pastori sardi, olivicoltori pugliesi e Unione Europea

A leggere gli interventi sulla stampa e sui media degli esponenti politici sulla situazione dei pastori sardi e degli olivicoltori pugliesi, entrambi da settimane in agitazione –ma il discorso potrebbe ampliarsi alla totalità dei coltivatori diretti– se ne coglie la sostanziale natura ‘di circostanza’.
Veniamo da dieci anni –almeno– di crisi e deindustrializzazione continua, non si contano chiusure e fallimenti, le rese agricole (i prezzi pagati ai produttori) sono a dei livelli eticamente –prima che economicamente– indegni e per tutta risposta si convocano ennesimi ‘tavoli’ sulla ‘filiera’, nel migliore dei casi si stringono mani a uso e consumo delle telecamere. Un copione rivisto decine di volte, come i suoi esiti.

Il punto è uno solo: questo stato di cose è precisa responsabilità dell’Unione Europea, della sua politica delle ‘quote’ di produzione, ma ancor di più della libertà di circolazione e stabilimento che essa assume come presupposto indefettibile (libertà fondamentale).
Il latte dell’altro capo dell’Europa trasportato in Sardegna per produrre pecorino –questo fra l’altro dovrebbe far riflettere quel certo ambientalismo che vede nell’UE uno strumento per coordinare l’azione a livello continentale verso un modello di sviluppo sostenibile– non è una fatalità, una manifestazione di ‘cattiveria’, un ‘incidente di percorso’, una correggibile distorsione, ma è una preordinata e precisa strategia volta ad aumentare l’interdipendenza fra le economie, favorire la guerra (‘concorrenza’) al massimo ribasso scaricandone i costi sugli anelli deboli (piccoli produttori e animali, con la creazione di immense zoopoli per sfruttare le economie di scala), disarticolare il tessuto produttivo e sociale di alcuni territori a beneficio di altri, troncare le capacità di intervento e correzione delle istituzioni pubbliche, che anzi tale stato di cose devono garantire: non a caso abbiamo visto le volanti della Polizia scortare le autobotti di latte sbarcate in Sardegna.
Si è molto parlato del latte ‘romeno’, ‘olandese’ o ‘polacco’. Anche questa è una mistificazione: non abbiamo nessuna specifica garanzia che quel latte sia prodotto in quei Paesi. Per quanto ne sappiamo potrebbe tranquillamente provenire da fuori Europa, essere importato in uno di quei Paesi e da lì accedere al regime di cosiddetta ‘libera pratica’ e quindi ai benefici del mercato unico europeo (nessuna barriera).

Questo, ancora una volta, per smentire quella narrazione che vedrebbe una dimensione cooperativa nell’integrazione europea, favorendo la collaborazione fra le economie dei vari Paesi.
A prescindere comunque da qualsiasi notazione politica, c’è un dato su cui dovrebbero riflettere le anime belle che rifiutano l’attuale modello di sviluppo sotto varie ottiche: pensare di criticare un mondo in cui non solo ‘si muore di fame’ ma sempre più persone, specialmente i poveri, hanno un’alimentazione sempre più scadente, scarsamente nutritiva e povera di componenti essenziali alla salute, senza criticare le dinamiche del contingentamento della produzione e i meccanismi allocativi delle derrate alimentari (sprechi in particolare nella grande distribuzione), è un nonsenso.
Da lì si deve passare, così come si deve passare dal rifiuto dell’ordine giuridico-politico che tali dinamiche favorisce: l’Unione Europea.
(Alberto Leoncini – Indipendenza, Treviso)

Sovranità alimentare, scelte di consumo e organizzazione politica: che fare? Note per un dibattito

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