Brasile/ L’estrema destra dei ‘Chicago boys’ al potere

Con Jair Bolsonaro, neo eletto presidente in Brasile, ritorna l’estrema destra dopo la fine della dittatura nel 1985. Un programma politico, il suo, che coniuga politiche economiche liberiste, ammirazioni sperticate per la passata dittatura militare e ricerca di un’intesa forte con Washington.
In politica estera, infatti, le sue posizioni principali le ha dichiarate a più riprese: riavvicinare il Brasile agli USA, ridurre l’influenza della Cina divenuta da qualche anno primo Paese commerciale di Brasilia (scelta non esente da criticità che la presidenza Lula volle per sganciarsi dalle onnipresenti e pervasive scelte di Washington), appoggio a Israele nel cambio di sede d’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Ha già fatto sapere di voler affidare la politica economica del Paese all’economista Paulo Guedes, un seguace dei Chicago boys, i riformisti ‘liberal’ nordamericani che hanno in Milton Friedman il loro mentore. Guedes è infatti fautore della privatizzazione di tutte le imprese statali (Banca del Brasile e petrolifera Petrobras in testa), del varo di un programma austeritario contro il debito, ad includere anche la riscrittura profonda del sistema delle politiche sociali e in particolare della previdenza che intende trasformare in un regime di capitalizzazione individuale.
Un programma di neoliberismo spinto, insomma, che dalle nostre parti è noto come “+Europa”.

La Grande Narrazione sui blocchi, sulla prospettiva multipolare di un mondo in trasformazione frettolosamente visto come alternativo e vincente rispetto all’assetto unipolare perseguito dagli Stati Uniti, vede così sganciarsi dall’asse dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) un Paese di non secondaria rilevanza. A significare che le astratte sommatorie geopolitiche possono giocare brutti risvegli. Non è decisamente un buon giorno per il Brasile, ma non è certo la fine della Storia.

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