Fra subalternità e scenari in evoluzione: anatomia del fenomeno Ciampi

Undici anni fa, su “Indipendenza”, nel numero 18 (luglio/agosto 2005) usciva “Abusi di patria. Il «patriottismo della costituzione»”. Questi i paragrafi: 1) Italia. Dalla demonizzazione della nazione al «patriottismo della Costituzione»; 2) Nuovo scenario mondiale geopolitico e riorientamento imperiale strategico degli Stati Uniti; 3) Il continuismo da colonia dell’Italia. Nuove esigenze, nuove servitù; 4) Identikit del ciampismo; 5) Peculiarità e contraddittorietà del ciampismo; 6) Conclusioni.

ABUSI DI PATRIA. IL «PATRIOTTISMO DELLA COSTITUZIONE»

Ad un’osservazione superficiale della realtà italiana si potrebbe sostenere che l’idea di Patria è un valore tornato in auge, grazie particolarmente all’attività quirinalizia di Carlo Azeglio Ciampi. Rievocazioni, proclami, fanfare, ogni occasione è ricercata, costruita, per celebrare –a ben vedere– una ‘certa’ idea di Patria, che volutamente viene con/fusa, nella percezione collettiva cui è indirizzata, con l’accezione, solitamente data a questa parola, di comune appartenenza e di identità nazionale. Un obiettivo perseguito, tra l’altro, con un’enfasi ed una prosopopea a dir poco stucchevoli, insopportabili. Non si tratta comunque di una questione di toni e di forme, ma proprio di contenuti e di valenza; il punto, insomma, si sostanzia in due interrogativi decisivi: di quale Patria si sta parlando? E perché, in una quantunque confusa contiguità di concetti, questo «ritorno della nazione»?

Operazioni di questa natura non nascono mai casualmente e tanto meno sono frutto di spinte ideali individuali. Nella riscoperta ‘istituzionale’ della Patria italiana non c’è una ricerca di senso valoriale di un passato comune, per un presente di cui riappropriarsi e per un sempre possibile, diverso futuro da quello prescritto dai ‘padroni’ di questa nazione. Le ragioni scaturiscono altrove e sono inscritte nella delicata fase (geo)politica che, apertasi da un quindicennio, interessa anche il nostro paese. Non a caso, con riferimento a detta riscoperta, si parla di «patriottismo della Costituzione», inducendo ad un equivoco di fondo: si celebra la Costituzione italiana, i suoi valori, ma sempre richiamandosi all’Europa, alle sue istituzioni e alla sua cosiddetta “Costituzione europea” con il cui impianto strutturale e le relative articolazioni quella italiana, pur con i suoi limiti, è significativamente divergente, se non antitetica e conflittuale. Quella europea sovraordinata, infatti, semmai dovesse entrare a regime, scardinerà automaticamente le fondamenta di quella italiana. Le contraddizioni di merito sono insomma troppo evidenti, per non rendere sospetto ‘certo’ patriottismo costituzionale. Non appaia inutile divagazione, a questo punto, richiamare sommariamente il contesto e le motivazioni anche storiche che sono all’origine di certo equivoco ‘patriottismo’, prima di tornare a ragionare in merito.

Italia. Dalla demonizzazione della nazione al «patriottismo della Costituzione»

Dopo la ‘torsione’ ideologica che ne aveva fatto il fascismo, l’idea di nazione scompare di fatto dallo spazio politico. L’Italia è nella sfera di dominio statunitense che, oltre ad una sua presenza militare con decine e decine di basi disseminate lungo la penisola, ne condiziona in modo decisivo gli indirizzi ‘sostanziali’ a tutto campo. L’idea di nazione ‘deve’ essere marginalizzata, se non proprio sradicata, annichilita, perché, se seriamente assunta, sarebbe un preliminare e inammissibile atto di indipendenza culturale e politica, pericolosamente associabile a rivendicazioni di piena sovranità. Ad occupare il proscenio politico c’è una sorta di bipolarismo ‘ante litteram’: DC e PCI si configurano come proiezioni ideologiche dei rispettivi campi (NATO e Patto di Varsavia). Il PCI, nell’immediato dopoguerra, cavalcherà per pochi anni, per poi abbandonarlo, il tema della “indipendenza nazionale”, soprattutto a fronte di un ingresso nella NATO che il governo De Gasperi accetta senza che allora, né oggi, siano noti i «protocolli aggiuntivi» imposti da Washington. Perché mai, dunque, dopo oltre un cinquantennio di rimozione, con il mondo intellettuale e politico che l’hanno considerata come un male da esorcizzare ad ogni costo, l’idea della nazione, della Patria italiana, viene fatta riemergere dalla naftalina e dall’oblio?
La tempistica concorre a capire. L’operazione si mette in moto negli anni Novanta, con Scalfaro alla presidenza della Repubblica e prosegue poi con Ciampi. Ovviamente si tratta di figure simboliche –e come tali le assumiamo– per il ruolo istituzionale che ricoprono; intorno a loro c’è infatti tutto un dispiegamento di forze e soggetti istituzionali, culturali, politici, sindacali che li accompagna.
È appannaggio di una larga minoranza la consapevolezza che la servitù dell’Italia è destinata ad accentuarsi nel mutato scenario globale. Sono gli anni del riassetto geopolitico scaturito simbolicamente dalla caduta del Muro di Berlino (1989) e fattivamente dall’implosione ed autodissoluzione dell’URSS (1991). Lo scalfarismo e ancor più il ciampismo caratterizzano due fasi della politica italiana. Con il primo si tratta di ‘tenere le istituzioni’, screditate dopo il terremoto giudiziario che travolge partiti e certi gruppi imprenditoriali, non casualmente in concomitanza con il contesto geopolitico mondiale in mutamento. Con il secondo ci troviamo alla vigilia dell’introduzione di quella iattura coloniale chiamata euro ed alla conclamazione di quella spirale di declino strutturale e di crisi generale del paese accelerata in particolare dal Trattato di Maastricht (1992). Entrambi i fenomeni, comunque, si rivelano come la versione civico-pedagogica, adattata alle lande italiche, del «patriottismo costituzionale» d’importazione, anche se il ciampismo ha una rilevanza particolare stante la fase critica di mutamento strutturale cui il paese è costretto.
L’opinione pubblica italiana deve percepire l’idea che i profondi cambiamenti che stanno divenendo, sempre più, materialmente tangibili e socialmente penalizzanti, sono frutto di scelte che guardano all’interesse collettivo e sono di natura endogena, cioè assunte e garantite ‘da chi, nelle istituzioni, ha a cuore le sorti della Patria’. Bisogna rassicurare. Il sentire popolare diffuso è disorientato di fronte alla perdita della sovranità monetaria e all’evidenza che le decisioni politiche ed economiche di fondo sono stabilite ‘altrove’, fuori dallo spazio politico nazionale. Questo disorientamento deve essere imbozzolato, quanto meno attenuato, in un’idea (mistificata) di Patria che catalizzi fiducia verso le istituzioni e non disturbi i manovratori nella direzione (anti-nazionale ed anti-patriottica) in cui stanno traghettando il paese. Su questa direzione –a comprendere quindi, di riflesso, le ragioni della valenza di certo “patriottismo”– è necessario fare qualche ulteriore considerazione di contesto.

Nuovo scenario mondiale geopolitico e riorientamento imperiale strategico degli Stati Uniti

La servile rendita di posizione goduta dall’Italia –per ragioni politiche e di posizionamento strategico– all’interno del campo ‘occidentale’ ad egemonia USA nel corso della cosiddetta Guerra Fredda è venuta meno con il dispiegarsi mondiale dell’unico polo imperiale –quello statunitense– rimasto in gioco. Esaurendosi ormai le sacche residuali facenti parte bene o male dell’area pluristatuale del comunismo storico novecentesco, competizione e conflitto sono già da tempo la caratteristica interna al sistema-mondo capitalistico sempre più pervasivo. Per gli Stati Uniti si tratta innanzitutto di contenere ‘quegli’ Stati del blocco ex ‘occidentale’ che possono esprimere capacità espansive capitalisticamente autonome e concorrenziali, insidiando potenzialmente la sua egemonia. Non secondariamente gli è necessario fronteggiare l’emergere prepotente di potenze, per ora solo regionali, come India e soprattutto Cina. Proprio su quest’ultimo più temibile competitore, le guerre scatenate dal 1990 ad oggi dagli Stati Uniti mirano ad acquisire posizioni geopolitiche di vantaggio strategico anche attraverso il controllo (Medio Oriente e Asia centrale) delle risorse energetiche necessarie all’alimentazione di quel sistema industriale e produttivo.
Serve a Washington un nuovo collante per ‘tenere’ i paesi già acquisiti dal secondo dopoguerra nella sua sfera d’influenza: allo scopo c’è ‘già’ il mito dell’Europa unita, quest’area di libero scambio già configurata progressivamente dopo il 1945 con atti concreti, sotto impulso di Washington. Ma di per sé è insufficiente. Serve un ‘nemico’ ideologico: dall’anticomunismo si passa così alla «guerra di civiltà», poi ribattezzata, per ragioni di opportunità comunicativa, «lotta al terrorismo». In tal modo Washington ‘saggia’ a livello planetario affidabilità e riottosità dei vecchi e nuovi alleati/subalterni, nonché degli Stati emergenti sul proscenio mondiale e mira a legarne il più possibile materialmente (spese e forze militari) al proprio carro, alla luce dei propri interessi geopolitici strategici: o uno Stato accetta un qual certo sviluppo del proprio capitalismo all’ombra della potenza egemone, e si è quindi Stato ‘amico’, o pensa di perseguire uno sviluppo (quantunque capitalistico) ‘autonomo’, ed allora si è uno Stato sostanzialmente ‘nemico’, anche se ragioni di opportunità possono impedire di annoverarlo brutalmente tra quelli già definiti «canaglia». Il diverso posizionamento geopolitico e/o il differente grado di capacità militare che si può dispiegare al seguito delle operazioni del Pentagono determinano lo squilibrio di forze e di influenza, e quindi una sorta di scala gerarchica, tra gli Stati rispetto al centro dell’Impero.

Il continuismo da colonia dell’Italia. Nuove esigenze, nuove servitù

L’Italia resta colonia, ma senza più quei margini di ‘relativa autonomia’ politico/imprenditoriale che la situazione conflittuale Est/Ovest le aveva consentito dal dopoguerra sino alla fine degli anni Ottanta. In questo nuovo scenario planetario la sua stessa condizione servile non può essere declinata nel modo in cui lo era stata nel corso della Guerra Fredda, ma si vede costretta, attraverso le sue classi sub-dominanti –poco importa se di destra, di sinistra o di centro– a riposizionarsi: da uno stato di sostanziale rendita parassitaria ad uno attivamente subalterno per accedere, ‘dandosi da fare’, alle ‘possibili’ prebende concesse da Washington. Un riposizionamento non indolore, peraltro, che ha necessitato di una liquidazione per via giudiziaria del ceto politico ‘ingrassatosi’, in Italia, al tempo della Guerra Fredda.
La politica estera non è mai un ‘affare’ da sottovalutare, un ambito che riguarda questioni e luoghi lontani. Strettamente intrecciata con gli assetti e gli indirizzi complessivi di politica interna, rispecchia interessi e rapporti di forza tra classi (non solo dominanti) ‘dentro’ e ‘tra’ gli Stati. Il processo ‘americano’ di unificazione europea in tutti i suoi aspetti significa ‘anche’ smantellamento di assetti e guarentigie sociali consentite in una particolare fase storica di antagonismo a tutto campo con un modello socio-economico –quello del socialismo reale– che si percepiva come antagonistico. Nel suo posizionamento nella scala servile al centro imperiale di Washington, l’Italia, negli ultimi quindici anni, ha mostrato un sempre più accentuato presenzialismo militare e di esborso finanziario, accodandosi alle politiche aggressive e al perseguimento degli obiettivi strategici degli Stati Uniti. ‘Imperativi categorici’ dettati dall’essere da decenni nella sfera di subordinazione a Washington. Nell’insieme, questo sempre più frequente coinvolgimento diretto al seguito dell’alleato/padrone (con effetti devastanti: pensiamo alle lacerazioni dei tradizionali rapporti di buon vicinato con il mondo arabo) e l’Europa di Maastricht con i suoi parametri finanziari, la sua moneta, i suoi Trattati, stanno scandendo un cambiamento progressivo del quadro complessivamente ‘interno’ dell’Italia, tale che lo scenario di significativa trasformazione non è –e lo si vedrà sempre più negli anni– socialmente indolore.
L’insieme dell’apparato massmediatico in Italia è servilmente già collaudato nel dispiegare un’impressionante, manipolatoria, capacità di condizionamento e di obnubilamento delle coscienze. Nello specifico: magnificazione del mito europeo, dell’euro e delle implementate politiche di Bruxelles, e cassa di risonanza del punto di vista ideologico e degli interessi degli Stati Uniti. La virtualità dell’informazione manipolata non è però in grado di nascondere le ‘già’ pesanti ripercussioni concrete che questo nuovo scenario economico e geopolitico continentale e mondiale sta producendo. Può creare ‘falsi problemi’, indicare ‘false cause’, additare ‘falsi nemici’, ma non può ignorare gli effetti evidenti della sempre più marcata colonizzazione del nostro paese, il suo declino industriale, la sua evidente de-sovranizzazione monetaria, politica, economica, culturale.

Identikit del ‘ciampismo’

Eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio 1999, discorsi e atti di Ciampi si caratterizzano da subito con la finalità di trasmettere immagine e percezione di un uomo rassicurante, che parla in nome della nazione e che si colloca al di sopra delle parti. È superfluo richiamare il profluvio di iniziative promosse o sollecitate a tale scopo, non lo è invece focalizzare il ‘come’ questo si esplichi: 1. con una sorta di pellegrinaggio civico nella memoria storica attraverso luoghi ed episodi “che hanno fatto l’Italia” prima come Stato unito e poi come Repubblica democratica, rivendicando una linea di «continuità storica» dall’Unità d’Italia ad oggi; 2. con continui riferimenti alla Costituzione italiana, sempre però accompagnati da richiami di magnificazione all’Europa e all’obiettivo indicato come supremo della sua unità politica, oltre che economica e monetaria.
La sostanza dell’attività quirinalizia è una sorta di pedagogia civica che, in ultima istanza, dall’identità e l’orgoglio degli italiani per la loro Patria comune, mira a trasmettere fiducia nelle istituzioni. Fondamento ‘ideale’ comune la Costituzione del 1948, che «non è di destra o di sinistra», ma la «casa di tutti gli italiani». La sostanza del messaggio che ha in Ciampi la sua esposizione simbolica più significativa è, nell’essenziale, tutta qui.
Certo, si tratta di un patriottismo da depurare da temute valenze sociali rivoluzionarie, anti-imperiali. Il richiamo alla Costituzione, ridotto ad orpello giuridico –più avanti spiegheremo brevemente il perché, a nostro avviso– di ‘legittimità’ percepibile, si rende formalmente necessario per non confinare il riferimento alla Patria su un piano culturale, nient’affatto utile per i fini politici prefissati. Una Patria senza valori, senza connotazione di senso, è solo una vuota parola. Si assume pertanto il modello per eccellenza del ‘patriottismo della Costituzione’ –quello statunitense– già trapiantato ideologicamente in Germania, quando era evidente l’irreversibilità della riunificazione tedesca che bisognava incapsulare in Europa. Di detto patriottismo Jürgen Habermas, negli anni Ottanta, è stato il cantore. Questa idea di trovare un senso di appartenenza nel diritto ha una caratterizzazione storica proprio nell’esperienza di una non-nazione come gli Stati Uniti, uno Stato privo di quei connotati di identità e di appartenenza culturale riconducibili all’idea di nazione e che pertanto si è strutturato su basi comunitariste. La formale base di riconoscimento viene rinvenuta nel diritto, poco importa se su una struttura sociale fortemente classista che svuota di fatto ‘certi’ princìpi nobili di riferimento democratico, a partire proprio dall’esercizio stesso del diritto di voto. Con le dovute varianti questo modello è esportato in Italia. Rispetto al caso statunitense, quello italiano presenta oggettive differenze. Qui c’è una comunanza di storia e di cultura da cui non è possibile prescindere. Per questo detto patriottismo costituzionale non può limitarsi all’adesione a una Costituzione, ma deve relazionarsi con fattori che rimandano appunto alla nazione. Il che richiede un certo tipo di lettura della memoria storica.

Peculiarità e contraddittorietà del ciampismo

È necessario, a questo punto, prestare attenzione a ‘cosa’ lo connoti, alla natura approssimativa, forzata ed anche contraddittoria degli assi su cui si dipana questa variante italica del «patriottismo della Costituzione».
Le prime perplessità sorgono proprio in relazione alla carrellata di luoghi ed episodi «che hanno fatto l’Italia», all’insegna della tanto celebrata «continuità storica» dall’Unità d’Italia ad oggi dello Stato-nazione italiano. È singolare che, proprio sul terreno della ricercata caratterizzazione ‘costituzionale’ del patriottismo, non si rilevi che la storia costituzionale dell’Italia unita è la storia di una ‘discontinuità’ (formale e sostanziale) costituzionale e, in senso lato, politica, che ha distinto prima il periodo monarchico-liberale, poi quello monarchico-fascista ed infine quello repubblicano-democratico.
È auspicabile, ancor prima che legittimo e condivisibile, che si possa e si debba ripercorrere la memoria storica di una nazione, prima ancora che di uno Stato, senza manipolazioni, sottili o grossolane, e riconoscere che una storia comune è fatta anche di protagonisti inconciliati e inconciliabili, che si possono tenere insieme i pezzi di una vicenda straordinariamente controversa e conflittuale. Ma se si vuol fare “politica della storia”, allora è necessario capire ‘perché’ e ‘per quali fini’. Se si vuol trasmettere il messaggio che i cittadini amano la loro patria non come un mero dato storico, culturale, esistenziale, ma come luogo congeniale di espressione delle loro libertà, e che questo luogo si configura nella carta costituzionale, c’è da chiedersi, allorché si scende nel commemorativo, cosa abbiano in comune, ad esempio, El Alamein e Cefalonia. Ad El Alamein ‘quegli’ italiani sono morti per un’Italia monarchico-fascista, a Cefalonia altri italiani sono morti, al più, per un’Italia monarchica, ed in quegli anni –per limitarci al fronte di cui era parte, pur da azionista, l’attuale inquilino del Quirinale– gli italiani delle Brigate Garibaldi combattevano e morivano per un’Italia ancora diversa.
Gli interrogativi non si limitano a questi episodi. Si converrà che la situazione si complica, solo che si scavi un pochettino nel merito e si cerchi il ‘fil rouge’ di senso costituzional-repubblicano che il Presidente fa mostra di avere tanto a cuore. È possibile ritenere che tutto questo sfugga ai “patrioti” della Costituzione? Ovviamente no. Del resto non interessa che si apra una riflessione franca e plurale su una rilettura e comprensione di quelle e delle stesse risorgimentali pagine storiche (sul colonialismo interno/saccheggio del Sud, ad esempio) pur inserite nel percorso commemorativo e celebrativo, né si ragiona tanto sui valori, sulla comparazione delle differenze, sui princìpi di fondo.
L’obiettivo di questo “patriottismo della Costituzione” o, piuttosto, delle “istituzioni”, è andare incontro al cuore delle diverse sensibilità e fazioni della politica e della società italiana, al fine di rilanciare fiducia e lealtà nelle istituzioni in nome dei buoni sentimenti e del comune fondamento nella Costituzione del 1948. Questo è il collante di apparente valenza di questo “patriottismo”.
Ma qui, appunto, si compie l’apoteosi della sua natura intrinsecamente contraddittoria. Nata all’ombra dell’occupante statunitense come espressione di un patto politico tra partiti –antagonisti– della Resistenza, quella Costituzione, già disattesa all’indomani della sua entrata in vigore nelle parti più avanzate che la caratterizzano, è stata progressivamente sfaldata e smontata in modo sempre più accentuato dai governi che si sono succeduti da almeno gli ultimi quindici anni, in tutta una serie di normative di carattere sociale, civile, istituzionale che sono quanto di più distante dai princìpi fissati sulla carta costituzionale.
Pensiamo, restando al solo piano formale, al progetto di riforma che mira a trasformare la Repubblica in una repubblica presidenziale e alla stessa proposta di revisione “federalista” che, per come è stata congegnata dal centrosinistra prima e dal centrodestra poi, determina lacerazioni e lesioni nell’impianto unitario sociale della nazione.
Teniamo presenti anche, per le ragioni su esposte, gli indirizzi di politica estera, la collocazione dell’Italia nello schieramento militare aggressivo dell’imperialismo statunitense (e non è una attenuante il fatto che ciò avvenga in modo subalterno) e, apogeo del suo requiem, il Trattato Costituzionale europeo che mira a sancire la preminenza di quell’impianto liberista che già si sta conformando da anni nella società italiana, con buona pace dei princìpi nobili sanciti dalla Costituzione del 1948.
Quella del Trattato Costituzionale europeo è un’operazione di ingegneria giuridica, senz’anima, senza il presupposto di un popolo e di uno Stato che quantomeno la legittimano, senza essere in sintonia e riassorbire in sé, sintetizzare per così dire, lo spirito di un popolo e di valori nazionali. E come potrebbe essere altrimenti non essendo l’Europa una nazione e non esistendo un popolo europeo? L’orizzonte in cui il Trattato Costituzionale europeo s’inscrive, la sua prospettiva, sta nel conformare gli Stati che ne sono membri ad essere una ‘dependance’ a stelle e strisce. Economica e militare. Che in ultima istanza è rinuncia allo Stato nazionale.
Lo sbocco di questo «patriottismo costituzionale» si sostanzia nell’essere abdicazione all’indipendenza e alla sovranità della Patria e, a ben vedere, anche ai valori fondanti della stessa Costituzione italiana che fa mostra di celebrare.
Il suo uomo-simbolo lo ricordiamo, prima che si allocasse al Quirinale, per le cariche ricoperte ed i non irrilevanti atti nella Banca d’Italia e nel governo. Andiamo a memoria, e forse non esaustivamente. Lo ricordiamo come Governatore della Banca d’Italia –dall’ottobre 1979 all’aprile 1993– distinguersi (appena nominato) nella rimozione del divieto delle operazioni swap sulla lira (che, secondo l’economista Roberto Panizza, il suo predecessore Paolo Baffi aveva adottato per bloccare la speculazione al ribasso sulla lira) e nell’ampio sostegno alla liberalizzazione dei movimenti di capitale imposta dall’Atto unico europeo, adottando misure come il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981, l’abolizione dei massimali sugli impieghi bancari e dei vincoli di portafoglio per gli istituti di credito, la liberalizzazione degli sportelli bancari e quella valutaria, l’abolizione del monopolio dei cambi, eccetera. Una liberalizzazione, quella dei movimenti di capitale –ultimata (1990) persino in anticipo rispetto agli obblighi imposti dalla Comunità Europea– che, tra l’altro, ha concorso all’esponenziale aumento del debito pubblico italiano ed aperto le porte allo spadroneggiamento incontrastato del capitale straniero in Italia. Quantomeno dissennata la sua “difesa della lira” –estate 1992– dalla speculazione di Soros e affini (poi sfociata nella svalutazione del settembre 1992 del governo Amato), in cui furono bruciate invano svariate decine di migliaia di miliardi –conteggio in lire– di riserve valutarie quando, rivela Roberto Panizza, «sarebbe bastato un provvedimento che avesse proibito gli interventi speculativi swap, a brevissimo termine, contro la nostra moneta, per bloccare la speculazione e salvare le riserve» (Gli spazi della globalizzazione, Diabasis, 2004).
Come Presidente del consiglio –dall’aprile 1993 al maggio 1994– è protagonista dell’accordo governo-sindacati-confindustria sul costo del lavoro, che avvia la concertazione dei sindacati confederali nel peggioramento delle condizioni normative e salariali del lavoro e nella gestione degli effetti sociali delle finanziarie, della distruzione dello Stato sociale e delle privatizzazioni imposte dal processo di unificazione europea. Il 30 giugno 1993 è lui a nominare il Comitato di consulenza per le privatizzazioni guidato dal Direttore generale del Tesoro Mario Draghi che gestirà, sotto indicazione delle banche d’affari statunitensi, le privatizzazioni di numerose industrie e banche pubbliche: proprio il decreto legge 389, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 2 ottobre 1993, ha reso possibile affidare la valutazione delle imprese statali alle banche d’affari estere.
Come ministro del Tesoro e del Bilancio dei governi Prodi e D’Alema –dall’aprile 1996 al maggio 1999– si segnala per il contributo determinante dato alla partecipazione dell’Italia alla moneta unica europea, raggiunta attraverso il varo di provvedimenti come la finanziaria ‘lacrime e sangue’ del settembre 1996 del governo Prodi approvata anche da Rifondazione comunista.
Dov’era –dov’è– la Patria in tutto questo?

Conclusioni

Solo chi ha gli occhi accecati dal pregiudizio ideologico dell’irrilevanza o della pericolosità della questione nazionale, non è in grado di vedere che detta riscoperta ‘dall’alto’ dell’idea di Patria, in Italia, nasce non come volàno per presunte ambizioni di potenza, ma proprio come anestetico ideologico di transizione per un nuovo assetto di dipendenza servile del nostro paese. Si enfatizza la patria per negarla. Su questo terreno nulla di nuovo. Solo stolide rimozioni della valenza della questione nazionale rendono produttive e funzionali le varianti della retorica patriottarda. Da decenni le generazioni in Italia vengono nutrite con l’idea che la nazione coincida con la nazionale di calcio e che il Tricolore vada sventolato per l’occasione. Sul terreno culturale e politico è strutturale il ‘battage’ che mira a persuadere che la Patria è l’incubazione del nazionalismo e il nazionalismo è cattivo, ha prodotto guerre e tragedie, nutre intolleranza e razzismo. Ma tutto questo è la negazione della patria e della nazione.
Ogni patria, ogni nazione si legittima per caratteristiche analoghe e allo stesso tempo specifiche, distintive, che riconosce in altre patrie, in altre nazioni. Non farlo significa negare se stessi. Si è cittadini di una patria, quindi, in quanto si è esseri umani.
Le guerre e le tragedie del Novecento, per non andare più indietro nella Storia, sono responsabilità delle diverse e conflittuali velleità espansive dei capitalismi allocati negli Stati e del confronto armato imperiale/imperialista tra poli capitalistici che ne è la logica conseguenza. Il capitale non ha nazione. Si è trattato e ancora si tratta –è storia dell’oggi– di apparati dominanti che, quando devono legittimarsi e mobilitare il consenso, snaturano il principio di nazione e ne fanno la leva ideologica di Stato per aggressività all’estero. Non c’è principio più mistificato e violentato di quello di nazione, di patria. Le classi dominanti hanno spadroneggiato quando se ne sono servite, ma sono state messe sempre in crisi quando ad appropriarsene, come vettore e luogo di insorgenza e di liberazione sociale, sono state le classi dominate. La sfida va accettata su questo stesso terreno.
Anche perché senza culture di appartenenza, riferimenti valoriali, senza radicamento nazionale non c’è nessun progetto politico, nessuna prospettiva di liberazione che si possa perseguire. Si hanno al più rivendicazioni sociali incapaci di inscriversi in un’idea di nazione liberata e quindi di incidere. Ed allora è importante che si discuta sui valori materiali della nazione che si ritengono fondanti anche una Costituzione di diritto. Della nazione, appunto, in quanto valori specifici ed universali. Princìpi ultimi non negoziabili, da sottrarre per loro natura alla mercificazione capitalistica. In tal senso si concreterebbe il principio fondamentale che vera patria è solo la libera repubblica in cui vivono cittadini liberi ed eguali. Bisogna avere il coraggio di accettare la sfida. Sulla nazione, per la nazione.

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Rivista patriottica e sovranista italiana impegnata in una battaglia di liberazione sociale dall'egemonia euroatlantica rifacendosi ai valori della Resistenza
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