‘Beni pubblici sovrani’: una questione di sovranità nazionale e sovranità popolare

Ieri, 30 novembre 2018, all’Accademia dei Lincei, si è tenuto il convegno “A dieci anni dai lavori della Commissione Rodotà: quale futuro per i beni pubblici?”, finalizzato a far ripartire il “progetto Rodotà” di dieci anni fa. Mai trasformato in legge, lo si vuole rilanciare con una raccolta di firme necessarie per una iniziativa legislativa popolare da presentare in Parlamento sulla base del testo elaborato, allora, da detta Commissione.

Nel comunicato stampa s’intende rilanciare lo schema di legge delega per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici e ripensare la politica di privatizzazione portata avanti in Italia dai governi tecnici dai primi anni 1990 in modo talora avulso da un quadro di legalità, con un enorme danno erariale invano denunciato perfino dalla Corte dei Conti. Si ritiene obsoleta la parte del Codice Civile (promulgato nel 1942) relativa ai beni pubblici.
In tal senso si osserva che alcune tipologie sono assenti, altre sono cambiate, come i beni necessari a svolgere servizi pubblici (ad es. le cosiddetti “reti”), altre devono essere protette (risorse naturali, come le acque, l’aria respirabile, le foreste, i ghiacciai, la fauna e la flora tutelata). E poi si parla delle infrastrutture che necessitano di investimenti e di una gestione sostenibile per tutte le classi di cittadini, una nuova filosofia nella gestione del patrimonio pubblico con –da una parte– un contesto normativo che favorisca una migliore gestione dei beni di proprietà pubblica e –dall’altra– la garanzia che il governo pro tempore non ceda alla tentazione di vendere beni del patrimonio pubblico per finanziare spese correnti e “far cassa”.
Di qui la redistribuzione delle specie dei relativi beni in nuove categorie, tra le quali spiccano quella dei “beni comuni” e dei “beni pubblici sovrani ad appartenenza pubblica necessaria” la cui drammatica attualità è stata testimoniata tragicamente dal dissesto idrogeologico corrente e dal crollo del Ponte Morandi.

Sono problemi ‘nodali’, parte della sensibilità politica e del progetto di liberazione nazionale portato avanti da “Indipendenza”.
Resta ovviamente da discutere la parte relativa al ‘come’ s’intende rispondere a questi problemi. E resta, ‘a monte’, il problema politico della collocazione dell’Italia nell’Unione Europea (UE). Quantunque una riforma del Codice Civile sia fuori da un intervento diretto della UE, e possa essere considerata parte della sfera residuale della sovranità ancora lasciata agli Stati, il contesto è altamente inquinato dalle profonde modifiche e dal condizionamento indiretto e pervasivo per via soprattutto –ma non solo, quindi– finanziaria messo in essere nel corso di decenni da quella piattaforma capitalistica atlantica che è la UE. Ragione in più per non sottrarsi all’imprescindibile nesso tra sovranità nazionale e sovranità popolare cui i “beni pubblici sovrani” non sono e non possono essere pensati come disgiunti.

Unione Europea: una razionalità strategica geopolitica delle crisi

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