Veto e disvelamento euroatlantico di Mattarella

Per 84 giorni Mattarella ha ostentato disponibilità nell’attendere il raggiungimento di un accordo di programma e di governo tra Lega e M5S. Ha mostrato “pazienza”, per dirla con i gazzettieri di riferimento che vi hanno fatto più volte ricorso forse proprio per preparare il veto che sarebbe venuto. Ha lasciato fare.
La linea lungo la quale muoversi, del resto, l’aveva dettata da subito, ribadendo come indiscutibile la collocazione ‘storica’ irrinunciabile del Paese nell’Unione Europea e nella NATO. Una posizione da duplice servaggio per andare sul sicuro: sia verso la Germania sia verso gli Stati Uniti, quantunque questi siano in forte e sempre più intensa confliggenza reciproca.

L’esito delle elezioni del 4 marzo ha costretto Mattarella a debordare in maniera evidente dalle sue funzioni ponendo in modo improprio il veto su un nome –quello di Paolo Savona all’Economia [seguirà una breve nota ‘di chiarezza’ al riguardo, ndr]– per una linea politica non condivisa. Questa, però, la decide un governo cui spetta questa prerogativa con avallo di una maggioranza parlamentare, non il presidente della Repubblica (per di più per conto di referenti esteri) cui spetta comprendere se detta maggioranza c’è, dare consigli, suggerimenti, anche ammonimenti ma sempre in quanto organo di garanzia non di indirizzo politico. Il sistema italiano resta infatti ancora parlamentare e non presidenziale.

Mattarella ha voluto invece imporre la sua linea politica, non sappiamo se per diretto intervento di poteri ‘superiori’ o come autonoma scelta volta a rassicurare detti poteri che comunque già rumoreggiavano (minacce di declassamento delle agenzie di rating, aumento dello spread, ecc.). Come che sia, lo ha fatto in modo maldestro, ignorando o sottovalutando la portata delle conseguenze politiche del suo gesto politico.
Soprattutto ha disvelato –come mai prima d’ora in modo così sfacciato, al massimo livello istituzionale– la deferenza servile dell’apparato di potere italofono alle aspettative e agli interessi esterni dei mercati finanziari, dei grandi gruppi imprenditoriali, di Stati ‘forti’ (nel campo atlantico) quali Germania e Stati Uniti.
Ha disvelato che il presidente della Repubblica italiana è il garante non più della Costituzione italiana ma appunto degli interessi intrecciati della finanza predatrice sovranazionale (banche, fondi, agenzie di rating, ecc.), delle oligarchie europee, delle classi dirigenti statuali a Berlino e Washington.
Ha disvelato, mostrando il volto arrogante di un Potere ascaro, mal celato tramite una pelosa difesa del “risparmio degli italiani”, che il sistema euroatlantico non è riformabile, men che meno criticabile, pena l’esclusione da un governo pur sostenuto da una maggioranza parlamentare.

La risposta di Mattarella al voto popolare anti-austeritario del 4 marzo si chiama Carlo Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, dei tagli alla spesa pubblica, del rigorismo anti-sociale, dell’austerità imposta alle classi popolari, un governo che quasi sicuramente nemmeno avrà il consenso in Parlamento ma che intanto rappresenterà l’Italia in appuntamenti fondamentali: vertice sulla Libia domani, il 29 maggio, a Parigi (voluta dall’”europeo” in salsa francese Macron nel pieno della crisi politica italiana, per scavalcare e marginalizzare l’Italia); G7 del Canada l’8 e il 9 giugno (questione dei dazi e nuovo ultimatum di Washington su acciaio e alluminio); Consiglio europeo del 27 e 28 giugno (si decide su diritto d’asilo e regolamento di Dublino, punto sulle riforme UE, bilancio europeo 2021-2027 da negoziare, trattative su unione bancaria e riforma dell’euro, trasformazione del fondo salva-Stati in Fondo monetario europeo); vertice NATO a Bruxelles dell’11 e 12 luglio (rapporti con la Russia e con l’Iran e discussioni sulle sanzioni a Mosca e a Teheran).
Per non parlare degli “affari correnti” (legge di bilancio, rinnovo delle nomine degli enti pubblici e società partecipate di Stato innanzitutto Cassa Depositi e Prestiti e RAI)…

Mattarella suona contoterzi il requiem alle velleità dei fautori di fantomatiche strade negoziali con le istituzioni euroatlantiche.
In questo disvelamento agli occhi di tanti dobbiamo riconoscergli un merito: aver gettato la maschera circa la preminenza degli interessi ‘esterni’ sul Paese con assoluto disprezzo della volontà politica della cittadinanza italiana espressa con il voto e nonostante un esecutivo, quello Lega-M5S, molto misurato nei toni e modesto nel contenuto programmatico. Di più: aver concorso a porre, ancora più fortemente, la linea di demarcazione principale dello scontro politico lungo il crinale sovranità/indipendenza versus euroatlantismo.
Di questi disvelamenti e delle sue conseguenze dobbiamo essere grati: concorreranno ad ‘accumulare’ le forze, a radicare le coscienze, a rendere sempre più robusti i contenuti delle rivendicazioni.

Sovranità, indipendenza, liberazione

Indipendenza
28 maggio 2018

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